Fugnoli non si fida, e se non lo fa lui, un invidiabile ottimista di natura, figuriamoci noi...
Di cosa non si fida l'apprezzato analista finanziario - nonché uomo di ammirevole cultura variegata - esattamente ?
Del pressoché costante, ancorché moderato, rialzo borsistico, con un perdurante equilibrio tra inflazione e livello di crescita.
Una cosa del genere, ricorda il nostro, era avvenuto nei miracolosi anni '60 del secolo scorso, il boom economico, la ricostruzione, avviata nel dopo guerra, che iniziava a portare i suoi fertili frutti.
Anzi, sottolinea Fugnoli, all'epoca la crescita era ben più vigorosa dell'attuale.
A quel punto i politici, per aumentare o quantomeno conservare il consenso dei rispettivi popoli, pensarono bene di sfruttare la marea positiva per aumentare la spesa pubblica, elargendo generosamente posti di lavoro - e stipendi - in realtà improduttivi, allargando a dismisura il welfare.
Vennero fatte anche cose buone, ma molti più sprechi e ingiustizie ( queste ultime a carico delle generazioni future, ma tanto, non conta solo il presente ? ), e l'inflazione iniziò a salire e poi a scappare di mano.
Oggi, con l'economia ripartita e sostenuta dalla crescita esponenziale dell'elargizione monetaria tramite banche centrali ( in America la Fed, in Europa la BCE, ma anche il Giappone, la Cina...), c'è chi fa la Cassandra, presagendo che prima o poi tutto questo oceano di denaro farà esplodere di nuovo i tassi inflazionistici per una nuova virulenta crisi mondiale.
Fugnoli certo una Cassandra non è, anzi.
Però da un po' lo avvertiamo un minimo preoccupato. Questi indici che rimangono sostanzialmente positivi - inflazione bassa, crescita debole ma costante, disoccupazione controllata - al netto di quello che accade nel mondo (Corea del Nord, Terrorismo, Immigrazione incontrollata, Nazionalismi in fermento) e della dimensione gigantesca di molti, troppi debiti pubblici, sembrano non convincerlo del tutto, e chiaro e forte è l'invito alla prudenza.
Il mondo non finirà domani, è sempre stato il suo motto, ma da un po' ci sembra dire : però non pensate nemmeno che questa primavera finanziaria durerà per sempre.
Insomma, c'è un tunnel in fondo alla luce...
Titolo estremamente suggestivo, ancorché direi che in Italia non siano poi un molti quelli che si siano accorti di vivere una dimensione del genere (anzi, la maggior parte pensa che dal tunnel non è mai uscita...).
Posto quindi che a livello di economia generale, in Italia almeno sono assai pochi quelli che pensano di vivere una stagione felice, d'accordo a non investire in borsa senza criterio.
Ma l'alternativa, volendo difendere i propri risparmi, qual è, visto che obbligazioni e titoli di stato sono costantemente depressi e il mercato immobiliare continua a languire ?
Intanto però ci sarebbe una data a cui guardare per capirne di più, suggerisce il "nostro", ed è quella in cui Trump designerà il successore della Fed.
Non dovrebbe mancare molto.
In attesa, Buona Lettura
IL TUNNEL IN FONDO ALLA LUCE
Fra non molto sapremo dove sarà
Nella filosofia greca tutto ciò che è bello è per questo
stesso fatto anche buono. Allo stesso modo tutto ciò che è buono è anche bello.
Tutto ciò che è buono e bello è anche giusto e viceversa. Tutto ciò che è
buono, bello e giusto è anche vero e viceversa. Tutto ciò che è bello, buono,
giusto e vero partecipa del divino ed è quindi eterno.
La parte finale di un bull market è la visione beatifica di
un equilibrio perfetto tra crescita e inflazione. Questo equilibrio può variare
da un ciclo all’altro. Due decenni fa poteva essere il 3 di inflazione e il 4
di crescita, oggi è poco sotto il 2 per l’inflazione e vicino al 3 per la
crescita. In ogni caso in ogni ciclo esiste un allineamento che appare ottimale
non solo per i numeri in gioco, ma anche e soprattutto perché questi numeri
appaiono improvvisamente sostenibili per tutto l’orizzonte prevedibile.
Quando il buono e il bello vengono scoperti non come il
fuggevole allineamento di un’eclissi ma come nuove stelle fisse da cui promana
luce eterna, la mente viene folgorata e rinasce a nuova vita. Quotazioni che
fino a ieri sembravano care e insostenibili appaiono improvvisamente naturali.
Comprare a un prezzo doppio o triplo rispetto a quello che qualche tempo prima
ci rifiutavamo di pagare diventa facile e non richiede più particolari
riflessioni.
Il fatto che non si vedano le manifestazioni pittoresche di
entusiasmo dei cicli passati non deve trarre in inganno.
Non compriamo più i
junk bond in prima persona, ma le emissioni obbligazionarie a cento anni di
debitori dubbi vengono assorbite senza problemi da fondi pensione e
assicurazioni cui affidiamo il nostro futuro. Non compriamo più a leva come nei
cicli passati, ma compriamo Etf a leva che fanno la stessa cosa per noi.
Paghiamo le macchine per comprare senza riflettere e senza emozionarsi e queste
comprano perché vedono altre macchine che comprano.
