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venerdì 7 luglio 2017

GIACALONE SULLA SCUOLA ITALIANA : LO STATO DA POCO E ALLORA CHIEDA POCO. QUELLO CHE COMUNQUE RESTA E' NIENTE.

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Davide Giacalone è, "storicamente" (il blog a maggio ha compiuto sei anni, non pochi dai !) , uno degli opinionisti più apprezzati dal Camerlengo. Ai tempi scriveva pressoché quotidianamente su Libero, diretto da Belpietro, e sul quale scrivevano anche Pansa, Maglie, Facci. Giacalone era quello che apprezzavo di più, e spessissimo ne riportavo i post (anche Facci era gettonato, ma meno).
Ho avuto anche la soddisfazione di lettori che mi hanno ringraziato per avergli fatto conoscere un giornalista che poi hanno imparato ad apprezzare.
Quando questi giornalisti non hanno scritto più su Libero, ho smesso di comprarlo e ho iniziato ad acquistare la Stampa, meno divertente, ma che dedica spazio alla mia Juve ( e poi qualcuno bravo c'è : Orsina, Molinari...non tanti in effetti...).
Poco tempo fa  la carissima - e brava - amica Barbara Alessandrini mi ha invitato alla presentazione dei Quaderni de l'Opinione, rivista mensile dello storico giornale liberale.  Sul primo numero c'era anche un articolo di Giacalone, che era presente  come oratore all'evento , svoltosi nella suggestiva sala di uno dei palazzi sontuosi a disposizione dei senatori italiani (l' "ospite" era Paolo Romani, se ho capito bene).
Ho colto l'occasione per presentarmi e salutare di persona Giacalone, ma ho avuto una risposta piuttosto fredda, vorrei dire sussiegosa.
Magari Giacalone è un timido - anche se dalla penna proprio non si direbbe - e la sua fredda educazione in realtà cela un carattere schivo e in difficoltà di fronte a persone sconosciute che ti fanno i complimenti.
Certo, non è stato un incontro "empatico".
Umanamente sono rimasto deluso, e, siccome noi siamo essenzialmente essere irrazionali, ancorché cerchiamo di mettere la camicia buona dei "pensanti con raziocinio", ho iniziato ad andare meno sul suo sito per leggere i nuovi post (che peraltro ultimamente sono diminuiti).
Oggi però me lo ritrovo, con una certa sorpresa, sul Corriere della Sera, a scrivere un commento sulla scuola italiana che prende spunto dalle risultanze, non brillantissime, dei "famigerati" (tali sono perché la scuola italiana, insegnanti in primis, odia che si possa pensare di misurare qualità ed efficienza)  Invalsi.
Che il politologo siciliano, romano di adozione, di gioventù repubblicana (era il PRI di Spadolini) sia approdato al giornalone milanese ??
Empatia (mancata) a parte, ne sarei lieto.
L'analisi, non nuova per chi segue Giacalone, è amara ma ineccepibile, come più spesso capita con lui.
Buona Lettura

Il Corriere della Sera - Digital Edition


La scuola che non aiuta chi vuole migliorare

di Davide Giacalone

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Non fosse estate, sarebbe opportuna una protesta degli studenti. Non lo sciopero per schivare la scuola, ma per dare voce a chi studia volendo migliorare.
Ecco la tanto evocata e falsamente deprecata «scuola di classe»: quella che non promuove chi è meritevole, ma svantaggiato. Lasciando immutate le caste di partenza.
La fotografia scattata dai test Invalsi, per valutare il lavoro d’insegnamento e apprendimento fatto a scuola, restituisce una realtà inaccettabile. Analoghi test internazionali (Pisa) collocano l’Italia in posizioni umilianti. Questi, nazionali, ne spiegano il perché. Non stupirebbero le differenze fra una scuola e l’altra, perché è normale.
È patologico, invece, che il nord d’Italia sia saldamente collocato sopra la media nazionale e sia abbastanza omogeneo, mentre il sud e le isole non solo sono costantemente e drammaticamente sotto, ma con scostamenti interni enormi. Vale a dire che ci sono scuole buone, scuole insufficienti e troppe scuole dove la matematica non la si conosce fra i banchi, ma neanche in cattedra. Chi è indietro ci resterà. Nulla di più ingiusto.
In queste condizioni il valore legale del titolo di studio non è soltanto un feticcio da superare, ma una beffarda presa in giro. Vedremo un corteo studentesco pro meritocrazia? Difficile.
Si trascinerà lo scambio più vizioso: il servizio pubblico offerto è scadente, ma chi deve riceverlo (studenti e famiglie) non ne chiede uno migliore, bensì di avere il pezzo di carta. Il diploma.
Tu Stato mi dai poco, allora chiedimi poco. Peccato che resti niente. I dati Invalsi andrebbero pubblicati disaggregati (come altri fanno), scuola per scuola, sezione per sezione.
Per indirizzare premi e soldi e perché chi non vuole il niente in cambio di poco ha diritto di sapere da cosa far fuggire i propri figli.

