lunedì 4 luglio 2016

GLI SCHIAFFONI DI ROMA E TORINO NON CAMBIERANNO L'ITALICUM. DIO ACCECA CHI VUOLE PERDERE



Non sapevo chi fosse questo Stefano Passigli che ogni tanto scrive sulla pagina delle opinioni del Corsera e che oggi proponeva una riflessione sull'Italicum che condivido interamente.
Andato a sbirciare, apprendo che è un professore universitario di Scienza della Politica, che ha insegnato in varie università compresa quella prestigiosa di Harward, impegnato politicamente prima col partito repubblicano e poi con quelli di Sinistra Democratica, venendo eletto in varie legislature al Senato.
Attualmente è presidente del gruppo editoriale da lui fondato e che porta il suo nome.
Mi fa piacere vedere che uomini colti e preparati, appartenenti ad un'area diversa dalla mia, nutrano i miei stessi timori : la legge elettorale commissionata da Renzi al prof. D'Alimonte ha come difetto gigantesco la previsione di un premio di maggioranza assoluta assegnato a prescindere da qualsiasi livello di consenso raggiunto dal partito vincitore. In pratica, il motivo per cui la Corte Costituzionale aveva bocciato il Porcellum. E' vero che, per aggirare l'ostacolo creato dalla Consulta, D'Alimonte ha messo la soglia del 40% al primo turno (non alta, ma accettabile, a patto che non vi sia un'astensione dal voto ai livelli di quella vista nelle ultime tornate elettorali amministrative), ma poi prevede il ballottaggio, anche qui senza quorum di minima partecipazione.
Il risultato è facile da registrare : quello che fa meno brutta figura, racimolando un 20% di voti effettivi, si vede attribuire il controllo assoluto del Parlamento monocamerale. Una follia.
Come giustamente rileva Passigli, questo tra l'altro avviene in un'epoca di crisi economica e valoriale (con forte tremolio del sogno europeo) molto forti, dove il governo è chiamato a prendere decisioni anche molto difficili, impopolari. Farlo senza avere dietro un consenso VERO potrebbe essere destabilizzante per istituzioni già non solidissime.
In più, da noi, si è inserita la variante tripolare, con l'elettorato sostanzialmente distribuito su tre poli equivalenti (il PD, il M5S e il blocco di centro destra, nel caso quest'ultimo riuscisse a presentarsi unito, cosa non affatto scontata), e il giochino del voto "contro" al ballottaggio. Tutta roba non buona.
Passigli suggerisce di abbandonare le invenzioni da apprendisti stregoni ( notava Giacalone che l'Italicum è pure un UNICUM nel panorama mondiale ! ) e di adottare sistemi esistenti e discretamente funzionanti, ancorché imperfetti (la perfezione si sa...) come il doppio turno francese in un sistema uninominale (quindi i duelli si moltiplicano nei vari seggi) e la sfiducia costruttiva germanica.

Mi pare di capire che renzino, nonostante gli schiaffoni rimediati alle amministrative, persevererà, e andremo a votare con questa legge, che ci dice la sera "chi ha vinto"  ( altrove vanno a dormire anche senza questa "certezza", di recente sta accadendo in Australia, eppure non muoiono...), e pazienza se lo fa grazie ad una partita taroccata a monte.
Bene. Ricevo abitualmente on line l'invito a partecipare a dei sondaggi politici e volentieri partecipo.
Fino a qualche tempo fa, alla domanda cosa avrei votato in caso di ballottaggio tra PD e Pentastellati, rispondevo sempre, sia pure con difficoltà pancista, a favore della prima opzione. Di recente sbarro la casella dell'astensione. Molti, più "pancisti", sono certo si siano spostati sugli ortotteri ( e infatti, su 20 ballottaggi alle ultime elezioni, ne hanno vinti...20 ! ) .
Ma magari a ottobre - però pare che il referendum slitterà, ché i sondaggi non sono tanto buoni... -  succede il disastro, e renzino manco li vede sulla sua pelle gli effetti del porcellum ridisegnato.



