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sabato 6 febbraio 2016

OSTELLINO CONTRO LA MONARCHIA DELLE TASSE

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Non potevano esserci dubbi che un fiero liberale come Ostellino avesse in uggia le tasse, che invece piacciono - specie se sono gli altri a pagarle - a certa sinistra.
Quindi nessuna sorpresa nel leggere l'articolo che sull'argomento pubblica sul quotidiano Il Giornale, dove i concetti espressi, peraltro, sono quasi banali nella loro triste, conosciuta verità.
Magari però potrà far piacere ai pochi valorosi che si battono contro il tassificio dello stato italiano l'esplicito endorsement di un uomo di valore intellettuale generalmente riconosciuto qual è senza dubbio Ostellino.
Buona Lettura


il Giornale, ultime notizie

L'unica rivoluzione da fare è quella sulle tasse

Uno Stato che massacra la società civile di tasse ne impedisce lo sviluppo e la crescita e fa un danno anche a se stesso (perché, dalla mancata crescita, incasserà meno tasse)

 
 
 
È un gran brutto sintomo che lo Stato faccia pagare due euro e cinquanta a ogni viaggiatore che si imbarca su un aereo in partenza dall'Italia.




È doppiamente brutto perché è una tassa suppletiva per far fronte a una nuova voce di spesa che lo Stato non riesce ad affrontare tenendo i suoi conti in ordine con la fiscalità ordinaria, oltre tutto la più alta e vessatoria d'Europa. Uno Stato che si rispetti, e che non sperperi le tasse che fa pagare ai suoi cittadini, dovrebbe essere in grado di avere i conti in ordine unicamente con le tasse ordinarie e straordinarie che incassa. Dove vanno a finire tutti i soldi incassati dalla fiscalità ordinaria e straordinaria? Che fine fanno?
Certo, se - soprattutto al Sud - il pubblico impiego è una forma di occupazione per far fronte alla mancanza di lavoro senza obbligo di lavorare, perché il Paese non si sviluppa e non cresce, è inevitabile che i conti non tornino e che, per ogni spesa, lo Stato, non avendo i soldi per affrontarla, vada a caccia di una «copertura finanziaria» (leggi nuove tasse). Con la sconfitta del fascismo, abbiamo ereditato lo Stato fascista con una spruzzatina di sovietismo costituzionale. Risultato. Uno Stato che massacra la società civile di tasse ne impedisce lo sviluppo e la crescita e fa un danno anche a se stesso (perché, dalla mancata crescita, incasserà meno tasse).
A questo punto, dovrebbe provvedere il governo - che pure aveva promesso di ridurre le dimensioni della Pubblica amministrazione, e non l'ha fatto - se fosse davvero intenzionato e capace di farlo e non raccontasse solo balle. Ma non pare che sia il nostro caso.
Così, come ha scritto questo giornale - il solo a farlo - aumenta la fiscalità suppletiva che si aggiunge a quella ordinaria, facendo dell'Italia un Paese invivibile e incapace di crescere. Se non fosse soffocata dalle tasse, la società civile sarebbe probabilmente in grado di provvedere a se stessa e, con la fiscalità ordinaria e straordinaria, al bilancio dello Stato. Ma lo Stato moderno è diventato l'erede, in nome del popolo, del monarca assoluto, che comminava tasse a propria discrezione. L'illuminismo ha cancellato le monarchie assolute e fondato lo Stato moderno. Ma il cittadino è rimasto nelle stesse condizioni di prima. Sotto le monarchie, rispondeva, con la fiscalità, al monarca, che imponeva le tasse a propria discrezione; in democrazia, risponde al popolo, che del monarca ha preso semplicemente il posto sotto il profilo fiscale attraverso suoi rappresentanti. Nel nome del popolo, e della sua libertà, quanti crimini vengono commessi al giorno d'oggi...
Gli Stati Uniti sono nati da una rivolta fiscale contro il fiscalismo del colonialismo inglese. Forse (forse) è venuto il momento che anche gli italiani imparino a rivoltarsi a un Stato che li massacra di tasse.

lunedì 4 gennaio 2016

E PIERLUIGI BATTISTA DISERTO' LA SACRA GUERRA ALL'EVASORE



Rarissimamente ascolto i discorsi dei presidenti della repubblica a fine anno. Li trovo stucchevoli, noiosi, banali. Dicono un po' di tutto, toccano i problemi più noti spandendo per lo più parole di rammarico per il presente ma di fiducia per il futuro. Potrebbero dire del resto cose diverse ?
Forse no, ma in questo modo lo trovo un discorso per lo più senza valore.
Questo però era l'esordio (ed è per questo che ho provato, con parecchio sforzo, a seguirlo)  di Mattarella, finora distintosi per la sua invisibilità, peraltro dai più prevista al momento della sua elezione. Del resto ci sarà stato un motivo per cui renzino lo ha voluto a tutti i costi al Quirinale, a costo di rompere con Berlusconi e il famoso patto (??) del Nazareno no ?
Mattarella non ha smentito né se stesso né la tradizione, semmai rivelandosi un gradino più qualunquista dei suoi predecessori, ma proprio un filino, che l'esagerazione non è nelle corde dell'uomo. Oltretutto, se gli uomini del Quirinale dirazzano dal solco paludato lo fanno per lo più a settennato avanzato, e magari anche Mattarella obbedirà a questa consuetudine.
Un' amica di FB non ha gradito il mio biasimo per la fiera della banalità a cui avevo assistito e, con polemico garbo mi ha chiesto cosa avrei detto io al posto del presidente.  Sarei sciocco se provassi a buttare giù un discorso sullo stato della nazione. Bisogna starci in quei posti, per magari scoprire che la verità non si può dire. Allora però penso che tacerei, o sarei stringato e sobrio negli auguri, senza inventarmi messaggi al popolo di nessuno spessore.
Una cosa però mi ha colpito, perché mancava un po' dal repertorio dei vertici istituzionali maggiori : la retorica sull'evasione fiscale, con la chiosa finale, ed indigeribile, del "se tutti pagassero, tutti pagheremmo di meno".  Ecco, questa menzogna in bocca al capo dello stato non si può proprio sentire. Se tutti pagassero, lo stato spenderebbe e sprecherebbe di più. Lo dimostra il fatto che la pressione fiscale non rimane mai costante, aumenta sempre e non per sopperire ai buchi dell'evasione, che questo potrebbe avvenire la prima volta, non SEMPRE, ma alla voragine della spesa pubblica e del debito. Luca Ricolfi ci ha scritto anche un libricino arguto e provocatorio nel quale proponeva che tutte le somme recuperate dall'evasione - in media, ultimamente, circa 10 miliardi l'anno - andassero a diminuire la pressione fiscale (è mai avvenuto ? no) , mentre quelle rimediate dalla lotta agli sprechi e dalla spending review ( svariate decine di miliardi) alla spesa sociale migliore (asili nido, per consentire alle madri di lavorare, borse di studio per i giovani più meritevoli...cose così).
Come detto, provocazioni.
E ugualmente è un provocatore Pierluigi Battista che nella sua rubrica sul Corsera si chiede, sarcasticamente, come caspita faccia Mattarella e chi per lui a calcolare l'evasione in maniera così cospicua e precisa !  Ma è una domanda senza risposta perché tanto non è necessario essere scientifici, basta dirlo che c'è (ovviamente che sia vero nessuno lo nega) e buttare la cifra monstre che tanto ognuno può dirne una e tacitare i dubbiosi come traditori della guerra santa all'evasore.
Ah, naturalmente il presidente si è scordato di dire che c'è un'altra cifra, questa sì certa e certificata dai libri fatture delle società - molte delle quali fallite e/o in concordato - che devono avere soldi dallo stato e dagli enti pubblici : 61 miliardi.
Ecco presidente Mattarella, solo io nel mio piccolo conosco una società che se avesse avuto per tempo i pagamenti pubblici che le spettavano, oggi non sarebbe in concordato prefallimentare e 100 dipendenti avrebbero ancora il loro lavoro.
Quando parla di disoccupazione, pensi a questo.




