venerdì 22 settembre 2017

L'ITALIA POST MODERNA, L'INCUBO REALE DI PANEBIANCO (E NON SOLO)

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Tutto sommato sarebbe quasi una buona notizia, se si potesse dedurre, dall'articolato editoriale odierno del professor Panebianco sul Corsera, che in Italia i non liberali fossero solo un terzo abbondante degli italiani, ma mi andrebbe bene anche la metà !
In realtà sono molti di più, e l'illusione - che in realtà non attecchisce - sarebbe provocato dalla diversa lettura della parola "illiberale".
Illiberale è per esempio uno che non crede alla democrazia rappresentativa, allo Stato di Diritto...
Ora, fiduciosamente penso che una buona parte dell'elettorato della DC, del PSI e anche di parte del PCI di ieri, oggi ritrovabile in quello piddino, nei cespugli centristi, in molti di Forza Italia, astrattamente, quanto meno, siano più propensi alla conservazione dei valori descritti, senza essere per questo dei liberali (persone cioè che hanno grande attenzione per la libertà individuale, sia personale che economica, che ritengono che sia meglio uno Stato leggero che uno onnipresente, che le tasse non sono una bella cosa e che è bene tenerle basse...sta roba qui...).
I moderati insomma, sia di sinistra che di centro che di destra, maggioranza senza discussione, non sono illiberali, e nemmeno liberali. 
Sgombrata ogni illusione e venendo al merito dell'articolo di Panebianco, il quadro rappresentato è , as usual, desolante e veritiero : un'Italia post moderna, che vedendo declinare la breve stagione del benessere (40/50 anni, nella storia di un paese, sono un attimo) , si chiude a riccio, rifiutando i rischi della modernità, in qualunque modo posti (in questo favoriti dai tribunali, TAR in primis, contro i quali ormai Panebianco lancia i suoi strali due volte su tre). 
Un declino in atto, che senza inversione di tendenza peggiorerà velocemente. 
Buona Lettura 


CHI ODIA IL PROGRESSO
La forza preoccupante delle idee illiberali
Una «sindrome da sottosviluppo» ha colpito le menti di tanti, non solo al Sud: un insieme di atteggiamenti che indicano la volontà di prendere congedo dalla modernità

Un disegno di Doriano Solinas


Forse la fine della più grave crisi economica del dopoguerra ridimensionerà, magari anche drasticamente, in altri Paesi europei, il peso dei movimenti impropriamente definiti populisti ma che è meglio definire «antisistema» (nemici della società libera o aperta). Ma è dubbio che tale ridimensionamento sarà possibile in Italia. Per un insieme di ragioni che hanno a che fare con il nostro passato sia lontano che recente. 
Da noi l’avversione per la società libera, per l’ordine liberale, è sempre stata potentemente diffusa. Non si può dimenticare che l’Italia, fin dalla sua rinascita democratica, e per tutta la Guerra fredda, ha goduto del dubbio privilegio di avere il più forte partito comunista d’Occidente. Se si sommano i voti dell’estrema sinistra e della estrema destra di allora, risulta che la quota di elettori che votavano per partiti ideologicamente e programmaticamente illiberali non fu mai inferiore al trenta per cento del totale. 
Si aggiunga che, soprattutto negli anni Cinquanta/Sessanta, nella Dc e nel Psi erano presenti correnti di minoranza, anch’esse a vario titolo illiberali. Date le preferenze di una così ampia parte di italiani, ciò che salvò la nostra fragile e zoppicante democrazia, ciò che impedì che essa venisse sostituita da una qualche forma di corporativismo autoritario (magari al termine di una guerra civile), fu l’ancoraggio internazionale, il fatto che la Guerra fredda ci «inchiodò» al blocco occidentale, ci costrinse ad accettarne regole e costumi.

