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domenica 20 gennaio 2013

GLI AFORISMI DI UN GRANDE UOMO CHE TEMEVA SOLO LA NOIA : GIANNI AGNELLI



Ieri ho riportato il lungo omaggio di Ferruccio de Bortoli a Gianni Agnelli, scritto in occasione dei dieci anni dalla sua morte, avvenuta il 19 gennaio 2003.
Già lì avevo accennato perché anche io, come tanti, ho subito il fascino aristocratico di un uomo che di fatto non era nobile, appartenendo alla ricca borghesia, ancorché sabauda (e quindi di per sé più altera di quella nazionale).
Agnelli aveva il portamento del principe rinascimentale, una sorta di Lorenzo de Medici : amante delle belle cose, conoscitore di arte , garbato sempre. E' vero che nelle interviste l'atteggiamento di chi poneva le domande era rispettoso ma non tutte erano "gradite". Come quella sugli aiuti pubblici alla Fiat (adesso è un tormentone, ma anche all'epoca qualcuno la questione la sollevava ) , sul fatto di essere nato ricco ed essersi trovato catapultato alla testa della più grande industria italiana, le donne, il doloroso argomento del figlio Edoardo.
Lui rispondeva sempre serenamente, a volte con serietà, se la domanda lo esigeva, più spesso con un sorriso suadente, molte volte con garbata ironia che non era mai sarcasmo.
Siccome i principi rinascimentali non appartengono alla fantasia popolare, ecco che questo distacco nobiliare di Agnelli fu tradotto in "regalità", per cui per la gente lui era l'ultimo Re d'Italia, assai migliore tra l'altro dei suoi predecessori (specie gli ultimi ).
Di errori ne ha fatti tanti, il più noto fu quello da presidente della Confindustria quando con Lama , capo della CGIL e di fatto della triplice sindacale, allora unitissima, firmò il patto del punto unico di contingenza, con l'introduzione del meccanismo infernale della scala mobile : i salari che crescevano  automaticamente in ragione dell'aumento dell'inflazione. In teoria una cosa giustissima, a difesa del potere d'acquisto   delle remunerazioni, peccato che scollegato completamente dalla realtà economica e quindi da ogni principio di sostenibilità. Ha attraversato con la Fiat tanti momenti di crisi acuta, risolvendoli con compromessi pesanti come la cessione di una quota importante del pacchetto azionario alla Libia di Gheddafi, subendo le limitazioni di sovranità imposte dal grande regista dell'imprenditoria e della finanza italiana, Enrico Cuccia (che pure gli era amico).
Per decenni ebbe al suo fianco Cesare Romiti, potentissimo AD. Sul rapporto tra i due se ne sono scritte tante, specie  dopo la morte di Agnelli. L'intervista che di seguito riporto, anch'essa pubblicata sul Corriere della Sera, mostra un Romiti affezionato al grande uomo torinese, nonché  rispettoso e sostanzialmente concorde con le scelte dello stesso, che lealmente difende.
AI tempi di Tangentopoli anche la Fiat fu in parte  coinvolta, e Romiti interrogato. Nessuno a Milano osò invece disturbare il "monarca". Per lui non valse mai il teorema "non poteva non sapere".
L'aneddotica è ricca, partendo da alcune stravaganze nel vestire, prontamente imitate dai parvenu  : l'orologio allacciato sopra il polsino della camicia, la cravatta fuori dal maglione .
Fu un playboy fino ai 45 anni, anno in cui iniziò a "lavorare" sostituendo Valletta alla guida della Fiat, e non smise di essere un cultore della bellezza femminile. Ciò non intaccò mai il rapporto con la moglie , Marella Caracciolo, per la quale ebbe sempre parole di assoluto apprezzamento e affetto.
L'Amore magari no, ma quello, si sa, è roba per le "cameriere". In realtà questa definizione pare fosse stata coniata dalla sorella Susanna, ma lui la fece sua e la rese famosa. Romiti sostiene che non lo pensasse, e che   fosse l'ironica difesa di una persona riservata per la quale i sentimenti dovessero sempre essere privati e discreti.
