mercoledì 24 maggio 2017

MA CHE FINE HA FATTO LA GRECIA ?

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Ogni tanto me lo chiedevo : che fine ha fatto la Grecia ?  La profonda crisi del debito dei paesi europei del sud, Spagna, Portogallo e Grecia, cui si aggiungeva l'Irlanda (i famosi PIGS) e a cui fummo accostati anche noi (l'acronimo divenne PIIGS, con la doppia i ) , che però, a differenza degli altri, eravamo (siamo ancora, ma con meno convinzione) considerati "too big to fail ", troppo grandi per fallire, iniziò proprio ad Atene.
Molti osservatori hanno criticato aspramente la politica di austerità subito applicata come ricetta sanante, laddove sarebbe stato efficace e alla fine anche conveniente federare prontamente il debito greco piuttosto che avviare uno stillicidio di mega prestiti, concessi a condizioni di politiche economiche di "lacrime e sangue".
A distanza di quasi dieci anni, leggendo il reportage di Zancan inviato de La Stampa, francamente viene da dare ragione ai critici dell'Austerità. 
Certo, al pensionato greco, che si è visto in poco tempo dimezzare la pensione (non d'oro : 1.450 euro, dopo 55 anni di lavoro, ancorché non venga detto con quanti contributi versati) e forse prossimamente ci pagherà anche le tasse nonostante il reddito complessivo sia inferiore ai 10.000 euro (oggi prende meno di 700 euro al mese) , verrebbe da obiettare che andare una volta al mese al ristorante o qualche volta all'opera non sono certo grandi lussi, ma nemmeno cose indispensabili, mentre lo è avere denaro sufficiente per pagare l'affitto, le medicine...
Tsipras e Varoufakis erano gli eroi di Syriza, la sinistra che si ribellava e sfidava la Troika ( Fondo Monetario,  Governance dell'Unione e Banca Europea ). Il primo governa con la schiena chinata, l'altro se ne è andato sbattendo la porta per la resa del compagno ai "vampiri" che non ne vogliano sapere di ristrutturare il debito greco, continuando a chiedere sacrifici in cambio di soldi (in prestito).
Una storia triste. Con umano spirito egoistico, leggendo delle cose greche, mi capita spesso di sperare che non solo noi italiani siamo troppo grandi per fallire, ma anche per arrivare alle condizioni loro.
Certo dopo aver cacciato il male da Palazzo Chigi, nel 2011, e aver avuto tanti salvatori come premier, da Monti a Renzino passando per il povero Enrico Letta, abbiamo di recente battuto l'ennesimo record di debito pubblico : oltre 2.260 miliardi di euro ( nel 2011 era di circa 1.900 miliardi...) !
Una pessima cosa, di cui nessuno mostra troppo di preoccuparsi.
Tanto c'è Draghi...
Peccato che il Presidente della BCE durerà in carica fino al giugno 2019, due anni. In questi sei ci ha letteralmente salvato (altro che i nanetti succedutisi a Palazzo Chigi), dandoci tempo prezioso per cercare di mettere a posto un po' di cose. Non dico che non sia stato fatto nulla - pensioni e lavoro sono stati riformati, ma forse non sufficientemente - ma resta che 'sta voragine non riusciamo a ridurla, anzi. Eppure le entrate tributarie sono sempre aumentate, gli interessi sul debito, appunto grazie alla BCE, pressoché azzerati... Ci vuole più crescita, dicono.
Ma in sei anni non ci siamo riusciti.
Forse il magone che ci viene a vedere i cugini greci ridotti così male è anche un po' paura.


LaStampa.it

Grecia, la rabbia dopo la protesta: “Dov’è la rinascita?”

Ad Atene tra negozi chiusi e cortei poco affollati. “Tanti sacrifici, ora neanche i soldi per le medicine” 
 
 
 
AFP
Un uomo dorme in una strada pedonale del centro di Atene. Agli homeless si mischiano i profughi rimasti in Grecia dopo la chiusura della Rotta Balcanica
 
      
inviato ad atene

Dopo «appena» cinquantacinque anni di lavoro e contributi versati, il guidatore di pullman, tassista e poi benzinaio Vladimiro Vogiannidis si era ritirato con 1450 euro di pensione e l’idea di godersi finalmente la vita. Oggi, nel settimo anno della crisi greca, la sua pensione è scesa a 660 euro al mese. La notizia è che il nuovo accordo con Bruxelles, votato dal Parlamento la scorsa settimana, prevede per lui un nuovo sacrificio. Perché se il limite per non pagare le tasse era fissato a 12 mila euro all’anno, poi è stato portato a 8.636, ma presto precipiterà a 5.685. Quindi lo riguarda. Ecco perché il pensionato Vogiannidis non manca mai di gridare la sua rabbia alle manifestazioni in piazza Syntagma. «Quando ti viene portato via quello che è tuo per diritto siamo di fronte a una dittatura. Trovatemi voi un altro nome per definire quello che sta succedendo».  
 