Se si guarda alle percentuali che i sondaggi assegnano oggi alle formazioni illiberali di varie e variopinte tendenze si ottengono percentuali non dissimili da quelle che premiavano i partiti illiberali della Prima Repubblica. Sono cambiate le motivazioni ideologiche ma non le pulsioni e gli orientamenti di fondo, coperti, giustificati e (più o meno) nobilitati da quelle motivazioni. C’è dunque una costante storica. Ma a essa si sono aggiunti, in epoca più recente, altri fattori che, anch’essi, alimentano le propensioni illiberali di una parte cospicua di nostri concittadini. Facciamo un rapido elenco.
Si sono definitivamente consumate le illusioni — che c’erano nei primi decenni dell’età repubblicana — di potere un giorno azzerare il divario fra Nord e Sud (un terzo del territorio nazionale), di risolvere la questione meridionale. Nessuno ci crede più. Pensare che questa fine delle illusioni non abbia conseguenze destabilizzanti, che il Sud non alimenterà forme di rancoroso ribellismo, è sbagliato.
C’è poi una più generale «sindrome da sottosviluppo» che ha colpito le menti di tanti, non solo al Sud. Per sindrome da sottosviluppo intendo un insieme di atteggiamenti che indicano la volontà di prendere congedo dalla modernità. È una sindrome incompatibile con le esigenze di una società libera (e quindi anche prospera e dinamica). Ha due principali cause: una prolungata stagnazione economica e un sistema di istruzione che, in diverse parti del Paese, è inceppato, capace più di sfornare diplomi, pezzi di carta, che conoscenze. La combinazione di questi fattori spiega la diffusione di atteggiamenti anti-industriali (spacciati per sensibilità ecologica) e di incomprensione/avversione per la scienza e il progresso tecnico-scientifico. In un Paese che si de-industrializza si diffondono atteggiamenti del tipo «uva acerba»: «Sai che ti dico? Non ci interessa più un Paese industriale moderno. Fa male alla salute». Guardate certe sentenze dei Tar quando sono in gioco investimenti e attività industriali e vi accorgerete di quanto sia diffusa questa sindrome. Anche l’altro baluardo di una società moderna, la scienza, da noi è sotto attacco. La vicenda dei vaccini docet. D’altra parte, un sistema educativo poco selettivo, che diploma anche coloro che, per preparazione, non ne avrebbero diritto, perché dovrebbe permettere alle persone di apprezzare una cosa complicata come la scienza? Senza contare il fatto che da noi sono troppo pochi, tradizionalmente, i laureati in materie scientifiche e quei pochi non riescono a fare massa, non riescono a influenzare le opinioni dominanti.
Proprio perché la sindrome da sottosviluppo ha scavato così a fondo, ad esempio, è stato preso sul serio da tanti il «principio di precauzione»: l’arma ideologica escogitata per fermare l’innovazione tecnica, l’idea, ridicola e assurda, che non si possa fare alcunché senza essersi prima assicurati di avere abolito ogni rischio. I rischi, naturalmente, non possono mai essere eliminati del tutto, la vita stessa è un rischio. Invece, il progresso tecnicoscientifico può essere benissimo eliminato, o quanto meno ritardato, a colpi di ideologia. Oltre alla sindrome da sottosviluppo, da alcuni decenni, fornisce argomenti ai nemici della società aperta anche il circo mediatico-giudiziario. Il suo incessante operare ha prodotto due conseguenze: ha annullato, in primo luogo, nella coscienza di tanti, il principio fondamentale su cui si regge la società libera, la distinzione e la separazione fra il «peccato» e il «reato», fra l’etica e il diritto. Ha convinto molti, in secondo luogo, che la politica rappresentativa sia in mano ai corrotti e che occorra quindi ristabilire — contro la politica rappresentativa — il governo della virtù.
Non c’è nemmeno bisogno di rifarsi al «principio di precauzione». Non ci sono rischi, solo certezze: qualunque cosa accada negli altri Paesi europei, in Italia i nemici dell’ordine liberale continueranno a essere davvero tanti.

mercoledì 20 settembre 2017

UN DANNO CHE A VOLTE NON GUARISCE MAI . NON DEL TUTTO





Non vorrei che le amiche lettrici - ne ho, e di preziose - pensino, leggendo il post odierno  https://ultimocamerlengo.blogspot.com/2017/09/emergenza-stupri-veramente.html che io sottovaluti la gravità di un reato odioso come lo stupro.