Francamente sono d'accordo con il "Re" in entrambi i casi.
"Ho conosciuto mariti uomini fedeli ma pessimi mariti e viceversa. Le due cose non vanno necessariamente insieme"
"Ci sono uomini che parlano di donne e quelli che parlano CON le donne. Io di donne preferisco non parlare."
"Quello che è bene per la Fiat è bene per l'Italia", opinione discutibile, ma ai tempi della sua pronuncia gli operai Fiat erano centinaia di migliaia ! (era l'epoca del trionfo del Fordismo ), più gli occupati per l'indotto, ed era difficile non pensare che, almeno in parte, quella frase fosse vera. Il Boom economico della Fiat fu quello dell'Italia, negli anni 60 del secolo scorso.
"Ho conosciuto molte persone disfarsi da sé ", rispondendo a chi gli chiedeva conto di non essere un self made man.
Tifosissimo della Juve, anche nel calcio manteneva il suo aristocratico aplomb, pur non risparmiando battute non lusinghiere che resteranno appiccicate per sempre ai destinatari "Boniek bello di notte", "Del Piero Pinturicchio" laddove Platini era Raffaello, Baggio  addirittura un "coniglio bagnato" .
Sulla percentuale di valenza degli allenatori sulle vittorie, credo che valga questo aforisma: " Maradona ? Migliore di qualsiasi allenatore". 
Non si faceva condizionare dai giornali, né dai commenti acidi degli imprenditori invidiosi, come De Benedetti (oggi si è aggiunto Della Valle) , e in questo senso esortava Montezemolo "è più sensibile ai giornali che ai fatti. Sbaglia".
Infine, gustosissime, sempre dedicate alla sua debolezza confessa, due risposte riguardanti la Juventus :
"Vinca la Juve o vinca il migliore ? Sono fortunato, in genere le due cose coincidono"
"Mi dite che Buscetta ripete sempre di essere tifosissimo della Juventus ? Se lo incontrate ditegli che è l'unica cosa di cui non potrà pentirsi"
Uomo fisicamente coraggioso, lo dimostrò durante la seconda guerra mondiale, non temeva la morte.
Solo la noia.
Buona Lettura




INTERVISTA PASSIONI E VIRTÙ DI UN PROTAGONISTA DELLA STORIA DEL PAESE

Romiti: le nostre confessioni senza mai darci del tu

«Generoso con pudore, incapace di mentire»

Dottor Romiti, per quale motivo lei restò in piedi nel Duomo di Torino per tutto il funerale di Giovanni Agnelli?
«Perché lui in chiesa faceva così. Ricordo una domenica in cui andai a trovarlo a Villar Perosa. Mi portò a messa. La moglie con i figli erano davanti. Lui era in fondo, e rimase in piedi per l'intera funzione: "Romiti, rimanga in piedi con me". Gliene chiesi il motivo. Rispose che aveva avuto un'educazione cattolica, e quello era il modo per dimostrare, se non la fede, la fedeltà. Restare in piedi al suo funerale era il mio modo di rendergli omaggio».
Che cosa resta dell'Avvocato, dieci anni dopo?
«Innanzitutto, una lezione di stile. Che non era solo una questione di estetica, o di mode. Certo, aveva un colpo d'occhio eccezionale per l'arte. E dettava piccole esteriorità subito imitate dagli adulatori, tipo la cravatta sul pullover. Ma lo stile per l'Avvocato era sostanza. Era comportamento, e anche valori morali che in lui erano profondamente radicati dall'educazione ricevuta e dall'esempio del nonno. Era del tutto incapace di dire bugie. Questo creava anche problemi».
Quali problemi?
«Alle trattative sindacali partecipava di rado. Quando veniva, però, si faceva sfuggire fin dove la Fiat poteva arrivare. È una cosa che ovviamente non si fa mai. Ma per lui era impensabile non dire sempre la verità; gli avevano insegnato così. Lo stile era il parametro con cui giudicava le persone. Per questo non considerava molto Berlusconi».