venerdì 21 ottobre 2016

SE IL PANDA DA DIFENDERE E' IL CLASSICO E IL DIRITTO DOVERE DI UNA SCUOLA ANCORA DIFFICILE

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Nel suo intervento settimanale sul Sole 24 ore, Luca Ricolfi stavolta non si occupa di politiche sociali, con le sue lucide ed esemplarmente chiare analisi dello status quo italico, ma affronta, in modo quasi accorato, assolutamente insolito per lui, il dramma della nostra scuola.
Proprio qualche giorno fa ho rincontrato un caro amico col quale mi ero perso di vista e che è stato bello rivedere. A cena, mi raccontava di sé, del suo ormai datato addio ai sogni di carriera accademica (anche la sua storia, ma non solo, ha forgiato tutto il mio disprezzo per la baronia universitaria, l'ipocrisia e la corruzione di quelli che vorrebbero essere i maestri del sapere e anche gli "educatori" delle generazioni...) , e del suo successo come insegnante privato di latino e greco. Nel raccontarmi con giusto orgoglio come in 10 anni solo una volta un suo studente era stato rimandato (poi promosso a settembre), mi esprimeva anche la preoccupazione di una riforma della scuola che abolisse proprio le sue materie, o anche solo la traduzione.
Io mi sono sentito di rassicurarlo, e invece mi è capitato questo articolo di Ricolfi che  spiega come quel progetto sia effettivo e potrebbe anche andare in porto.
La ragione è molto semplice : i ragazzi , per la maggior parte, non vogliono studiare e i genitori, per lo più, pur di non avere rotture di vario genere, sono perfettamente d'accordo con loro, per cui l'asticella della scuola deve abbassarsi ancora di più.
Si fa un gran riempirsi la bocca parlando di investimenti sulle risorse umane, sulla formazione delle generazioni venture per tornare un'Italia competitiva e innovativa.
Si pensa di farlo eliminando le materie difficili, quelle che allenano la mente, senza, badate bene, sostituirle con altre magari più "moderne" ma quanto meno parimenti impegnative.
No, via le prime, e delle seconde non si parla.
Risultato : una scuola di somari. La nostra.
Certo, ci sono genitori accorti che selezionano diversamente le scuole dove mandare i propri figli, scegliendo quelle private o pubbliche (ce ne sono alcune di livello, almeno qualche sezione) che ancora garantiscono qualità. Ma se ci si mette di mezzo il Ministero ?
Io francamente non vedo perché abolire una nicchia che comunque da sempre ci distingue e non negativamente.
Perché, se qualche migliaio di famiglie ( poco meno di 10.000, cercando di quantificare il dato percentuale proposto da Ricolfi, il 6 % ) , si ostina a preferire questo tipo di studi non gli deve essere consentito? Ottimizzazione dei costi ? Siamo sicuri ?
Io comunque la mia firma all'appello l'ho messa.



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Liceo classico: no, il problema non è il latino
Fotogramma
 