In realtà, fin da ragazzo, al liceo, rimasi colpito come le compagne di classe, tutte debitamente progressiste di sinistra, e quindi normalmente portate ad avere in uggia la polizia, le forze dell'ordine viste come "serve" della repressione di Stato (stiamo parlando degli anni 70, per gli smemorati od assenti, e lo slogan "Legge ed Ordine", era rigorosamente di destra),si irrigidivano in modo assoluto e determinato di fronte all'ipotesi della violenza sessuale, lo stupro.
Lì non c'erano garanzie, attenuanti, processi di sorta e la pena più evocata era la castrazione, e non quella chimica evocata da Salvini. 
Dubito quindi che i 5 anni, che possono arrivare a 10, che pure l'avvocato Grosso ricorda come pene severe già esistenti contro questo tipo di reati (salvo aggravanti nel caso di minori) soddisfino la comprensibile richiesta di vendetta (la giustizia è cosa diversa, e non a caso il diritto viene definito pregevolmente "la vendetta che rinuncia") di chi subisce un simile danno.
Comprendendo tutto questo, continuo a pensare che il problema di base resti culturale, e questo concetto lo trovo ribadito nel racconto che pure riporto di seguito, sempre tratto da La Stampa, e che magari i colpevoli di simili reati veramente poi scontassero gli anni di prigione previsti.
Un pensiero, dolce e affettuoso, nel chiudere questo post va ad una preziosissima amica che anni fa, purtroppo, subì questa cosa.
Ne fu devastata, e per tanto tempo pensò di togliersi la vita.
Come tante, portava insopportabile il senso di colpa per quello che le era accaduto, e la vergogna e la paura le impedirono di denunciare chi le aveva usato violenza.
Oggi, ma sono passati ANNI, ha ritrovato un po' di serenità, credo si sia finalmente perdonata.
Non è bastato solo il tempo, ci sono voluti l'ascolto e l'aiuto di persone specializzate.
Quelle normali, cara Laura Sabbadini, temo non bastino, ammesso che siano capaci di un abbraccio e di un ascolto sincero.
Un bacio grande C. 




“Io, stuprata dal mio fidanzato non riesco più a innamorarmi”

Il dramma di Marianna: “Avevo 22 anni, mi fidavo di quel ragazzo. Ho ricominciato a vivere quando ne ho parlato con le mie amiche”



 LINDA LAURA SABBADINI
ROMA
È difficile per una donna parlare di violenze subite, soprattutto se stupri. Marianna mi ha chiesto di farlo, vuole parlarne perchè la sua esperienza possa aiutare altre donne. Marianna ha subito uno stupro dal suo fidanzato. Aveva 22 anni, era felice, solare come tante ragazze della sua età. Studiava all’Università, amava molto l’architettura. 


Conosce un ragazzo, si fida di lui, comincia una storia d’amore, almeno così lei credeva. All’inizio tutto sembra andare per il meglio, ma con il passar del tempo la situazione peggiora. «Non voleva che mi vestissi con le gonne corte. Poi mi vietava di frequentare alcuni amici». Tu sei mia diceva. La storia degenera un giorno, quando Marianna si rifiuta di avere un rapporto sessuale, e con sua terribile sorpresa viene stuprata dal suo fidanzato. Una esperienza dolorosissima. «Non sono riuscita a reagire in quel momento. E non potete capire quanta rabbia ho ancora dentro per questo. Ero senza forze, senza energie. E dopo non volevo parlarne con nessuno». Qualche giorno dopo succede di nuovo. E allora, completamente svuotata, distrutta, riesce a trovare la forza di scappare dai suoi fratelli. 



