martedì 31 luglio 2018

CALCIO : PENSIERI D'ESTATE

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Il calcio mercato è divertentissimo, e non ho dubbi che i cd. giornali sportivi vendano più in questi due mesi che in tutto l'anno. Vuoi mettere vendere sogni che doversi confrontare con la spesso dura realtà ? 
Certo quest'anno la juve, col colpo monstre di Ronaldo, ha un po' smorzato gli entusiasmi tipici di questo periodo. A Roma per esempio si scherza, più o meno faceti, sullo sfumare dell'unico titolo certo da oltre 15 anni a questa parte, che era appunto lo scudetto agostano, assegnato de plano alla Maggica.
Però in compenso c'è l'elettricità diffusa da un arrivo così eccezionale nel campionato italiano, con tutti gli stadi che si riempiranno per vedere il Fenomeno.
Sicuramente è la novità più clamorosa, e non a caso ha occupato le prime pagine dei giornali del mondo, non solo italiani.
Però, o forse anche grazie a questo colpo bianconero, il prossimo si annuncia un campionato più ricco.

Il Napoli al momento francamente non lo vedo più forte , però è arrivato il mio allenatore preferito, Carletto Ancelotti, la cui bravura e simpatia potrebbero fare pregio sulla sciattezza arrogante del presidente azzurro. 

L'Inter, se, come sembra, prende anche Vidal, ha sulla carta un centrocampo di una fisicità pazzesca, con Brozovic, il cileno e Naingoolan, preso dalla Roma. Certo, potrebbe essere che, causa squalifiche, non giochino spessissimo tutti e tre insieme, però sono veramente forti. Dietro hanno preso De Vrej, bravo, e davanti confermati Icardi e Perisic, che il mondiale ha confermato giocatore di classe superiore.
Insomma, l'Inter c'è, e Spalletti non è simpatico ma capace, parecchio, sì.
La Roma ha ceduto Nainngolan, uno forte, e Allison, che l'anno scorso è stato il miglior portiere della serie A. Partenze importanti. Però ci sono molti arrivi di giovani interessanti (Cristante, Coric, Kluivert), Schick potrebbe dimostrare di non essere una sòla (io penso che sia bravo) e se arriveranno N'Zonzi e Suso la vedo competiva.

Venendo alla mia Juve, ovvio che l'arrivo di Ronaldo spariglia tutto e condiziona ogni valutazione.
Però un giocatore, per quanto forte, non vince da solo (forse solo Maradona, nella mia vita di osservatore di calcio, ho visto rendere vincenti squadre buone ma non superiori). 
Nella Juve ogni anno vanno via in diversi, e quest'anno è partito Buffon (che merita un discorso a parte), e potrebbero andarsene Higuain (qui siamo alla certezza, essendo impensabile la convivenza con CR7) , Rugani ( in effetti 50 e passa milioni per un difensore non ancora affermato sono tanti) , Caldara (appena arrivato, ma anche qui i soldi potrebbero essere tanti e tentatori), Benatia, Alex Sandro e purtroppo anche Pjianic.
Quest'ultimo spero che resti, pare che Allegri abbia posto il veto e spero sia vero. Però, si sa, alla Juve non ci sono incedibili e al prezzo "giusto" avremmo ceduto anche il miglior Del Piero.
Si parla di un ritorno di Bonucci, e i tifosi più autentici rumoreggiano, non volendo riaccogliere il "traditore". 
Francamente sono un estimatore di Leo. Alla Juve ha fatto bene, è stato un professionista serio, ha avuto un brutto, pesante screzio con l'allenatore. Di qui, la frattura della scorsa stagione.
Certo, è andato al Milan, ha fatto dichiarazioni melense per accattivarsi i nuovi tifosi, ha accettato la fascia di capitano (del tutto fuori posto, per uno appena arrivato e poi dalla Juve...), però non l'ho mai sentito parlare male della Juve e tantomeno del suo vecchio pubblico.
Ha esultato dopo il gol fatto ai bianconeri ?  E quando sono ipocriti quelli che non lo fanno ?
Senza contare che Baggio il primo anno si rifiutò di battere un rigore contro la Fiorentina e poi divenne l'idolo della curva (e ci mancava il contrario, fenomeno com'era !) .
Insomma, ben venga il ritorno di Leo, ma non lo scambio con Caldara ! Già va via Rugani, 25 anni, nazionale italiano, pure quest'altro, 24enne,  ? Con una difesa che pecca per anzianità ??
Non parliamo poi di Pjianic, che in quel ruolo oggi che non ci sono più Pirlo, Xavi, Iniesta, probabilmente è secondo solo a Modric . 
Se lo cedessimo coi soldi prenderemmo Rabiot ? Kanté ? Milinkovic Savic ? tornerebbe Pogba ?.
Non è detto e comunque resterebbe che in mezzo al campo non avremmo un uomo d'ordine capace di illuminare (Betancourt per esempio sembra un buon geometra, ma a lanci ed assist non mi pare grandemente attrezzato, Emre Can non lo conosco ma mi dà l'idea di un Kedira più giovane e più sano, non un regista). 
Diciamo che se restassimo così, con le sole cessioni di Higuain ed UNO tra Rugani e Caldara, e l'arrivo di Cancelo (l'anno scorso ha fatto molto bene all'Inter) Emre Can (lo abbiamo voluto a tutti i costi, un motivo ci sarà, spero...) e, naturalmente, il "divino" CR7, sarei contento (ancorché un po' di preoccupazione, per la compatibilità di un fenomeno del genere con la realtà meno fastosa di Torino e dell'Italia odierna, ce l'ho). 

Due righe su Buffon.  Sono rimasto sorpreso della sua decisione di non smettere, a 40 anni suonati, e di andare al PSG.
Voglia di Champions, si legge, ma non credo che i francesi abbiano più chance della Juve, sono lì, in seconda fascia, a ridosso delle solite tre (Real, Barca e Bayern, nell'ordine), quindi ?
Allora ho pensato che alla Juve Gigi non fosse più sicuro di essere titolare (a Scezsny era stato chiesto di pazientare un anno, da secondo, non due) e preferisse smettere, quando il PSG gli ha offerto la possibilità di restare in vetrina ad alto livello. 
Oggi però leggo che l'allenatore del PSG non ha gerarchie, Buffon è uno dei tre (manco due !) portieri titolari, e deciderà in base alla condizione di forma...
Buffon ha fatto sapere che lui non ha mai preteso garanzie sul posto di numero 1 e chissà se è vero..., ma certo non mi pare la sua, in questi termini, a 40 anni, una gran scelta.
In realtà, da tempo, con tutta la gratitudine che ho per un atleta che all'apice della carriera, della fama e del successo (neo campione del mondo,unanimemente considerato il più forte nel ruolo ), scelse di scendere in B con la Juve , penso che Buffon sia un uomo fragile, fin troppo semplice (lo dimostrano retorica basica del suo linguaggio e la lacrima facile nelle sconfitte) che avrà grandi problemi ad adattarsi alla vita lontana dal verde dei campi e dalla luce dei riflettori.
Se questa mia previsione si rivelasse azzeccata, spero che la D'Amico, che mi appare assai più strutturata, non lo molli e lo sappia supportare.
Per ora, non lo segue a Parigi...

lunedì 30 luglio 2018

CINA THE FIRST ? FORSE ANCORA NO. E MAGARI TRUMP LO RIELEGGONO PURE...

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Trump è matto, e l'America in inarrestabile declino. La seconda cosa si legge da decenni, la prima è inevitabilmente più recente, essendo l'uomo stato eletto solo un paio d'anni fa.
Il bravo Fugnoli ci spiega che forse queste certezze diffuse non sono esattamente tali, più spesso percezioni piuttosto distanti dalla realtà. 
Nella sua consueta, gustosissima prefazione di un post centrato sul confronto America - Cina (dove la percezione diffusa è che la seconda sta sopravanzando gli USA , la realtà mostra come ancora si guadagni di più, e parecchio, ad investire nella prima piuttosto che nella seconda) , ci sono due considerazioni da stralciare e conservare con cura :

1) la superficialità e stupidità di tanti  (suoi) contemporanei superinformati e sottoacculturati. 