La bassa volatilità rende
noioso il rialzo ma lo fa apparire invulnerabile. E d’altra parte il piccolo rialzo azionario quotidiano è pur sempre più grande
del rendimento annuale di un bond e quindi restiamo investiti.
Tutto è ordinato, asettico, lento e composto. E inerziale. E
tutto si regge su banche centrali che procedono con il pilota automatico,
economie che crescono bene in tutti gli angoli del mondo e un’inflazione
talmente bene educata che la si vorrebbe perfino un po’ più vivace.
Per carità, i problemi ci sono e li vediamo tutti, ma non si
manifestano in modo rumoroso. Il debito aumenta ogni giorno (in particolare
quello cinese), ma finché i tassi rimangono bassi e finché le banche centrali
lo sostengono possiamo non farci troppo caso. Fallisce Puerto Rico? E chi ha
mai pensato che non sarebbe fallito un debitore che ha sempre venduto tutta la
carta che voleva, fino ai limiti del ridicolo, per il solo fatto che era
fiscalmente esente? È il secondo segnale, dopo Detroit, del marcio che dilaga
in buona parte del debito locale americano? Fa niente, finché scoppia un
bubbone all’anno lo possiamo assorbire senza problemi.
Kim? Fa salire i titoli legati alla difesa. La Catalogna ? Tiene basso
l’euro e quindi fa salire la borsa. Il populista Babis sta per salire al potere
a Praga e per allearsi con Budapest e Varsavia contro Berlino, Parigi e
Bruxelles? Problema locale. L’Europa francotedesca comincia a somigliare a
quell’impero austroungarico in cui tutti dicevano di volersi bene salvo poi
scoprire alla fine che tutti si detestavano? Fa niente, finché ci sono i soldi
di mezzo e uscire dall’euro fa diventare poveri tutti resteranno insieme.
Attenzione, però. L’equilibrio attuale è perfetto e potrebbe
anche essere duraturo, sulla carta, se non fosse che questi allineamenti, in
particolare quello tra crescita e inflazione, sono storicamente difficili da
mantenere a lungo.
Pensiamo alla Fed. Trump ha tre possibilità. Lasciarla come
è oggi, confermando la
Yellen. Renderla più aggressiva, scegliendo Warsh o Taylor.
Renderla più morbida, nominando Powell o addirittura, come dice Gundlach,
l’ultracolomba Kashkari.
Una Fed più aggressiva alzerebbe i tassi fino a provocare
inevitabilmente, se non una recessione, un rallentamento della crescita. Una
Fed più morbida lascerebbe salire l’inflazione fino a mettere in imbarazzo la
parte lunga della curva e i multipli di borsa. Una Fed confermata cercherebbe
di stare in equilibrio, ma si troverebbe a fare i conti con una bolla azionaria
e con il suo inevitabile scoppio.
Quando una cosa è (o appare) perfetta, prima o poi arriva
sempre qualcuno che la vuole rendere ancora più perfetta. Negli anni Sessanta
tutto sembrava perfetto. C’era crescita, molta più di oggi, e piena
occupazione. A qualcuno venne in mente che, con un po’ più di spesa pubblica,
ci sarebbe stata ancora più crescita. Ci fu invece più inflazione.
Oggi Trump
morde il freno. Vuole più crescita e più occupazione. Avrà alla fine, quasi
sicuramente, una riforma fiscale espansiva ma non è da escludere che vorrà
lasciare un segno ancora più forte nella storia con una Fed anch’essa più
espansiva.
Se così sarà, anche le altre banche centrali si dovranno
adeguare, pena una rivalutazione eccessiva delle loro monete.
Il 2018 sarà
allora un anno turbo ma anche un anno in cui si andrà a vedere davvero se
l’inflazione è morta, come si usa dire oggi, o se, a furia di stuzzicarla, è
pronta a tornare tra noi.
Test di questo tipo vanno magari a finire bene, ma
danno comunque momenti di volatilità e paura.
Godiamoci il presente (sempre con moderazione, come avrebbe
detto Epicuro) e restiamo investiti finché la riforma fiscale è una speranza su
cui sognare e non una realtà che avrà comunque i suoi limiti e non ci aprirà le
porte del paradiso. Prepariamoci ad alleggerire perché il mondo l’anno
prossimo, anche nel migliore dei casi, sarà più instabile. Quanto al lungo
termine, ignoramus et ignorabimus. Quanta inflazione ci sarà nel 2100, quando i
nostri bond centenari avranno ancora 17 anni di vita residua? Ce ne sarà poca
perché la tecnologia avrà dispiegato nel frattempo tutto il suo impatto
deflazionistico o ce ne sarà di più perché (come dice una recente analisi del
Fondo Monetario) l’invecchiamento della popolazione, dopo due-tre decenni di
disinflazione, comincia a provocare inflazione? Quando la Cina , nel 2100, avrà 400
milioni di persone in meno nella sua forza lavoro, dovrà pagare stipendi più
alti o penseranno a tutto i robot?
Cerchiamo insomma di riflettere sul fatto che alla fine
della luce, per abbagliante che sia, c’è sempre un tunnel in cui bisogna
infilarsi. Che sia confortevole come il nuovo Basistunnel del Gottardo o
stretto e tortuoso come quello costruito dai nostri bisnonni lo vedremo a suo
tempo. Fra due-tre settimane, il tempo che Trump si è riservato per decidere
della nuova Fed, ne sapremo di più.
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