La fuga 
«Ma non me la sentivo di denunciarlo, troppo doloroso raccontare, troppo pesante spiegare tutto,dimostrare che non ero consenziente». Chiede ai fratelli di tenere lontano il fidanzato, «Lo lascio per telefono, lui urla, strepita, piange, si dispera, ma io non accetto l’ultimo appuntamento e dopo pochi giorni me ne vado distrutta in un’altra città, ospite di una mia lontana parente, per evitare di incontrarlo. Ma non ero più la stessa». Violata nel profondo,violata nell’anima, nel cuore, violata nella più profonda intimità. Si sentiva annullata. «L’ansia mi assaliva continuamente, pianti disperati, incubi la notte, l’insonnia, la nausea permanente, la rabbia dentro di me, i tremori , avevo paura di tutto e poi, non mi fidavo più di nessuno. Sembra non ti interessi più nulla della vita... Tu sei il nulla». Lei, con un carattere sempre aperto al mondo, si rinchiude in se stessa, diventa timorosa, fragile. Non si apre con nessuno, chiusa nel suo guscio. «Volevo dimenticare. All’inizio pensavo che fosse la cosa migliore, ma più stavo in silenzio, più stavo male, il silenzio mi isolava dagli altri. Ho incontrato anche ragazzi carini, gentili, ma non riuscivo più a fidarmi di loro. E ancora non riesco a innamorarmi. Ho paura». A un certo punto decide di tornare nella sua città, si sentiva troppo sola, e di raccontare tutto alle sue amiche con cui non aveva più avuto contatti. 

La rinascita 
«E’ stato l’inizio della mia rinascita. Trovare loro così vicine, così comprensive, così piene di complicità e di umanità, è stata la cosa più bella della mia vita. Mi ha dato tanta forza per ricominciare. Loro mi hanno convinto ad andare da una psicologa, con loro ho cominciato a rivivere momenti spensierati, anche se lo stupro ti lascia un segno indelebile di morte nel cuore». La vicinanza di altre donne è fondamentale dopo uno stupro. Ridà la forza di vivere quando tutto sembra finito, Per questo i Centri antiviolenza tengono molto a questo aspetto. Marianna non ha denunciato il suo ex fidanzato. «Non ce l’ho fatta, mi sono risparmiata il doloroso iter delle denunce, delle pressioni che una donna subisce anche dalla famiglia per ritirarle, dei processi. Lo so, così il mio fidanzato non è stato né denunciato, né condannato. Ma non potevo soffrire ulteriormente». E mi racconta di Adele, che lei ha conosciuto dalla psicologa ed è diventata sua amica: «Quando si è recata al commissariato del suo paese per denunciare gli stupri ripetuti di suo marito non è stato facile per lei. La sua famiglia la pressava per non denunciare, per rimettersi insieme a lui. L’appuntato le chiedeva se era proprio sicura di quello che diceva, che in fondo era il marito. Adele si sentiva sola contro tutti. E il processo… i dettagli, le domande indiscrete, gli ammiccamenti… le pressioni a ritirare la denuncia... un vero incubo. Ecco perché io non ho denunciato. Perché si riaprono continuamente le tue gravi ferite. Nessuno può capire realmente quanto tu possa soffrire». 


Parlare, parlarne, in continuazione, fra donne, con gli uomini, tanto con i figli e con le figlie, senza paure, senza vergogna, parlare anche se non e’ toccato a te, né alla tua famiglia, ma ad una che non conosci. Tessere una rete di solidarietà femminile, di valori condivisi, di stigmatizzazione sociale inappellabile, di ogni per quanto piccolo atto di sopraffazione del bimbo sulla bimba, del ragazzo sulla ragazza, dell’uomo sulla donna. Dai piccoli atti di prevaricazione, di non rispetto dell’altra, quelli su cui in genere si soprassiede germina e si ramifica la subcultura della pretesa superiorità maschile, e della donna come sua proprietà, quella che porta molti ad oltrepassare la soglia della violenza, e alcuni dello stupro. Su questo terreno siamo indietro uomini e donne, ed è ora che a partire dalle donne il nostro sguardo esprima con chiarezza la nostra collera. Marianna e le donne colpite ce lo chiedono.