2) il chiacchiericco pretenzioso e approssimativo , ottima rappresentazione del pensiero non alto, bensì delle credenze diffuse 

Non vi viene in mente proprio nessuno ? 
Sono certo di sì

Buona Lettura 




PERCEZIONI E REALTA’


Dieci anni di spettacolare outperformance dell’America

di Alessandro FUGNOLI  

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Negli ultimi anni della sua vita, tra il 1870 e il 1880, Gustave Flaubert lavorò al Dictionnaire des idées reçues, un dizionario dei luoghi comuni che completava il Bouvard et Pécuchet, a sua volta studio tragicomico della superficialità e stupidità di tanti suoi contemporanei superinformati e sottoacculturati. Flaubert era affascinato e ossessionato dal chiacchiericcio pretenzioso e approssimativo e la sua perversione lo portò a leggere avidamente 1500 libri a suo stesso dire insulsi e insignificanti per riuscire a immergersi in quel modo di pensare. In questo senso Flaubert può ben essere considerato un anticipatore dell’histoire des mentalités proposta dalla scuola storiografica delle Annales. Non una storia del pensiero alto, ma un’analisi delle credenze diffuse.
Non c’è dubbio che tra le idee fatte dei nostri giorni cui Flaubert dedicherebbe attenzione c’è quella per cui la Cina ha già vinto (o è a un passo dal vincere). Ha già vinto nella tecnologia (5G, intelligenza artificiale, fintech), nell’economia (crescita doppia rispetto all’America e tripla rispetto all’Europa), nella politica (il modello neoconfuciano è più stabile ed efficace), nel soft power (la conquista dell’Africa, la nuova via della seta, l’unificazione dell’Eurasia) e nella capacità di visione strategica. Basta scorrere i siti internazionali di novità librarie e si noterà che non c’è un giorno in cui non esca un libro che ci spiega come la Cina sia il paese del futuro.
Altrettanto ampia, d’altra parte, è la bibliografia sul declino americano, sulla Finis Europae, su Silicon Valley che dorme sugli allori e non inventa più niente, sulla produttività in declino strutturale, su Trump che sfascia l’Occidente, sulle derive populiste (Is Democracy Dying? si chiede con angoscia la copertina di Foreign Affairs di giugno), sul debito che continua a crescere, sulle montanti malatttie dello spirito (xenofobia, nazionalismo,  atomizzazione) che spariscono miracolosamente dall’orizzonte se si riprende a parlare di Cina.
Poi capita che, giusto per verificare, si vada a guardare come le grandi borse del mondo abbiano reagito in questi anni alla grande trasformazione in corso e ci si aspetta che, nella loro sapienza collettiva, i mercati non abbiano potuto che confermare e festeggiare il sorpasso cinese. E qui cominciano le sorprese.
Si va a confrontare la chiusura delle borse di un giorno qualunque come oggi con quella del 12 luglio 2015, tre anni fa. La borsa americana è cresciuta da allora del 32.1 per cento. Il Dax dell’Europa in brillante ripresa è salito di un quarto, il 7.8 per cento. L’indice della borsa di Shanghai è sceso dell’11.8 per cento. Chi avesse investito 100 su New York si ritroverebbe con 132.1, se l’avesse fatto su Shanghai avrebbe oggi 88.2, una differenza di 43.9 punti. Qualcuno dirà, sì, ma il cambio? Niente, il cambio peggiora solo le cose dal momento che il dollaro si è apprezzato del 7.9 per cento in questi tre anni rispetto al renminbi, innalzando l’outperformance dell’America sulla Cina al livello piuttosto impressionante di 51.8 punti.
Si dirà che non vale, nel 2015 la borsa cinese è andata in bolla e poi è crollata, un anno disordinato, insomma, e poco rappresentativo. Andiamo allora indietro non di tre ma di cinque anni, al 12 luglio 2013, una fase abbastanza tranquilla per tutti. Lo Standard and Poor’s chiuse a 1680, ora è a 2787, un aumento del 65.9 per cento. Il Dax è cresciuto nel frattempo del 51.7 e Shanghai del 37.3.
Bella forza, si obietterà, le borse occidentali hanno avuto un forte rimbalzo dopo il disastro del 2008-2009 e questo falsa il confronto con la Cina, che durante la Grande Recessione non subì danni. Andiamo allora indietro di 10 anni, al 12 luglio 2008, giusto qualche settimana prima del crollo. Bene, da quel giorno fino a oggi Shanghai è salita dell’1.2 per cento, il Dax del 93.9 e New York del 121.2 per cento, esattamente cento volte di più della Cina (il cambio tra dollaro e renminbi era praticamente lo stesso di oggi).
Va bene, dirà ancora qualcuno, ma solo i pigri (e quelli che volevano evitare le commissioni di gestione) che hanno comprato gli Etf cinesi agganciati all’indice sono rimasti al palo. I fondi attivi, concentrandosi sui titoli cinesi legati ai consumi interni ed evitando i grandi carrozzoni a partecipazione pubblica, hanno dato buoni risultati, a volte ottimi. È vero, ma è un altro discorso.
Se consideriamo le borse come rappresentative delle economie sottostanti è più che giusto, in Cina, includere le società a partecipazione pubblica, un  ampio settore dell’economia cinese che in questi anni ha continuato e continua tuttora a distruggere valore.
In pratica possiamo dire che la Cina ha oggi un’economia di dimensioni quasi triple rispetto a dieci anni fa (13 trilioni di dollari contro i 4.6 del 2007), ma la sua capitalizzazione di borsa (funzione della sua redditività di sistema) è rimasta invariata.
Alcuni traggono da questo l’idea di comprare oggi la Cina e vendere un’America sopravvalutata e a fine ciclo. Può essere, ma ricordiamoci del Giappone, un altro paese che a metà degli anni Ottanta veniva considerato il futuro padrone del mondo e un’altra borsa che per i due decenni successivi continuò a deludere.
La Cina ha imparato molte cose dal Giappone e ha finora evitato errori strategici che il Giappone commise, come il permettere bolle finanziarie e immobiliari prolungate, l’accumulare eccessivi surplus commerciali e il tollerare livelli di cambio disallineati con i fondamentali.
La Cina rischia oggi però di ripetere un altro errore giapponese, quello di sentirsi ormai superiore su tutti i piani rispetto all’America e, di conseguenza, di sottovalutarla. Come nota il sinologo Christopher Balding su Bloomberg, con la sua azione Trump sta prendendo a cannonate le fondamenta del modello economico della Cina, privandola di esportazioni e quindi di dollari. Certo, in teoria la Cina potrebbe rispondere svalutando (un po’ l’ha già fatto), ma andare oltre un certo limite significherebbe entrare in guerra non solo con l’America ma anche con l’Europa e, cosa ancora più pericolosa, rischierebbe di rimettere in moto su larga scala la fuga di capitali che abbiamo visto nel 2015 e che è costata un trilione di dollari di riserve (mai più recuperate) in poche settimane.
È per questo che, dietro la facciata compattamente nazionalista, cresce la pressione interna per trattare con l’America. È lo stesso fenomeno che abbiamo cominciato a vedere in Europa sulle auto. Se Europa (prima) e Cina (dopo) accetteranno di rendere più equilibrati i commerci Trump passerà alla storia non come un pr o t e z i oni s t a ma c ome un globalizzatore di nuova generazione. Con meno disavanzo americano, in compenso, il mondo avrà meno dollari e questo rischierà di aggravare la riduzione della liquidità globale di cui già stiamo avvertendo i primi segnali.

Nei prossimi mesi i mercati globali saranno ancora sostenuti dagli utili americani. Al netto delle guerre commerciali la borsa americana rimarrà la più solida. Solo se Europa e Cina andranno incontro all’America e faranno concessioni sui dazi le loro borse potranno fare meglio dell’America. Se prevarrà invece la linea del colpo su colpo altri danni saranno inevitabili.


PICCOLO RACCONTO DI MEZZA ESTATE

A volte degli amici - molto amici ...- mi hanno chiesto perché non mi cimento con un racconto, addirittura un romanzo. 
Spiego sempre che non ho quel respiro, e non sono un creativo. Mi piace osservare e raccontare, commentando. Ma la narrativa è altra cosa.
Alcuni insistono e il momento in cui smetterò di battere i marciapiedi dei palazzi di giustizia si sta - fortunatamente - avvicinando...chissà, potrei provare...

Allora tento un piccolo esperimento...di seguito propongo una brevissima storia, forse di fantasia, forse no, ma in questo caso sarebbe passato talmente tanto tempo che è come se lo fosse.
Se non vi è dispiaciuta, sarete carini a farmelo sapere in qualche modo...