Succede che il pensionato Vogiannidis, 84 anni, protesta accanto all’insegnante d’asilo Ana Stassi, protestano gli agricoltori e i dipendenti comunali, gli avvocati e lo spazzino Niki Foros, a rischio di licenziamento. «Per noi l’Europa va benissimo», dice ai microfoni delle poche televisioni presenti. «A patto che ci garantisca salari europei». Il cartello che impugna porta impressa questa scritta: «Metteremo una lapide sui loro sogni neri. Non svenderemo il nostro Paese».  
 
Loro sono sempre gli stessi. La Troika, l’Europa delle banche, il Fondo monetario internazionale, chiamati altrimenti «gli usurai». L’accordo per l’alleggerimento del gigantesco debito greco ancora non si è trovato. Il nuovo presidente francese Macron si è detto favorevole, il ministro tedesco Schäuble è stato finora contrario, ma sono in corso trattative con l’Fmi. Il prossimo appuntamento è fissato per il 15 giugno. Intanto ad Atene, ogni giorno, sfila un corteo che intasa il traffico e mette in fila sotto il sole i taxi gialli carichi di turisti. Ma non sono più i numeri di una volta. La manifestazione più imponente, proprio nel giorno della firma sul quarto memorandum, contava 10 mila partecipanti. Pochi, per una città calda come Atene. E se questi numeri sono indicativi, forse raccontano anche di come la stanchezza sia diventata assieme alla sfiducia il sentimento prevalente.  
 
In cambio del più grande prestito della storia mondiale, l’economia greca in questi anni si è contratta del 25%. Tutti gli stipendi pubblici e privati sono stati tagliati drasticamente, così come le pensioni. Austerità. Ma i sacrifici non hanno prodotto una rinascita. L’economia ristagna o arretra. Almeno quella sul campo. Secondo uno studio dell’Istituto per il commercio, nell’ultimo semestre ad Atene hanno chiuso il 22,3% dei negozi del centro città, il 35% nella zona Stadiu, mentre nel quartiere Kalithea, nella prima periferia residenziale, si arriva al 40% di serrande abbassate. È lì che abita il pensionato Vladimiro Vogiannitis, in un alloggio di 60 metri quadrati. «Avevo un mutuo di 15 anni ancora da onorare, ma non posso più permettermi di pagarlo. Così, dopo la morte di mia moglie Despoina, mia figlia Evdokia e suo marito sono venuti a vivere con me. Mi aiutano loro, adesso. Come io ho aiutato mio figlio Yanis, quando era disoccupato, prima che partisse per l’Inghilterra in cerca di fortuna. Questa è la situazione. Non possiamo più permetterci di avere orgoglio. Dobbiamo aiutarci l’uno con l’altro. A chi mi chiede cosa penso dell’euro, rispondo così: non mi importa come si chiama una moneta, se quella moneta non mi permette di comprare le medicine che mi servono, di andare all’opera ogni tanto e di mangiare almeno una volta al mese al ristorante. Sono nato a Yalta. Il mio grande sogno era tornare a vedere i posti della mia infanzia. Ma ci sono stato una sola volta nel 1991. Poi, mai più». Cosa pensa il pensionato Vogiannidis del primo ministro Alexis Tsipras? «Dice cose di sinistra ma fa cose di destra. Sta rinnegando se stesso».  
 
La qualità della vita non sale, mentre il gigantesco debito greco resta pressoché immutato. La crescita economica prevista nel 2017 doveva essere pari a +2,7 per cento del Pil, ma le stime sono appena state corrette al ribasso verso un più prudente +1,8. Sarà l’estate del boom turistico e dei contratti stagionali.  
 
La Grecia è sempre bella, ma è anche sfiancata. Il lavori per la ristrutturazione del Partenone non sono ancora finiti. Basta camminare per le strade di Atene per rendersi conto di quante persone ancora stiano buttate per terra. Sono i senza tetto che si mischiano ai 60 mila profughi rimasti intrappolati qui, dopo la chiusura della Rotta Balcanica. Alcuni di loro si vendono fra i cespugli del giardino Pedìon tu Areos, in centro, pur di trovare i soldi per pagare i trafficanti.  
 