EMERGENZA STUPRI ? VERAMENTE DIMINUISCONO...UNA BATTAGLIA DI CULTURA

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Devo confessare che anche io, di fronte alle notizie quotidiane di donne violentate (lasciamo stare ora i carabinieri di Firenze, storia comunque brutta fosse anche vera la versione dei due militi) in questa torrida estate 2017, sono rimasto interdetto. Cosa sta accadendo ?
Certo, la mente va subito all'invasione di migranti, ma poi le cronache spiegano come anche gli indigeni si danno il loro da fare.
Poi però mi è venuto un dubbio, ricordandomi due articoli letti anni fa, uno di Facci, sui suicidi, e l'altro sul bel quotidiano web di Luca Sofri, Il Post, proprio sui dati delle violenze sulle donne, che spiegavano come i numeri veri non confermavano la percezione trasmessa dai giornali. 
Leggendo questi ultimi, che magari per un periodo si soffermano particolarmente su determinati episodi rispetto ad altri, uno si fa la convinzione di trovarsi di fronte ad un fenomeno in esplosione, e invece così non è in realtà. 
Ed ecco che stamane Mattia Feltri, nella sua rubrica su La Stampa, conferma la bontà del dubbio descritto : gli stupri, in Italia, sono diminuiti, così come una serie di altri reati. 
Statistiche del Viminale, ribadite dall' articolo, che pure posto di seguito, del celebre collega, l'avv. Carlo Federico Grosso. 
Con questo vogliamo dire che non ci si deve preoccupare, che possiamo lasciare tutto com'è ? 
No, ma come scrive ottimamente l'avv. Grosso, la strada non quella delle leggi speciali, semmai un serio lavoro di crescita civile e culturale (roba lunga, ma indispensabile se veramente vogliamo risolvere) e nel breve termine migliorare la prevenzione.
Per le punizioni, quelle già ci sono. Il problema è applicarle. 




LaStampa.it


L'ITALIA CHE NON C'E' 

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  MATTIA FELTRI
Abbiamo un’altra emergenza: l’emergenza stupri. «Ma che sta succedendo?» si è chiesto Matteo Salvini mentre proponeva la castrazione chimica per gli stupratori. Eh, sta succedendo che gli stupri sono in calo. Di poco, troppo poco, ma in calo: 2.333 da gennaio a luglio 2017 contro i 2.345 dello stesso periodo 2016, dicono i dati del Viminale. Piuttosto a Roma c’è l’emergenza polizia, segnala il sindaco Virginia Raggi. Mancano le guardie (poliziotti, carabinieri eccetera). Che poi siamo il Paese con più guardie per abitante d’Europa, il terzo al mondo dopo Russia e Turchia, dice il Wall Street Journal. Ah, il Lazio è la regione italiana con più guardie pro capite d’Italia, ne ha più del triplo della Lombardia, dice sempre il Viminale. Sarà che sono tutti nei ministeri e negli uffici perché in effetti per strada, e soprattutto di sera, non si vedono. 

Certo, c’è l’emergenza parchi, che sono diventati accampamenti per immigrati. Però il controllo dei parchi tocca ai vigili urbani, e Roma ha un numero di vigili urbani per abitante che è il terzo in Italia, ma pure i vigili alla sera preferiscono rincasare. Così esplode l’emergenza rapine, anche se negli ultimi due anni sono diminuite del 23 per cento (sempre dati del Viminale, sempre periodo gennaio-luglio). E poi esplode l’emergenza furti, anche se negli ultimi due anni sono diminuiti del 22 per cento. Più in generale è esplosa una terribile emergenza criminalità, anche se i reati sono complessivamente diminuiti del 26 per cento. Però, ecco, un’emergenza l’abbiamo: l’emergenza matti. 

Lo stato di diritto contro la violenza

CARLO FEDERICO GROSSO

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Leggi speciali per contrastare la violenza sessuale? Stando a quanto è stato riportato ieri dalle agenzie lo avrebbe ipotizzato, addirittura, il sindaco di Roma Virginia Raggi. Che la violenza sulle donne sia fenomeno esecrabile è ovvio. Che si debba reagire agli episodi ricorrenti di violenza con una legislazione speciale di emergenza mi sembra, tuttavia, un non senso.  