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Sei concentrato, teso, di una tensione giusta, che conosci. 
La tensione dei momenti importanti.. 
L’hai atteso tanto questo momento e adesso sta per accadere. Vedrai Giulia ed entrerai dentro di lei.
Questo vuoi, ad ogni costo, come non ti era mai accaduto prima, perché mai prima un momento così è stato a lungo pensato e desiderato senza poter essere realizzato.
Non la ricordi Giulia, se non vagamente. Sono passati più di cinque mesi da quel giorno di giugno e Giulia l’hai vista in tutto tre volte !  Non c’è niente di normale, di ordinario in tutto questo ma non ha importanza.  Il cuore voleva evidentemente certe emozioni e la mente , aiutata da tante particolari circostanze, gliele ha date.
Ora però l’incontro di anime si deve completare, a costo di rompere i sogni.
Sei arrivato in anticipo, aspetti, ma non con ansia. Sei deciso, quella bella sensazione che conosci, che sai di avere nei momenti importanti. Non sempre purtroppo, però sai che può essere nelle tue corde.
Giulia arriva, su una polo argentata, contromano…
La vedi e non la riconosci. Anche lei non ti riconosce , ma ci sei solo tu nel piazzale e quindi lei sa che devi essere tu, e ti sorride imbarazzata ed emozionata. Chissà che avrà provato vedendoti. La  sensazione primordiale, a pelle, come si dice, prima che la sua mente – fervida, meravigliosa e pericolosissima - si metta in moto…
La tua è che Giulia è affascinante  e quando apri lo sportello e vedi il suo sorriso, bello , luminoso anche se non d’amore, pensi : si,  vorrei questa donna al mio fianco. E’ un pensiero immediato, la risposta ad una domanda venuta chissà da dove perché non è questo che a livello conscio ti eri chiesto fino a quel momento. Ed invece è la prima sensazione che hai.
Entri in macchina, lei è emozionata e vuole comunicarti la sua emozione. Tu no. Tu senti solo che sei stranamente contento e sicuro. Non di lei, di te.
L’albergo è vicino. Per fortuna è bello ( avevi terrore di un albergo squallidino, triste) , non caldo ma elegante. Nessun problema alla reception. Giulia ha già pagato il conto, ti dispiace, non doveva, sei tu l’uomo, il cavaliere, ma dentro sei contento : anche Giulia ha voluto quel momento e l’ha costruito con te e anche più di te.
L’ha costruito, più di te… MA tu l’hai voluto più di lei e tutta la giornata lo dimostrerà.
Saliamo in stanza, Giulia è sempre emozionata, ha sete, le mani le tremano. Tu la guardi e ti riempi gli occhi di lei : elegante, bel vestito, bel trucco, belle scarpe…
Finalmente l’abbracci, è la prima volta ed è bello. Lei aderisce a te, si fa sentire e tu senti il desiderio che sale. Fino a quel momento erano solo gli occhi, finalmente è arrivato anche lui…
Si spoglia, rimane in intimo e calze. Il corpo di Giulia è bello ed inaspettato. E’ magra, come ti diceva, ed in effetti si intuisce che nel suo peso ideale Giulia sia ancora più bella, fiorente. MA tu noti cose che non avevi visto : le gambe, belle, lunge, modellate. Non le pensavi così, non ricordavi una Giulia alta. Ti spogli , ti avvicini, cominci a baciarla, ma i suoi baci sono timidi, frenati. Le sfiori il corpo con le labbra ma capisci subito che non puoi rimandare la cosa che veramente vuoi, la cosa che – insieme all’altra – ti ha portato li : entrare dentro di lei, sentire lei e sentirti unito a lei. E quindi lo fai.
Ci sono poche cose belle come unirsi ad una donna che senti…Sei stato con diverse donne ormai, non tantissime , non sei un play boy, ma comunque le fidanzate non sono state le uniche…la differenza la sai e con Giulia la rivivi.
Non è sesso, Non c’entra nulla. MA non è nemmeno amore, non ancora .
Ed infatti non fate l’amore : Giulia paga la sua promessa e tu prendi il tuo dono.
Tutto.
Non lasci niente, prepotente nella tua dolcezza.
Prendi, e Giulia dà.
In una sorta di sacrificio pagano, Giulia paga le emozioni belle e travolgenti di mesi passati a sognare ed immaginare. Giulia è la sacerdotessa sacrificata, Marco è il Dio che riceve il dono.
Bello, bellissimo, e non importa se oggi l’amore non c’è. Lo cerchi negli occhi di Giulia, lo chiedi alle sue labbra e lei recita la sua preghiera, splendida sacerdotessa addestrata al rito. Non lo trovi.  MA stavolta Dio è buono con te e non ti ruba le emozioni bellissime che i tuoi sensi, tutti , stanno vivendo. Gli occhi, le mani, i sapori, gli odori…
Tutto.
Non hai nemmeno bisogno di finire, ma Giulia questo lo chiede ed ha ragione lei : il rito deve concludersi … Ti vuoti in lei, in una sensazione di felice compimento. 
La tieni fra le braccia, la coccoli, la baci. Sei tenero e ci sei, ci sei ancora, anche senza di lui. Lei no. Giulia non c’è, non c’è mai stata del tutto. Si cerca, smarrita, e non si trova. Te ne accorgi, ma non dici nulla. Comunque sei contento di quei doni, sei grato alla tua sacerdotessa.
Se scoprirai che le tue peggiori paure si sono realizzate, se vedrai che il Marco reale ha irrimediabilmente (ecco, irrimediabilmente, è il termine giusto, perché che perdesse era inevitabile) perso il confronto con il Marco ideale, sarà brutto e doloroso.
MA questo non accadrà oggi.
Ti accompagna all’aeroporto, è triste. Tu no. Malinconico, certo, ma non triste, sei troppo contento dei tuoi doni, del tuo cerchio perfetto.
Domani  ti chiederai se c’è ancora una linea, ma oggi era importante chiudere una storia iniziata cinque mesi fa. La vita è fatta di tappe, questa era una e per te il traguardo è stato bellissimo.
Nel parcheggio dell’aeroporto lei ti cerca, cerca i tuoi baci , le tue carezze, si fa ancora esplorare…LA sensazione è sempre quella di una Giulia che cerca se stessa, i suoi sogni, la corrispondenza tra sogno e realtà. Fa tenerezza Giulia.
E qui sta l’altra cosa che ti ha portato li : la voglia di verità.
Ricordi una leggenda che ti aveva commosso da ragazzo.
Un bambino, di stirpe regale , viene rinchiuso dall’usurpatore del regno dentro una botte e gettato in mare. La botte è grande per il bambino piccolo ma lui, naturalmente, cresce e per non rompere la botte e rischiare di affogare inizia a rannicchiarsi. Arriva un momento che solo tutto raccolto , piegato, costretto, riesce a stare dentro la botte. Può scegliere. Ormai è cresciuto, se resta raggomitolato la botte non si romperà e lui continuerà a vivere. Se si alza, la botte si romperà e lui quasi certamente affogherà.
Il principe si alzò.
Nel venire da te, nel farmi vedere per quello che sono e che tu avevi dimenticato e ricostruito nella tua mente, io mi sono voluto alzare , rompendo la botte dei tuoi sogni.
Nuoterò e forse non affogherò. O forse si, e sarà doloroso.
Ma nella botte non volevo restare più.

venerdì 20 luglio 2018

RICOLFI : L'INSICUREZZA NON L'HA CREATA SALVINI



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Non solo Salvini. Le origini dell’insicurezza