Chi ha ragione sui numeri della lotta all’evasione?
di Pierluigi Battista

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Con tutto il deferente rispetto per il lavoro certosino dei più accreditati istituti di ricerca, per gli scienziati dell’economia, per le istituzioni repubblicane fino ai sommi vertici, per la doverosa guerra agli evasori, con tutto questo rispetto: ma come si fa a calcolare con esattezza l’imponente cifra dell’evasione fiscale, stimandola con puntigliosa precisione ben 122 miliardi di euro all’anno? Qualche anno fa, per dire, un istituto di ricerca aveva calcolato la cifra di 180 miliardi di evasione, qualcosina di più, solo una sessantina di miliardi di differenza.
Chi ha ragione? Ma soprattutto, se siete così capaci di scovare l’evasione fino all’ultimo centesimo, vuole dire che ci sono dei dati certificati, ma se ci sono dati certificati vuol dire che l’evasione è già stata minuziosamente individuata, ma se è stata individuata come si fa a non beccarne i responsabili? O non sarà invece che quella cifra è un po’ all’ingrosso, è una previsione, un’ipotesi, una possibilità, un calcolo a spanne, una cifra presunta, una proiezione teorica ma non un dato accurato, affidabile, scientifico? È diserzione dalla guerra santa contro l’evasione avere qualche dubbio sulla fondatezza di queste cifre? E poi come si fa ad inserire nell’ammontare globale dell’evasione il pagamento in contanti dell’idraulico che dice «300 con fattura, 200 senza» e che, in assenza di detrazioni, viene accettato dal cliente? O la somma da destinare alla babysitter che arrotonda le entrate tenendoti il bambino naturalmente senza fattura. O il negoziante di fiducia che fa pagare molto meno la sua merce alla clientela conosciuta se si evita di emettere scontrino. O le lezioni private che il professore di matematica va a sostenere a domicilio, con banconote e senza contributi. Sono cose che accadono tutti i giorni, come si fa a calcolarle con esattezza? Fanno parte o sono escluse dall’ipotetica cifra di 122 miliardi annui di evasione?
La rete del sommerso, del nero, anche per piccole cifre, è pratica quotidiana, come si fa a incasellarla, quantificarla, registrarla? Come si fa a registrare l’evasione? L’impressione è piuttosto che queste cifre servano a dare il senso di una missione, di esasperare il fervore della guerra santa all’evasione. Creando l’illusione che l’asfissiante pressione fiscale, il 43 per cento di cui siamo tutti vittime, potrebbe essere evitata se si riuscisse a incassare quelle somme sottratte alla Nazione e sparissero gli sprechi della spesa pubblica. Palesi, neanche in nero.

martedì 29 dicembre 2015

RENZI MA PERCHE' DOBBIAMO PAGARE IL CANONE RAI ?