Occorre, piuttosto, assicurare che la legislazione penale vigente venga applicata efficacemente e con rigore e che, se del caso, vengano rafforzati i già previsti presidi di protezione, di prevenzione e di controllo del territorio. 

Innanzitutto sembra opportuno precisare che, se è vero che a livello di percezione il fenomeno criminale della violenza sessuale sembra essere aumentato, le statistiche ufficiali rivelano il contrario: sia pure soltanto con riferimento ai casi di violenza denunciati, essi parrebbero essere diminuiti di più del 10% dal 2006 al 2015. E gli stupri sarebbero ulteriormente diminuiti nel primo semestre del 2017 rispetto al semestre corrispondente del 2016. Quale legislazione di emergenza, dunque? 

Ricordo d’altronde che una legislazione speciale di emergenza era stata introdotta, nel nostro Paese, al tempo del terrorismo, per estirpare la violenza allora dilagante. Ma ricordo pure che, se si fa eccezione per l’efficacia dirompente di talune norme premiali, le disposizioni che hanno appesantito le sanzioni penali, attenuato le garanzie individuali, introdotto scorciatoie all’azione delle forze dell’ordine poco sono servite allo scopo. Semplicemente, hanno imbarbarito il livello dello stato di diritto introducendo nel nostro sistema giuridico pericolose scorie autoritarie. 

Che fare, dunque, di fronte ai casi di cronaca dei quali i giornali hanno ampiamente parlato nei giorni scorsi? Come dicevo, applicare rigorosamente la legge penale vigente e rafforzare nei limiti del possibile i presidi di tutela dei cittadini sul territorio. 

La legislazione penale in materia di violenza sessuale mi sembra adeguata ad una repressione efficace del fenomeno: essa prevede la reclusione da cinque a dieci anni per l’ipotesi base di chi con violenza o minaccia costringe taluno a compiere atti sessuali, pena che viene elevata in casi particolarmente gravi in ragione della qualità del soggetto agente o di quella della vittima (es. minore).  

Si tratta a questo punto di applicare adeguatamente e rigorosamente tale legislazione: nella cornice di un processo giusto per l’imputato, ma che garantisca nello stesso tempo il soggetto passivo della violenza da ambigui tentativi delle difese degli imputati - purtroppo talvolta ancora presenti e tollerati nei processi per stupro - di truccare le carte e di ribaltare il rapporto esistente fra carnefice e vittima. Ma a tale ultimo riguardo non sono utili o possibili riforme legislative, ma deve essere la magistratura a farsi, di fatto, garante della correttezza dello svolgimento del processo. 

La legge prevede d’altronde già oggi che il territorio sia pattugliato e controllato dalle forze dell’ordine a protezione dei cittadini contro i fenomeni di criminalità. Il controllo non è adeguato o sufficiente? Lo si potenzi, si investano per quanto possibile risorse, si predisponga un sistema capillare di videosorveglianza. Ancora una volta, nessuna legge speciale, bensì l’impiego di strumenti adeguati di tutela conseguenti ad un adeguato investimento di denaro nella sicurezza. 

Il tema della violenza sulle donne è, per altro verso, più complesso rispetto a quanto risulta evidenziato dagli episodi dei quali hanno parlato i giornali nei giorni scorsi. Non c’è, soltanto, la violenza degli estranei perpetrata nelle strade. C’è la violenza quotidiana consumata nelle mura domestiche, c’è la violenza perpetrata all’interno delle piccole comunità isolate, c’è la violenza subita in silenzio dalle donne terrorizzate dal contesto famigliare o sociale circostante. 

Anche con riferimento a queste situazioni di violenza la reazione giudiziaria deve essere inflessibile e l’applicazione della legge penale rigorosa. Ma anche qui il tema principale è costituito dalla predisposizione degli strumenti in grado di fare emergere, e pertanto anche sotto questo profilo contrastare, tali fenomeni criminali di regola sommersi: potenziamento dei servizi sociali, potenziamento delle istituzioni di protezione delle donne, interventi sul terreno della educazione civile.