Non so esattamente perché, ma ho sempre detestato gli appelli. Forse perché sono troppi, e i personaggi pubblici ne abusano (come i radicali con i referendum). O forse perché, assai spesso, sembrano strumenti di autopromozione dei firmatari, più che mezzi adeguati per risolvere i problemi che sollevano. Insomma, quali che siano le origini della mia diffidenza, non ho mai firmato appelli. Anzi, mi sono dato una regola: non firmare mai un appello, anche se lo condividi al 100%.
Oggi però sono crollato. Ho violato la mia regola, e ho firmato un appello, il primo (probabilmente l'unico) della mia vita. Non me la sentivo di non aderire. Così, venerdì ho aggiunto la mia minuscola firma alle 9.964 che già erano state raccolte. Probabilmente, nel momento in cui leggete questo articolo, le firme avranno superato la barriera delle 10mila, tantissime per il tipo di argomento considerato.Di che cosa si tratta?Si tratta della lettera-appello contro l'abolizione, parziale o totale, della traduzione dal latino e dal greco nell'esame di maturità (una proposta lanciata qualche mese fa dall'ex ministro dell'Istruzione Luigi Berlinguer a un convegno milanese). Qui non voglio aggiungere alcun argomento alle limpide e convincenti parole dell'appello, il cui testo è direttamente consultabile su internet (indirizzo , utile anche per eventuale firma). Quello che vorrei fare, invece, è raccontare come può vedere le cose chi, come me, fa il sociologo e insegna materie scientifiche (matematica e analisi dei dati) agli studenti universitari. Ebbene, io sono convinto che la vera posta in gioco non sia la sopravvivenza della cultura classica nel nostro Paese. Certo, tutto fa pensare che la nostra epoca sia una sorta di contro-Rinascimento, un tempo in cui il pendolo fra l'ammirazione per i classici e la venerazione delle novità oscilla decisamente a favore di queste ultime. E, se devo fare una previsione, sono perfettamente persuaso che si continuerà sulla strada già imboccata con la soppressione della storia antica dalla scuola media inferiore: nelle scuole secondarie del futuro lo spazio riservato alla civiltà greco-romana da cui proveniamo sarà sempre più ristretto. E tuttavia a me pare che la ragione vera per cui si vuole (e quasi certamente si riuscirà) abolire la traduzione dal latino e dal greco non sia l'incapacità di apprezzare la cultura classica, o la volontà di promuovere la cultura scientifica, o il desiderio di modernizzare e svecchiare la scuola.
No, la vera ragione è molto più terra-terra: la traduzione dal latino e dal greco, insieme ad alcune parti della matematica (nei casi in cui vengono effettivamente insegnate), è rimasto l'ultimo compito davvero difficile della scuola secondaria superiore.
È questo, semplicemente questo, che rende attraenti le tesi degli abolizionisti. È questo che – prima o poi – consentirà loro di imporsi. Perché, non nascondiamocelo, la domanda degli studenti e delle loro famiglie non è di alzare l'asticella, ma di abbassarla sempre più, come in effetti diligentemente facciamo da almeno quattro decenni. È questo, il livello dell'asticella, che fa la differenza fra una buona scuola e una scuola mediocre.
Ed è questo, la tenace volontà di tenerla bassa, il non-detto che accomuna buona parte delle innovazioni nella scuola e nell'università. Se così non fosse, alla progressiva erosione dello spazio del latino e del greco, con la soppressione dell'analisi logica nella scuola media inferiore, la scomparsa quasi universale della traduzione dall'italiano, l'istituzione di licei scientifici “ma senza latino”, si accompagnerebbe l'introduzione di soggetti ritenuti più interessanti, o più utili, o più formativi, ma altrettanto impegnativi. Giusto per fare qualche esempio: studio del cinese, compresi gli ideogrammi; logica e calcolo simbolico; teoria della relatività; meccanica quantistica; filologia classica o moderna; algebra astratta; linguaggi di programmazione evoluti (al posto del ridicolo insegnamento del pacchetto Microsoft Office).Ecco perché dico che la cultura classica non è la vera posta in gioco. Le minacce alla cultura classica vengono un po' da tutte le parti, ma il suo vero tallone di Achille è che c'è un momento di essa, quello in cui prendiamo in mano un testo di 2000 anni fa e proviamo a tradurlo, che richiede un livello di organizzazione mentale che non siamo più capaci di fornire a tutti. Per questo, essenzialmente per questo, la traduzione dal greco e dal latino è entrata nel mirino della politica. Non tanto perché «non è utile» (quasi nulla di ciò che si insegna a scuola ha un'utilità immediata), ma perché è difficile, molto difficile.
Si potrebbe obiettare: perché mai dobbiamo difendere le cose difficili? Non c'è un po' di sadismo nel rifiuto di alleggerire gli studi? È arrivati a questo punto, a questo nodo del problema, che mi sono convinto che, proprio per il lavoro che faccio, non potevo non firmare l'appello. Perché quel che osservo nel mio lavoro di docente universitario non mi può lasciare indifferente.
Quel che vedo è terribile. Ci sono studenti, tantissimi studenti, che non hanno alcun particolare handicap fisico o sociale eppure sono irrimediabilmente non all'altezza dei compiti cognitivi che lo studio universitario ancora richiede in certe materie e in certe aree del Paese. Essi credono di avere delle “lacune”, e quindi di poterle colmare (come si recupera un'informazione mancante cercandola su internet), ma in realtà si sbagliano. Per essi non c'è più (quasi) nulla da fare, perché difettano delle capacità di base, che si acquisiscono lentamente e gradualmente nel tempo: capacità di astrazione e concentrazione, padronanza della lingua e del suo lessico, finezza e sensibilità alle distinzioni, capacità di prendere appunti e organizzare la conoscenza, attitudine a non dimenticare quel che si è appreso. La scuola di oggi, con la sua corsa ad abbassare l'asticella, queste capacità le fornisce sempre più raramente.
E, quel che è più grave, questa rinuncia a regalare ai giovani una vera formazione di base non avviene certo in nome di un'istruzione “utile”, ovvero all'insegna di uno sviluppo delle capacità professionali, ad esempio sul modello tedesco dell'alternanza scuola-lavoro. No, il modello verso cui stiamo correndo a fari spenti è quello della liceizzazione totale: la scuola secondaria superiore è oggi un gigantesco liceo che non è più in grado di erogare una preparazione di base decente, e proprio per questo induce l'università a trasformarsi essa stessa in un immenso e tardivo liceo.
L'unico baluardo che resta in piedi sono quelle scuole, ma forse sarebbe meglio dire – quegli insegnanti – che non hanno rinunciato a spostare l'asticella sempre più in su, per mettere i loro allievi nelle condizioni di affrontare qualsiasi tipo di studio, umanistico o scientifico che sia. È grazie a queste scuole e a questi insegnanti che all'università, nonostante tutto, arrivano ancora drappelli di studenti in grado di ricevere un'istruzione universitaria, e le materie più complesse non sono ancora state abolite del tutto. Ma si tratta di eccezioni, non di rado provenienti dalla minoranza di studenti (circa il 6%) che ancora scelgono il liceo classico, con la sua aborrita prova di traduzione dal latino e dal greco. La regola, purtroppo, è che chi ha un diploma di maturità non è in grado di frequentare un'università che non abbia drasticamente abbassato gli standard. È per questo che sto con la lettera-appello sulla traduzione dal latino e dal greco. Per me quella lettera non difende semplicemente la cultura classica, il latino o il greco. Quell'appello, difendendo l'ultima prova veramente difficile rimasta in piedi nella scuola, difende anche un'idea più generale: che se non vogliamo privare i nostri ragazzi delle capacità di cui prima o poi avranno bisogno, dobbiamo regalargli studi degni di questo nome, e smetterla di proteggerli da ogni sfida che possa metterli davvero alla prova.