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Avevamo parlato l'altro giorno, riportando un sapiente e graffiante articolo di Davide Giacalone  (http://ultimocamerlengo.blogspot.com/2015/12/nel-2016-400-milioni-in-piu-alla-rai-ma.html ), della sciagurata legge che introduce il canone RAI nella bolletta energetica, risolvendo probabilmente l'atavico problema dell'evasione e portando, secondo i calcoli, 400 milioni di euro in più alle casse della televisione di Stato, probabilmente favorendo la stagione degli sprechi, mai del tutto dismessa ma sicuramente negli ultimi tempi calmierata. Infatti non erano stati rinnovati contratti eccellenti con gente come Santoro, prima, e Floris, recentemente, per non parlare di altri che a via Teulada e viale Mazzini pascevano assai bene, come la Dandini. A me non piacciono i talk show, li ho sempre guardati poco, e da qualche anno mai. Leggo dai dati share che molti altri italiani fanno come me, e il genere è, fortunatamente, in crisi. Siccome però pare costi meno di altri programmi, specie ora che alcuni contratti faraonici sono stati aboliti, ecco che continuano ad essere utilizzati per riempire i palinsesti.
 Non vorrei che recuperando questi soldi, rubati come e più di altri, ché veramente non c'è balzello più insopportabile di questo, tenuto conto di come veramente il "servizio pubblico" è qualcosa a cui la stragrande maggioranza di noi rinuncerebbe a cuor leggero, potendo scegliere non so quante centinaia di altri canali, più quelli  a pagamento, piuttosto che la Rai. Conosco per esempio tantissime persone che preferiscono di gran lunga l'informazione di Sky rispetto a quella "pubblica".
Opportunamente, sia Giacalone che, oggi, Pierluigi Battista, ricordano come il cavallo di viale Mazzini risulti alla fine una sorta di sirena irresistibile quando i politici assumono le leve del comando. E infatti anche renzino, che a suo tempo - parliamo delle prime leopolde e dei primi libri...ere geologiche fa - criticava la lottizzazione politica imperante nella tv di stato, e vagheggiava la collocazione sul mercato delle reti pubbliche, peraltro in questo dando finalmente lodevole applicazione all'esito referendario del 1995, oggi partorisce una riforma che va in senso opposto e riesce, con la genialata dell'inserimento del canone in bolletta energetica (vanamente contestato dai fornitori) a recuperare i soldi di tutti, compresi quelli che veramente un televisore non ce l'hanno. Ma questa obiezione l'avevano superata, estendendo l'obbligo del canone anche ai possessori di pc, tablet e smartphone, quindi tutti noi, che sicuramente usiamo questi strumenti per non correre il rischio di perderci qualche programma rai...
Sicuramente questa misura non è popolare, e non solo perché invisa agli evasori ma anche a coloro che il canone lo hanno sempre pagato, però anche maledetto per la sua palese ingiustizia.
Eppure renzino, che si sa essere estremamente sensibile agli umori della gente, si intesta questa iniziativa che, mi auguro, eroderà ulteriormente i suoi consensi (ci avviciniamo alla perdita di un buon 5% nell'anno, senza fare ovviamente paragoni col mitico e irripetibile 41% delle europee del 2014, ché allora la perdita sarebbe a doppia cifra), ha fatto questa scelta.
La Sirena è stata più forte di tutto.




 Il canone Rai e la concorrenza sleale
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È davvero desolante come il semplice contatto con il potere della Rai sciolga ogni opposizione, dissolva ogni proposito innovatore, tenti chiunque a mettere piede nel grande carrozzone della lottizzazione sfrenata. È bastata una presidenza nella commissione parlamentare di vigilanza della Rai, un organismo plumbeo da Paese del socialismo reale al tempi dell’Urss, per invitare i seguaci di Grillo a sedersi alla tavola imbandita del sottopotere di viale Mazzini. E appena giunto a Palazzo Chigi, Matteo Renzi ha dimenticato i suoi conclamati propositi di star fuori dal banchetto Rai, sfiorando addirittura la tentazione liberale dello smantellamento di una roccaforte del dirigismo statalista, peraltro democraticamente consacrato dalla disattesa volontà popolare espressa in un referendum.

Ora è tempo di una «riforma» della Rai che rafforza la presa della politica sulla Rai. È tempo di non discutere più della legittimità della tassa definita «canone» che ingrassa la Rai producendo quella che un competitore come Urbano Cairo definisce giustamente un caso di palese e iniqua «concorrenza sleale» in un mercato libero e aperto.    Ora c’è il canone nella bolletta della luce: pagare e silenzio. Perché pagare, non è più lecito chiederlo.
Bisogna obbedire e accettare come verità rivelata la litania dei beneficati Rai secondo la quale «tutti» i Paesi europei godrebbero di un canone per la loro tv pubblica: non è vero, alcuni non lo prevedono: altri, come la Gran Bretagna e la Spagna, pongono fortissime e severissime limitazioni agli introiti della pubblicità. Ma da noi si pretende tutto: pubblicità e canone, supposto «servizio pubblico» e intrattenimento di mercato, incasso monopolistico di una regalia di Stato e possibilità di competere sul mercato con concorrenti che, privati della regalia del canone, partono svantaggiati in un mercato falsato.
Oramai non se ne parla più, della liceità di una tassa nata nel Medioevo tecnologico e trasferita nel mondo dello smartphone e del tablet. Non si discute nemmeno sulla nozione di «servizio pubblico» che per gli incassatori della tassa dovrebbe giustificare l’obbligo di un aiuto di Stato. Si continua a confondere «pubblico» con «statale», con il risultato di rendere «servizio pubblico» qualunque prodotto erogato dalla tv di Stato, solo perché è di Stato: e questa sarebbe la rottamazione culturale dei vecchi lacci corporativi? Si guadagna con il canone e si perde l’innocenza. Ma quanto è irresistibile il potere della Rai?

lunedì 19 ottobre 2015

BERSANI, CHE CI AZZECCA LA COSTITUZIONE CON L'ABOLIZIONE DELL'ICI ?

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Forse Bersani presidente del Consiglio sarebbe stato migliore dell'uomo confuso, risentito e ferito che si vede e si ascolta in questi giorni. La sconfitta politica del 2013, quando non conquistò Palazzo Chigi causa mancata maggioranza al Senato (e alla Camera ottenuta grazie alla coalizione e al Porcellum, che il PD in Italia aveva preso meno voti di Grillo ) , ha decisamente travolto l'uomo della Ditta, e del resto si era già visto, in forme ancora peggiori, con Occhetto,  dopo la tranvata del 1994.
Come altrimenti spiegare l'ennesima sparata demagogica della incostituzionalità dell'abrogazione della tassa sulla prima casa ?
Si può restare perplessi, specie da quelle bande, per un provvedimento generalizzato ad ogni censo, compresi quindi i "famigerati" ricchi, però che c'entra la Costituzione ?
E' la domanda che con pacata ironia rivolge Michele Ainis dalle colonne del Corriere della Sera.
Buona Lettura






La Costituzione (troppo) evocata

di Michele Ainis

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                Non pronunziare il nome di Dio invano, recita il secondo comandamento.

 Se il divieto s’applicasse anche alla Costituzione, saremmo tutti peccatori. Perché ogni giorno viene denunziata l’incostituzionalità di questa o quella norma, di questa o quella decisione. Significa che la nostra Carta incute rispetto, ma significa altresì che spesso viene usata per dispetto. Fra i dispettosi s’iscrive, in ultimo, Pier Luigi Bersani. Via le tasse sulla casa? Non si può: lo impedisce l’articolo 53 della Costituzione, lì dove dispone che «Il sistema tributario è informato a criteri di progressività». E dunque Renzi, se vuole, potrà detassare le case dei poveri, giammai quelle dei ricchi .