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Fra le convinzioni più granitiche del mondo progressista vi è quella che la domanda di sicurezza, e la connessa paura dello straniero, siano l’amaro frutto della propaganda di destra, e in particolare della spregiudicatezza comunicativa di Matteo Salvini, sempre pronto ad amplificare qualsiasi episodio di violenza che veda come vittima un italiano e come autore uno straniero, specie se migrante, richiedente asilo o rifugiato.
A sostegno di questa tesi vengono citati, quasi sempre, i dati sull’andamento dei delitti, un po’ vecchiotti (fermi al 2016) ma piuttosto univoci: in era renziana i delitti totali, compresi quelli di maggiore allarme sociale come omicidi, furti, violenze sessuali, mostrano una netta tendenza alla diminuzione. Se i delitti calano, come spiegare il crescente senso di insicurezza degli italiani, nonché la conseguente impetuosa crescita della domanda di sicurezza, se non come il risultato di una manipolazione dell’opinione pubblica, scientemente aizzata ad avere paura?
Questa lettura di quel che è successo non è insensata, o puramente autoconsolatoria. Penso anch’io che, senza l’azione combinata della politica e dei media, il senso di insicurezza degli italiani non sarebbe aumentato tanto quanto è aumentato in questi ultimi anni. E tuttavia credo che, da sola, quella spiegazione non funzioni. Quando si parla di insicurezza, e si imputa la sua crescita essenzialmente agli “imprenditori della paura”, a mio parere si dimenticano due importantissimi fattori che, in questi anni, hanno contribuito non poco ad alimentare insicurezza e domanda di protezione.
Per illustrare il primo fattore riporto qualche passaggio di una mail, alquanto cruda, che ho ricevuto qualche tempo fa da un giovane studioso italiano che ha avuto la ventura di entrare per la prima volta negli Stati Uniti per un convegno. Parlando degli “sbarchi via aereo”, comincia con il farmi notare la ingombrante burocrazia dei visti d’ingresso, le domande cui tutti – bianchi e non bianchi – devono rispondere (tipo: cosa vieni a fare? quando te ne vai? a che indirizzo pernotti? quanti soldi hai?). Per poi concludere: “la mera esistenza di questa procedura di selezione degli ingressi (che fa anche un po’ paura, ci sono stemmi della polizia intimidatori ecc.) dà l’impressione che per lo meno gli USA cercano di proteggere i loro cittadini, mentre in Italia questo è l’ultimo dei problemi. C’è anche questo modo di vederla: se gli accessi fossero regolati e avessero un aspetto meno selvaggio di un barcone pieno di africani, i cittadini italiani avrebbero forse più l’impressione che allo Stato importa qualcosa di loro, cosa di cui l’americano medio non dubita”.
Naturalmente so bene che le situazioni dell’Italia e degli Stati Uniti sono molto diverse, anzi speculari (là il problema è la frontiera con il Messico, qui è il Mediterraneo), però la domanda fondamentale resta la stessa: in questi anni i nostri governi hanno dato l’impressione che allo Stato interessasse proteggere i propri cittadini filtrando rigorosamente gli ingressi?
La risposta è: assolutamente no. 
Per anni il messaggio è stato esattamente quello contrario: non dovete preoccuparvi, e se lo fate è perché siete preda di paure irrazionali; la nostra missione, e quindi la nostra priorità, è salvare vite umane. C’è voluto l’approssimarsi delle elezioni, e l’avvento di Minniti, per cambiare registro, ma era troppo tardi, e comunque non poteva bastare. Perché la gente non si basa sulle statistiche, ma su quel che vede: 100 mila ingressi regolari e controllati creano meno inquietudine di un solo barcone con 100 migranti che non si potranno mai respingere, anche quando risultasse che non hanno diritto ad alcuna forma di protezione. E dire che, anche a sinistra, qualcuno aveva provato a dirlo, che non c’è dialogo senza sicurezza: “la sensazione di sicurezza da entrambi i lati della barricata è una condizione essenziale per il dialogo fra le culture” scriveva Zygmunt Bauman nel 2011, giusto prima dell’inizio delle primavere arabe (Per tutti i gusti, Laterza 2011).
La rinuncia di chi ha il dovere di proteggere a prendere sul serio il proprio ruolo non è però l’unico fattore che ha fatto lievitare il senso di insicurezza. Ce n’ è anche un altro, molto più subdolo e sottile. Anche in questo caso preferisco spiegarmi con un esempio: qualche giorno fa, guardando un telegiornale, apprendo che, in vista di qualche giornata un po’ calda, le autorità stanno predisponendo una gigantesca campagna di sorveglianza e protezione denominata “estate sicura”, come se un gravissimo pericolo incombesse sulle nostre vite. Lungi da me criticare una simile lodevole iniziativa, ma non posso non notare che una campagna simile era inconcepibile anche solo un paio di decenni fa, e che sono ormai centinaia le iniziative, le pubblicità, gli eventi nei quali siamo implacabilmente avvertiti dei pericoli che corriamo, nonché dei rimedi che, per lo più a pagamento, sono a nostra disposizione purché prendiamo atto della nostra vulnerabilità. Non so se lo avete notato, ma è da anni e anni che sia la pubblicità commerciale, sia la pubblicità progresso, ci terrorizzano con quello che ci potrebbe succedere se non stiamo attenti alla placca dentaria, se non stipuliamo un’assicurazione, se non installiamo impianti di allarme nella nostra casa, se non disinfettiamo la stanza in cui gioca il bambino, se non ci sottoponiamo a controlli medici periodici, se non ci vacciniamo contro l’influenza, se non portiamo il cane e il gatto dal veterinario, se non mettiamo la mascherina anti-smog, se non scegliamo un’auto con 9 airbag (salvo aggiungere: “ma gli airbag non bastano più”, e giù dispositivi elettronici che ci avvertono di tutto e ci proteggono in ogni situazione). E questo martellamento, come stanno documentando molti studi di psicologia (specie negli Stati Uniti), non sta solo impaurendo le generazioni più anziane, ma sta forgiando una generazione di ragazzi sempre più insicura, intimorita, iperprotetta, e proprio per questo non attrezzata ad affrontare le difficoltà della vita adulta. Già una quindicina di anni fa, parlando dell’evoluzione della società americana, Hara Estroff Marano ebbe a coniare l’espressione Nation of Wimps (una “nazione di schiappe”), mentre un’altra psicologa, Jean Twenge, da poco ha pubblicato un libro (iGen, in italiano Iperconnessi, Einaudi 2018) nel cui sottotitolo i ragazzi della generazione internet sono descritti come “del tutto impreparati a diventare adulti”, proprio per l’eccesso di attenzioni protettive da parte di genitori e docenti.
E’ il progresso, ovviamente. Come si fa a non compiacersi degli standard sempre più elevati di sicurezza? Tuttavia forse sfugge l’altra faccia della medaglia: una società bombardata dall’imperativo della sicurezza, ossessivamente invitata a proteggersi da ogni sorta di minaccia, non diventa soggettivamente sempre più sicura, bensì sempre più vigile, e inevitabilmente sempre più sensibile ai problemi della sicurezza. Avete notato quanto è aumentato l’uso, soprattutto nei media, di espressioni come “sicuro”, “sicurezza”? e l’uso ossessivo, nelle situazioni più disparate, dell’espressione “mettere in sicurezza”?
Il paradosso delle campagne per la sicurezza è che il loro effetto collaterale è di aumentare il sentimento di insicurezza. Ma tutto questo non può non avere effetti anche sul modo in cui viene percepito il problema dei migranti. Più una società è impegnata in una ricerca ossessiva della sicurezza, più è destinata a mal digerire qualsiasi evento che appaia fuori controllo.
E’ la dialettica della protezione. Nella società italiana la paura dello straniero è stata certamente alimentata dalle campagne politiche anti-sbarchi e anti-Ong, ma non possiamo dimenticare che il terreno della paura era stato scrupolosamente concimato da due meccanismi, per certi versi opposti, che con Salvini nulla hanno a che fare. Il primo si ha quando chi deve proteggerti (governo) cerca di convincerti che le tue preoccupazioni sono infondate. Il secondo si ha quando chi vuole offrirti un prodotto o un servizio (pubblicità) cerca di convincerti che ti devi preoccupare. Il cocktail fra questi due grandi meccanismi della psicologia sociale, entrambi assai rigogliosi negli anni della crisi, ha reso altamente infiammabili le anime dei cittadini: è forse per questo che è bastato Salvini a farle prendere fuoco.

L'ITALIA NON E' E NON SARA' MAI UN PAESE LIBERALE. AMEN

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Da quando è nato il blog, nell'ormai abbastanza lontano maggio del 2011, non era mai accaduto che per un intero mese non venisse postato alcunché. A dire il vero non era mai passata nemmeno una settimana.
Segnali di stanchezza ce ce sono stati molti, ultimamente, e ho provato anche a darmi e dare una spiegazione.
Ma un silenzio così fitto, assoluto, mai.
C'è qualche amico che mi sprona, e tra questi uno che mi ha dato anche un suggerimento che  proverò a seguire.
Negli ultimi anni, il Camerlengo ha preso la dimensione di una sorta di piccola rassegna stampa, di fatto suggerendo la lettura di editoriali ed opinioni di giornalisti ed esperti noti, introdotti da un più o meno articolata sintesi/commento.
Una formula che pare sia piaciuta, e che ha fatto sì che alcuni conoscessero opinionisti non presenti sui quotidiani in genere prescelti. Chi compra Repubblica, non sempre legge Panebianco e Della Loggia, figuriamoci Giacalone o Facci.
Ricolfi, attualmente il mio preferito, non ha mai scritto finora sui giornaloni di testa (lo seguo nel suo peregrinare, da La Stampa al Sole ora al Messaggero ), mentre Fugnoli è l'esperto di finanza che scrive sulla rubrica Rosso e Nero di Kaos, una pagina per "esperti"  gestita da gruppi di promozione finanziaria. 
Ecco, a molti questa cosa piaceva, per cui Andrea, l'amico di cui sopra, mi ha proposto di limitarmi, in questo perdurante periodo di stanchezza personale, a continuare a selezionare i contributi che comunque ritenevo più interessanti, senza introdurli.
Un modo per tenere in vita il Blog, in attesa di tempi migliori.
Proviamo.

Prima di lasciarvi al buon Ricolfi (non potevo non ricominciare da lui) , vorrei però dare conto di un ulteriore disagio che si è andato ad aggiungere all'inedia in passato descritta, e che era principalmente determinata da un senso di inanità. 
Questo disagio è dato dalla mia difficoltà ad interpretare il "nuovo" sopraggiunto in Italia.
Nato negli anni 60 del secolo scorso, sono figlio del dualismo sinistra-destra, liberalismo contrapposto al comunismo (prima) e socialismo poi (post disintegrazione dell'Unione Sovietica e crollo del muro di Berlino).  Queste contrapposizioni col tempo erano sempre più forzate, con grossi annacquamenti reciproci, e sopraggiungeva la crescente consapevolezza che se gli italiani non erano (per la maggioranza) di sinistra ( se ne doleva, con anche una certa fine ironia, un compianto e bravo giornalista-scrittore, Edmondo Berselli ) ancor meno potevano essere liberali.
Per gli italiani il libero mercato, la meritocrazia, la responsabilità individuale e personale, l'uomo che si fa da solo...., sono tutte scemenze. Certo, vogliono essere liberi di fare come gli pare, e mal sopportano uno stato etico (che piace invece ai sinistri) che li vorrebbe educare e dire loro cosa si deve fare e cosa no, però gli piace assai uno stato assistenziale,che fornisca tutto il possibile (e quindi non solo sanità, scuola, strade, infrastrutture varie, ma anche casa e lavoro ) e gratis.
Nei paesi dove questo avviene, o quasi (la solita Svezia, e i vicini paesi del nord Europa), tutti pagano fior di tasse, mentre da noi ovviamente no.
Oddio la tassazione è altissima, e c'è chi non può sfuggire, almeno non del tutto, ma le esenzioni e l'evasione sono altissime.
Ad ogni modo, sono convinto e rassegnato : l'Italia non è tante cose (da un po' va di moda dire che non è un paese per  giovani, e temo sia vero) e tra queste non è e non può essere un paese liberale.
Amen.
Ma siccome non può essere nemmeno un paese socialista, non del tutto, per lo spirito anarcoide (termine eufemista e nobilitante) dei suoi abitanti, ecco la terza via, sorta sulle ceneri del sogno europeista e del mondo senza confini.
Gli avversari indicano gli uomini nuovi come "barbari", e usano per individuarli termini dall'accezione dispregiativa : populisti, o sovranisti.
Io, ben vaccinato dal disprezzo pseudo intellettuale dei sinistri per la "destra", non farò lo stesso errore loro, e non riuscendo a comprendere chiaramente il loro disegno di società, mi fermo e osservo.
Certo, il vago sospetto che una strategia chiara, e soprattutto efficace, non ci sia proprio, in Di Maio e soci, ce l'ho.
Ma per il bene del ramo su cui siedo, spero di sbagliarmi.
AL momento non sembrerebbe, ma aspettiamo, è presto...




