giovedì 22 giugno 2017

SULLA SPENDING REVIEW GUTGELD FA PROPAGANDA

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Ero rimasto decisamente sorpreso ieri leggendo sul Corriere della Sera che l'Italia era riuscita a tagliare ben 30 miliardi di spesa pubblica. Francamente non avevo questa percezione e comunque mi domandavo come mai, con un simile risultato, il nostro debito pubblico invece aumentava sempre ??
Non certo per gli interessi che paghiamo sullo stesso, che quelli, grazie sempre a santo Draghi, sono diminuiti. Quindi ?
Quindi forse non è vero, e quella che Gutgeld, l'ultimo degli esperti inviati a domare la bestia della spesa pubblica, vende è per lo più propaganda oltretutto finalizzata a chiedere la "sospensione" del Fiscal Compact .
I miei dubbi sono ovviamente cresciuti leggendo il commento di Davide Giacalone, che trovate di seguito, che evidentemente avalla la tesi della menzogna a cielo aperto.
A questo punto vorrei sapere cosa ne pensa il nostro santo protettore, Draghi, ma è auspicio inesaudibile, e allora spero che sul tema intervenga Luca Ricolfi, altra persona di cui mi fido (quasi, perché i predisposti allo scetticismo un po' si tengono sempre) ciecamente.
Provo a sollecitarlo tramite social, intanto è sicuramente interessante leggere Giacalone


La resa alla spesa

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Che il commissario al taglio della spesa pubblica proponga di non ridurre il deficit, avendo noi un debito che ci strangola, è già curioso. Che si spinga a chiedere la revisione del Fiscal compact, di fatto già sospeso, significa che non ha chiara la sua funzione, ma neanche la situazione in cui ci troviamo.
I numeri che ha diffuso, talché i giornali hanno potuto titolare: “Tagliati 30 miliardi in tre anni”, dovrebbero indurre alla preoccupazione, piuttosto che alla immotivata soddisfazione. Se si leggono i conti pubblicati dal governo, per il quale il commissario alla spending review lavora, si apprende che la spesa pubblica corrente non solo è costantemente aumentata, sia in cifra assoluta che in rapporto al prodotto interno lordo, ma è cresciuta al netto degli interessi sul debito pubblico, quindi senza che la responsabilità possa essere scaricata su quello e sul passato.
Anzi, sono proprio gli interessi la posta di spesa su cui si è più risparmiato, grazie, però, non alle scelte del governo italiano, ma a quelle della Banca centrale europea.
E se si studia la natura e la dimensione dei tagli effettuati, si scopre che ammontano a 16 miliardi nel bilancio 2015; 10 nel 2016 e 3 nel 2017.
Sicché, riassumendo: a. i tagli effettuati non hanno ridotto la spesa corrente, il che significa che quanto tagliato da una parte veniva poi maggiormente speso da un’altra; b. i tagli sono decrescenti nel tempo, così dimostrandosi che si sono cancellati sprechi abnormi senza incidere con riforme strutturali; c. in realtà si sono tagliati, più che altro, gli investimenti, salvo continuare a dire che si dovrebbero fare per riprendere a crescere in modo accettabile; d. il debito continua a crescere e ci si è rassegnati a questo, anzi si chiede di tenere alto il deficit così gonfiandolo, ove non lo si diminuisca mediante vendite, che, però, il governo esclude; e. la spesa pubblica, nel 2016, al netto degli interessi, resta allo stratosferico 42.2% del pil, così dimostrandosi che il costo dello Stato, una volta contabilizzati anche gli interessi sul suo debito, assorbe ben più della metà della ricchezza prodotta.
In queste condizioni affermare che va rivisto il fiscal compact significa avvertire tutti gli altri che noi più di questo, ovvero più di niente, non riusciamo a fare. In condizioni normali il governo sarebbe dovuto intervenire per censurare tale tesi suicida, per negare la resa senza resistenza. Ma siamo, da troppo tempo, in condizioni terminali, sicché si lascia che tutto viva nello spazio di una conferenza stampa, fidando che la memora svanisca velocemente. Ma fuori da qui, invece, durerà.
In quanto al fiscal compact, quando fu approvato sostenemmo che non era realistico e non si sarebbe potuto rispettarlo. Così è stato. Tanto che è praticamente abbandonato. Perché andare a insolentire i mercati, ricordando che approvammo l’impossibile? Inoltre: nella Costituzione era già previsto un sostanziale pareggio di bilancio, imponendo la copertura delle leggi che s’andavano approvando, ma si votò, con vasta convergenza, senza discussione e senza referendum, da nessuno chiesto, la riforma che impone il pareggio di bilancio. E’ irrilevante che noi allora avvertimmo dell’errore, ma è rilevante che al governo pensino di chiedere la revisione degli accordi europei dimenticando di dovere comunque obbedire alla Costituzione italiana. O stanno comunicando in via ufficiale quel che ci era già evidente in via di fatto, ovvero che quelle sono solo parole? Singolare, visto l’oggetto e vista la fonte.
La cosa drammatica è che il solo rigore vissuto dall’Italia s’è visto sul lato fiscale, a spese dei cittadini, mentre le politiche di spesa sono state costantemente espansive.
Salvo non innescare alcuna espansione, quindi possono definirsi: spendaccione senza costrutto.
Non contenti di questa colpa (la considero una colpa) si fa credere di avere vissuto una lunga stagione di rigore, annunciando che a quella occorre porre fine. Come dire che un gruppo di alcolizzati, già ubriachi, invitano a una allegra bicchierata, in modo da far finire l’orrida astinenza. Che non hanno mai praticato.

