sabato 1 marzo 2014

L'UCRAINA VERSO LA SCISSIONE. FORSE E' L'UNICA SOLUZIONE


La crisi in Ucraina conferma valutazioni note :
1) Barak Obama sarà ricordato come il Presidente americano più inetto dopo Carter, oltre naturalmente per a quella che è stata la sua unica qualità : essere il primo nero alla Casa Bianca.
2) Putin ha ridestato l'orgoglio imperialista sovietico, ammodernandolo ai tempi. Nel cortile di casa, non ci sono sconti, come Cecenia e Georgia hanno ben dimostrato, e in Ucraina potrebbe riaccadere, in forme diverse. 
3) L' ONU è un luogo di pagliacci, che quando qualcuno poi fa sul serio, non riescono mai, ma veramente mai a risolvere nulla. Vedi in Africa, o ieri in Jugoslavia, oggi in Siria e domani in Ucraina, se le cose precipitassero.
4) La democrazia è un sistema grandemente imperfetto, ma pur sempre da preferire alle dittature, palesi o camuffate che siano. Riaffermato questo, è evidente che agire senza dover rendere conto è molto più pratico ed efficace. Magari alla lunga i nodi vengono al pettine, ma passa veramente molto molto tempo. Decenni fino a superare porzioni di secolo se non a sfiorarlo (penso all'URSS, durata 70 anni, al Cile più di 25, a Cuba circa 50 anni ).
Mi vengono in mente queste cose nel seguire la vicenda di Kiev. Deposto un presidente eletto a furor di piazza ( successo un anno fa in Egitto. Il risultato delle elezioni è suscettibile di revisioni piazzaiole) , c'è il problema che quest'ultimo vanta un amico di quello "VERI", che ti sostengono. Magari Mubarak starà pensando che non gli sia convenuto buttarsi ad occidente, che se fosse rimasto filo russo a quest'ora era ancora il Raiis dell'Egitto, come Assad lo è della Siria. Il fatto è che Putin, quando ritiene che siano in gioco gli interessi della Russia, non ha esitazioni. Se gli fa comodo, agita l'ONU e pone il suo veto al tavolo del Consiglio di Sicurezza (Siria), altrimenti il Palazzo di Vetro lo ignora del tutto, come sta facendo in Crimea.
Quella per lui è terra RUSSA, che Krusciov, che era ucraino, volle improvvidamente assegnare alla sua terra d'origine nel 1954, e a Sebastopoli c'è la flotta di stanza sul Mar Nero. 
La mia sensazione, ma stavolta mi sbilancio e dico convinzione, è che in Ucraina alla fine ci sarà una scissione del paese e forse è anche l'unica soluzione, che lo stesso appare veramente troppo diviso tra anti e filo russi.
Nella sua approfondita analisi Roberto Toscano, editorialista de La Stampa e già ambasciatore italiano prima in Iran e poi in India, profondo conoscitore quindi degli scenari internazionali non solo occidentali, ricorda come tra i tanti problemi vi sia, fondamentale, quello di una profonda crisi economica. Gli ucraini se la stanno passando male, e la parte anti russa e filo europea - le due non coincidono sempre però hanno un nemico comune in Mosca - pensano che liberarsi nettamente dall'influenza forte del potente vicino avvicinandosi fortemente all'Europa migliorerebbe le condizioni del Paese. Temo che il calcolo sia sbagliato, se restiamo al mero discorso economico. Semmai è la Russia, oggi, a poter retribuire un paese "amico", grazie alle grandi risorse energetiche e alla libertà di manovra di Putin rispetto al suo parlamento. La UE ha già grandi problemi di suo, e , anche volendo, non avrebbe i mezzi per gli aiuti che gli Ucraini si aspettano. 
Ci sarebbe il FM, ma magari Kiev potrebbe chiedere ad Atene quanto si resti liberi passando per quelle mani. 
Insomma, un gran casino, e tenere insieme due fornti così divisi forse non è cosa saggia.

L’illusione chiamata Europa

Nubi nerissime si addensano sulla parte orientale del continente europeo. La Russia preannuncia una vasta e oggettivamente intimidatoria esercitazione militare ai confini dell’Ucraina e concede al ricercato Yanukovich un’ospitalità che è un implicito appoggio alla sua pretesa di essere ancora l’unico Presidente legale.

Nella capitale ucraina, intanto, l’euforia per la cacciata di un Presidente corrotto e autoritario deve fare i conti con una serie di interrogativi. Come passare dal potere della piazza ad un normale funzionamento delle istituzioni? In che misura è fattibile un’ipotesi di normalizzazione basata su personalità politiche - soprattutto Yulia Timoshenko, appena uscita dalla prigione - certamente anti-Yanukovich, ma anche parte di un vecchio sistema ritenuto inaccettabile da chi si è battuto sulla piazza Maidan? Come controllare i radicali, fra cui gli inquietanti estremisti nazional-socialisti? Come scongiurare un collasso economico che si avvicina rapidamente? 

