venerdì 19 maggio 2017

L'USO IMPROPRIO DELL'IMPEACHMENT

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Un articolo quasi tutto politico quello di questa settimana del nostro come sempre bravo Alessandro Fugnoli, esperto di cose finanziarie ed economiche ma anche uomo di rara e vasta cultura.
Preziosi dunque i suoi excursus in altri campi, i più vari, dalla storia, alla antropologia con spruzzi di psicologia-filosofia, passando per la scienza, conditi frequentemente da autentiche chicche costituite da aneddoti curiosi.
Stavolta, come anticipato, si concentra su un fatto di stretta attualità, prettamente politico, ancorché, inevitabilmente, foriero di ricadute sui mercati.  Parliamo del cd. "russiangate" che sta investendo la Casa Bianca e il suo neo eletto inquilino, Donald Trump.
Sono spesso d'accordo con Fugnoli, e quando non lo sono, perché lui un prezioso ottimista e io purtroppo no, faccio sempre il tifo per le sue previsioni sperando vivamente di essere io in errore.
In questo caso, condivido assolutamente l'abuso che da un po', in America, si fa  dell'Impeachment, uno strumento lodevolmente presente nel loro ordinamento, ma che sta diventando mero mezzo di guerra politica, cavalcato dai media per ragioni di fatturato e per minare un leader sgradito. Mai si era visto negli USA una battaglia pregiudiziale come quella contro Trump !
In passato, anche quando fu eletto Reagan, per fare l'esempio più accostabile, sicuramente i liberal chic del sistema americano erano in lutto : un attore, pure di seconda fascia, e ultrà, almeno a parole, del più spinto liberismo !
Eppure, una volta eletto, pur rimanendo critici, i media newyorkesi e i loro lettori si disposero in attesa, certo convinti che l'uomo sarebbe stato un disastro, ma sospendendo le ostilità e attendendo i fatti.
Finì con Reagan presidente più popolare di tutto il dopoguerra.
Non credo che con Trump andrà allo stesso modo, Ronnie penso fosse uomo migliore, e in fondo più prudente ancorché determinato al cambiamento, però è altrettanto vero che dal giorno, vissuto come drammatico, della elezione del primo, i suoi avversari non hanno MAI deposto le armi. Nemmeno per un giorno.
E questo non va bene.
Fugnoli descrive in maniera lucida i veri intendimenti degli avversari, con questo sbandieramento dell'impeachment, che non sono commendevoli.
Buona Lettura


 

 

SCACCO AL RE

 
 
 
 
Scenari di una partita lunga e complicata
 
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Quando Lincoln fu assassinato, nell’aprile 1865, gli successe il suo vice Andrew Johnson. Benché del Tennessee, stato del sud confederato, e benché democratico, Johnson era comunque sempre stato un leale sostenitore dell’Unione e il repubblicano Lincoln lo aveva voluto nel suo Team of Rivals per allargare la sua base di consenso e presentarsi all’America come l’unificatore della nazione.
Una volta entrato alla Casa Bianca Johnson portò avanti alcune delle politiche di Lincoln, ma non si oppose agli stati del sud che, pur avendo perso la Guerra Civile, cercavano di ripristinare le pratiche discriminatorie contro i neri. Johnson era un rigido costituzionalista e poiché i suoi atti erano formalmente corretti i repubblicani vararono una legge ad hoc che impediva al presidente di dare corso al licenziamento del suo ministro della guerra sapendo che Johnson si sarebbe rifiutato di revocarlo. Così fu. Johnson fu allora sottoposto dalla camera bassa alla procedura di impeachment, ovvero al rinvio a giudizio. Il processo, come previsto dalla costituzione, fu gestito dal senato. In un clima incandescente e con una compravendita di voti dilagante Johnson fu alla fine prosciolto e poté condurre a termine il suo mandato.
La procedura di impeachment americana è ricalcata su quella britannica (la Camera dei Comuni decide il rinvio a giudizio e la Camera dei Lord giudica). Benjamin Franklin la incluse nella costituzione perché, come scrisse, l’impeachment era meglio del regicidio. Il ricordo della decapitazione di Carlo I nel 1649 era ancora fresco.
Nessun presidente è mai stato rimosso dalla carica dalla procedura di impeachment. Johnson e Clinton furono assolti e Nixon si dimise prima della sentenza.
 