mercoledì 21 giugno 2017

SULLO IUS SOLI SERVIREBBE QUALCHE DUBBIO IN PIù E TROPPE CERTEZZE IN MENO




Lo ius soli nel mondo:
     Diritto di cittadinanza incondizionato per tutte le persone nate nel Paese (ius soli automatico)
     Diritto di cittadinanza con alcune condizioni (ius soli temperato)
     ius soli abolito


Se ci limitiamo al latinorum, e quindi sintetizziamo e semplifichiamo la questione della prevalenza tra lo ius soli e lo ius sanguinis, io mi schiero col secondo : è italiano chi nasce da italiani (almeno uno) e non chi nasce in Italia.
Dopodiché sono d'accordo con Mattia Feltri - che pure immagino che nella semplificazione di cui sopra sceglierebbe diversamente da me - che la questione è più complessa, e che le tifoserie hanno torto entrambe nell'estremizzare il problema.
E quindi sono d'accordo - ma allora il termine ius soli è una forzatura - a immaginare l'acquisizione della cittadinanza italiana verificandosi una serie di requisiti tra cui la nascita sul territorio nazionale, che però resta UNO di più elementi che devono coesistere.
In Germania per esempio il genitore deve essere da almeno otto anni residente, in Portogallo devi compiere diciotto anni, in Austria devono passare cinque anni...Anche in Danimarca c'è un congruo lasso di tempo durante il quale l'aspirante cittadino avrà fatto un percorso idoneo e tale da poter ritenere che anche i nostri valori e principi siano stati recepiti e interiorizzati alla stregua di quelli trasmessi dai genitori non italiani.
La legge promossa dal PD sicuramente, al di là degli slogan elettorali, non introduce lo ius soli "puro", che credo esista in una minoranza di paesi, tra cui però gli USA (che sappiamo avere una storia particolare), ma non sono sicuro che realizzi un compromesso accettabile.
Vedremo l'evoluzione della norma, tenendo conto che in effetti, se uno nasce, cresce, studia qui, lasciato LIBERO dalla SUA famiglia, di integrarsi pienamente, e questo per anni, bé perché , se lo desidera, non dargli la cittadinanza ?
Bello, e da meditare, l'aneddoto di casa Feltri.

