giovedì 3 aprile 2014

CAMBIANO AMBASCIATORE IL RISULTATO (PER I NOSTRI MARO') CAMBIA POCO


Passando da un ambasciatore all'altro (ex , ma si tratta di cariche che, non so perché, una volta rivestite a livello "Nominale" non decadono mai...) , dopo aver dato spazio l'altro giorno ad Armellini, che lo fu dell'India dal 2004 al 2008, oggi tocca a Roberto Toscano, che lo è stato nel biennio successivo. 2008-2010.  Chi vuole, può confrontare i due contributi trovando il primo nel link http://ultimocamerlengo.blogspot.com/2014/04/pericoloso-illudersi-i-maro-saranno.html .
In calce allo stesso, nella sezione commenti, trovate anche le critiche considerazioni della brava e nota giornalista Maria Giovanna Maglie che dall'inizio di questa brutta vicenda si batte su Libero perché Girone e Latorre tornino in Italia. Non so nemmeno più quanti articoli abbia scritto al riguardo. Tra le cose che afferma, c'è la convinzione che l'India non si potrebbe sottrarre alla richiesta di arbitrato presentata dall'Italia, trattandosi di materia "obbligatoria" e non facoltativa in base all'ordinamento internazionale che disciplina i diritti sul mare. Credo che sul punto in diritto abbia ragione, ma il problema, grande, temo sia NON se la richiesta di arbitrato abbia fondamento giuridico e valenza obbligatoria, quanto che l'India si mostri rispettosa di queste norme. In questo secondo caso come l'obblighiamo ? La comunità internazionale reagirebbe con sanzioni adeguate e convincenti ? Certo, c'è peraltro anhe l'altra valutazione : se non così, come ?  Veramente vogliamo affidarci alla giurisdizione indiana dopo quello che ci hanno mostrato in questi due anni ?
Anche Roberto Toscano indica l'arbitrato internazionale come la strada da percorrere, ribadendo peraltro i dubbi e le incognite che un po' abbiamo anticipato.
Anche lui, come Armellini, pensa poi che, paradossalmente, la vittoria dei nazionalisti di Narendra Modi alla fine potrebbe rivelarsi un bene per uno sblocco politico della vertenza. Passate le elezioni e non accusabile di "tradire" l'India in nome delle proprie origine italiane - problema che invece ha Sonia Ghandi e quindi il figlio di lei - Modi potrebbe mettere il silenziatore a tutta la cosa - mentre oggi ci batte di grancassa per motivi propagandistici - e quindi favorire una exit strategy che possa andare bene ad entrambi i paesi, magari anche il sì all'arbitrato con i due fucilieri non in Italia ma fuori dall'India,  ospiti del Paese giudicante. 
Una volta usciti dall'India, facendo passare altro tempo, poi le cose sarebbero più facili.
Non dice che andrà così, ma che potrebbe.
Infine, quasi a rispondere alla durissime reprimende che la Maglie, ma certo non da sola, fa alla gestione della vicenda da parte della diplomazia italiana e le altre istituzioni che di questa si sono occupate, Toscano ricorda che certo errori ne sono stati fatti, ma anche lui rammenta che l'India è una gatta difficile da pelare e anche gli USA, certamente di altro peso rispetto a noi, hanno avuto di recente modo di scoprirlo.
Buona Lettura


Il “fattore Sonia” contro i marò


Il candidato dell’opposizione, l’induista radicale Narendra Modi, ha attaccato in modo virulento Sonia Gandhi che in un discorso di domenica aveva denunciato «chi batte la grancassa del patriottismo» per sollecitare consensi elettorali.

Il sarcasmo di Modi si è scatenato, facendo sospettare che da tempo fosse pronto a cogliere la prima occasione per utilizzare il caso dei nostri militari contro «l’italiana». E’ forse patriottico - ha detto in un comizio nello stato dell’Assam - permettere a militari italiani che hanno ucciso due pescatori indiani di ritornare in Italia, da dove non avrebbero fatto ritorno in India se non fosse stato per la dura reazione della Corte Suprema? (Qui Modi faceva evidentemente riferimento al provvedimento con cui, per ritorsione, i movimenti dell’ambasciatore italiano a Delhi erano stati ristretti, con palese violazione delle norme internazionali). Modi non ha inoltre limitato il suo attacco alla gestione passata della questione, ma anche a quella presente, chiedendo polemicamente: ma in quale prigione si trovano i due militari italiani?