Non gli era neppure simpatico?
«No. Lo divertiva, ma gli dava fastidio epidermicamente, non riusciva a stargli vicino. In questi casi il suo giudizio diventava severo. Mentre era incline a perdonare in altri casi, in cui riconosceva una qualche forma di stile. Per questo, oltre che per l'affetto, perdonò Montezemolo».
Non crede che la vicenda dei capitali all'estero abbia gettato un'ombra su questo stile?
«L'attacco postumo alla memoria di Giovanni Agnelli è stato vergognoso. La vicenda è esplosa per l'iniziativa della figlia, che non andava d'accordo con la madre. Ma quando si parla di capitali all'estero bisogna innanzitutto distinguere tra i soldi della Fiat e quelli personali dell'Avvocato. Il gruppo è sempre stato internazionale. E lui si è ritrovato beni all'estero per questioni ereditarie. Non era uno che portava i soldi fuori, a differenza di molti altri. Se è per questo, non aveva mai una lira in tasca. Quando andavamo a prendere un caffè al bar, pagavo io».
Vi siete sempre dati del lei? 
«È vero. Un giorno, dopo qualche anno, mi disse: "Si è accorto che ci diamo ancora del lei?". Risposi che andava bene così. Perché era un "lei" che sottintendeva una confidenza molto più intima di quella di un "tu". Lo dico oggi, con un certo pudore: l'Avvocato con me si confidava molto. E io nel mio piccolo facevo altrettanto. Parlavamo di tutto: le famiglie, le amicizie, le donne».
L'Avvocato che parla di donne, e non con le donne?
«Ne parlava per dire che mai avrebbe lasciato sua moglie. Diceva proprio così: "Io non potrei vivere senza Marella". Per lui la famiglia era un tassello fondamentale; sfasciarla implicava un fallimento. Per questo era contrario al divorzio di suo fratello Umberto. Sotto il profilo sentimentale, aveva un understatement sabaudo. La celebre frase che gli è stata attribuita, secondo cui "si innamorano solo le cameriere", è della sorella Suni, ma lui la faceva propria».
Non mi dirà che Agnelli pensava davvero che si innamorano solo le cameriere?
«Certo che no! Ma i sentimenti andavano taciuti. Come gli apprezzamenti. Come il dolore».
L'Avvocato non le manifestava apprezzamento?
«Mai in modo esplicito. Prenda la battaglia del 1980: l'occupazione della Fiat, la marcia del 40 mila. Io lo tenevo informato ogni giorno, sino alla vittoria sui sindacati. Lui non mi disse mai nulla. Ma qualche giorno dopo mi telefonò dal Quirinale e mi passò l'ex presidente Saragat, che fu calorosissimo: "Finalmente ho rivisto per strada i volti degli operai e dei quadri Fiat che conosco!". Era il modo che l'Avvocato aveva trovato per dirmi: bravo Romiti, grazie».
Lei ha raccontato a Paolo Madron che quando telefonò ad Agnelli da Pechino per le condoglianze dopo la morte del figlio, lui rispose: «Romiti, mi dica piuttosto: cos'è andato a fare in Cina?».
«Un altro segno di mentalità sabauda, direi quasi militare. In realtà stava patendo la sofferenza peggiore di tutta la vita. Forse il male che l'ha ucciso covava già dentro di lui; certo fu il dolore per la fine di Edoardo a scatenarlo».
Com'era la loro relazione?
«Edoardo era sensibile e generoso, ma inadatto ad assumere la responsabilità del primo gruppo industriale italiano. Suni diceva che in lui rivedeva Giorgio, il fratello morto prematuramente. Entrambi, padre e figlio, hanno sempre sofferto per quel rapporto che non erano mai riusciti a stringere. Ognuno era deluso dall'altro».
Il tramite tra lei e Agnelli fu Enrico Cuccia. Com'erano i loro incontri?