C’era un cinese a Roma

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Il dubbio è uno dei nomi dell’intelligenza, diceva uno che purtroppo non è più di moda, proprio come il dubbio. Sono tempi in cui, nell’unico dubbio ammesso, quello di passare per deboli, si preferisce inerpicarsi sulle barricate delle certezze, e sparare al nemico. Il dibattito parlamentare sullo ius soli (la cittadinanza per nascita) e il carnevale di commenti su Internet hanno seguito le logiche anabolizzate della certezza, per cui da una parte ci sono quelli persuasi che lo ius soli sia una sciagura, e dall’altra quelli persuasi che sia un grande passo dell’umanità.  
 
Da certezza discende certezza, e dunque quelli a favore dicono che gli altri sono contrari per accarezzare gli istinti suburbani dei loro elettori, e quelli contrari dicono che gli altri sono a favore per accarezzare l’imbecillità buonista dei loro, di elettori. 
 
Dopo di che, chissà se sarà utile a incrinare le certezze degli schieramenti un vecchio discorso di George W. Bush, ex presidente degli Stati Uniti dove c’è lo ius soli: «Noi siamo legati da valori di fondo che ci muovono al di sopra della nostra quotidianità, ci sollevano al di sopra dei nostri interessi, ci insegnano che vuol dire essere cittadini. Ogni cittadino deve sostenere questi principi. E ogni immigrato, attraverso la condivisione di questi ideali, rende il nostro paese più, non meno, americano».  
 
Senza bisogno di Bush, qui qualche dubbio è sorto quando nostro figlio ha invitato a casa un bimbo orientale della sua scuola romana. Di dove è?, abbiamo chiesto a nostro figlio quando il bimbo è andato via. «Di Roma».  

lunedì 19 giugno 2017

L'ENDORSEMENT DI MIELI PER UN NUOVO LISTONE DI CENTRO SINISTRA A GUIDA RENZIANA

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Paolo Mieli non ha il dono della sintesi, anzi è giornalista decisamente prolisso. Però ha il pregio della chiarezza.
E proprio perché è chiaro, è sempre facile individuare la sua partigianeria.
Il suo auspicio di osservatore influente e aspirante indirizzatore delle opinioni degli elettori ( famosa fu la rottura della storica equidistanza del Corriere della Sera in occasione delle elezioni del 2006, quando, da direttore del giornalone milanese, fece un esplicito endorsement per la vittoria di Prodi e della sua Unione contro il centro destra di Berlusconi  ; andò bene alle elezioni, ma non troppo al neo governo, con una vittoria anche all'epoca monca, perché senza maggioranza al Senato, e con l'armata Brancaleone della sinistra impallinata dopo solo due anni di agonia parlamentare), è che alle prossime elezioni vinca il Pd renziano, appoggiato, per necessità e ottica del male minore, dalle forze di sinistra variamente coniugate e capeggiate, per battere i malvagi grillini e gli storici rappresentanti del male, quelli di centro destra.
Come detto, la faziosità è palese, ma indubbiamente i ragionamenti sono lucidi, e la descrizione del gran caos e dell'altrettanta vasta velleità che regna a sinistra del PD, denunciato ormai come "altro", e nemmeno di centro (alla Macron, che pure va di moda) ma proprio di "destra", mi trova sostanzialmente d'accordo.
Insomma, un'analisi lunga, un po' faticosa da leggere, ma condivisibile in diversi punti ancorché certamente non nelle conclusioni sottese : che si formi una nuova grande alleanza del centro sinistra, a guida Renzi (leader della forza maggiore), e che essa vinca le prossime elezioni.
Sperem di no, ancorché la vittoria ortottera sarebbe peggiore, ma io, al riguardo, resto ottimista.