venerdì 22 luglio 2016

RICOLFI : TRA LE RAGIONI DELLA DISUGUAGLIANZA, LA PESSIMA SCUOLA ITALIANA

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Ogni tanto vado a vedere sulla raccolta on line de Il Sole 24 ore se ci sono nuovi articoli di Luca Ricolfi, notoriamente una delle menti che più ammiro e seguo nel campo della cultura e dell'informazione. Non ho trovato cose recentissime, però mi sono imbattuto in questo post del giugno scorso, che trovo desolantemente illuminante sulla situazione generale della nostra scuola e del riflesso che questo serio problema ha sul concetto pure tanto caro alla sinistra della diseguaglianza.
Si sa che il miglior ascensore sociale, nelle società che funzionano e che hanno la meritocrazia tra i loro valori fondanti (quindi NON l'Italia), è costituito dalla scuola.  Mio padre, figlio di un impiegato della STEFER (una sorta di Atac dei tempi...) e di una casalinga, studiando, seriamente (non è necessario essere secchioni, lui non lo era, basta essere seri), si laureò, vinse il concorso, divenne magistrato (uno di quelli bravi, preparato e responsabile, non come tanti, troppi, di adesso...). Salì la scala sociale, senza avere particolari aiuti dalla famiglia (certo, i miei nonni fecero dei sacrifici per fare studiare i loro figli, ma SOLO quelli che volevano, nella fattispecie due su quattro e solo uno era bravo, infatti l'altra ha fatto la professoressa...), senza spinte e conoscenze.
Oggi questo è molto più difficile, e molto anche per il basso grado di preparazione fornito dalla nostra scuola.
Dove però, se si cerca di misurare l'effettiva conoscenza degli studenti - e di conseguenza il livello di qualità del lavoro dei docenti - gli strilli arrivano fino al cielo, da parte degli esaminandi e dei loro professori dalla lunga e spessa coda di paglia. Gli Invalsi hanno i loro difetti e limiti, si possono migliorare e correggere. Ma i professori vogliono proprio ELIMINARE ogni sorta di verifica, perché in realtà ne temono i - desolanti appunto - risultati.
Buona (si fa per dire...) lettura



La disuguaglianza studia all’ultimo banco










 

Di disuguaglianze non si smette mai di parlare. Ci sono le disuguaglianze economiche, le disuguaglianze sociali, le disuguaglianze nella salute. Ci sono le disuguaglianze nel capitale ereditato dalla famiglia, nelle opportunità di vita, nel talento individuale. E ci sono, naturalmente, le disuguaglianze nel livello di istruzione, ossia nei titoli di studio che ognuno riesce ad aggiudicarsi.

C’è un tipo di disuguaglianze, tuttavia, che è enormemente cresciuto negli ultimi venti anni, e di cui nessuno parla. Un tipo di disuguaglianze che regala a una minoranza della popolazione una vita piena di opportunità e di soddisfazioni, mentre impone alla maggioranza un’esistenza difficile o comunque piena di limitazioni.

Di che cosa si tratta?
Non c’è un termine condiviso per designare questo tipo di disuguaglianze, ma io le osservo quotidianamente nel mio lavoro di docente universitario che da anni insegna materie relativamente complesse (analisi dei dati e matematica) e ha a che fare sia con le “matricole” (gli studenti appena diplomati che si iscrivono all'università) sia con gli studenti che stanno per laurearsi. Possiamo chiamarle, molto approssimativamente, disuguaglianze di conoscenza; oppure “disabilità cognitive”, in omaggio al lessico in voga.

È imbarazzante descriverle, perché hanno raggiunto livelli che mi verrebbe da definire umilianti, livelli che peraltro i test correnti, più o meno standardizzati, non sono assolutamente attrezzati per misurare in tutta la loro ampiezza. Devo però fare una premessa, prima di tentare una descrizione. La materia che insegno, per essere compresa e padroneggiata a un livello accettabile, richiede un discreto grado di organizzazione mentale. In buona sostanza capacità quali: padronanza della lingua, astrazione, ragionamento, manipolazione di simboli astratti, memorizzazione. È chiaro che simili capacità, come qualsiasi altra (compreso saper ballare, suonare uno strumento, o sciare in neve fresca) non possono essere possedute da tutti nella stessa misura. Il punto, però, è che quando vengono messe alla prova da un esame universitario si rivelano distribuite in un modo mostruosamente ineguale fra gli studenti.
E dico questo non nel senso che ci sono studenti molto più bravi di altri (è sempre stato così), ma nel senso che, al giorno d'oggi, almeno la metà degli studenti non ha assolutamente, neppure alla lontana, la preparazione di base che - in teoria - dovrebbe possedere in virtù del certificato che esibisce (diploma di scuola secondaria superiore). Spesso non ha neppure la preparazione che ci si aspetta da chi si è fermato alla scuola media inferiore.
E in un numero di casi tutt’altro che trascurabile non ha nemmeno le competenze che, sulla carta, dovrebbero essere trasmesse e garantite dalla scuola elementare (ad esempio far di conto e non compiere errori di ortografia). All’attonito docente universitario può persino accadere di trovarsi di fronte uno studente che non sa eseguire una sottrazione elementare (1-5), o non sa addizionare 12 e 8 e deve ricorrere alle dita per arrivare al risultato (naturalmente quest'ultimo è un caso-limite, ma la domanda è: come ha potuto la scuola “certificare” le sue competenze e rilasciargli un diploma?). Per non parlare del titanico lavoro di correzione dell'italiano che incombe sui docenti quando giunge il tragico momento della tesi di laurea (o meglio di quell’esercizio che ci ostiniamo ancora a chiamare tesi).