Parole di nebbia

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Sul piano dei contenuti, questo governo non somiglia granché a nessun governo del passato. I governi del passato, infatti, o guardavano a sinistra, o guardavano a destra, o si barcamenavano fra destra e sinistra, alla ricerca di un compromesso, di un punto di equilibrio. Ora no: a giudicare dai programmi e dai primi atti questo governo cerca di essere, al tempo stesso, molto di destra e molto di sinistra, a settimane alterne. Ora un colpo inferto ai migranti (blocco dei porti alle Ong), ora un colpo inferto alle imprese (decreto dignità). In attesa del colpo definitivo, quello ai conti dello Stato (flat tax e reddito di cittadinanza).
Se sul piano dei contenuti tutto è cambiato, sul piano del metodo, dello stile di governo, dei modi di comunicazione, la continuità con il passato è perfetta. Come i governi che l’hanno preceduto, anche l’esecutivo Conte non esita ad abusare dello strumento del decreto legge, contando sul fatto che la prassi ormai è quella, e nessuno può impedire a un governo di fare ciò che è sempre stato concesso ai governi precedenti. Il cosiddetto “decreto dignità”, ad esempio, viola due principi fondamentali, l’uno stabilito dalla Costituzione, l’altro dalla legge 400 del 1988. Secondo il primo lo strumento del decreto può essere utilizzato solo “in casi straordinari di necessità e urgenza”. Quanto al secondo, la legge stabilisce che “i decreti devono contenere misure di immediata applicazione e il loro contenuto deve essere specifico, omogeneo e corrispondente al titolo”. Basta dare una scorsa all’accozzaglia di materie di cui si occupano i 15 articoli del cosiddetto decreto dignità per rendersi conto che il loro contenuto non è omogeneo, e che per nessuna di esse sussistono condizioni di necessità e urgenza, tantomeno di “straordinaria” necessità e urgenza (a meno di considerare straordinariamente necessaria e urgente l’esigenza di Di Maio di recuperare consenso e togliere spazio a Salvini).
Quel che più mi colpisce, però, non è la somiglianza con il passato nell’abuso dei decreti legge; quel che mi colpisce è l’abuso manipolatorio delle parole, accuratamente scelte per indorare la pillola che viene somministrata ai cittadini, nascondendo la sostanza di cui è fatta. Faccio tre esempi.

Pensioni d’oro. Nell’immaginario collettivo una pensione d’oro è una pensione di importo altissimo, non giustificata dal lavoro e dai meriti del beneficiario, tipicamente percepita da un membro della “casta”. Nelle dichiarazioni dei Cinque Stelle, e nel discorso di insediamento del presidente Conte, il concetto è stato esteso a chiunque percepisca una pensione alta con una componente retributiva. Ma alta quanto? Ancora a giugno Di Maio e Conte assicuravano che il taglio dei compensi avrebbe riguardato solo le pensioni sopra i 5000 euro netti. Poi, qualche settimana fa si è cominciato a parlare di 4-5000 euro, senza specificare se netti o lordi. Negli ultimi giorni la soglia è scesa a 4000 euro. Così un provvedimento, più o meno condivisibile, che colpisce (retroattivamente) i ceti medio-alti, viene presentato come sacrosanto intervento contro gli ingiustificati e intollerabili privilegi della “casta”.

Decreto dignità. Se si vara un decreto “a tutela della dignità dei lavoratori e delle imprese” ci si aspetta che esso intervenga con urgenza per impedire violazioni della dignità di questi due soggetti. Ma se mi si parla di “dignità”, e per di più si aggiunge che l’intervento ha carattere di “straordinaria necessità e urgenza”, a me vengono in mente fenomeni come la richiesta del pizzo (che offende la dignità delle imprese), e il caporalato nelle campagne (che offende la dignità dei lavoratori). In questo secondo caso, data la stagione estiva, sussisterebbe anche il requisito di urgenza. Pensate che bello: dopo anni in cui tutti i governi hanno preferito chiudere un occhio, il governo giallo-verde decide di stroncare il caporalato, ispezionare i campi e le baraccopoli, garantire ai lavoratori (spesso immigrati dall’Africa, quasi sempre privi di contratto) condizioni di lavoro e di salario umane. E invece no: se andate a leggere il decreto dignità, in mezzo a un guazzabuglio di norme che con il lavoro nulla hanno a che fare, quel che trovate sono soprattutto norme che rendono un po’ più difficile e costoso per le imprese attivare alcuni tipi di contratto perfettamente regolari, e che certo non offendono la dignità del lavoratore.

Reddito di cittadinanza. Non sappiamo ancora che forma prenderà il reddito di cittadinanza, se e quando verrà varato. Ma già sappiamo, perché esistono progetti e disegni di legge, che non sarà un reddito di cittadinanza, ma una normalissima misura di reddito minimo per le famiglie povere. Per reddito di cittadinanza si intende un reddito dato a ogni individuo (anche ai ricchi) senza alcuna condizione. Per reddito minimo si intende un reddito dato esclusivamente alle famiglie povere, sotto condizioni stringenti: ricerca attiva di un lavoro, corsi di formazione, prestazioni di lavoro gratuite, disponibilità ad accettare offerte di lavoro. 
Le proposte dei Cinque stelle sono proposte di reddito minimo, camuffate da reddito di cittadinanza. 
La loro filosofia è molto simile a quella del reddito di inclusione varato dal Pd, con due sole differenze: tante nuove assunzioni nei centri per l’impiego, molti più soldi (se troveranno le coperture) ai beneficiari. Ed è curioso che il Pd continui a dire che reddito di cittadinanza significa “dare i soldi alla gente perché non lavori”, anziché andare a vedere che cosa effettivamente c’è scritto nei progetti del Movimento Cinque Stelle.
A che serve chiamare reddito di cittadinanza quello che ovunque, in Europa e nella letteratura scientifica, si chiama reddito minimo?
Dal punto di vista del Pd serve a differenziare il Pd stesso dai Cinque Stelle (noi vogliamo creare posti di lavoro, voi volete tenere la gente a casa). Dal punto di vista dei Cinque stelle serve a nascondere la sostanza economica della loro proposta, che peraltro è la medesima del reddito di inclusione del Pd: sussidiare il Mezzogiorno. Chiamandolo “reddito di cittadinanza” se ne sottolinea il carattere universalistico, di provvedimento equo in quanto rivolto a tutti i cittadini. Eppure i dati dicono chiaramente che, a parità di condizione economica, la possibilità di beneficiare di misure come il reddito di inclusione o il cosiddetto reddito di cittadinanza, sarà sensibilmente maggiore per un cittadino del Sud che per uno del Nord e, a parità di zona geografica, per un abitante di un piccolo comune che per uno di una grande città.
La ragione è assai semplice: nonostante il livello dei prezzi sia diversissimo da Nord a Sud, nonché fra grandi e piccoli centri, la soglia di accesso è definita in termini nominali anziché in termini reali. Così può accadere che, a parità di potere di acquisto, due famiglie siano l’una inclusa e l’altra esclusa solo a causa del luogo in cui risiedono (zona del paese, ma anche comune grande o piccolo). E infatti, secondo gli ultimi dati disponibili, il Nord ha il 37% dei poveri assoluti ma solo il 18% dei beneficiari (in gran parte immigrati). Il Centro ha il 15% dei poveri, ma solo il 12% dei beneficiari. Il Sud ha il 48% dei poveri ma il 70% dei beneficiari. Questo tipo di iniquità territoriale è il difetto comune di tutte le misure di sostegno delle famiglie povere, dalla social card di Tremonti al Sia di Letta, dal Rei di Renzi al cosiddetto reddito di cittadinanza di Di Maio (l’unica proposta che non ha questo difetto è il minimo vitale dell’Istituto Bruno Leoni, ovviamente ignorato dalla politica). Ed è anche uno dei più grandi errori delle politiche di sostegno alle zone svantaggiate del passato, che troppo spesso hanno preferito elargire sussidi impropri e dunque iniqui (qualcuno ricorda le false pensioni di invalidità?) piuttosto che fare investimenti e creare posti di lavoro.
Dunque: si parla di pensioni d’oro per non riconoscere che si tagliano le pensioni alte, si parla di dignità per non dire che si irrigidisce (un pochino) il mercato del lavoro, si parla di cittadinanza per nascondere i clamorosi squilibri nell’accesso al sussidio. Non è una novità: già nel 1981, parlando della comunicazione pubblica, Natalia Ginzburg denunciava con sgomento: “il fine è dare della nebbia, e ottenere, con la nebbia, rispetto e venerazione”. Sono passati quasi 40 anni, ma siamo sempre lì: le parole della politica sono solo nebbia che circonda le cose, le indora, o semplicemente le traveste, le maschera, le camuffa. Parole che, in ogni caso, non dicono la verità.


mercoledì 30 maggio 2018

A SERGE', MA CHE TE SEI OFFESO ??...