«L'Avvocato voleva bene a Cuccia, ma ne aveva un po' soggezione. Cuccia era più anziano di lui, e poi aveva una cultura e una statura intellettuale impressionanti. Si vedevano spesso. Parlavano di affari per cinque minuti. Poi cominciavano a conversare di arte, mostre, musei».
Ci fu un momento in cui Mediobanca aveva preso il sopravvento in Fiat; poi Agnelli lo recuperò. A costo di lasciare la presidenza a 75 anni. Presidente divenne lei, che però dovette a sua volta lasciare subito dopo. Questo non ha creato frizioni tra voi?
«Non è stata una soluzione improvvisata. Era un accordo preso anni prima. Del resto, la famiglia Agnelli non ha mai avuto la maggioranza assoluta delle azioni Fiat. L'Avvocato era il perno di un sistema che coinvolgeva Mediobanca, Generali, Alcatel e Deutsche Bank. Ed era il capo che teneva insieme una famiglia numerosa. La regola è che al timone dovesse essere una persona sola».
Ma quando l'Avvocato annunciò che dopo di lui sarebbe venuto il fratello Umberto e dopo di lei Ghidella, Cuccia non apprezzò. E lei neppure.
«Guardi che io ho sempre riconosciuto le grandi qualità di Vittorio Ghidella. È il padre della Uno, l'auto che ha invertito il corso della Fiat, dalla crisi alla ripresa. Non avrei mai potuto determinare da solo le vicende che portarono al suo addio. Ci fu un'inchiesta interna, condotta da Chiusano e Grande Stevens in due o tre giorni, che confermò le irregolarità. Agnelli stesso me ne diede conferma. Non ho mai letto il rapporto, ma dovrebbe ancora essere nelle carte Fiat».
Al posto di Umberto venne designato il suo primogenito, Giovanni Alberto. Dopo la sua scomparsa, toccò a John Elkann. Com'era il rapporto tra nonno e nipote?
«L'Avvocato aveva in mente il rapporto che lui aveva avuto con suo nonno. Mi fece conoscere John, che cominciò a lavorare con me. Gli insegnai a leggere i bilanci. Poi andò in Polonia. Ha avuto una formazione seria. L'Avvocato voleva metterlo in consiglio al posto di Giovanni Alberto, ma esitava. Gli dissi che la cosa andava fatta subito. E così accadde».
Non avete mai avuto scontri? Non le ha mai mosso rimproveri?
«Scontri veri e propri, mai. Rimase perplesso quando gli dissi che avevo comprato Palazzo Grassi dalla Snia: "E ora cosa ce ne facciamo?". Poi si rese conto che era stata una bella mossa. Un'altra volta mi mostrò una lettera anonima contro di me che aveva ricevuto, dicendomi: "Gliela do perché la riguarda, ma non le attribuisca importanza. Sapesse quante ne ha date a me Valletta...".
Di cosa parlava la lettera?
«Di donne».
A Giampaolo Pansa lei raccontò di aver ricevuto da Rol, il celebre sensitivo torinese, una lettera con la grafia di Valletta. È vero che Agnelli non voleva che lei frequentasse Rol?
«È vero. Mi diceva sempre: "Romiti, non ci vada!". Ne era terrorizzato da quando a Venezia aveva sentito Rol raccomandare a un amico comune di non prendere l'aereo per Roma. Quell'aereo cadde, l'amico morì. Io però a casa di Rol trovavo Mastroianni e Fellini che pendevano dalle sue labbra. E la grafia di quella lettera era proprio di Valletta».
Quali erano i difetti di Agnelli?
«Erano inscritti nella sua biografia. Era nato ricco, e quindi vezzeggiato. Il suo lavoro non fu mai la gestione. Aveva il vezzo di dire che avrebbe fatto fallire l'edicola all'angolo; in realtà era intelligentissimo. Capiva cose e persone al volo. Noi lavoravamo tre giorni su un dossier, e lui in pochi minuti aveva colto il problema e individuato la soluzione».
Che idea aveva dell'Italia?