Proverò a dirlo in un modo ancora più crudo: per quel che vedo quotidianamente, una parte degli studenti universitari ha un livello di organizzazione mentale che non è, semplicemente, un po' meno buono di quello degli studenti bravi, ma è abissalmente inferiore, come può esserlo il livello di organizzazione mentale di un bambino di sei-sette anni rispetto a quello di un adulto.
E, cosa ancora più triste, in molti casi il gap appare irrimediabile, in quanto chiaramente legato a percorsi scolastici disastrosi, a occasioni di conoscenza clamorosamente mancate e che difficilmente potranno ripresentarsi. Alla fine degli esami io chiedo sempre “che scuola hai fatto?”, e le risposte che mi accade di ascoltare sono terrificanti: quello che i tanti studenti in difficoltà raccontano sugli insegnanti che hanno avuto, sul numero di supplenti che si sono alternati in certe materie, sui programmi svolti e non svolti, sulle licenze didattiche che tanti prof si sono presi, tutto questo restituisce un quadro della scuola mortificante.
Un quadro, sia detto per inciso, in cui non si intravedono più, come un tempo, condizioni di svantaggio sociale, o tragedie familiari e personali, bensì solo prosaiche vicende istituzionali (e spesso familiari) di incuria e superficialità, approssimazione e leggerezza. In sostanza: l’ordinario modus vivendi di una società in cui, di fatto (anche se a parole lo neghiamo), la cultura, la conoscenza, lo studio sono divenuti assai meno importanti di tutto il resto.

Non mi interessa, qui, indicare di chi è la responsabilità, che è chiaramente di tutti: genitori, insegnanti, politici e, naturalmente, studenti (il non-studio è anche una scelta). Quello su cui vorrei attirare l'attenzione è invece l'enorme diversità di destino fra i miei studenti. Quando li incontro e quando ci parliamo, lo vedo ad occhio nudo: c'è chi quasi certamente ce la farà, perché la scuola e l’università hanno strutturato la sua mente, e c’è chi (salvo il caso in cui abbia una famiglia potente alle spalle), avrà una vita lavorativa difficile, perché la scuola e l’università hanno preferito rilasciargli un titolo senza occuparsi seriamente della sua mente.

È strano. Da un paio di decenni abbiamo deciso che le nostre sono “società della conoscenza”, non c’è occasione in cui non ripetiamo che la conoscenza è la variabile fondamentale, che da essa dipendono i destini delle economie come quello degli individui; da anni e anni ci stracciamo le vesti, scendiamo in piazza, firmiamo manifesti e appelli contro la (presunta) inarrestabile crescita delle disuguaglianze economiche, e poi – chissà perché – di fronte agli spaventosi divari di conoscenza fra i nostri giovani, che certamente produrranno grandi disuguaglianze nelle loro vite, non diciamo nulla, li accettiamo come se non esistessero, o non fossero importanti. C’è qualcosa che non va. O sbaglio?

venerdì 13 maggio 2016

LA TRAGICA ALLEANZA GENITORI - FIGLI NELLA (CONTRO LA) SCUOLA



Parlare bene della scuola italiana non credo sia possibile, e di conseguenza dei professori e dei presidi, che ne sono elementi fondamentali.
Sicuramente però, tra i molti e gravi problemi che affliggono quel sistema, i genitori divenuti alleati armati dei poco studiosi figli sono al primo posto.
In passato ho fatto mie ( http://ultimocamerlengo.blogspot.it/2011/05/licei-uber-alles.html ) le critiche aspre di una professoressa - oltreché capace e arguta scrittrice, Paola Mastrocola - e più recentemente ( http://ultimocamerlengo.blogspot.com/2016/03/il-liceo-virgilio-come-scampia.html ) ho biasimato studenti e genitori del Virgilio, impegnati, a mò quartiere di Scampia, a difendere lo spaccio all'interno della scuola, col pretesto che le "guardie" (potevano chiamarli sbirri già che c'erano) non devono permettersi di entrare nel "loro" territorio.
Adesso la cronaca ci propone una preside presa addirittura a pugni a Milano ...
La deificazione dei minori, imperante tra legislatori alla ricerca di facili consensi e tribunali dove la retorica abbonda quasi quanto l'inefficienza, non porta buoni risultati nemmeno nelle scuole, e del resto sarebbe folle aspettarsi il contrario.
Ricordo la premessa : nessuno qui sostiene che la nostra classe insegnante sia immune da gravi lacune e mancanze (basterebbe vedere la loro selvaggia resistenza agli invalsi, cioè alla sola idea che si possa voler misurare il loro grado di competenza ed efficienza, per NON stare dallo loro parte ).  Tutt'altro.
Ma questo c'entra poco con il menefreghismo tracimante, per non parlare della violenza di ragazzi e ora anche genitori.
Le considerazioni riportate nell'articolo apparso oggi sul Corriere mi convincono in parte.
Sicuramente condivido quando il professor Ammaniti,  psicanalista, pone l'accento su un "atteggiamento narcisistico che crea anche complicità genitore e figlio per arrivare al successo. Le parole impegno, responsabilità, lavoro passano in secondo piano, i genitori “hanno bisogno” dei risultati dei figli e non sono disposti ad affrontare il conflitto." 
Sono pure d'accordo quando, sempre Ammaniti, sottolinea difficoltà nell'ammodernamento di scuola e docenti.
Ma, ripeto, come si può, anche convenendo convintamente su questi aspetti, giustificare o anche solo comprendere la deriva genitoriale ?
A mio parere, il fatto che anche in paesi come Inghilterra e Francia, sicuramente più avanzati del nostro in efficienza e modernità, si debbano affrontare problemi siffatti, dimostra come lo scontro trova origine nella poco santa alleanza che si è venuta a creare tra figli e genitori. Questi ultimi, incapaci di affrontare il conflitto interno, trovano più facile spalleggiare i pargoli e prendersela con gli insegnanti per i fallimenti dei primi.