 
Previsto come assolutamente eccezionale dai Padri Fondatori l’impeachment è diventato negli ultimi decenni uno strumento sempre più frequente nella lotta politica e ne segnala un decadimento strutturale. Basti pensare al fatto che Hillary Clinton, se eletta, sarebbe stata immediatamente sottoposta a procedura di impeachment dalla camera bassa repubblicana.
 
Ora, nei circoli di Washington, non si parla d’altro che di impeachment per Trump. Attenzione, però. Che se ne parli non significa che ci siamo vicini. Anche se si tratta di una procedura molto più politica che giudiziaria l’accusa ha bisogno, per evidenti ragioni di consenso, di qualche evidenza di reato e su Trump, al momento, non c’è assolutamente nulla. E d’altra parte è molto difficile che la camera bassa repubblicana avvii la procedura.
Quella che c’è da qualche ora è invece una commissione d’inchiesta del Congresso sui presunti legami tra Trump e i russi. Commissioni simili furono una spina nel fianco di Reagan e di Clinton per molti anni ma non impedirono né all’uno né all’altro di terminare il loro mandato e di portare avanti le loro politiche.
Lo scopo politico delle commissioni d’inchiesta di questo tipo non è quello di trovare la verità bensì quello di allargare a macchia d’olio l’indagine e tendere una fitta serie di trappole procedurali nell’attesa che qualcuno degli accusati o dei testimoni cada in contraddizione o dichiari il falso. Il pretesto iniziale è spesso debolissimo, ma l’accusa sa che la difesa, sotto pressione, commette sempre dei pasticci ed è proprio su questi pasticci che si conta di realizzare l’attacco mortale.
I democratici non vogliono niente di particolarmente rapido contro Trump perché sanno che una presidenza Pence sarebbe popolare. Meglio tenere Trump sotto scacco senza dargli il matto in modo da vincere le elezioni di midterm dell’anno prossimo e riconquistare camera e senato.
La reazione dei mercati non si giustifica se è motivata dall’imminenza di eventi spettacolari, che probabilmente non ci saranno, ma ha nondimeno qualche ragione.
La più seria è che le riforme, in particolare quella fiscale, rischiano a questo punto di insabbiarsi ulteriormente. Su questo non siamo d’accordo o, per meglio dire, non siamo ancora d’accordo. Trump e i repubblicani sanno che sulle riforme si giocano davvero tutto e la pressione di cui sono oggetto può tradursi certamente in divisione e fallimento, ma, in alternativa, anche in maggiore consapevolezza della necessità assoluta di consegnare qualcosa al paese in tempi ragionevoli.
Una seconda ragione è che la debolezza di Trump potrebbe tradursi in un affievolimento di quegli spiriti animali imprenditoriali che si erano
improvvisamente risvegliati dopo il voto di novembre. A questo si può rispondere che così come le conseguenze pratiche di questa ripresa di ottimismo sono state decisamente sopravvalutate (non c’è stata nessuna esplosione di assunzioni, di investimenti o di consumi), allo stesso modo oggi si rischia di sopravvalutare l’impatto negativo sull’economia reale degli indicatori di sentiment in possibile deterioramento che ci attendono.
Una terza ragione, al momento la più plausibile, è che il rialzo americano appariva anche prima degli eventi di questi giorni sempre più faticoso, inerziale e sottile. E soprattutto non giustificato. Un modesto ripiegamento, in queste condizioni, ci sta tutto. Diverso il discorso per l’Europa, che per continuare a salire ha bisogno di un’America quanto meno stabile pur avendo buone ragioni sue per il rialzo.
Il corollario di questi discorsi è che non c’è ancora nessun motivo per pensare che la Fed non alzerà i tassi a giugno e che la Bce interromperà il suo processo di graduale indurimento delle sue posizioni.
 
 
 

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