«La amava, ma la considerava un Paese di seconda schiera. Lui era affascinato dall'America, la patria di sua nonna. Parlava inglese con gli inglesi e americano con gli americani. Fu tentato davvero dall'idea di diventare ambasciatore a Washington, perché gli sarebbe piaciuto fare il diplomatico. O il giornalista, come i suoi amici Montanelli e Biagi».
Quando l'ha visto per l'ultima volta?
«Quindici giorni prima che morisse. Ma non ci fu un vero e proprio commiato: "Romiti, torni presto a trovarmi". Non amava le rievocazioni, non provava nostalgie. Ha sempre preferito il futuro».

sabato 19 gennaio 2013

DECENNALE DALLA SCOMPARSA DI GIANNI AGNELLI : L'ULTIMO RE D'ITALIA



Ho trovato molto bella la prefazione di Ferruccio de Bortoli, che non è tra i miei giornalisti preferiti, ha scritto per il libro di Stefania Tamburello  dedicato a Giovanni Agnelli (in uscita il prossimo 24 gennaio ) e pubblicata dal Corriere in occasione del decimo anniversario dalla scomparsa del grande italiano.
E' lunga e quindi non eccederò nella presentazione.
Io, come tanti, ho considerato Gianni Agnelli un grande aristocratico borghese, un principe rinascimentale, l'ultimo "monarca" italiano alla stregua di quelli costituzionali ancora presenti in Europa.
Un uomo stimatissimo ed ossequiato da vivo (nominato con plauso unanime Senatore a vita nel 1991 da Cossiga ), rispettato dalla sinistra e dai non juventini (il che è tutto dire ) , è stato poi molto attaccato da morto. Gli italiani hanno queste forme discutibili di coraggio.
Mi fermo qui, proponendomi di tornarci semmai in un altro post
Buona Lettura



IL RICORDO

Agnelli interprete del Novecento rimosso

Quella certa idea di Italia sabauda che seppe interpretare
il Novecento fino alla Seconda repubblica

A dieci anni dalla scomparsa di Gianni Agnelli, avvenuta il 24 gennaio 2003, il Corriere ricorda la figura e l'opera dell'Avvocato.
Gianni Agnelli nel 1984 (Ansa)Gianni Agnelli nel 1984 (Ansa)
(f. de b.) Il passato prossimo è un tempo ormai scomparso. Caduto in disuso. In una società così aggrappata al presente, la storia si impossessa più rapidamente della cronaca appena vissuta. La divora. Ed è come se personaggi e avvenimenti venissero risucchiati inesorabilmente nelle viscere dei secoli. Sono trascorsi già dieci anni dalla morte di Giovanni Agnelli. In realtà molti di più. Un'epoca. Potremmo dire parlando dell'Avvocato: «Sembrava ieri...». Ma sarebbe una bugia pietosa, un'inutile cortesia post mortem . Personaggi che hanno riempito fino all'inverosimile l'allora nostro presente, dei quali mai avremmo pensato di poter fare a meno, sono scomparsi dall'orizzonte quotidiano dei loro posteri con una velocità insospettabile. Non ci sentiamo orfani nemmeno per un attimo e di nessuno. Immersi in un presente liquido, sovrabbondante di miti e mode, coltiviamo una memoria elettrica assai labile, che rimuove in fretta nomi e fatti con la stessa velocità con la quale si passa da uno strumento multimediale all'altro.
La nostra incapacità di concentrarci è pari alla crescente tendenza all’oblio della quale siamo vittime. Non sono passati soltanto dieci anni, quindi. L’immagine di elegante e distaccato potere dell’Avvocato, il capitalista più ammirato di un Paese che non ama l’impresa e invidia i ricchi detestandoli, appartiene a pieno titolo alla storia del Novecento, il secolo che lo vide irresistibile interprete. La sua eredità è custodita e valorizzata con affetto e riconoscenza dai nipoti, in particolare John Elkann. Un’opera costante e silenziosa. Eppure insufficiente, perché al monarca riconosciuto in un Paese che ha cacciato il Re e disprezza l’autorità, è stato riservato il trattamento tipico delle corti rinascimentali. Osannato e incensato in vita, al di là del necessario; criticato e maltrattato, con abbondanza ingiustificata di eccessi, dopo la sua scomparsa. Agnelli è stato un protagonista straordinario del suo tempo, una personalità eccentrica, anche nei suoi modi d’essere, un’icona affascinante e irresistibile nell’esibizione annoiata dei suoi difetti, non pochi, ma è difficile spiegare perché sia stato abbandonato in tutta fretta sul marciapiede della storia. Anche dai molti che ne hanno beneficiato dell’amicizia. E non solo di quella.