 Ora, il criterio della progressività rappresenta un architrave della nostra civiltà giuridica. Vi si riflette un timbro etico, un sentimento di giustizia. Però va inteso — come disse Meuccio Ruini in Assemblea costituente — non in relazione a tutti i singoli tributi, bensì «all’onere tributario complessivo gravante sul cittadino». E con accenti analoghi si è espressa successivamente la Consulta, a partire dalla sentenza n. 30 del 1964. Quindi sarebbe incostituzionale la flat tax proposta da Salvini l’anno scorso: 15% per tutti, contribuenti e imprese. Ma non è affatto questa la soluzione che propone Renzi. Lui vuole togliere una tassa, non l’Irpef. Anche l’anno prossimo continueremo a denunziare i nostri redditi, pagando in proporzione alla ricchezza (o alla miseria) individuale. E pagheremo pure sui «redditi dei fabbricati» (quadro RB della dichiarazione), in base alla loro rendita catastale.

 Morale della favola: si può dissentire da quest’idea di Renzi, ci mancherebbe. Possiamo sollevare critiche per ragioni di bilancio, come ha fatto Monti nell’intervista di ieri sul Corriere . O per ragioni politiche, come fa la sinistra del Pd. Ma non possiamo torcere il criterio della progressività nella sua caricatura. Altrimenti lo Stato dovrebbe modulare le accise sulla benzina o sui tabacchi in proporzione al reddito dei consumatori, costringendoli a fare sempre acquisti in compagnia del commercialista. E poi, a rigor di logica si potrà rendere progressiva una tassa, non la sua cancellazione. Mica possiamo cancellarla due volte per i poveri, una volta per i ricchi. Ma forse in Italia abbiamo deciso che anche la logica è incostituzionale .


PIERLUIGI BATTISTA : IL CANONE RAI E LA PERPETUAZIONE DI UN BALZELLO INGIUSTO

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Peccato :  conoscendo la spasmodica attenzione per i sondaggi e per la pancia della gente, qualche speranziella che Renzino facesse la rottamazione del canone Rai l'avevo coltivata.
Ma evidentemente il controllo di uno strumento che comunque tuttora costituisce il veicolo d'informazione degli italiani non giovani - cioè la stragrande maggioranza di una popolazione che invecchia sempre di più - è stata più forte rispetto ad una misura che sono convinto avrebbe l'approvazione dei più. Se si pensa che nel 1995, vale a dire 20 anni fa, quando non c'era il digitale terrestre, la valanga di canali che questa innovazione ha portato, e le tv a pagamento, SKY e Mediaset, erano considerate un lusso laddove oggi sono in molti a fruirne, con tantissimi, anche tra la gente di sinistra - quella che ama il "servizio pubblico" - , che giura come l'informazione sulle reti Murdoch sia assolutamente migliore e più obiettiva di quella RAI, ebbene gli italiani promossero il quesito referendario che proponeva la privatizzazione del cavallo di viale Mazzini, figuriamoci il plebiscito che ci sarebbe oggi !
Anche le benedetta crisi dei talk show, con Santoro che si pensiona, Giannini, che boccheggia, Floris che non ride così come tutti gli altri, testimonia di una crescente diffidenza degli italiani per certi programmi, che però sugli altri canali non RAI hanno il grandissimo pregio di essere gratuiti.
Io sono stato felice quando Servizio Pubblico è traslocato dalla rete pubblica, e questo per la semplice ragione che mi era assolutamente indigesto il pensiero che quella trasmissione, faziosa quante altre mai, andasse in onda ANCHE col contributo mio e di persone che la pensano come me.
Mentre non ho alcun problema se Cairo, o altri al posto suo, si mettono le mani in tasca per sovvenzionare roba del genere.
Ecco, a quelli del "servizio pubblico", come sempre del resto, manca il concetto di libertà. Sono convinti che debba esistere uno strumento di "educazione" del popolo, che naturalmente va educato come vogliono loro...
Pierluigi Battista ha sempre lodevolmente combattuto la battaglia contro il canone, e non poteva non far sentire la sua disapprovazione alla riaffermazione del balzello, messo in bolletta per assicurarsi che tutti lo paghino, a dispetto oltretutto delle obiezioni fatta dai gestori dell'energia elettrica in merito a questa furbata del governo.
Buona Lettura

 
Perché il canone Rai è una tassa ingiusta
 Pierluigi Battista

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                Va bene, pagheremo quell’odioso balzello denominato «canone Rai» con la bolletta dell’elettricità. Ciò non toglie che saremo costretti a pagare una tassa iniqua e ingiustificata. Perché è un residuo di un’epoca finita, quella in cui non esisteva il telecomando, lo smartphone, il tablet, e non esisteva nemmeno il computer. Di un’epoca in cui possedere un apparecchio televisivo era un privilegio e la gente andava a vedere «Lascia o raddoppia» con Mike Bongiorno al bar. Un’epoca in cui esisteva il monopolio della tv e della radio di Stato, con un solo telegiornale e un solo radiogiornale, più o meno nel Medioevo. Perché l’obbligo fiscale di un canone va contro il principio della libertà di scelta: pago il biglietto del cinema o di un concerto, se lo scelgo io; pago il prezzo di un giornale se lo scelgo io; pago una tv tematica non di Stato se la scelgo io; sono invece costretto a pagare la tassa per la Rai anche se non vedo programmi Rai, o li vedo in misura inferiore a quelli di altre emittenti televisive che non possono usufruire dei proventi di una tassa obbligatoria.