Qualcosa non quadra
a sinistra di Renzi

Servirebbero delle primarie alternative al Pd per trovare un leader e più chiarezza sui possibili alleati Per ora la consistenza elettorale è piuttosto debole

  
A conclusione del vivace incontro dell’associazione «Libertà e Giustizia» tenutosi ieri al teatro Brancaccio di Roma, qualcosa ci dice che la prospettata costruzione di un unico movimento alternativo al Pd renziano (un Pd considerato ormai dal loro leader Tomaso Montanari «parte della destra») si va facendo più incerta. Aspettiamo il primo luglio quando si riuniranno i seguaci di Giuliano Pisapia, ma già fin d’ora c’è qualcosa che non quadra. Del resto nei giorni scorsi Montanari, aveva rimproverato a Pisapia una presunta predilezione per Blair rispetto a Corbyn, la proposta di Giorgio Gori a governatore della Lombardia (circostanze negate dall’ex sindaco di Milano), ma soprattutto l’innegabile posizione da lui assunta al momento del voto dello scorso 4 dicembre: «Non sono sicuro che chi ha sostenuto il Sì al referendum sia la persona giusta» per guidare la grande coalizione civica di sinistra, ha detto lo storico dell’arte. Dopo l’assemblea del Brancaccio, si conferma l’impressione che il giudizio sul 4 dicembre sia dirimente per la scelta del leader del futuro raggruppamento che dovrebbe far concorrenza al Pd. Anche se, ad essere lineari, per paradosso Silvio Berlusconi — che al referendum votò No, assieme all’intera destra — dovrebbe avere più titoli non solo di Pisapia ma perfino di Enrico Letta e di Romano Prodi i quali, come è noto, si pronunciarono per il Sì.
Dietro a tale questione, poi, se ne nasconde un’altra, forse ancora più rilevante: quella dei rapporti di questa nuova sinistra — che, tra l’altro, si è data come ambizioso orizzonte «il superamento delle diseguaglianze e delle ingiustizie» (Anna Falcone) — con il movimento di Grillo. Rapporti che restano benevolmente interlocutorii (anche se Montanari lo ha definito «prigioniero di un’oligarchia imperscrutabile») a dispetto delle posizioni che Grillo stesso e i suoi hanno preso di recente su rom e migranti. Machiavellismi dei leader? Non solo. Qualche giorno fa il Fatto ha pubblicato un sondaggio sulle intenzioni di voto in relazione alla prefigurata «Lista unica a sinistra del Pd». Colpiva che, dei potenziali elettori di tale raggruppamento, il 62% suggeriva di mettere fin d’ora in cantiere un’alleanza con il Movimento Cinque Stelle e soltanto il 25% chiedeva di fare lo stesso con il Pd (il 9% preferiva non concedersi a nessun patto e predisporsi a restare all’opposizione). A corroborare l’opzione pentastellata, il quotidiano diretto da Marco Travaglio pubblicava un articolo di Antonio Ingroia che aderiva alla proposta di «un’alleanza per la Costituzione» che avrebbe trovato nel Movimento Cinque Stelle il proprio interlocutore naturale. A questo punto la domanda da porsi è: può una lista di sinistra presentarsi alle elezioni con la prospettiva di appoggiare, dopo il voto, un governo composto da seguaci di Di Maio, Di Battista, in eventuale compagnia di Salvini? E non risulta questo un elemento di debolezza quantomeno pari a quello che, ai simpatizzanti della progettata lista, si prospetta con la possibile intesa postelettorale tra Renzi e Berlusconi?