Chi può, va via dalla Grecia. Secondo una ricerca dell’Università di Salonicco, dei 185.388 laureati che hanno lasciato il Paese dal 1990 ad oggi, più di tre quarti lo ha fatto negli ultimi sette anni di crisi. Lo scrittore Petros Markaris, il Camilleri greco, dice che si tratta di una doppia fuga drammatica: «Se ne vanno i giovani laureati, i più preparati, che cercano disperatamente un lavoro in qualsiasi parte del mondo. Ma scappano anche le piccole e medie imprese, per stabilirsi in Paesi come Bulgaria o Cipro, perché non reggono più la pressione fiscale. La domanda è: come pensano il governo greco e l’Unione Europea che in questa situazione possa esserci un qualche sviluppo per la Grecia?». 
 
Il ministro delle Finanze Euclid Tsakalotos ha detto: «Il nostro Paese ha onorato i propri obblighi totalmente e in tempo. Ora si aspetta che l’Europa mantenga gli impegni presi con noi». Il premier Tsipras ha annunciato che, quando finalmente otterrà l’alleggerimento del debito, allora e soltanto allora, per la prima volta, indosserà la cravatta. Ma non è ancora arrivato il giorno. Ieri la vignetta di Ilias Makris su «Kathimerini», più importante quotidiano greco, raffigurava quella cravatta regimental al posto della bandiera, a sventolare trasversale sopra al Parlamento, con il nodo stretto al collo del Paese più in crisi d’Europa. 

martedì 23 maggio 2017

TUTTI A PIANGERE FALCONE, MA QUANTI MAGISTRATI HANNO SEGUITO LE SUE ESORTAZIONI ?

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La beatificazione di qualcuno che muore è una regola pressoché costante, con le sue eccezioni ovviamente. Quando poi questo qualcuno muore assassinato, e dalla mafia, l'eccezione non può operare, anche a costo di dover rivelare un'ipocrisia di livelli veramente vergognosi.
E' quello che accade alla casta magistratuale, segnatamente il CSM e l'anm ( per i non addetti, il consiglio superiore della magistratura e l'associazione nazionale magistrati, di fatto il sindacato delle toghe pregiate) ogni volta che "tocca" celebrare Giovanni Falcone.
Con tutta la scarsa simpatia - eufemismo - che ho per la d.ssa   Boccassini, non posso non riconoscerle coraggio e franchezza assoluti ed encomiabili nell'accusare i colleghi, con toni asprissimi, il giorno delle celebrazioni successive all'attentato. Non gliele mandò certo a dire, e loro giù, testa chinata, in silenzio, non avendo nulla da replicare. A distanza di 25 anni, per fortuna, ancora quella vergogna non viene taciuta, e il mea culpa, sempre tardivo ma doveroso, continua.
E sì perché Giovanni Falcone, in vita, non fu certo considerato l'eroe civile, che effettivamente fu, dai suoi colleghi.
Molta invidia, sicuramente, ma anche  ostilità per un procuratore della Repubblica che considerava, udite udite, gli avvisi di garanzia strumenti da usare con estrema cautela (non come per esempio era usa fare la procura di Milano, che si "pregiò" di inviarne uno al presidente del consiglio in carica proprio durante un importante summit internazionale), predicava una cultura garantista (non a caso Falcone aveva idee liberali) e sosteneva l'opportunità della separazione delle carriere !
Un eretico a tutto tondo e come tale veniva trattato dai suoi.
Poi è morto assassinato, insieme alla moglie, anche lei magistrato, e la sua scorta.
E allora i detrattori, i corvi (e gli sciacalli), hanno iniziato a piangerlo.
Ma senza che i suoi moniti e sproni abbiano trovato seguito alcuno da chi è venuto dopo di lui.
Anzi

Di seguito, una breve riflessione di Bianconi, del Corriere della Sera. Più completa, e incisiva, la memoria di Filippo Facci, che trovate in un altro, passato, post del blog : http://ultimocamerlengo.blogspot.com/2012/05/falcone-certo-che-ho-paura-limportante.html