Agnelli e Carlo De Benedetti (Ansa)Agnelli e Carlo De Benedetti (Ansa)
L’Italia è terra di slanci generosi e di inspiegabili amnesie. Il libro di Stefania Tamburello tenta di colmare questa lacuna. La letteratura sul suo conto, al limite dell’agiografia, è stata sterminata in vita, assai rara dopo la morte. La muta dei cronisti attenti a decifrare ogni sua parola, ogni suo gesto, anche il più piccolo e insignificante, non ha passato la mano agli storici. O questi ultimi l’hanno semplicemente ignorata. Non c’è stata finora una grande biografia degna di questo nome, salvo qualche scritto di storici di corte, né un tentativo scientifico di inscrivere la sua complessa, ma assai più ricca di quanto non si pensi, figura di imprenditore e ambasciatore del «made in Italy», nel quadro degli avvenimenti economici e politici del lungo Dopoguerra italiano. Sono apparse ricostruzioni assai parziali e inutilmente velenose sulle vicende familiari, causate anche dal processo sull’eredità intentato sciaguratamente dalla figlia Margherita. È rimasta una vasta aneddotica, quella sì, alimentata dai testimoni ma quasi esclusivamente a loro personale consumo. «Ricordo quel giorno in cui l’Avvocato mi ha chiamato all’alba», e via di seguito. Quando è mancato, in quel freddo gennaio torinese di dieci anni fa, la crisi della Fiat era già evidente. Ma non aveva ancora assunto i toni drammatici dei mesi successivi con quel succedersi affannoso di amministratori delegati sotto la presidenza del fratello Umberto che sarebbe morto il 27 maggio dell’anno successivo. La Fiat si è ripresa negli ultimi anni, anche se non del tutto, grazie all’opera di Marchionne, alla transizione di Montezemolo e alla tenacia dell’erede scelto, il nipote Elkann che oggi guarda al nonno nello stesso modo con il quale l’Avvocato si ispirava all’esempio del suo di nonno, il senatore Agnelli.
La storia dell'Avvocato nell'Italia che cambiaLa storia dell'Avvocato nell'Italia che cambia    La storia dell'Avvocato nell'Italia che cambia    La storia dell'Avvocato nell'Italia che cambia    La storia dell'Avvocato nell'Italia che cambia    La storia dell'Avvocato nell'Italia che cambia
Ma la Fiat di oggi è molto diversa da quella lasciata dall’Avvocato che ne prese le redini, da Valletta, nel 1966 quando aveva già 45 anni. Marchionne non ha mai conosciuto Agnelli. Non è azzardato affermare che i due si sarebbero piaciuti. E molto. La storia del figlio dell’emigrante abruzzese in Canada arrivato al vertice mondiale dell’industria dell’auto e ritenuto dal presidente degli Stati Uniti un salvatore della patria avrebbe affascinato l’Avvocato, la cui curiosità assai femminile era incontenibile. Chissà quante domande! Poi immaginiamo che avrebbe detto, con il suo impareggiabile sense of humor al limite della perfidia, che una conversazione con Jacqueline Kennedy a Ravello era assai più intrigante di una visita con Obama a uno stabilimento del Michigan. Ma è certo che con l’Avvocato al vertice, Marchionne avrebbe tenuto giacca e cravatta e non si sarebbe mai spinto a fare molte delle sue ormai celebri provocazioni. La Fiat non avrebbe mai lasciato la Confindustria. Ma l’affare Chrysler forse, e sarebbe stato un peccato, non si sarebbe mai fatto. Sergio Romano in un suo scritto riportò una battuta ai tempi dell’accordo con General Motors.