    Il canone introduce un principio di concorrenza sleale, come se in una gara di corsa un concorrente privilegiato, perché si chiama Stato, potesse cominciare con trenta metri di vantaggio. Dicono che un canone televisivo è misura comune all’Europa. Non è vero, solo in due terzi, l’Italia potrebbe raggiungere il terzo virtuoso. Inoltre quasi sempre le tv pubbliche che usufruiscono di una tassa pongono dei limiti molto stretti alla pubblicità, e la Bbc addirittura la vieta. La permanenza indiscussa di un canone impedisce, tranne casi rari come quello del nostro Aldo Grasso, di interrogarsi su cosa sia «servizio pubblico». Stabilisce un’arbitraria e ideologicamente polverosa equiparazione tra «pubblico» e «di Stato» (mentre molte trasmissioni di reti private fanno più «servizio pubblico» della Rai). Crea assuefazione all’idea che «servizio pubblico», che magari potrebbe limitarsi a una sola rete sottratta al mercato, debba dotarsi di un apparato elefantiaco, pletorico, terreno di caccia e di conquista dei partiti che continuano ad esserne i veri «editori».
 L’indiscutibilità del canone, ancora, ignora per sempre la volontà popolare espressa in un referendum promosso dai Radicali nel 1995 in cui il 54,9% degli italiani (13 milioni e 736 mila) si proclamava favorevole a una pur parziale privatizzazione della Rai. Paghiamo tutti, certo, ma paghiamo una cosa ingiusta.

domenica 18 ottobre 2015

TAGLIARE LE TASSE E' GIUSTO. IL RENZI CHE CI PIACE



Come posso non applaudire il pur non amato renzino quando ai soliti nevrotici di sinistra, che vedono le tasse come sacro strumento per punire i ricchi e regalare ai poveri, risponde : tagliare le tasse non è di destra o di sinistra, è semplicemente GIUSTO ?
Eppure, e Angelo Panebianco lo ha spiegato più volte, la tassazione è un totem antico e sensibile per la gauche, e questo nonostante vari esponenti, va detto socialdemocratici, non comunisti e loro nipotini, si siano sforzati nel tempo di creare una sinistra che non demonizzasse la ricchezza, spiegando come la povertà non fosse necessariamente generata dalla prima.
Anzi, le società dove il benessere generale delle popolazioni è più diffuso, quelle occidentali, sono quelle dove il capitalismo si è affermato, ancorché in modi e misure diverse. 
In realtà, dietro al mito della redistribuzione c'è la carezza pelosa tesa a solleticare un difetto umano assai diffuso : l'invidia. Oggi c'è gente di sinistra che cerca di appropriarsi di quello che da sempre è il proposito ideale - e in quanto tale con la sua buona dose di utopia - del miglior liberalismo :l'uguaglianza dei punti di partenza. Dimenticando che uno dei loro padri spirituali è  quel Carlo Marx che predicava all'opposto l'uguaglianza dei punti d'arrivo : da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni (laddove noi liberali parliamo di MERITI).
Antonio Polito ricorda alcune di queste cose, osservando peraltro che se Renzi ha ragione da vendere nel rivendicare la positività di una riduzione della pressione fiscale (nella storia dell'umanità da sempre le popolazioni hanno cercato di affrancarsi dagli eccessi di re, imperatori e dittatori, sempre bisognosi di riempire le casse dell'erario), poi bisogna anche guardare alla funzionalità delle scelte fatte per perseguire l'obiettivo.
Siccome, notoriamente, e purtroppo, non si può eliminare la spesa pubblica (che serve, ammettiamolo, anche per creare le condizioni minime di quella base di partenza per rendere accettabile la gara del merito ) , bisogna scegliere quali tasse ridurre. 
E qui il Premier non mostra di fare quelle giuste, privilegiando quelle più impopolari, come quella sulla casa, rispetto a quelle più ostative per il respiro dell'economia imprenditoriale, che è quella cui è più legata la crescita della Nazione. 
Uno potrebbe dire che l'importante è iniziare da qualche parte, ma Polito opportunamente ricorda che non è proprio così, e che se attraverso l'alleggerimento fiscale non si favorisce, nel medio termine, un surplus economico, è quasi certo che quella riduzione alla fine la pagheremo con i debiti,che prima o poi qualcuno ci chiederà di restituire...
Da noi, anzi,più spesso ha funzionato così. 




I pregiudizi di sinistra sul fisco
di Antonio Polito

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Gli avversari di Renzi nel Pd lo accusano di non essere un Robin Hood. La manovra del governo — protestano — toglie tasse anche ai ricchi, così non ci saranno risorse da dare ai poveri. È una polemica antica, e spiega bene perché la sinistra è stata quasi sempre minoritaria nel nostro Paese. Si basa infatti su due pregiudizi e una utopia. Il primo pregiudizio è contro la ricchezza. Non solo contro quella ereditata, frutto cioè di una diseguaglianza di nascita, o quella da rendita. Ma anche contro il benessere di chi ha studiato molto, lavorato sodo e dunque ha guadagnato di più. Non è affatto detto che una forza di sinistra debba contrastare il successo economico, o punirlo con un’alta tassazione. Dovrebbe piuttosto ampliare la platea di coloro che sono in condizione di raggiungerlo con il talento e l’impegno, e senza danneggiare gli altri come fanno gli evasori. È solo dalla spinta al successo individuale, del resto, che può derivare il successo economico di una comunità. Corre in soccorso il celebre motto di Olof Palme, che alla socialdemocrazia ricordava: «Noi non combattiamo la ricchezza, ma la povertà».
Il secondo pregiudizio consiste nel guardare all’essere sociale esclusivamente in base al suo rapporto di lavoro, mentre in società complesse come la nostra il lavoratore è spesso anche proprietario, risparmiatore e consumatore. Una famiglia del ceto medio, per esempio, può aver investito i suoi risparmi in un secondo appartamento per un figlio, o comprare in contanti il motorino a un altro, senza per questo trasformarsi in un covo di capitalisti .