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La gente si è infiammata parecchio attorno a questo scontro tra Quirinale e i Legastellati, e i toni del confronto, anche tra amici, è pericolosamente teso. 
Avveniva anche ai tempi del cavaliere, tra berlusconiani e anti, ma allora il confronto era raro : i due mondi erano sostanzialmente divisi, non comunicavano tra loro di persona. Il contatto era virtuale, quasi mai fisico.
Nei salotti di sinistra e dintorni, la gente di destra non entrava e se lo faceva aveva la discrezione di tacere, per evitare casini (a casa d'altri, è buona regola rispettare le regole del bon ton e pazienza se questo scrupolo non se lo pongono i padroni di casa, come purtroppo avveniva non infrequentemente) , e viceversa.
Il risultato è che i due mondi non si capivano, e quando erano quelli di destra a prevalere (in 20 anni in realtà si sono alternati in modo paritario, ancorché le vittorie del Cav fossero più nette, quando si realizzavano, e infatti Prodi, pur vittorioso nel 1996 e nel 2006, ha avuto  legislature brevi )  gli altri si interrogavano, arrabbiati e angosciati, sulla disgrazia che gli era toccata di vivere in un paese siffatto.
Poco male, ripeto, perché i cenacoli erano tra consenzienti : tutti a darsi ragione (un po' scemi ? forse, ma poco dai...). 
Con i grillini è diverso, perché tanti di loro erano di sinistra, gente che ha votato i partiti variamente coniugati a gauche, e quindi il contatto può capitare, anzi capita.
E non è piacevole, perché i toni si scaldano subito (del resto, anche all'interno del pd, tra renziani e non, non è che sia un ballo di gala...). 
Personalmente, guardo alla cosa con uno strano distacco.
Sento che mi importa poco, eppure la situazione e grave, come la burrasca di borsa e spread sta lì a dimostrare. 
Mi interrogo sul perché e, al solito, la risposta non è univoca.
Sicuramente sono rassegnato, da liberale.
Il nostro non è stato, non è e non sarà mai un paese liberale. Non lo possiamo essere per motivi storici e sociali, oserei dire antropologici.
L' idea che lo Stato abbia un ruolo di divinità salvifica, che tutto deve prevedere e provvedere, è troppo radicata in Europa in generale e nei paesi meridionali in particolare.
Senso di responsabilità individuale, scarso, fiducia nel merito, meno ancora.
Di qui la lievitazione del welfare, dello stato assistenziale, del tutto gratis a tutti. Chi paga tutto questo ? ma lo Stato ovvio !! E con quali soldi ? E che ce frega, li trovi : facesse paga le tasse ai ricchi ( e quindi non a noi, e chissene se noi siamo il 90% della popolazione, ancorché la cosa dovrebbe far dubitare che una persona possa farsi carico del costo di altre nove...) , oppure se li fa prestare. E infatti lo Stato questo fa, e così facendo siamo arrivati ad avere un debito superiore di oltre il  30% dell'intero prodotto nazionale : 137%. 
La rivoluzione giallo verde cosa prevede al riguardo ? Ma più debito ovvio !! E con maggiore presenza dello Stato nell'economia e in generale nella vita dei sudditi, pardon, cittadini. 
Quindi, l'Italia non è un paese comunista, e meno male, ma non è e non sarà mai un paese decentemente liberale. Ormai lo so e amen.
Ovviamente la rassegnazione non è di grande stimolo a discutere, partecipare, commentare, e si vede dalla drastica riduzione della produzione del blog. Nessuno si inquieterà per questo, ancorché qualche amico lettore è stato carino dal comunicarmi il suo dispiacere. 

Altro motivo del disincanto è dato dal mio non commettere l'errore degli snob sinistroidi, che guardavano ai berlusconani come a dei minus habens. 
Non la penso come i grillini,  contesto le loro ricette, ma, come bene scrive il professor Panebianco nell'editoriale che segue, non penso siano degli alieni che vengano da Marte.
Io sorrido nel sentire loro rispondere, a chi contesta la dubbia competenza e preparazione dei loro rappresentanti politici, che "almeno sono onesti". Intanto, è da vedere - finché non hai potere, è facile esserlo...- e poi, crocianamente, non pongo l'onestà come requisito primario di una classe governante, bensì la capacità. 
Però il non pensarla come loro non me li fa vedere come dei matti, e non penso che l'Italia andrà in rovina per colpa loro.  Sono passati 8 anni quasi dalla invocata estromissione di Berlusconi da PAlazzo Chigi, il Male per antonomasia. 
In questi 8 anni ha governato prima Monti, coi famosi tecnici che avrebbero finalmente mostrato come si fa, e poi per 5 anni la sinistra targata PD.
Questi 8 anni hanno goduto di un elemento salvifico, vale a dire la presenza di Mario Draghi alla testa della BCE. Attraverso l'adozione del quantitative easing, e quindi di una politica monetaria espansiva quanto mai, l'Europa, e l'Italia in primis, è stata tenuta indenne da ogni speculazione, il denaro è costato pochissimo, i costi del debito ridotti anch'essi al minimo, spread ideale.
Bene, un lustro e mezzo di questo paradiso, il paese guidato "finalmente" da quelli responsabili e il debito pubblico è diminuito ? No, è aumentato ! Dal 120% è passato al 130.
Colpa della crisi, del minor pil, certo. Ma le famose riforme cui ci esortava il nostro benefattore (Draghi, solo lui) sono state fatte ? Qualcosa sì, ancorché contestatissima proprio a sinistra e , of course, dai grillini , come il Jobs Act, ma certo non abbastanza.  
In particolare, a livello di semplificazione burocratica, fiscale, riduzione degli sprechi, quanti progressi sono avvenuti ? 
E quindi, cosa rispondiamo, noi avversari degli ortotteri, alla loro obiezione : " i vostri sistemi non funzionano !! " ? 
Quando il sistema elargiva manciate di benessere, più o meno grande, a tutti, la convivenza era semplice.
Oggi i milioni di persone che vedono il lavoro che continua a languire, le garanzie pure, la convivenza non richiesta con stranieri indesiderati - che certo non vanno ad abitare a monte verde vecchio o al primo municipio, per parlare delle roccaforti isolate del voto perbenista piddino a Roma - , non è disponibile a ragionamenti centrati su progressi fondati su piccoli passi (il pil che cresce dell'1%), sulla promessa che l'Europa cambierà e diventerà più generosa (non è nemmeno probabile , e lo vedremo tra un anno, quando Draghi lascerà la BCE), per non parlare poi delle dissertazioni sui diritti civili : gay, ius soli...cose che vanno bene quando le cosa vanno bene. 

Il fronte cd. sovranista probabilmente non costituisce la maggioranza del paese (del Parlamento sì, che tra 5 Stelle Lega e anche FdI della Meloni stanno al 55%) , ma i non sovranisti sono belli sparpagliati, e indisponibili a costituire una Santa Alleanza anti "barbari".
La proposta del PD ? Scioglietevi tutti o comunque votate noi, voi elettori di Forza Italia, moderati di centro, liberali sconsolati, ma anche fuoriusciti di sinistra che vi opponete all'euroscetticismo....
Adesso avete capito perché Salvini è così convinto di vincere e di fare il pieno con un accordo di non belligeranza elettorale coi grillini ? 

Vista la capacità veramente magica degli attuali protagonisti di dire tutto e il contrario di tutto in poche ore, senza timore di pagare il minimo dazio ( c'è Mattia Feltri che su LA Stampa si affanna a registrare tutte le contraddizioni delle posizioni assunte dai politici, grillini in testa... fatica inutile di cui il giornalista è assolutamente consapevole) perché gli elettori non si spostano per simili "inezie", magari non si voterà.  Il Presidente Mattarella dimenticherà le reazioni scomposte, fino agli insulti, alla sua posizione sul professore Savona, Di Maio e Salvini dimenticheranno che o Savona o morte, e proporranno un nuovo nome - magari Corttarelli !!!! - che andrà bene e il governo del cambiamento prenderà il largo...
Fino al primo scoglio.
Certo, vorrei essere una mosca e volare al Quirinale : 
A Sergè, ma davvero te sei offeso ?  E nun fa il permaloso, firma qui, che Savona te lo abbiamo tolto...