Il Corriere della Sera - Digital Edition

Perché l’italicum va rivisto (ma senza peggiorarlo)

di Stefano Passigli

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I risultati del secondo turno delle elezioni amministrative hanno mostrato con chiarezza i rischi cui un ballottaggio nelle elezioni nazionali esporrebbe il nostro sistema politico. Mentre un sistema elettorale come quello per l’Assemblea nazionale francese, imperniato su di una molteplicità di ballottaggi in una pluralità di collegi, facilita un processo di accordi e di progressiva aggregazione tra partiti minori e partiti maggiori, riducendo così la frammentazione e permettendo la formazione di coalizioni di governo omogenee e tendenzialmente stabili, un ballottaggio nazionale come quello previsto dall’Italicum presenta alcuni gravi e insuperabili difetti.

In primo luogo, la lista vincente, non più forte al primo turno del 25-35% dei voti espressi, rappresenterebbe in realtà a causa della caduta della partecipazione non più del 20% del corpo elettorale. In secondo luogo nel confronto tra le prime due liste saranno gli elettori della terza esclusa dal ballottaggio a decidere del risultato.
Sarà dunque una coalizione di voti «contro» a determinare il vincitore: il futuro governo godrà così di una forte maggioranza parlamentare, ma sarà minoritario nel Paese e scarsamente legittimato ad affrontare le attuali situazioni di forte conflittualità sociale.
Infine, mentre sistemi come il doppio turno di collegio francese — grazie anche alla contemporanea elezione del presidente della Repubblica — lasciano aperta la possibilità di una evoluzione bipolare del sistema partitico francese, il ballottaggio dell’Italicum rafforzando il ruolo determinante del terzo polo segnerebbe la definitiva rinuncia a qualsiasi progetto bipolare.

Non deve dunque sorprendere che da più parti si domandi una modifica dell’Italicum, facendone in taluni casi moneta di scambio per l’approvazione in sede di referendum di una riforma costituzionale che solleva fondatamente più di una riserva.

Occorre però essere bene attenti a che il rimedio non sia peggiore del male. La proposta di attribuire il premio di maggioranza alla coalizione anziché alla lista vincente — come chiede la minoranza del Pd, unitamente agli alleati minori del governo (Psi, Alleanza civica, Alfano ed Area popolare) e al centrodestra — anziché rafforzare la governabilità incoraggerebbe un ritorno alla frammentazione partitica e a coalizioni di governo rissose e disomogenee. Si tornerebbe insomma a quelle alleanze adatte a vincere le elezioni ma incapaci di governare, che hanno caratterizzato gli ultimi anni dei governi sia dell’Ulivo che del centrodestra.
Basti ricordare che l’ultimo governo Prodi era sorretto da ben 15 gruppi parlamentari, e che l’ultimo governo Berlusconi poggiava su ben 6 gruppi oltre ai numerosi transfughi che ne prolungarono l’agonia.
Né Renzi, né i suoi oppositori saprebbero fare di meglio se si commettesse l’errore di attribuire il premio di maggioranza alla coalizione anziché ad una lista. Credo che imboccare questa strada, con l’inevitabile ritorno alla frammentazione e al permanere del trasformismo, favorirebbe la vittoria dei Cinque Stelle, e cioè proprio il risultato che molti dei proponenti il premio alla coalizione vorrebbero evitare.

Se si vuole raggiungere l’obiettivo di maggioranze di governo stabili ed omogenee quanto occorre è cambiare radicalmente l’Italicum, prendendo ad esempio quanto di meglio gli altri sistemi europei hanno saputo adottare per assicurare efficacia di governo: il doppio turno di collegio della legge elettorale francese, e la sfiducia costruttiva del sistema costituzionale tedesco.
I giovani apprendisti stregoni che hanno consigliato a Renzi e Boschi il pasticcio dell’Italicum — oltretutto a forte rischio di illegittimità costituzionale — hanno mostrato di avere poca scienza; abbiano ora almeno la coscienza di ammettere il loro errore. Le leggi elettorali non devono essere adottate o modificate dalla maggioranza di turno per favorire se stessa.

E così dicasi per le Costituzioni; la nostra Carta del 1948 contribuì ad unire un Paese che usciva da una sconfitta e dalla guerra civile. Non si dimentichi oggi che le Costituzioni devono unire e non dividere.

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