DOPO 25 ANNI
 

Il ricordo di Falcone,
parziale riscatto
di una storia amara

Nella stessa aula del Consiglio superiore della magistratura dove più volte fu chiamato a discolparsi come un imputato, il potere giudiziario al suo più alto livello celebra il «servitore dello Stato» assassinato nella strage di Capaci


foto Ansa foto Ansa

  
Davanti al presidente della Repubblica che lo definisce «un punto di riferimento in Italia e all’estero per chiunque coltivi il valore della legalità e della civiltà della convivenza», si realizza il parziale riscatto di una storia densa di conflitti, trappole e amarezze: nella stessa aula del Consiglio superiore della magistratura dove più volte Giovanni Falcone fu chiamato a discolparsi come un imputato, il potere giudiziario al suo più alto livello celebra il «servitore dello Stato» assassinato 25 anni fa nella strage di Capaci, e le sue doti di imparzialità, indipendenza ed equilibrio.

Ma in vita, quando era l’uomo simbolo di un’antimafia già foriera di divisioni e polemiche, andò diversamente.
All’indomani della storica vittoria nel maxi-processo a Cosa nostra il Csm gli negò la nomina a capo dell’Ufficio istruzione di Palermo, dove intendeva proseguire un lavoro che invece fu interrotto; poi arrivarono le calunnie del Corvo e le insinuazioni sul fallito attentato all’Addaura, quindi la mancata elezione allo stesso Csm, le accuse di essersi venduto al potere politico e infine il muro per sbarragli la strada verso la neonata Superprocura.
Un’ostilità reiterata che solo l’esplosione del 23 maggio 1992 fece cessare. Di tutto questo il Csm di oggi sembra fare ammenda, e offre una sorta di risarcimento postumo al magistrato.
La frase più citata di Falcone diventa quella sugli avvisi di garanzia che non possono essere distribuiti «come coltellate», pronunciata quando gli rinfacciarono di tenere nascoste nei cassetti le prove contro i politici collusi, e che oggi torna utile per altre vicende.
Altri ricordano le sferzate verso un Csm «verticistico e corporativo, cinghia di trasmissione di decisioni prese altrove», che pure si possono adattare all’attualità.
Con il rischio strisciante di nuove strumentalizzazioni che non aiuterebbero la ricostruzione e la memoria di una vicenda su cui è opportuno non smettere interrogarsi.