La politica dell’Avvocato era quella dei Duchi di Savoia: troppo piccoli per fare a meno di un potente alleato, ma troppo ambiziosi per accettare alleanze permanenti. Agnelli era un uomo della Prima Repubblica, con una spiccata tendenza ecumenica e una vanità che lo teneva lontano dai conflitti più aspri e dalle contrapposizioni più dure — quella parte era svolta con risolutezza da Cesare Romiti —; voleva piacere, sedurre ed era terribilmente indispettito dal fatto che un parvenu come Berlusconi avesse qualità di comunicatore e di affabulatore superiori alle sue. Detestava il conflitto, cercava il consenso, esprimeva fastidio per la normalità. La prevedibilità lo irritava. L’imprevisto e il sottile senso del proibito ne accendevano all’improvviso l’entusiasmo, tanto immediato e giovanile quanto breve ed effimero. Ma non perdeva mai il senso di responsabilità per il suo ruolo di imprenditore e di rappresentante della migliore italianità in giro per il mondo. Questo è il punto, qui sta tutta l’essenza del profilo storico del personaggio, che va oltre l’immagine stereotipata da lui stesso incoraggiata, con superba civetteria, in vita, e resiste al tempo. Agnelli era orgoglioso della sua italianità. Al Paese avrà fatto certamente pagare qualche costo di troppo, ma era il suo Paese. La stessa cosa si può dire per molti suoi epigoni o di quelli che oggi lo liquidano come un semplice profittatore del denaro pubblico? No. E ci sarebbe mai stato il boom economico italiano senza la Fiat che diede lavoro a centinaia di migliaia di lavoratori? No. Mario Monti, ricordando i tanti anni trascorsi insieme, nella Trilateral, al Bilderberg, in numerose occasioni pubbliche e private, sosteneva che il volto dell’Italia nel mondo era solo quello del presidente della Fiat, ascoltato persino dai presidenti degli Stati Uniti (ovviamente mai avrebbe pensato di andarci lui, da premier, dieci anni dopo, alla Casa Bianca), ma confessava che «avendo dato grande credito al Paese forse aveva finito per pesare troppo sulla vita italiana. Può darsi che una personalità così carismatica abbia giovato più a non far perdere la fiducia della comunità internazionale che non a favorire l’ammodernamento dell’economia e della società». Vero, e in questa frase di Monti c’è anche, sottile, la spiegazione del perché sia stato dimenticato in fretta, come se la sua monarchia impropria avesse pesato per troppi anni su un Paese adorante, ma infido.
Tuttavia, il vezzo di sentirsi straniero in patria non apparteneva al costume di Agnelli. Viaggiava di continuo, aveva case un po’ dappertutto, ma poi alla fine tornava a Torino. In collina. La tendenza a considerarsi apolidi nella globalità che affascina molti italiani di successo internazionale non rientrava nel suo codice sabaudo, rimasto ancora, al fondo, un po’ militare. Si sentiva come investito di un ruolo pubblico assai prima del riconoscimento — che più lo inorgoglì perché lo equiparava al nonno — di senatore a vita, avuto da Cossiga nel 1991. Il presidente emerito della Repubblica, Ciampi, ricordò nei giorni del funerale che pochi, come lui, furono capaci di interpretare il carattere e l’identità nazionale. Non erano parole di circostanza. Dopo l’8 Settembre, la scelta di Agnelli e di Ciampi fu quella di difendere lo Stato nonostante la disfatta. Non si strapparono le stellette. Difesero la libertà senza lasciare l’uniforme. «Agnelli era fedele a una certa idea dell’Italia, credeva in un ideale risorgimentale». L’Avvocato non lasciò Torino negli anni del terrorismo; non vendette l’azienda quando avrebbe potuto farlo con sicura convenienza; la parte del rentiergli faceva semplicemente orrore; sentiva il peso del suo ruolo pubblico forse anche di più di quello privato. Non parlava mai male del suo Paese, tanto più all’estero. Era il più cosmopolita degli imprenditori, con amici veri sparsi un po’ ovunque, da Henry Kissinger a Jean Luc Lagardère, ma detestava una certa esterofilia d’accatto che tanto era in voga fra i suoi seguaci e allora scodinzolanti colleghi industriali, sudditi del ruolo e della primazia della Fiat. Era un cittadino del mondo che non dimenticava di avere un passaporto italiano, immerso totalmente nell’Italia della Prima Repubblica, la sua.