Il sondaggio del Fatto annunciava inoltre che la Sinistra unita, se guidata da Roberto Saviano, Stefano Rodotà o Pier Luigi Bersani (Pisapia si classificava soltanto quarto) avrebbe potuto aspirare a un ammontare «potenziale» del 16 per cento dei voti. Non male. Anche se, a leggere meglio i dati, si scopriva che al momento Antonio Noto (l’autore della ricerca demoscopica) assegnava alla compagine di nuova sinistra un «voto certo» assai più contenuto: attorno al 4%. Il che induceva a un qualche raffreddamento degli entusiasmi. Qualche giorno dopo, infatti, sempre sul quotidiano di Travaglio, Luciano Canfora è intervenuto per ricordare i tempi della nascita di Rifondazione comunista quando gli allora fuorusciti dal Pci erano sicuri di ottenere risultati strepitosi scorrazzando in «chissà quali praterie», ma dopo un po’ di tempo dovettero constatare che «le percentuali si assottigliavano, fino a divenire quasi irrilevanti». Rimembranze che adesso inducevano l’antichista a considerazioni più ponderate e ad accontentarsi, alle prossime elezioni, di un 6% dei voti, che per le sue valutazioni — diceva — sarebbe un «bottino significativo».
Questa cautela confligge però con una certezza che è quasi dogma per quanti sono schierati a sinistra del partito di Renzi. I rappresentanti politici dell’area di cui stiamo parlando si presentano come portabandiera di quegli elettori («milionate», li ha quantificati Bersani) che nell’era renziana avrebbero abbandonato il Pd in tutti i campi: tessere, primarie, urne. Gli scissionisti del Pd parlano, appunto, come se avessero in tasca la chiave per trattenere o riportare a casa quelle donne e quegli uomini che si sono allontanati dal loro ex partito. Può darsi che abbiano ragione, che sia sufficiente dichiararsi contro i voucher, la «buona scuola», il Jobs act, a favore della reintroduzione dell’articolo 18 e quei milioni di fuggiaschi torneranno alla dimora dei tempi passati. Al momento però non esiste prova che questa prospettiva sia certa. Forse, adesso che le elezioni hanno ritrovato la loro scadenza nella fine naturale della legislatura, la copiosa nomenklatura che si colloca a sinistra del Pd avrebbe il tempo di dimostrare una qualche sintonia con quel popolo di fuggitivi. Come? Accantonando la già annunciata sfilza di festose assemblee autunnali e allestendo, invece, proprie primarie, primarie beninteso alternative a quelle del Pd che si sono già tenute e con i risultati che conosciamo. Tale consultazione preventiva darebbe prova della loro capacità di mobilitazione e consentirebbe l’individuazione di un leader alternativo a Renzi, riconosciuto da tutti loro. Siamo sicuri che quando vedesse quei milioni di ex transfughi tornati a fare la coda davanti ai gazebo allestiti da Pisapia, Montanari, dalla Falcone, da Nicola Fratoianni, Pippo Civati, Marco Rizzo, Maurizio Acerbo (nuovo segretario di Rifondazione comunista), Landini, Fassina e Bersani, anche Canfora tornerebbe a essere più ottimista.
Fino a quel giorno, però, il dubbio che la somma di decine di gruppi della sinistra estrema, sigle della società civile e movimenti del ceto medio riflessivo, faccia numero quando prende parte a convegni autocelebrativi, ma non dia poi nelle urne i risultati sperati, sarà legittimo.
Del resto il passato è lì ad indurre a questo genere di esitazione. Alla fine degli anni Sessanta, coloro che militavano a sinistra del Pci guardarono con simpatia al Partito socialista di unità proletaria (nato, nel 1964, da una costola del Psi) che — sotto la guida di personaggi del calibro di Vittorio Foa, Lelio Basso, Tullio Vecchietti, Lucio Libertini, Dario Valori — appariva come la compagine più adatta ad intercettare l’onda movimentista del Sessantotto. Dopo un iniziale ma contenuto successo (ottenuto nel 1968), il Psiup reputò saggio accantonare l’identità originaria e mettersi nelle condizioni di poter raccogliere tutti i frutti che cadevano dagli alberi della sinistra extraparlamentare. Tutti, ma proprio tutti, anche correndo il rischio di ottenerne una macedonia dall’incerto sapore. Risultato: alle elezioni politiche del 1972 quel partito, a sorpresa, non conquistò seggi né alla Camera, né al Senato. Un esponente socialproletario, Mario Albano, ironizzò sulla circostanza che da quel momento in poi la sigla Psiup sarebbe stata letta come acronimo di Partito Scomparso In Un Pomeriggio. A quell’epoca, ricordiamolo, si votava in regime di proporzionale. E non c’era neanche la soglia del 3% per cento.