È dunque un’utopia, finora mai riuscita, l’idea che si possa realizzare la giustizia sociale a colpi di tasse, in un gioco a somma zero nel quale qualcuno deve perdere perché un altro vinca. Mentre la fiscalità va usata per spostare risorse da chi più ha verso servizi universali che aiutino anche chi non ha, come l’educazione, la sanità, l’innovazione tecnologica. Se quei soldi sono spesi bene e non sperperati, sarà la crescita che ne deriva ad accrescere ricchezza e occupazione per l’intera nazione.
Non basta dunque dire che l’azione economica di Renzi copia quella di Berlusconi per valutarne la qualità. L’ex Cavaliere ne ottenne molti voti, ma fallì l’obiettivo di cambiare nel profondo i fondamentali dell’azienda Italia. Allo stesso modo non di tutte le misure del governo Renzi, neanche delle più popolari, possiamo essere sicuri che avranno effetti virtuosi per tutti. Non è chiaro per esempio, neanche a stretti collaboratori del premier, se tagliare la tassa sulla casa possa davvero accrescere i consumi (Bankitalia dubita). Né è ancora chiaro se il costoso sconto contributivo sui nuovi assunti sia servito ad accrescere davvero l’occupazione o solo a trasformare la natura giuridica dei contratti, da «tempo determinato» a «tutele crescenti».
Sono questi però i parametri su cui il renzismo va giudicato. L’errore ideologico dei suoi critici sposta invece l’attenzione sul terreno, a lui favorevolissimo, del buon senso. Ha ragione il premier quando dice che tagliare le tasse non è né di destra né di sinistra, ma semplicemente giusto. La vera domanda è se è sostenibile per il bilancio pubblico e se servirà a rimettere il Paese sul sentiero di una crescita forte e duratura; oppure se, al contrario, dovremo un giorno restituire con gli interessi, come ci è già successo, ciò che oggi, con l'ottimismo della volontà, ci viene dato.

lunedì 7 settembre 2015

SULLA BATTAGLIA DELLE TASSE, PANEBIANCO TIFA RENZI. MA GLI 80 EURO FURONO UN'ALTRA COSA...

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Angelo Panebianco, nel suo editoriale odierno sul Corsera, riprende un tema sicuramente importante sul quale si era più compiutamente espresso circa una settimana fa. Ne abbiamo puntualmente dato conto : http://ultimocamerlengo.blogspot.com/2015/08/tagliero-le-tasse-il-nuovo-attentato-di.html
Ci ritorna su, anche a seguito di un commento di Eugenio Scalfari che, partendo da quell'articolo, osservava come i famosi 80 euro poco si erano rivelati utili in funzione di una condivisibile politica di riduzione fiscale, che andrebbe però orientata più a favore delle imprese e del lavoro che non a mettere una manciata di soldi in tasca agli italiani, che per lo più alla fine li useranno per pagare ALTRE tasse...
Panebianco concorda con questa analisi, ammettendo, lui che comunque, a differenza del fondatore di Repubblica, è fiducioso (cum iuicio...) nei confronti del premier, quello che solo i renziani più oltranzisti ancora negano : quella degli 80 euro fu una mancia elettorale, che se realizzata in altro modo sarebbe potuto essere oggetto di indagine sotto la voce : voto di scambio. 
Andiamo oltre, a patto che renzino non sia proprio lui ogni tanto a tirarla fuori continuando a ripetere una versione buona solo per il giglio fiorentino e dintorni. 
Buona Lettura



La rottura che serve sulle tasse
di Angelo Panebianco 
 
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La disputa sulle tasse è uno dei due temi (l’altro è l’immigrazione) al centro dell’agenda politica. Renzi vi si giocherà il proprio futuro politico oltre che quello del Paese.
La «battaglia delle tasse» si preannuncia come un conflitto epocale. Non solo interessi ma anche incompatibili visioni del mondo si affronteranno in una lotta senza esclusione di colpi. Volendo aggredire l’ideologia del «tassa e spendi», Renzi sembra deciso a una definitiva resa dei conti con quella parte della sinistra che lo odia e vorrebbe sbarazzarsi di lui. Si tratta appunto di una resa dei conti perché, più che sulle riforme costituzionali, più che sulla scuola, sulle tasse si combatte una battaglia per l’identità della sinistra. Non si scherza con le identità: una volta che siano entrate in gioco, nessuno è più disposto a fare prigionieri.
Fondamentalmente, lo scontro è fra chi propone di abbassare la pressione fiscale allo scopo di rilanciare la crescita economica (e quindi allargare la torta della ricchezza nazionale) e chi, invece, non è interessato alla crescita ma alla sola ridistribuzione del reddito (che verrebbe garantita, secondo tale ideologia, da tasse alte e da alta spesa pubblica) pur in presenza di una torta che va riducendosi, di una ricchezza nazionale in declino. 

 È il conflitto fra una visione che apprezza il dinamismo sociale e una visione che preferisce le società statiche, a bassa crescita, ove i conflitti sono a somma zero (togliere a Tizio per dare a Caio anziché fare in modo che — ampliando la torta — ottengano di più entrambi).


Commentando un mio editoriale su questo tema ( Corriere , 28 agosto), Eugenio Scalfari ( La Repubblica , 30 agosto), ha osservato che Renzi avrebbe mostrato molta più coerenza a suo tempo se, anziché impegnare risorse nella distribuzione degli ottanta euro a certe fasce di lavoratori dipendenti, avesse puntato a una seria riduzione del cuneo fiscale. 

 Concordo con Scalfari. La misura degli ottanta euro (presentata come una riduzione delle tasse ma, in realtà, un classico caso di ridistribuzione del reddito), come mostrato anche dallo studio — di cui ha dato conto due giorni fa il Corriere —, diretto e coordinato da Luigi Guiso, ha avuto effetti ambigui: gli ottanta euro sono stati per lo più impegnati in consumi da coloro che ne hanno beneficiato, il che ha aiutato, in un momento di grave difficoltà, la domanda interna. Però, all’effetto positivo si è sommato un effetto negativo dovuto al varo di diverse misure, ivi compresi aumenti delle tasse, necessario per reperire le risorse. 
In realtà, quella degli ottanta euro fu una mossa spiegabile soprattutto in termini politici: servì, nelle consultazioni europee di due anni fa, per mantenere ancorato al Pd un elettorato che, senza quella misura, forse, lo avrebbe abbandonato (per l’astensione o per i Cinque Stelle).
Non mi pare però che questo cambi sostanzialmente il quadro. Se Renzi si impegnerà sul serio nella battaglia delle tasse, sarà coinvolto in uno scontro durissimo. Peraltro, con non molte probabilità di farcela: è possibile che in un Paese che invecchia coloro che scommettono sul futuro, che puntano su dinamismo e innovazione, risultino in minoranza. In ogni caso, egli dovrà consumare definitivamente quella «rottura sentimentale», di cui ha parlato Massimo D’Alema, con la tradizione post-comunista.
 

martedì 21 luglio 2015

"IL PD NON SARA' PIU' IL PARTITO DELLE TASSE". RENZI APOSTATA DELLA SINISTRA ?