In questo momento la strategia del governo italiano sembra essere passata da una «difesa nel processo» ad una «difesa dal processo», nel senso che ad essere contestate non sono più le modalità e il contesto del suo svolgimento (l’applicazione o meno del Sua Act, la competenza dell’ente investigativo federale preposto ai delitti di terrorismo) bensì la stessa legittimazione indiana a giudicare. Affermiamo la competenza a giudicare del nostro sistema giudiziario - a nostro avviso con fondamento piuttosto debole, visto che la nave su cui si trovavano gli imputati era italiana, ma l’imbarcazione su cui sono morti i pescatori era indiana e quindi (per la determinazione del locus commissi delicti) ci troviamo di fronte quanto meno a una competenza concorrente. Più solida invece, proprio per l’incertezza di cui sopra relativa ad un episodio verificatosi in acque internazionali, ci sembra la richiesta di internazionalizzare la questione sulla base delle norme relative al diritto del mare. Ancora più convincente, anche sulla base del caso Calipari (quando, con nostro rammarico, il militare americano che lo aveva ucciso a Baghdad venne considerato non giudicabile dalla nostra Corte di Cassazione), avrebbe dovuto essere il richiamo alla immunità funzionale di militari in servizio.

Dopo la dura presa di posizione di Narendra Modi, tuttavia, appare evidente che sia l’internazionalizzazione che l’immunità verrebbero considerati come una rinuncia alla sovranità indiana - un’abdicazione che sarebbe anche troppo facile attribuire ad un «occhio di riguardo» per l’Italia. Dopo tutto l’impegno, anzi la dedizione, per il suo Paese d’adozione e le tragedie personali vissute (l’uccisione della suocera Indira, cui la legava un forte rapporto affettivo, e poi del marito Rajiv), Sonia Gandhi non può certo, soprattutto in una problematica fase elettorale, scoprire il fianco a questo genere di critiche.

Ben vengano quindi i rinvii (il più recente ha fissato la prossima udienza al 31 luglio) se permetteranno di arrivare al dopo-elezioni, un periodo in cui il caso marò tornerà ad occupare nella vicenda politica indiana quel ruolo marginale che lo aveva finora caratterizzato. Solo allora sarà forse possibile, per la giustizia e la politica indiane, affrontarlo senza i toni esasperati della polemica e del nazionalismo. 

Se è vero, come sembra sempre più probabile, che il vincitore delle elezioni sarà il Bjp, e il nuovo primo ministro Narendra Modi, paradossalmente potrebbe risultare meno difficile trovare una soluzione politica al caso. Diciamo che il governo di Sonia Gandhi non può permettersi alcuna flessibilità, quello di Narendra Modi invece sì. 

Se vogliamo essere ottimisti, non è infatti escluso che un Primo Ministro politicamente nato nei ranghi dell’Rsss, inquietante movimento fondamentalista indù, ritenga di doversi presentare sulla scena internazionale facendo sfoggio di una disponibilità al dialogo e alla moderazione, tanto più se si tiene presente che Modi, nell’attuale campagna elettorale, sta mettendo l’accento piuttosto sull’economia che non sull’induismo radicale.

Facile comunque non sarà. Da noi si è molto insistito, certo non senza fondamento, sugli errori commessi nella gestione del caso a partire dalle sue origini (non si sa ancora, ad esempio, chi ha dato l’ordine alla petroliera di entrare nel porto indiano), e anche al negativissimo «fattore Sonia». Ma per capire che un caso come quello dei marò sarebbe stato comunque difficile, per qualsiasi Paese e con qualsiasi strategia, basta dare un’occhiata ai rapporti fra India e Stati Uniti in relazione al «caso Khobregade» (la diplomatica arrestata a New York per violazioni delle regole sull’immigrazione in relazione ad una collaboratrice domestica) e alle durissime rappresaglie indiane, ancora in corso, soprattutto nei confronti della scuola americana. Rappresaglie che hanno portato addirittura alle dimissioni dall’incarico e dalla carriera del Capo Missione americano, Nancy Powell.

Constatare gli altrui problemi non è certo una consolazione, ma sarebbe giusto che l’opinione pubblica italiana, pur esercitando un legittimo diritto di critica verso l’operato sia della diplomazia che della politica, tenesse in considerazione la difficoltà obiettiva di trattare con un interlocutore particolarmente difficile, scarsamente aperto al multilateralismo, rigido nella difesa di un’ombrosa sovranità. 

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