 

Genitori contro prof ,  la scuola che fa male

La preside aggredita a Milano è solo l’ultimo caso: così si è rotta l’alleanza in nome dei figli

di Gianna Fregonara
 

A Milano una preside presa a pugni nell’atrio della scuola da un adulto poi fuggito. È l’ultimo di un lungo elenco di episodi di violenza nelle scuole in tutta Italia: Catania, Ostia, Macerata, Bologna, Enna. Scazzottate, insulti, minacce. Perché genitori e insegnanti hanno rotto quell’alleanza che è alla base dello sforzo di far crescere i ragazzi?

«La colpa non è dei maestri, che coi pazzi devono fare i pazzi. Infatti se non dicessero ciò che piace ai ragazzi, resterebbero soli nelle scuole... E allora? Degni di rimprovero sono i genitori che non esigono per i loro figli una severa disciplina dalla quale possano trarre giovamento... Essi devono abituare gradualmente i giovani alle fatiche, lasciare che si imbevano di letture serie e che conformino gli animi ai precetti della sapienza... Invece i fanciulli nelle scuole giocano». Questa famosa citazione, scelta di recente dal prof-scrittore Alessandro D’Avenia per parlare dello stato dei rapporti genitori-insegnanti-ragazzi nella scuola di oggi, non è altro che un’invettiva che si trova nel Satyricon di Petronio. Voleva descrivere la decadenza dell’educazione in una società decadente.

Ma è ottima per riflettere anche oggi di fronte al lungo elenco degli episodi di violenza — soprattutto tra adulti — che si ripetono nelle scuole in tutta Italia: Catania, Ostia, Macerata, Bologna, Enna, e sono solo i casi finiti con denunce e intervento dei medici e dei magistrati. Scazzottate, insulti, minacce, episodi rabbiosi che finiscono per essere reati.

Non solo, quello che è davanti agli occhi di chi va a scuola è che sempre più spesso genitori e insegnanti hanno rotto quell’alleanza che è alla base dello sforzo di far crescere i ragazzi, sui quali troppe volte si riverberano gli effetti di questa crisi. La questione non è soltanto italiana: in Inghilterra la principale causa per la quale gli insegnanti lasciano la professione è lo stress dello stare in classe, affrontare ragazzi e genitori sentendosi oggetto continuo di giudizio e pre-giudizio. In Francia lo scontro professori-genitori giova ai bilanci delle assicurazioni: un insegnante su due ha sottoscritto una polizza in caso di denuncia.

Che cosa è successo? La professoressa Bruna Grasselli, dell’Università RomaTre, nel suo saggio Vita di relazione con alunni, insegnanti e genitori lo chiama il «disordine della comunicazione» che rende insopportabile «la fatica emotiva dell’insegnare». Colpa dei genitori che rinunciano alla funzione educativa, come sostengono nelle scuole? Colpa degli insegnanti che non sanno fare il proprio mestiere, non sono preparati e non collaborano, come rispondono i genitori? Nel suo libro La famiglia adolescente lo psicanalista Massimo Ammanniti ragiona su come è cambiata la dinamica nelle famiglie: «Ci sono meno figli, i genitori investono molto su di loro in un atteggiamento narcisistico che crea anche complicità genitore e figlio per arrivare al successo. Le parole impegno, responsabilità, lavoro passano in secondo piano, i genitori “hanno bisogno” dei risultati dei figli e non sono disposti ad affrontare il conflitto. Ecco che, in questo quadro, la colpa è sempre degli insegnanti che non riescono, secondo i genitori, a fare abbastanza per i loro tesori: un eventuale fallimento non è del figlio ma del suo professore».

Gestire la convivenza in classe e fuori resta la più grande paura degli insegnanti. Secondo uno studio della Fondazione Agnelli, che qualche anno fa ha interrogato 15 mila insegnanti appena assunti, la più grande ansia diffusa tra i prof è quella di come gestire la classe e la comunicazione con le famiglie. Meno di un insegnante su due si sente in grado di interagire con i genitori come si dovrebbe e vorrebbe, pochi di più si sentono in grado di lavorare bene in équipe con i colleghi. E più o meno la stessa percentuale di insegnanti si sente impreparata a gestire le nuove tecnologie, segnando così non solo un divario emotivo ma anche uno generazionale con i propri studenti, in un sistema scolastico — il nostro — che tende a formare insegnanti sempre uguali a se stessi.

