mercoledì 26 novembre 2014

AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI O RISPETTO DEI CONFINI ? NON E' PROBLEMA SOLO UCRAINO

 

Qualche tempo fa, riportando un articolo che trattava anche della questione Ucraina, un amico lettore, Alessandro Puglioli, mi domandava cosa ne pensavo di quanto fosse avvenuto in quel paese, col rovesciamento di un governo in carica tramite sollevazione della piazza, appoggiata, più o meno esplicitamente, da vari paesi occidentali. Non ho risposto, perché il problema lo vedo spinoso e non facilmente trattabile come parrebbe volere il quesito. Leggendo oggi lo scambio epistolare tra Sergio Romano ed un lettore del Corriere, torno sull'argomento, precisando che continuo a non avere risposte nette. Intanto, da appassionato di Storia, sono assolutamente rassegnato al fatto che il voler imbrigliare gli avvenimenti dei popoli e delle nazioni in maglie prettamente giuridiche è un tentativo eterno e vano. Troppo spesso il Diritto è quello dei vincitori, come spiegò molto bene ai romani sonfitti Brenno gettando la spada sulla bilancia e pronunciando (secondo il mito) il celeberrimo "vae victis", guai ai vinti.
Quindi, la categoria del "giusto e dell'ingiusto", specie giuridico, con la storia tendo a non mischiarlo, e in questo sono convinto di avere ragione.
Venendo all'Ucraina, i media occidentali sostengono che il governo in carica stesse realizzando una politica legislativa volta a minare il sistema democratico del paese, finalizzata a preservare il gruppo di potere in quel momento insediato, amico di Mosca e contrario all'avvicinamento alla UE. La ribellione popolare avrebbe scongiurato questo progetto, e le elezioni successive, recentemente svoltesi, avrebbero confermato come il partito facente capo al premier scalzato fosse decisamente minoritario nel paese, escludendo da questa valutazione la parte orientale dello stesso, dove si combatte una guerra civile e dove i "ribelli" sono appoggiati dai russi, con armi e truppe. 
Che io sappia, ma non sono certo di questa informazione, nelle regioni ad est la popolazione russofona rappresenta una massiccia e folta minoranza (diversamente per esempio dalla Crimea, che peraltro   fu un "regalo" di Kruscev alla propria regione, trattandosi di territorio tradizionalmente appartenente alla Russia), agguerrita e determinata al punto che i referendum svoltisi in quelle regioni, favorevoli all'annessione con Mosca, sarebbero da ritenere inconferenti (al di là della loro illegittimità giuridica), non effettivamente rappresentativi della volontà della maggioranza della popolazione,  perché svolti in un clima di intimidazione violenta. 
Se così fosse, e non sono certo che sia così, nemmeno il principio di autodeterminazione dei popoli, in contrasto con quello di rispetto dei confini esistenti, soccorrerebbe le pretese russe. 
In ogni caso Romano opportunamente ricorda come Occidente e Oriente richiamino l'uno o l'altro principio a seconda della convenienza del momento.
Personalmente, avendo a cuore la libertà individuale, tendo a propendere per il principio di autodeterminazione, ma è solo una dichiarazione di preferenza, che non ha nessuna valenza concreta, né pretesa di valore assoluto. 
Di volta in volta, in questi casi, ci si forma un'idea legata alla contingenza e alle proprie appartenenze, territoriali, politiche, ideali.
A differenza di Romano, per esempio, non sono un critico della dissoluzione dello stato yugoslavo, e mi sembra che Slovenia e Croazia siano contentissime di essere nazioni autonome, non più facenti parti di uno Stato panslavo. Più delicata la questione della Bosnia, ma criticare Clinton per aver fatto cessare, bombardando la Serbia, i crimini di chi ha sulla coscienza Srebrenica e Sarajevo (solo per citare gli orrori da tutti conosciuti), non me la sento proprio.
Anzi.


ASCOLTARE I POPOLI 
O RISPETTARE I CONFINI?
  


Lei ha scritto: «Prima che la Russia modificasse la carta geografica dell‘Ucraina, gli Stati Uniti avevano già modificato la carta geopolitica europea allargando la Nato sino a comprendere quasi tutti i Paesi che erano stati membri del Patto di Varsavia». Aggiungo che la Nato ha bombardato la popolazione civile della Serbia senza l’autorizzazione dell’Onu. È stato detto che la Russia ha violato una regola fondamentale degli equilibri europei: ogni modifica dei confini deve avvenire sulla base di un accordo delle parti interessate. Ma la prima violazione fu responsabilità della Germania e di altri Stati europei, quando riconobbero l’indipendenza di Slovenia e Croazia, e, successivamente, quella della provincia serba del Kosovo. Questo è il problema principale dell’Occidente: non può difendere le sue pretese geopolitiche senza manipolare la verità storica.
Igor Andruskiewitsch

kadetpismo@hotmail.com


Caro Andruskiewitsch,
Capisco i suoi sentimenti, ma le responsabilità non sono soltanto occidentali. Negli anni Sessanta del secolo scorso, quando propose la convocazione di una Conferenza sulla cooperazione e la sicurezza in Europa, l’Unione Sovietica voleva un documento che, mancando il trattato di pace con la Germania, conferisse legalità internazionale ai mutamenti territoriali realizzati alla fine della Seconda guerra mondiale. Si voleva evitare, in altre parole, che gli Stati sconfitti rivendicassero territori perduti. Le potenze occidentali erano interessate alla stabilità, ma vollero che il documento, a futura memoria, contenesse anche un riferimento al diritto dei popoli di decidere il proprio futuro. Come accade spesso, le trattative si conclusero con un Atto Unico in cui i due principi — inviolabilità delle frontiere e autodeterminazione dei popoli — erano considerati altrettanto essenziali. Peccato che fossero potenzialmente incompatibili. Da allora il pendolo oscilla, a seconda delle convenienze, dall’uno all’altro.
La riunificazione tedesca fu un omaggio al principio dell’autodeterminazione, ma venne realizzata con il consenso dell’Urss ed è quindi un caso a sé. La disintegrazione della Jugoslavia, invece, fu opera di Hans-Dietrich Genscher, ministro degli Esteri tedesco, e piacque a Giovanni Paolo II, lieto di recuperare alla Chiesa romana due antiche province cattoliche. Fu accettata di controvoglia anche da Paesi che avevano buoni motivi per desiderare la sopravvivenza dello Stato federale jugoslavo. Gli accordi di Dayton dell’estate 1995 ebbero il merito di mettere fine al conflitto, ma disegnarono a tavolino uno Stato bosniaco fragile e fittizio L’indipendenza del Kosovo fu un’operazione prevalentemente americana, fatta anche per punire la Serbia e dimostrare che la Russia non era più una potenza balcanica. Ma fu giustificata con il principio dell’autodeterminazione dei popoli.
Nel caso dell’Ucraina le parti si sono rovesciate. Mentre la Russia invoca il principio dell’autodeterminazione e giustifica così il referendum della Crimea, gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali si fingono scandalizzati dalla politica di Putin e difendono il principio della inviolabilità delle frontiere. Questi mutamenti di campo appartengono alla logica delle relazioni internazionali e non sorprendono. Sorprende e infastidisce, invece, la spocchia moralistica con cui tutti (ma in questo caso soprattutto alcune potenze occidentali) denunciano le colpe dell’avversario.

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