domenica 21 maggio 2017

SEI SCUDETTI DI FILA : JUVENTINI NON FATE L'ERRORE DI SCORDARVELI PER CARDIFF

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Ecco, è arrivato, la Juve di Andrea Agnelli ha raggiunto l'ennesimo record, stavolta però il più prestigioso di tutti : sei scudetti di fila.
A differenza della Juve degli anni 30 e del grande Toro, le squadre che in passato avevano realizzato la cinquina storica (eguagliata lo scorso anno), non c'è una formazione da imparare a memoria, né uno stesso allenatore in panchina.
Della Juve del primo, bellissimo, scudetto di Antonio Conte sono rimasti solo sei giocatori : Buffon, Barzagli, Bonucci Chiellini, Marchisio e Lichsteiner. Se ne sono andati, via via, Pirlo, Vidal, Pogba, Tevez, per parlare dei più forti, alcuni dei quali saremmo contenti fossero ancora qui, insieme a tanti altri bravi giocatori, ancorché non campioni (penso a Pepe, Giaccherini, Vucinic, Matri, Llorente, e sicuramente ne scordo diversi).
Gli allenatosi, si sa, hanno fatto staffetta : tre Conte, poi altrettanti Allegri.
La società invece è sempre stata la stessa, con Andrea Agnelli al vertice, Marotta e Paratici dirigenti e tessitori del mercato.
Come ricorda Massimiliano Nerozzi nell'articolo su La Stampa che segue, il motto agnelliano, ripreso da Jack Welk, ex patron della General Electric (non un cretino insomma), è : Cambia prima di essere costretto.
Per nulla affatto facile, ma in effetti così sta facendo, e sono certo che la Juve del prossimo anno, comunque vada a Cardiff, presenterà ancora importanti novità, a partire dalla panchina.
Ma questo è il futuro, e lascio agli juventini più ortodossi il difetto di fabbrica della casa : non fermarsi mai a gioire per un successo, per quanto sia importante, e pensare subito al prossimo traguardo.
Sicuramente è un principio che rende la Juventus diversa e più forte della concorrenza, in Italia.
Però vivere con la testa perennemente rivolta al futuro non è sano, e nemmeno giusto.
Il 3 giugno, a Cardiff, giocheremo contro una grande squadra, il Real Madrid, che ha giocatori fortissimi, e anche noi ne abbiamo, e sicuramente più abituati  a questi appuntamenti , e a vincerli. In quattro anni, questa è la terza finale che il Real raggiunge, è campione in carica, ed è la società che ha vinto più Champions nella storia : 11.
Naturalmente sarò felicissimo se vinciamo. Ma non mi dispererò in caso contrario. L'ho già fatto, quando ero più giovane ed eravamo nettamente favoriti : Amburgo e Borussia Dortmund.
Se alzeremo la Coppa, sarà triplete, bellissimo, sicuramente, ma se non accadesse dovremmo dimenticare quanto fatto in questi sei anni e in questa stagione ? Sei scudetti di fila, e negli ultimi tre anni dominio incontrastato in Italia, realizzando sempre la doppietta campionato e coppa nazionali.
E questo dominando le stagioni, con esclusione del primo anno, dove comunque arrivammo davanti all'ultimo Milan costellato di campionissimi, ancorché sul viale del tramonto, giocando meglio di tutti e non perdendo nemmeno una partita.
Ecco, tutto questo rimarrà. Come deve rimanere l'orgoglio per un traguardo così grande, sei scudetti consecutivi, mai nessuno, che ha dato un senso speciale al campionato in fondo più noioso dei sei.
Nonostante infatti alla fine vinceremo con un distacco inferiore, guardando agli anni passati (alla fine, rispetto alla Roma seconda ci divideranno solo due punti se non addirittura uno, immaginando la primavera della Juve in campo a Bologna domenica prossima) , questo è forse l'anno dove siamo stati più in controllo (oddio anche il secondo anno di Conte, con il Napoli secondo a 9 punti, fu un po' così...).
Sempre davanti, e con gli avversari già quasi rassegnati in estate, dopo l'arrivo di Higuain.
Personalmente, all'inizio io non ero tra i più tranquilli, nonostante la Juve abbia preso subito la testa, distanziando di almeno 4 punti le inseguitrici e mantenendo praticamente sempre almeno quel distacco (aumentandolo anzi in varie occasioni, tanto da potersi permettere la frenata finale, per concentrarsi sui quarti e le semifinali di Champions contro Barcellona e Monaco ).
MI sembrava che giocassimo male, e tuttora penso che la Roma di Spalletti e soprattutto il Napoli di Sarri abbiano giocato meglio a calcio, generalmente.
Oggi anche Allegri ha ammesso che ad un certo punto stavamo giocando non bene, e per questo inventò il 4-2-3-1, mettendo in campo tutti i migliori davanti : Mandzukic (mossa geniale spostarlo praticamente in mezzo al campo, recuperando finalmente i centimetri e i chili persi con Pogba) Dybala e Cuadrado dietro a Higuain. E quando il colombiano si è appannato, uno stratosferico Dani Alves al suo posto (il brasiliano era partito male ; sta finendo alla grandissima).  In questo modo la Juve ha migliorato la qualità della fase offensiva, rimanendo compatta dietro grazie al sacrificio di tutti.
Ecco, da quel momento la Juve ha dato un'impressione di forza crescente, e anche io, grazie al distacco aumentato almeno a sette punti, mi sono rasserenato.
Così, quando abbiamo pareggiato contro l'Atalanta (oddio quel gol preso al 90 non mi lasciò bene), il Toro e anche la sconfitta con la Roma (per me, juventino che vive nella Capitale,  quella è la partita che non si dovrebbe perdere MAI ) non mi hanno tolto il sonno. Bastava vincere in casa col Crotone, e siccome la nostra Perugia e il nostro Collina li abbiamo già avuti, ero sereno che oggi lo scudetto arrivasse, come è stato.
E sono molto, molto, molto contento, perché è il sesto. Ci tenevo davvero.
Un'altra cosa mi è piaciuta di questo campionato, probabilmente favorita da quella condotta di testa mai veramente insidiata : non ci sono state molte polemiche .
Si certo, quando abbiamo vinto al 97 contro il Milan si è parlato tanto, ma non in funzione del campionato, più che altro perché è "bello", per gli altri, poter rispolverare gli slogan d'antan : la juve che ruba, la Juve favorita dagli arbitri, il palazzo...  Durato poco, perché in un anno dove abbiamo avuto tre rigori tre a favore (pochini direi, senza voler fare paragoni con la Roma che ne ha avuti almeno il quadruplo), sempre davanti, sempre con vantaggi significativi, bé non c'era molto da recriminare.
Eppure qualcosa di strano, di diverso, in meglio, l'ho percepito, qui a Roma. Spalletti ha sempre riconosciuto che la Juve era più forte, che si doveva fare il massimo per avvicinarla, usando toni di grande rispetto.  E anche dopo domenica scorsa, dopo la vittoria del 3-1, addirittura le Radio romane sono state quasi pacate. Pochissimi a recriminare sui punti persi in precedenza, molti quelli che commentavano : sì, siamo stati bravi, ma la Juve era condizionata dal vantaggio rassicurante (lo scudetto era comunque certo, bastando la vittoria in casa col Crotone, come poi infatti è avvenuto) e dall'imperativo di non farsi male, in vista della finalissima di Champions.
Tutto abbastanza ovvio, ma non per i tifosi. Stavolta invece i più sono rimasti lucidi, obiettivi.
Una sorpresa, positiva.
Insomma un buon anno, che ha già portato due vittorie, questa del sesto scudetto da ricordare e da racocntare.
Comunque vada il 3 giugno.
Fatelo, amici di fede.