Ma il problema principale, quello che fa addirittura temere che le tensioni possano sfociare in un conflitto militare, ha a che vedere con la profonda divisione del Paese. Finora si era parlato soprattutto della spaccatura fra un Est russofono e un Ovest fortemente caratterizzato dalla cultura e dalla lingue ucraine, ma oggi la crisi trova il suo punto più delicato in Crimea. La Crimea, storicamente russa, passò all’Ucraina nel 1954 solo a seguito della decisione demagogica di Khrusciov. Oggi la maggioranza russofona – e russofila - della popolazione teme che gli eventi di Kiev, con il prevalere dei nazionalisti ucraini, abbiano rotto a loro sfavore il delicato equilibrio su cui si basava la convivenza. E in effetti una delle prime decisioni del nuovo vertice politico nella capitale è stata quella di togliere al russo il precedente status paritario di lingua ufficiale. A Simferopoli, capoluogo della Crimea, gli attivisti russi sono passati all’azione, occupando il Parlamento regionale e issando sull’edificio la bandiera russa in sostituzione di quella ucraina.

Di fronte al vasto dispiego di unità militari russe ai confini, i vertici politici sia americani che europei fanno sfoggio di cautela e di nervi saldi, partendo evidentemente dal presupposto che Mosca pagherebbe un prezzo troppo alto se decidesse di trasformare l’esercitazione militare in un’invasione. Probabilmente la vera intenzione russa è solo quella di lanciare un pesante ammonimento ai governanti ucraini: no all’uso della forza contro i russi di Crimea e, soprattutto, che nessuno osi mettere in dubbio lo status della base navale russa di Simferopoli. Ma sarebbe forse bene ricordare che sono passati solo sei anni da quando la Russia usò la forza contro la Georgia, alla quale, come risultato di un breve ed impari scontro, vennero sottratte Abkhazia e Sud Ossezia, teoricamente indipendenti ma in realtà passate sotto il dominio russo. 

Il fatto è che Putin si gioca moltissimo in questa crisi ucraina, i cui sviluppi stanno mettendo in dubbio quella legittimazione nazionalista su cui a Mosca si punta fin dalla caduta del comunismo e la fine dell’Unione Sovietica. Con un’Ucraina ostile la Russia verrebbe ancora più clamorosamente spinta verso una marginalità geopolitica certo non compensabile con il disegno «eurasiatico», che fra l’altro senza l’Ucraina diventerebbe inevitabilmente più asiatico che europeo.

Pochi giorni fa si poteva leggere, sul New York Times, l’esortazione di un accademico polacco ad Europa e Stati Uniti a mettere in atto, lasciando da parte eccessive prudenze, «uno sforzo congiunto per includere l’Ucraina nel campo occidentale». E’ proprio questo l’incubo principale di Vladimir Putin, tanto più se si pensa che questa inclusione potrebbe, in prospettiva, prendere forma non tanto in un improbabile ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea quanto piuttosto nella Nato. 

Gli ucraini, soprattutto i giovani, che hanno rovesciato Yanukovich sventolavano le bandiere dell’Europa, ma le loro aspettative non hanno alcuna base nella realtà, e sarebbe eticamente giusto per noi europei non essere prodighi più di illusioni che di effettivo sostegno. L’adesione all’Unione Europea non solo non è per domani, ma nemmeno per dopodomani, e per quanto riguarda la drammatica situazione economica del Paese, non si vede come l’Europa possa - in un momento di non superata crisi interna - far fronte all’urgente necessità di aiuti finanziari che sono stati quantificati in 35 miliardi di dollari su due anni. Paradossalmente non sembra esservi un futuro sostenibile, per l’Ucraina, che escluda un sostanziale rapporto con la Russia in campo finanziario, commerciale e soprattutto in tema di forniture energetiche. Quando si parla infatti della possibilità di un intervento del Fondo Monetario Internazionale in aiuto all’Ucraina non si può dimenticare che l’aiuto del Fmi verrebbe corredato di condizionalità che, si sa, includerebbero l’abrogazione del «prezzo politico» dell’energia, oggi inferiore a quello che l’Ucraina paga per il suo acquisto dalla Russia. Una prospettiva che i nuovi governanti di Kiev non potrebbero facilmente gestire, con un’opinione pubblica convinta che, con la cacciata del tiranno filorusso, non solo la libertà, ma anche il benessere, siano a portata di mano.


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