I politici sovranisti non vengono da Marte

Non muterà presto la fisionomia assunta dalla politica italiana. Le nuove divisioni si incontrano con altre più antiche. Non si tratta di un fuoco di paglia

  di Angelo Panebianco

disegno di Conc

Tutto si svolge secondo copione: i «fautori del cambiamento» cercano di scaricare sul presidente della Repubblica le colpe di un fallimento che è soltanto loro. Una parte ampia del Paese tira un sospiro di sollievo pensando che stava per formarsi un governo il quale, probabilmente — grazie alle sue brillanti idee sulla finanza pubblica e sul che fare in Europa — sarebbe riuscito a distruggere i risparmi degli italiani nel giro di sei mesi. Ma il sollievo può essere solo momentaneo.

Non solo perché ci sarà da affrontare — a breve termine immaginiamo — un cruciale passaggio elettorale. Soprattutto perché, comunque vada a finire, un cambiamento irreversibile si è prodotto in Italia. Sbaglia chi crede, magari pensando alla vicenda del quasi governo Conte, che i partiti antisistema avranno un rapido declino. Poiché la storia non insegna mai niente ai più, è un fatto che in questo errore sono caduti in tanti, tutte le volte che un movimento anti establishment è entrato nell’area del potere: «Lo manovreremo come ci pare e, poi, quando non servirà più, lo getteremo via». In genere, chi ha pensato questo è stato manovrato e poi gettato via.
Non cambierà presto la fisionomia assunta dalla politica italiana. Dureranno le grandi divisioni che ora la attraversano. E dureranno i politici emergenti che le hanno cavalcate con successo.

Le nuove divisioni che hanno ridimensionato, o appannato, la tradizionale distinzione sinistra/destra (quella che un tempo, ad esempio, opponeva l’Ulivo prodiano al Polo delle libertà berlusconiano) hanno per oggetto le regole del gioco politico-istituzionale (quale sarà il «tasso di liberalismo» che conserverà la nostra democrazia?), la collocazione internazionale, l’immigrazione. Queste novelle divisioni, oltre a influenzarsi a vicenda, si incontrano con altre divisioni molto più antiche (come quella Nord/Sud) disseminando ovunque cariche esplosive.

Le forze emergenti sono culturalmente ostili alla democrazia rappresentativa (liberale). Oggi come in passato, quando si evoca la «democrazia diretta», si sta in realtà auspicando una qualche forma di Führerprinzip, di «principio della supremazia del capo». La polemica contro i «competenti» (come hanno osservato Alberto Alesina e Francesco Giavazzi su questo giornale), nonché la contrapposizione fra il popolo innocente e le élites criminali, sono aspetti di questa sindrome.

Il diffuso rigetto nei confronti della democrazia rappresentativa, delle sue regole, e delle istituzioni liberali che la sorreggono, è il frutto di una trentennale, martellante, propaganda che ha dipinto la politica rappresentativa come un verminaio, il concentrato di tutte le lordure e le brutture, e i suoi esponenti come gente per la quale vale l’inversione dell’onere della prova: è ciascuno di loro che deve dimostrare di non essere un corrotto. Il lavaggio del cervello a cui il «circo mediatico- giudiziario» ha sottoposto per decenni tanti italiani, ha funzionato. Complice la tradizionale debolezza della cultura liberale, molti si sono convinti che questo è, a causa della politica, il Paese più corrotto del mondo o giù di lì, e che bisogna innalzare (per ora solo metaforicamente; in seguito, si vedrà) la ghigliottina. È l’ostilità alla democrazia liberale che spiega i tentativi di «superare» la rappresentanza moderna (i rapporti fra la Casaleggio Associati e i parlamentari grillini richiederebbero più attenzione). Ed è sempre l’ostilità alla democrazia liberale e alle sue guarentigie a spiegare la furia giustizialista dei vincitori e del loro seguito. Pensate alla proposta di abolire la prescrizione nei reati. Neanche ai fascisti era mai venuto in mente di sottoporre tanti poveri disgraziati alla tortura di provvedimenti giudiziari senza data di scadenza.

La seconda divisione investe la collocazione internazionale dell’Italia. Sul versante dell’Europa come su quello dell’alleanza atlantica. Non è probabile che un governo grillo-leghista (o solo grillino o di centrodestra a dominanza leghista) che eventualmente si formi dopo le prossime elezioni decida formalmente di uscire dall’euro o dalla Nato ma certamente ci sarebbero azioni tese ad allentare il più possibile il legame fra l’Italia e i nostri tradizionali ancoraggi internazionali. Perché è quanto prescrive la visione «sovranista» dell’interesse nazionale. Una volta deciso — e fatto credere a tanti italiani — che i nostri mali siano stati causati dall’Europa non resta infatti che la strada della contrapposizione. E pazienza se la posizione negoziale italiana risulterebbe, al tavolo europeo, debolissima (Sergio Fabbrini, Sole 24 ore). Pazienza anche se in questo modo l’Italia non potrebbe avere voce in capitolo quando si trattasse di correggere tutto ciò che non va (ed è molto) nella costruzione europea.

Anche sul secondo versante, quello atlantico, si preannuncerebbero tempi duri. Forse la Nato ricorrerebbe a una qualche forma di cordone sanitario (Maurizio Molinari, La Stampa) in funzione anti italiana quando dovesse vedersela con l’orientamento filorusso (e antiatlantico nella sostanza anche se non nella forma) di un importante stato membro.

Da ultimo, l’immigrazione. Genera ovunque conflitti ma l’aggravamento di questa divisione è anche il frutto degli errori commessi dai governanti del passato. Soprattutto, da coloro che hanno confuso il messaggio cattolico sul dovere dell’accoglienza con i doveri di chi governa una democrazia, coloro che non hanno capito che la società aperta non si difende senza una seria e rigorosa politica dell’immigrazione. Gli stessi che, di fronte alla sfida islamica, hanno pensato che l’integrazione dei musulmani si favorisca venendo a patti con i fondamentalisti. Mentre richiede l’esatto contrario.

Forse gli uomini nuovi riusciranno a imporre, prima o poi, i cambiamenti che hanno in mente. O forse non ci riusciranno. Forse assisteremo alla riscossa (in forme oggi imprevedibili) di chi si oppone al disegno sovranista. In ogni caso, ci si tolga dalla testa l’idea che si tratti di un fuoco di paglia o di un acquazzone estivo. Non è l’invasione degli Hyksos (gente arrivata nell’antico Egitto da chissà dove). Li abbiamo allevati noi.