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Basta leggere il Garantista di  oggi,  il commento del Direttore Sansonetti, l'articolo di Lametta con l'accostamento Renzi Tatcher (addiritura !!!), le reazioni di gente come Bersani e Fassina, per capire come le Tasse siano le creature care della vera Sinistra, quella ortodossa, che ha sempre e solo le stesse stelle polari : Deficit spending, redistribuzione, forte progressività...
E quindi che sia il segretario del PD  preannunciare una politica di riduzione fiscale, in effetti ha, concettualmente, qualcosa di rivoluzionario.  
Nella sostanza, come bene sottolinea Luca Ricolfi, bisognerà poi vedere i FATTI, anche perché di annunci, in un anno e qualcosa di governo, Renzino non ne ha fatti pochi. Qualcosa è stato anche concretizzato - il Jobs Act e la Scuola - , gli effetti sono da vedere ( nel secondo caso la legge è  stata licenziata da pochissimo, e le barricate di sindacati, insegnanti, genitori e studenti già in corso di allestimento in attesa della riapertura ). 
Resta che dire "il PD non sarà più il partito delle tasse" , un po' di scalpore lo fa, e infatti i rumors arrivano. 
L' opera di seduzione nei confronti del centro moderato prosegue, con la consapevolezza di dover pagare prezzi non esigui a sinistra, come del resto già si è visto nelle ultime tornate elettorali.
Vedremo se le previsioni del professore si realizzeranno. In genere ci azzecca...



La svolta coraggiosa nella politica fiscale

 Risultati immagini per renzi taglia la tassa sulla prima casaRivoluzione copernicana? Così Renzi ha definito il suo progetto di abbattere la pressione fiscale di 45 miliardi in 3 anni, da qui al 2018.
Forse l'analogia è un po' sproporzionata se pensiamo a quel che fece Copernico (togliere la terra dal centro del cosmo): un po' di pressione fiscale in meno è davvero un nonnulla, un fatterello di cui nessuno si ricorderà in futuro, se non altro perché negli ultimi 35 anni fatterelli del genere si sono ripetuti in diversi Paesi capitalistici, e nessuno dei politici che ha ridotto di qualche punto la pressione fiscale si è mai paragonato a Copernico.

E tuttavia c'è un senso in cui Renzi ha perfettamente ragione a sottolineare la discontinuità, la “rupture” implicita nel suo gesto: la riduzione delle tasse lui la promette come leader del Pd, ossia di un partito di sinistra, erede del partito comunista italiano. Renzi non dice soltanto «il mio governo vi toglierà 45 miliardi di tasse», ma dice che sarà il Pd a voler fare questo, e che il Pd «non sarà mai più il partito delle tasse». Qui l'enfasi è giustificata: abbattere la pressione fiscale di 2-3 punti di Pil non è niente di straordinario, ma farlo in Italia, con un partito da sempre assetato di gettito fiscale come finora è stato il Pci-Pds-Ds-Pd, sarebbe davvero un'impresa eroica.

Io spero che Renzi ce la faccia, anche se sono incline a pensare che le cose finiranno per andare come finora sono andate, pure sotto Renzi (vedi i conti pubblici trimestrali Istat usciti il 1° luglio): alcune tasse verranno abolite, alcune aliquote verranno tagliate, ma le coperture saranno trovate soprattutto in altre tasse, o nella eliminazione delle innumerevoli agevolazioni (le cosiddette tax expenditures) che costellano la nostra legislazione fiscale. La pressione fiscale potrà scendere, ma non nella misura promessa (3 punti di Pil), se non altro perché già solo evitare l'aumento dell'Iva nel 2016 e nel 2017 avrà dei costi notevoli.
Ma il fatto che le promesse di Renzi siano poco credibili nella loro dimensione quantitativa (sono pronto a scommettere che nel 2018 non pagheremo 45 miliardi di tasse in meno rispetto ad oggi) non significa che il percorso delineato da Renzi non sia di estremo interesse nel suo impianto logico, ossia come strategia di politica economica.
Che cosa dice Renzi?
Primo passo (2016): abolizione totale, ossia per tutti (ceto medio e poveri), delle tasse sulla prima casa (Imu e Tasi).
Secondo passo (2017): riduzione di Ires e Irap.
Terzo passo (2018): intervento sull'Irpef e sulle pensioni.

Questa gerarchia è una novità assoluta, e rende la politica fiscale di Renzi sostanzialmente diversa sia da quelle classiche del suo partito, sia da quella di Berlusconi. La differenza con le politiche passate del Pd è evidente: detassare la prima casa anche ai ceti medio-alti, e ridurre Ires e Irap (due tasse che gravano sulle imprese e sulle partite Iva) prima di intervenire sull'Irpef e sulle pensioni vuol dire andare contro l'intera storia della sinistra e dello stesso Pd. Meno evidente è la rottura con l'impostazione di Berlusconi. Tutti ricordiamo che l'idea di eliminare per tutti la tassa sulla prima casa è un'idea, anzi una realizzazione, di Berlusconi (in questo Renzi copia), ma forse non tutti ricordano che l'abbattimento della pressione fiscale promesso da Berlusconi nel “Contratto con gli italiani” del 2001 non riguardava né l'Ires (che allora di chiamava Irpeg) né l'Irap, ma si concentrava sull'Irpef, di cui si proponeva la semplificazione con 2 aliquote, una al 33%, l'altra al 23%.
Questo significa che il programma fiscale di Berlusconi era rivolto primariamente alle famiglie, mentre quello di Renzi si rivolge innanzitutto ai produttori. O meglio: il programma fiscale di Renzi, dopo aver puntato sulle famiglie dei lavoratori dipendenti nel 2014 (per acchiappare voti alle Europee), ora affida la ricerca del consenso alla eliminazione della tassa sulla prima casa (che costa poco), mentre per il resto punta le sue carte su un alleggerimento della pressione fiscale sui produttori, ovvero imprese, professionisti, partite Iva in genere, e solo secondariamente (nel 2018) torna ad occuparsi delle famiglie.
Questo significa che Renzi sta spostando a destra la politica economica del Pd?
Direi proprio di no. L'abolizione integrale delle tasse sulla prima casa si limita a correggere un errore del passato, che molto ha contributo a deprimere il mercato immobiliare, ridurre il valore delle case, aumentare il senso di insicurezza degli italiani, e per questa via disincentivare i consumi (secondo diversi studi il calo dei consumi degli ultimi anni è anche dovuto alla perdita di valore delle case).
Quanto alla priorità data a Irap-Ires rispetto all'Irpef essa è più che mai una scelta pro-labour, nel senso letterale di scelta per il lavoro: dare ossigeno ai produttori è il modo migliore per favorire la creazione di posti di lavoro nuovi e soprattutto veri, non assistenziali.