Agnelli con il nipote Lapo Elkann (Ansa)Agnelli con il nipote Lapo Elkann (Ansa)
La Seconda, che ha avuto come protagonista il Cavaliere (il quale confessò di tenere la sua foto sul comodino della camera da letto) non gli apparteneva affatto. Non la capiva, la giudicava volgare e noiosa. Guardava con sospetto e sufficienza la carica dei «berluschini», l’emergere disordinato ma vitale dei piccoli e medi imprenditori che non riconoscevano più in lui né il capostipite dell’industria italiana né il modello del successo da imitare. Il suo declino cominciò proprio da questa clamorosa incomprensione. Un errore imperdonabile per una intelligenza reattiva come la sua e la dimostrazione che il fiuto per l’aria del tempo non è per sempre. Passa come la giovinezza che Agnelli ha rincorso con acribia pari solo alla costanza con la quale ha inseguito le bellezze femminili in giro per il mondo. O meglio, come molte di queste hanno inseguito lui. La sua vita è stata anche una fuga dal destino avverso che si era accanito sulla sua famiglia. Il padre Edoardo morto nel ’35 per un banale incidente con un idrovolante nel porto di Genova. Il figlio che portava lo stesso nome, suicida nel 2000 gettandosi da un viadotto sulla Torino-Savona, costruito apposta per il transito verso il mare delle bisarche con le auto prodotte a Mirafiori. La scomparsa prematura dell’erede prescelto, Giovannino, figlio di Umberto, a 37 anni nel 1997. Una catena tragica che non increspò la sua immagine pubblica. Il pudore gli impediva di mostrare i suoi sentimenti, ed era buona educazione piemontese e familiare non farlo. Il dolore non apparve mai sul suo volto e un velo di cinismo si trasformò negli anni in una corazza elegante, ma impenetrabile. La grazia di cui era dotato, straordinaria, lo faceva oscillare dall’America di Scott Fitzgerald, all’Inghilterra elisabettiana, sebbene gli inglesi non gli piacessero. A Londra ci andò poco: non lo consideravano. Era di una gentilezza regale, inarrivabile, ma assolutamente incostante.
La noia era sempre in agguato, lo sguardo correva via veloce verso gli angoli delle stanze e l’interlocutore rimaneva appeso alle risposte abbozzate per le troppe domande. Il tempo era sempre troppo lungo, ma non scalfiva mai il codice della cortesia. Il senso della disciplina era forte come la voglia della sorpresa e della trasgressione. La cosa che gli piaceva di più era il vento, perché non si può acquistare, ma sulle sue tante barche ci rimaneva poco. Una crociera era improponibile. Sapeva godere dell’arte e della bellezza con competenza, ma conservando il vezzo di chiedere sempre un parere facendo finta di non averne mai maturato uno. Nella sua eterna fuga dal destino e dalla normalità, Agnelli non ebbe mai paura della morte. Quando la malattia non gli lasciò più nessuna speranza, si congedò quasi in punta di piedi. Chi è troppo in scena non sa come uscirne. Una volta volle leggere il «coccodrillo» (si chiamano così gli articoli che i giornali preparano in caso di morte improvvisa di personaggi celebri). Lo scorse soltanto, con leggero disprezzo, per poi concludere che avrebbe vissuto a lungo solo per smentire l’autore di un ritratto troppo lusinghiero. Il Novecento è stato il suo secolo. E lui l’ha rincorso con un leggero e perdonabile ritardo. Consegnando se stesso alla storia con l’understatement sabaudo di cui fu sublime e inimitabile interprete.