«Se i genitori non sono pronti ad accettare gli insuccessi dei propri figli — spiega ancora Ammanniti —, è vero anche che gli insegnanti si trovano di fronte a ragazzi più rapidi di loro nell’uso delle tecnologie, in una scuola ancora organizzata come lo era negli anni Cinquanta sia fisicamente, penso alla disposizione della classe, sia come modalità di insegnamento. Al di là delle riforme, sarebbe proprio questa una delle priorità da affrontare: rompere le vecchie rigidità e aggiornare le modalità di insegnamento, soprattutto per i ragazzi adolescenti».

venerdì 1 aprile 2016

CAVIGLIE NUDE ? NIENTE MATURITA'. LA MINACCIA DI UN PRESIDE TORINESE

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Chi di noi non ha amato l'Attimo Fuggente ? E quanti cultori ci sono delle serie di Harry Potter ?
Bene, a mio avviso, uno dei fascini di questi film, sicuramente tra i minori, però con un suo perché, è l'atmosfera peculiare della scuola in cui i ragazzi si trovano a studiare, tipica dei college anglo sassoni, dove uno dei tratti distintivi è la DIVISA.
Tutti i ragazzi si vestono allo stesso modo, realizzando una encomiabile, a mio avviso, parificazione, con accantonamento, per qualche ora,  il che non li ucciderà, delle griffe (spesso costose, e che non tutti i genitori si possono permettere, con grande cordoglio, a volte recriminatorio, dei pargoli) e delle mode improbabili ( adesso è un po' passata, ma per anni hanno imperversato pance scoperte, con esiti a volte imbarazzanti perché esposte anche in casi dove la natura suggeriva altro, e vite basse, con esibizione non infrequente degli slip sottostanti).
Oltretutto, che negli ambienti di studio e di lavoro la libertà della scelta sul come vestirsi debba trovare un giusto compromesso con i concetti di sobrietà e decoro, pure lo condivido.  In Tribunale, Giudici, Avvocati, personale di cancelleria ma anche utenti in tenuta da spiaggia, con infradito, bermuda e micro magliette, bè, direi di no. E così altrove.
Quindi sono d'accordo col preside di un istituto di scuola media superiore del torinese che ha minacciato il 7 in condotta - con conseguente bocciatura e, per i maturandi, preclusione all'esame - per gli studenti che continueranno, dopo l'emananda circolare vietante, a esibire caviglie nude sotto i pantaloni ?
No, perché francamente mi sembra esagerato.
Certo, si obietterà, chi stabilisce cosa è lecito e cosa non è "sobrio" ? Soprattutto nella nostra società dove, se non sei Berlusconi, tutti possono fare come gli pare, non è facile stabilire la linea di confine. Un tempo c'erano valori più condivisi, regole comunemente accettate, ispirate per lo più dal buon senso.
Oggi è più difficile.
Però, tra un perizoma o uno slip che sporge e una caviglia nuda, la differenza mi pare evidente. 
Ecco, l'asticella potremmo metterla lì : non bisogna esagerare, né nel reprimere, né nell'esibire.



Guerra alle caviglie nude. Il preside: “Pronto a bocciare chi non si copre”

La crociata di un dirigente scolastico nel Torinese: «Una moda idiota»
 
ANSA
Una sessione di esami di maturità
 
 
              
Il preside osserva gli studenti sciamare verso le aule e scuote la testa. Lo sguardo, quasi disgustato, è fisso sugli scalini dell’ingresso. È appena suonata la campanella delle 8 ed è già di pessimo umore. «Guardi lì, guardi», sbraita. E indica una selva di caviglie scoperte. Eccolo il “nemico”, l’oggetto della sua crociata. «Moda beota», la definisce. «Sono stufo di vedere quei pantaloni sollevati e brandelli di gambe all’aria. Ma ora interverrò». 
 
“NIENTE ESAME PER I MATURANDI”  
Per Antonio Lima, 65 anni, è una questione di «decoro». È la parola che dice più volte nell’atrio dell’istituto tecnico in provincia di Torino di cui è preside. E ha pronto un piano da tolleranza zero: «Se i ragazzi continuano a presentarsi a scuola così, scatterà il 7 in condotta. E quelli dell’ultimo anno non potranno sostenere l’esame di maturità». Una presa di posizione estrema che, però, non ha ancora comunicato al corpo docente. «Ma il testo della circolare è già pronto», dice sventolando un foglio scritto a mano («I computer? Diavolerie che complicano la vita»). 
  
LE PROTESTE  
Non crede che ognuno sia libero di vestirsi come crede? «Là fuori - dice indicando la pensilina del bus fuori dalla finestra - possono anche vestirsci da clown. Ma non qui nella mia scuola. E poi che moda è? Patire il freddo, in pieno inverno, per mostrare caviglie e polpacci? Sia femmine che maschi... Una follia». Un giovane professore di passaggio intercetta le ultime parole e sorride: «Capisce perchè gli alunni lo chiamano il talebano? Fosse per Lima gli studenti dovrebbero indossare ancora grembiuli e uniforme». L’idea, ammette lui, non gli dispiace: «In molti Paesi, dalla Thailandia all’Argentina, gli alunni usano le uniformi scolastiche. Lo trovo un esempio di civiltà e decoro». Rieccolo, il decoro.  
 
Come finirà la sua crociata? Forse, con la primavera e i bermuda (quelli sì, concessi), la circolare sarà inutile e non uscirà mai dal cassetto. 

lunedì 28 marzo 2016

IL LICEO VIRGILIO COME SCAMPIA ?