LaStampa.it

Crotone ko e sesto scudetto, la Juve entra nella storia

Partita mai in discussione: subito Mandzukic-Dybala, poi Alex Sandro nella ripresa

                    
Pubblicato il 21/05/2017
Ultima modifica il 21/05/2017 alle ore 19:28
    
Sei sono gli scudetti consecutivi della Juve, come mai era successo in Italia. Ma sei è anche un verbo, che indica l’essenza di un club e di una squadra, per la quale i titolisti hanno ormai saccheggiato il vocabolario: Juve sei unica, epica, leggendaria. L’ultima cronaca dello Stadium - 3-0 al Crotone, con gol di Mandzukic, Dybala e Alex Sandro - varca subito il confine della Storia. Dopo la Coppa Italia, mercoledì, ecco dunque lo scudetto, per un’accoppiata che solo il sogno del Triplete oscura. Invece, è già un’impresa, questo ciclo diventato dinastia: dai tre scudetti di Conte alla tripletta di Allegri, il tutto sotto il Governo di Andrea Agnelli. Che ripartì da un settimo posto, e da 95 milioni di rosso a bilancio, ed ha finito per fare dell’albo d’oro un album di famiglia. In attesa di giocarsi la seconda finale di Champions, nelle ultime tre stagioni. Insomma, c’era di che festeggiare, allo Stadium. 
 
BASTA IL PRIMO TEMPO  
Con la Roma risalita a meno uno, la Juve doveva battere il Crotone, e così è stato. Senza ansia, ma secondo il senso logico che accompagna le grandi squadre. E’ stata una vittoria da manuale del calcio, nel suo corso, inesorabile e letale: rete di Mandzukic, tagliando sul secondo palo, nel cuore dell’area, raddoppio di Dybala su punizione, con parabola imprendibile, dai venti metri abbondanti. Da lì in poi c’è stata qualche altra occasione, la presenza ordinata e dignitosa del Crotone, il posizionamento degli steward a bordo campo, i cori della curva. Tanto, agli occhi dei campioni, non c’era spazio per brutte sorprese, si andava con il pilota automatico: questa Juve è stata la più forte per 37 giornate (manca l’ultima, inutile, domenica a Bologna), ancor prima per cervello e nervi che per tecnica e tattica. Ha perso qualche sfida, a San Siro, due volte, ha preso brutti schiaffi, nella Genova rossoblù e a Firenze, ma non ha mai smarrito la testa: in senso figurato e letterale, cioè la calma e la classifica. 
 
DA AGNELLI AD ALLEGRI  
Questo è lo scudetto di una squadra che è sempre stata padrona del proprio destino, che ha saputo cambiare, anche radicalmente, grazie a un allenatore ormai diventato uno dei migliori al mondo. Ed è lo scudetto di Agnelli, dell’ad Beppe Marotta, del ds Fabio Paratici, della società insomma. Perché la Juve, che sette anni fa non partiva certo in prima fila, per rosa e per bilancio, ha saputo costruire e poi cambiare, anche quando le cose andavano bene, benissimo. Basti ricordare il centrocampo della finale di Berlino (Marchisio, Pirlo, Pogba, Vidal), di cui non v’è quasi più traccia. Altri giocatori, altre scommesse, altre certezze. In fondo, la vita e lo sport, sono una questione di tempismo, come ripeteva l’ex boss di General Electric, Jack Welck, che Andrea Agnelli citò: «Cambia, prima di essere costretto a farlo». Anche per questo, adesso si contano sei scudetti.