lunedì 28 maggio 2018

COSI' PARLO' MATTARELLA

Risultati immagini per salvini contro mattarella

Ero a cena con degli amici quando uno di loro mi dà la notizia : Conte aveva rinunciato all'incarico di Premier designato e il Presidente Mattarella aveva convocato per lunedì (oggi) al Quirinale Cottarelli, uno dei vari uomini che in Italia si sono cimentati, con risultati scarsini (non per colpa loro), della cd. spending review, vale a dire la razionalizzazione della spesa pubblica per ridurla evitando sprechi e cercando di ottimizzare risorse più ridotte. 
Un vero colpo di scena, ancorché si fosse visto che il nodo gordiano sul ministero del Tesoro si andasse stringendo sempre di più.
O Savona o morte, era la francamente poco comprensibile posizione di Salvini, coi grillini dietro più per necessità di alleanza che per convinzione.
Allora morte (del nascituro governo) ha risposto l'uomo del Colle.
Cosa accadrà ora, francamente è difficile da prevedere.  In teoria, si tornerà a votare.
Se è vero - io penso di sì, ancorché sia lecita la discussione sul tema - che il Presidente della Repubblica può rifiutarsi di avallare la scelta dei ministri indicati dal Premier designato (così come  può non accettare l'indicazione di quest'ultimo fatta dai partiti che pure soli prospettano una possibile maggioranza parlamentare), è sicuramente vero che lo stesso poi non possa non prendere atto che il Parlamento eletto non sia in grado di esprimere altre maggioranze di governo e di conseguenza scioglierlo indicendo nuove elezioni. 
Ma andrà così ? Veramente i grillini, dopo essere stati ad un passo dal loro primo governo, non tenteranno altre mosse ? Certo, oggi il forno del PD sembra chiuso e sprangato, ma di fronte alla concretissima ipotesi di un nuovo voto ? I democratici rischiano moltissimo con un voto ravvicinato, oltretutto in un momento in cui la guida del partito è in aperta discussione. Non comanda più renzino ma al suo posto non comanda nessuno... E le liste stavolta chi le fa ? 
Bel casino.
Altrove non stanno un granché meglio, tranne forse Salvini, l'unico confortato dai sondaggi di crescere comunque vada, specialmente a spese di Forza Italia.
Il mio amico - oltretutto affezionato lettore - di ieri sera mi riferiva di sondaggi su La 7 che darebbero in sensibile flessione anche i 5 Stelle, forse a causa della delusione degli elettori di non vederli in grado di essere autonomi, e quindi in ogni caso costretti, con questa legge elettorale, ad alleanze che parti diverse del loro elettorato vivono con forti mal di pancia ( entrambi i "forni" scontentavano molti).
Questo è vero, ma allo stesso tempo credo che molti di loro continueranno a pensare che i poteri forti, quelli legati ai mercati finanziari e al condizionamento eurogermanico, impediscano ai loro beniamini di cambiare le cose, e si ribelleranno continuando a sostenere la propria parte ad oltranza (lui lo vedo tra questi, per esempio).
Vedremo nei prossimi giorni, ma personalmente credo che i 5 Stelle non fletteranno. 
Comunque, del futuro, incerto quanto mai, ci occuperemo nei prossimi giorni.
Oggi mi soffermo sul duello rusticano che si è consumato per schierarmi a mia volta.
Non che lo debba fare necessariamente, anzi, penso che entrambe le parti in gioco abbiano le loro colpe, ma non di ugual misura.
 Leggendo il discorso di Mattarella, che di seguito trovate nella versione integrale, francamente ritengo che se arroganza ci sia stata, questa non veniva dal Quirinale.
Sappiamo benissimo che spesso in passato, specie nella seconda repubblica, i Premier abbiano accettato di fare compromessi e rinunciato a ministri che pure avevano scelto. Da ultimo, Renzi , con Gratteri ( il niet di Napolitano in questo caso fu tra le poche cose veramente buone del vecchio presidente) , e si sa bene che Berlusconi più volte si scontrò coi diversi inquilini del Colle, finendo sempre per accettare dei punti di caduta comuni. 
Salvini no, e questo nonostante l'alternativa fosse un leghista doc e attualmente importante come Giorgetti, il vice capo della Lega.
Incomprensibile, anche ai grillini che, complottisti per DNA, vedono, comprensibilmente, una strategia ben poco leale da parte del socio leghista. 
"Vuole tornare alle elezioni, Berlusconi l'ha convinto che stavolta il centro destra prenderà il 40% e a quella soglia, con le vittorie giuste nei collegi uninominali, avranno la maggioranza assoluta in Parlamento...".
Come tutte le dietrologie, è verosimile.
Ma perché rinunciare al certo - diventare ministro degli interni ADESSO, essere socio imprescindibile, ancorché col 18% dei voti, del nuovo governo ADESSO - per l'incerto ? 
E se Berlusconi, tornato candidabile, trainasse diversamente Forza Italia , cambiando gli attuali equilibri del centro destra ? Ci credo poco, penso che il cavaliere abbia veramente fatto il suo tempo nella mente degli italiani, ma chi può esserne sicuro ? 
E poi, c'è chi pensa invece ad un accordo di desistenze tra Lega e 5 Stelle in modo da rafforzarsi entrambi e tornare al Quirinale dicendo : vedi ? abbiamo vinto ancora noi e solo noi possiamo governare, quindi stavolta o ci fai fare come diciamo oppure dimettiti.
Non è fantapolitica. Semplicemente, a questo punto le ipotesi valgono tutte.
Resta che, da testimone piuttosto attento della vita politica del mio paese, trovo veritiera la descrizione dei fatti accaduti compiuta da Mattarella nel suo discorso.
L'ipotesi di impeachment mi farebbe ridere, se non fosse che il clima è abbastanza avvelenato - l'ho intravisto anche dal vagamente animoso scambio di idee visto ieri sera tra commensali amici ma divisi dalle adesioni politiche - e l'idea di settimane di crisi istituzionale così grave, coi mercati ad infuriarci addosso, spegne ogni sorriso accennato. 
Certo, se fosse un thriller, la storia attuale del nostro paese sarebbe appassionante.
Ma non è un giallo, è vita vera, e allora la prospettiva cambia e non in meglio. 





Mattarella: "Ho agevolato in ogni modo la nascita del governo, ma devo tutelare i risparmi degli italiani" 

Le parole che hanno scatenato le critiche di M5s, Fdi e Lega, con i grillini e Giorgia Meloni che arrivano ad invocare l'impeachment

Mattarella: "Ho agevolato in ogni modo la nascita del governo, ma devo tutelare i risparmi degli italiani"

Dopo aver sperimentato, nei primi due mesi, senza esito, tutte le possibili soluzioni, si è manifestata - com'è noto - una maggioranza parlamentare tra il Movimento Cinque Stelle e la Lega che, pur contrapposti alle elezioni, hanno raggiunto un'intesa, dopo un ampio lavoro programmatico.

Ne ho agevolato, in ogni modo, il tentativo di dar vita a un governo.

Ho atteso i tempi da loro richiesti per giungere a un accordo di programma e per farlo approvare dalle rispettive basi di militanti, pur consapevole che questo mi avrebbe attirato osservazioni critiche.
Governo, Mattarella: "Svolgo ruolo di garanzia, devo essere attento ai risparmi degli italiani"

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Ho accolto la proposta per l'incarico di Presidente del Consiglio, superando ogni perplessità sulla circostanza che un governo politico fosse guidato da un presidente non eletto in Parlamento. E ne ho accompagnato, con piena attenzione, il lavoro per formare il governo.


Nessuno può, dunque, sostenere che io abbia ostacolato la formazione del governo che viene definito del cambiamento. Al contrario, ho accompagnato, con grande collaborazione, questo tentativo; com' è del resto mio dovere in presenza di una maggioranza parlamentare; nel rispetto delle regole della Costituzione.

Avevo fatto presente, sia ai rappresentanti dei due partiti, sia al presidente incaricato, senza ricevere obiezioni, che, per alcuni ministeri, avrei esercitato un'attenzione particolarmente alta sulle scelte da compiere.

Questo pomeriggio il professor Conte - che apprezzo e che ringrazio - mi ha presentato le sue proposte per i decreti di nomina dei ministri che, come dispone la Costituzione, io devo firmare, assumendomene la responsabilità istituzionale.

In questo caso il Presidente della Repubblica svolge un ruolo di garanzia, che non ha mai subito, né può subire, imposizioni.

Ho condiviso e accettato tutte le proposte per i ministri, tranne quella del ministro dell'Economia.

La designazione del ministro dell'Economia costituisce sempre un messaggio immediato, di fiducia o di allarme, per gli operatori economici e finanziari.

Ho chiesto, per quel ministero, l'indicazione di un autorevole esponente politico della maggioranza, coerente con l'accordo di programma. Un esponente che - al di là della stima e della considerazione per la persona - non sia visto come sostenitore di una linea, più volte manifestata, che potrebbe provocare, probabilmente, o, addirittura, inevitabilmente, la fuoruscita dell'Italia dall'euro. Cosa ben diversa da un atteggiamento vigoroso, nell'ambito dell'Unione europea, per cambiarla in meglio dal punto di vista italiano.

A fronte di questa mia sollecitazione, ho registrato - con rammarico - indisponibilità a ogni altra soluzione, e il Presidente del Consiglio incaricato ha rimesso il mandato.

L'incertezza sulla nostra posizione nell'euro ha posto in allarme gli investitori e i risparmiatori, italiani e stranieri, che hanno investito nei nostri titoli di Stato e nelle nostre aziende. L'impennata dello spread, giorno dopo giorno, aumenta il nostro debito pubblico e riduce le possibilità di spesa dello Stato per nuovi interventi sociali.
Le perdite in borsa, giorno dopo giorno, bruciano risorse e risparmi delle nostre aziende e di chi vi ha investito. E configurano rischi concreti per i risparmi dei nostri concittadini e per le famiglie italiane.

Occorre fare attenzione anche al pericolo di forti aumenti degli interessi per i mutui, e per i finanziamenti alle aziende. In tanti ricordiamo quando - prima dell'Unione Monetaria Europea - gli interessi bancari sfioravano il 20 per cento.

È mio dovere, nello svolgere il compito di nomina dei ministri - che mi affida la Costituzione - essere attento alla tutela dei risparmi degli italiani.

In questo modo, si riafferma, concretamente, la sovranità italiana. Mentre vanno respinte al mittente inaccettabili e grotteschi giudizi sull'Italia, apparsi su organi di stampa di un paese europeo.

L'Italia è un Paese fondatore dell'Unione europea, e ne è protagonista.

Non faccio le affermazioni di questa sera a cuor leggero. Anche perché ho fatto tutto il possibile per far nascere un governo politico.

Nel fare queste affermazioni antepongo, a qualunque altro aspetto, la difesa della Costituzione e dell'interesse della nostra comunità nazionale.

Quella dell'adesione all'Euro è una scelta di importanza fondamentale per le prospettive del nostro Paese e dei nostri giovani: se si vuole discuterne lo si deve fare apertamente e con un serio approfondimento. Anche perché si tratta di un tema che non è stato in primo piano durante la recente campagna elettorale.

Sono stato informato di richieste di forze politiche di andare a elezioni ravvicinate. Si tratta di una decisione che mi riservo di prendere, doverosamente, sulla base di quanto avverrà in Parlamento.

Nelle prossime ore assumerò un'iniziativa.