Il Virgilio come Scampia ?  Questo parallelo mi è venuto in mente, leggendo di quanto avvenuto al noto liceo capitolino, frequentato per lo più dai pargoli di una certa parte della Roma bene.
I fatti. Un giovanotto maggiorenne, studente dell'istituto, viene arrestato in flagranza di reato da agenti in borghese che lo pizzicano mentre il primo spacciava una dose di droga ad un collega liceale, 14enne.
Bene, anzi male : come a Scampia e in altri quartieri dove la polizia ha i suoi bei guai ad entrare, figuriamoci ad intervenire, c'è la rivolta contro l'"invasione" del territorio da parte delle "guardie".
Proprio così si legge in un manifesto esposto dai demenziali  fanciulloni della scuola : "fuori le guardie delle scuole".
GUARDIE, il termine spregiativo della delinquenza abituale, adottato dai ribelli alla matriciana, figli di mamma e papà, che giudicano i cortili e le aule della scuola una sorta di "zona franca", dove loro possono fare i comodi loro e dove la legge non deve entrare.
E so' cose belle...


 

Stupefacente irresponsabilità




Stupefacente, quel che accade in un liceo romano. Istruttivo, anche perché lo spaccio di droga non è certo un’esclusiva di quell’istituto, così come anche la diseducazione alla legalità, capace di generare irresponsabilità diffusa. Il liceo è il Virgilio, ma qui esaurisco le identificazioni specifiche, visto che si tratta di una storia che coinvolge ragazzi. Credo meritevoli di punizioni, ma non essendo la diffusione delle loro identità una accettabile pena accessoria. Il web conserva quei nomi per una vita, mentre spero loro sappiano costruirsene una diversa. E poi, appunto, non si tratta solo di questo episodio.

Durante l’ora della ricreazione entrano nel liceo dei carabinieri, in borghese, effettuano una perquisizione e arrestano uno studente, in flagranza di reato: il maggiorenne, 19 anni, vendeva una dose di hashish a un minorenne di 14 anni. Un’altra dose l’aveva in tasca. Naturalmente lo arrestano. Fatti i controlli si scopre che il giovane spacciatore era già stato arrestato, nel 2013, con in possesso 500 grammi di droga. Mezzo chilo. Come dire: uno del ramo. All’epoca era minorenne e fu messo in prova. Direi che l’ha fallita.

Effettuato l’arresto scoppia la buriana, con un centinaio di studenti che vanno a protestare in presidenza, contestando la presenza di carabinieri all’interno della scuola. Proponendosi di “riprendersela”. A dar manforte arriva un rappresentante dei genitori, che contesta lo stile “far west”. A tutti costoro, pargoli e adulti, sembra normale che la legge possa essere violata, mentre sembra riprovevole che la forza pubblica pretenda di farla rispettare.
Basterebbe ciò per far capire che il corso di studio ha complessivamente fallito, non riuscendo a trasmettere né il concetto di legalità né quello di responsabilità.
Taluni ritengono che la legge vada cambiata e la droga liberamente scambiata e consumata? Io la penso diversamente, ma rientra fra le libertà che difendo quella di battersi in quel senso. Non rientra, invece, fra i diritti di ciascuno quello di violare la legge di tutti. A scuola, per giunta. La legge proibisce di vendere ai minorenni le sigarette e gli alcolici, mentre a scuola si può portare loro la droga? Un bel tema di discussione, che nelle scuole non dovrebbe essere scantonato, ma affrontato.

La cosa, però, può essere imprudente. In quello stesso liceo, difatti, erano stati organizzati, a cura di insegnanti e genitori, degli incontri sul problema della droga. Peccato che ne avevano affidato l’organizzazione a quelli di Scientology, una parareligione settaria, particolarmente attenta alla sorte degli adepti più danarosi (si può raggiungere la purificazione, ma a cospicuo pagamento). Se quelle sono le occasioni di dibattito non c’è da stupirsi per l’alto livello di consapevolezza diffusosi fra i frequentatori.

Può darsi che quel liceo sia particolarmente sfortunato, ma restituisce il dagherrotipo di una collettiva faciloneria, insipienza e incoscienza.
E se l’universo dei più giovani è, come sempre (grazie al cielo), variamente composto, con gente che studia e gente che perde tempo, con ragazzi che pensano a costruirsi un futuro e altri che esauriscono le forze nel godersi il presente, con gli infiniti stadi intermedi che fanno dell’adolescenza, sempre, una stagione di passaggio e trasformazione, è l’universo degli adulti a dare il peggio di sé. Anche fra questi, naturalmente, ci sono tante diversità quante sono le persone, ma complessivamente producono, consentono e si rassegnano a uno svaccamento che s’incaponisce a cancellare dalla vita dei figli ogni ipotesi di punizione e dolore.
Una bolla irreale e iperdiseducativa, talché neanche spacciare droga a un minorenne è considerato motivo sufficiente per essere arrestati. Figurarsi se quello stesso mondo è in grado di sostenere che chi non studia debba essere bocciato.

I viziati non sono i figli, ma i genitori. I primi sono, semmai, depredati del necessario confronto con il principio d’autorità. Da sfidare, da contrastare, perché questa è la storia del mondo, ma pur sempre da assorbire, per poi riprodurlo. Il contrario del principio d’autorità non è quello di libertà (che si conquista sfidandolo), ma d’incapacità a distinguere il buono dal cattivo, il bene dal male, il giusto dall’ingiusto. Si può sbagliare nel distinguere, ma mai rinunciare a distinguere. Quando i genitori e gli insegnanti si smidollano non producono sregolatezza, ma desiderio di autoritarismo. La cosa più triste è che il fallimento degli adulti lo pagano i ragazzi, oggi illusi che fra un diploma a bassa intensità di sapere e uno spinello ad alta intensità di dissipare passi qualche cosa che somigli alla vita.