Da questo punto di vista, piuttosto, si potrebbe dire che il primo Renzi, quello degli 80 euro in busta paga, era ancora vetero-Pci (e infatti ebbe il plauso dei sindacati), mentre l'ultimo Renzi, che pensa ad alleggerire i bilanci dei produttori prima che quelli delle famiglie, è lontanissimo dalla vecchia sinistra tassa-e-spendi, ma lo è pure dalla vecchia destra Berlusconi-Casini-Fini, che guardava soprattutto alle famiglie, e una vera rivoluzione fiscale a sostegno dei produttori non l'ha mai messa in atto. Quella di Renzi appare una politica di destra ai nostalgici che pensano ancora con le categorie del '900, ma in realtà è solo un primo passo per portare il Pd all'altezza dei problemi del nuovo secolo. Ad essa, semmai, un sindacato e una sinistra moderne potrebbero obiettare che, per il 2016 (anno in cui verrà meno la decontribuzione sui nuovi assunti) prevedere solo l'abolizione delle tasse sulla prima casa è troppo poco. I disoccupati sono ancora 3 milioni, e i posti di lavoro che mancano all'Italia per diventare un paese Ocse normale sono ancora 6. È su questo, più che sui miliardi di tasse in meno, che Renzi e il suo Pd verranno alla fine giudicati dagli elettori.

lunedì 23 febbraio 2015

TORNA LA PENALE PER IL CAMBIO DELL'OPERATORE TELEFONICO ? PARE DI SI

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Ho un amico e cliente che gestisce vari negozi wind e sono curioso di sapere se sarà contento della notizia : se il disegno di legge va in porto, torneranno le penali per chi cambia gestore telefonico.
Una fidelizzazione forzata dei clienti, ma anche un ostacolo per acquisirne di nuovi. Come sarà il saldo di una simile operazione ? 
Bersani le aveva eliminate, Renzi le reintroduce. 
Una cosa ho imparato da tempo : le leggi dovrebbero essere commentate solo dopo la loro effettiva entrata in vigore. Prima, pososno accadere molte cose.
Per esempio, se questa mossa non verrà spiegata bene, rischia di essere alquanto impopolare, e sappiamo quanto il nostro premier sia sensibile al consenso della gente. 
Quindi o le cose sono diverse da come sembrano di primo acchitto, leggendo titolo ed articolo del Corriere, oppure cambieranno in corsa.
Vedrete che andrà così.


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Cambio operatore, arriva la penale «Si rischiano anche più di 100 euro»

Nel disegno di legge Concorrenza rispuntano i costi per il passaggio a un contratto all’altro abolite dalla Bersani. Altronconsumo: «Saranno cifre non da poco»

di Martina Pennisi


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Tradire un operatore diventerà costoso. La pratica di passare da un marchio all’altro per godere di offerte più convenienti, che nel caso della telefonia mobile può rivelarsi particolarmente interessante (ne abbiamo parlato qui), è tuttora tutelata dalla legge 40 del 2007, altrimenti detta legge Bersani, secondo cui “i contratti per adesione stipulati con operatori di telefonia e di reti televisive e di comunicazione elettronica, indipendentemente dalla tecnologia utilizzata, devono prevedere la facoltà del contraente di recedere dal contratto o di trasferire le utenze presso un altro operatore senza vincoli temporali o ritardi non giustificati e senza spese non giustificate da costi dell’operatore”. Adesso è il disegno di legge sulla Concorrenza approvato venerdì 20 febbraio dal Consiglio dei Ministri a (provare a) scompaginare le carte: “Nel caso di risoluzione anticipata […] l’eventuale penale deve essere equa e proporzionata al valore del contratto e alla durata residua della promozione offerta”. Torna quindi, nero su bianco, la penale che la Bersani aveva eliminato lasciando esclusivamente i costi tecnici dovuti alla eventuale disattivazione.
Doppio passo indietro
Quanto dovuto, secondo il testo, dovrà essere coerente con il valore dell’accordo e i mesi restanti in base a quello che è stato pattuito nel momento della firma. “Così facendo”, spiega al Corriere della Sera il responsabile dei rapporti istituzionali per Altroconsumo Marco Pierani, “l’operatore può far pesare sulla fine anticipata del contratto, che non può essere superiore ai 24 mesi, l’investimento in marketing per promuovere l’offerta”. Se il decreto dovesse concludere inalterato tutto l’iter necessario per entrare in vigore, quindi si “rischierà di andare oltre al centinaio di euro. Un doppio passo indietro considerando che aspettavamo addirittura un limite concreto all’entità dei costi di disattivazione”, prosegue Pierani.
Il 20% del mercato delle Sim
Nonostante la Bersani, infatti, in questi anni il Garante delle comunicazione è dovuto intervenire con multe da centinaia di migliaia di euro per ribadire quanto previsto dalla legge 40. Si tratta nel caso specifico di linee fisse, segmento che secondo Pierani “rischia di dare i maggiori problemi”. Per quello che riguarda la telefonia mobile, da un lato la concorrenza e la maggiore agilità del settore hanno garantito condizioni più favorevoli, dall’altro proprio il “ritorno delle penali rischia di peggiorare la situazione” a fronte dei costi comunque applicati per la chiusura dei rapporti. A quali vanno eventualmente aggiunte le rate restanti dei telefonini compresi nell’accordo. Quando si parla di cessazione anzitempo dei contratti si prende in considerazione poco più del 20% del mercato delle Sim, con la percentuale restante che sceglie la ricaricabile. Secondo l’ultimo spaccato trimestrale Agcom, a fine settembre le linee trasferite hanno superato i 74 milioni.