lunedì 20 agosto 2012

EIN VOLK, EIN REICH. SUONA MALE, PERO' DI QUESTO L'EUROPA HA BISOGNO

L'editoriale di oggi del Corriere della Sera scritto da Ernesto Galli della Loggia suona un po' come la risposta ad un recente articolo di Angelo Panebianco ( lo potete leggere qui: http://ultimocamerlengo.blogspot.fr/2012/08/piu-realismo-se-si-vuole-realizzare-il.html), che esortava a guardare al progetto europeo con raziocinio pratico, che solo, potrebbe convincere noi cittadini che l'Europa, alla fine, conviene. E quindi aderire alla stessa disponibili a rinunciare ciascuno a uguali quote di sovranità perché alla fine il rapporto costi benefici risulterebbe positivo. Galli della Loggia contesta questo approccio, ritenuto TROPPO freddo e razionale, sostenendo che da questa strada non si passa. Credo che lo dica immaginando la diffidenza e l'istintiva predisposizione dell'uomo alla conservazione.
Per popoli mediamente soddisfatti della loro condizione , della loro storia, sarà difficile immaginare, soprattutto dopo gli ultimi due anni , che più Europa sia meglio.
Per noi italiani è più facile. Siamo un paese millenario, la cui storia unitaria è viceversa recentissima : appena 150 anni e piuttosto mal vissuti, soprattutto come entità unitaria. Per noi è più facile sentirci Europei, visto che non tanto ci piace essere ITALIANI. Ma per paesi come Francia, Germania, Gran Bretagna, la musica è MOLTO diversa.
Galli della Loggia esorta ad affidarsi alla POLITICA, più che agli interessi, ad una visione di NAZIONE EUROPEA che tenga conto della realtà odierna, che non consente ai singoli stati europei di porsi validamente nel mondo globalizzato (il razionalismo di Panebianco), ma anche dell'opportunità di guardare AVANTI, valorizzando gli aspetti comuni di noi europei e proporci come entità unitaria all'esterno, sia in campo economico finanziario, che politico (per capirci, una politica estera, un esercito europeo...cose così, non in ordine sparso).
Per far questo non si può prescindere da un coinvolgimento molto più diretto delle popolazioni, attraverso gli strumenti propri della democrazia. Gli Stati Uniti hanno UN CAPO, da tutti riconosciuto perché eletto dal popolo americano, dai cittadini di tutti e 52 gli Stati membri. E UN Parlamento nazionale, che ha poteri di legiferazione nonché di controllo sull'operato del Presidente, parimenti eletto a suffragio universale.
Io non so se tutto questo sia fattibile e in che tempi. Mi sembra che i mercati, coloro a cui ci rivolgiamo noi europei per avere i denari che ci servono per vivere come i restanti sei miliardi di esseri umani della Terra nemmeno si sognano, abbiano una concezione del tempo del tutto diversa.
Però, semmai si potrà parlare di una vera Nazione Europea, è evidente che la strada non possa che essere questa.
VASTO PROGRAMMA, diceva il buon De Gaulle (non precisamente un europeista convinto..).
Buona Lettura


IL BIVIO NELLA COSTRUZIONE EUROPEA
Una nazione vera o un mostriciattolo
Ci «serve» un'Europa politica. Lo ripetono in molti, aggiungendo che essa deve essere costruita soprattutto con realismo all'insegna dei sacrosanti interessi nazionali mediati da una giusta dose d'integrazione. Questa è l'Europa politica che utilitaristicamente «ci serve»: un termine che non deve farci paura.

Bene. Ma a tanta ragionevolezza (virtù che apprezzo, sia chiaro) vorrei porre una domanda: è davvero così che possono nascere, che nascono, i soggetti politici? Perché sono utili, perché «servono»? Ne è mai nato qualcuno a questo modo? Mi permetto di dubitarne.

La storia non dimostra quasi nulla. Ma se c'è una cosa che perlomeno essa sembra indicare è che i soggetti politici veri - cioè quelli dotati di sovranità (precisamente ciò che oggi è indispensabile alla Ue) - non nascono da una costellazione di interessi. Altrimenti non si capirebbe, tra l'altro, perché non sia mai riuscita a diventare un autentico soggetto politico quella elefantiaca costellazione di finanziamenti, contributi, fondi di ogni tipo - cioè di interessi, appunto - che è stata finora proprio l'Europa di Bruxelles.

In realtà, l'europeismo finora dominante è andato a sbattere contro un muro non già a causa del suo utopismo e dei suoi miti, ma semplicemente perché è stato un utopismo sbagliato. Sbagliato precisamente in quanto utopismo degli interessi, fondato sul mito pervadente dell'economia (donde Maastricht e l'euro), anziché essere un vero utopismo politico: vale a dire fondato su un'«idea», su una grande speranza mobilitante, l'unica capace d'alimentare sogni ed energie, di animare valori antichi e di crearne di nuovi. Mi dispiace per i real-materialisti («volgari», avrebbe aggiunto qualcuno), ma alla fine anche le sovranità politiche nascono da quella che Shakespeare chiamava la «materia di cui sono fatti i sogni» (e certamente di tale materia era fatto il Manifesto di Ventotene; peccato che esso accozzasse miti politici senza fondamento e una lettura assolutamente irreale dell'imminente dopoguerra europeo. Ciò che spiega, tra l'altro, perché il Manifesto di cui sopra sia sempre rimasto lettera morta, nonostante i salamelecchi universali).

Le sovranità, in altre parole, rimandano sempre, non agli interessi, ma a una lettura alta e forte del momento fondativo della politica, del «politico» in quanto riassunto di visione storica e d'intensità etica convergenti in un'appassionata determinazione. Solo ciò si è rivelato storicamente capace di dare vita a quelli che, non già il filonazista Carl Schmitt, ma il liberale Raymond Aron - e proprio a proposito dell'Europa, come ha ricordato un recente articolo di Commentaire - considerava i due elementi essenziali per l'esistenza di qualunque aggregato politico. E cioè, a) il senso di appartenenza, la necessaria coesione collettiva all'interno, in grado di mettere capo, b) a un'adeguata capacità di azione all'esterno. Secondo una prospettiva, come si vede, che da un lato afferma l'importanza dell'identità, dall'altro sottintende una scena mondiale inevitabilmente agonistico-conflittuale. Una prospettiva secondo la quale - cito ancora da Aron - un'unità politica è «una collettività umana cosciente della propria originalità e risoluta ad affermarla di fronte alle altre collettività».

Ben diversa, invece, è l'idea che hanno avuto fino ad oggi le classi dirigenti del Continente e la burocrazia di Bruxelles, convinte dall'europeismo ufficiale che la sostanza della politica sia solo quella di assicurare l'esercizio regolare e tranquillo delle attività indifferentemente di tutti e di ciascuno; e che per far ciò non serva alcuna identità storica né alcun particolare legame tra gli individui se non quello di regole comuni. Dunque l'Europa come dispiegata vocazione al multiculturalismo, e insieme come «area della democrazia e dei diritti», nonché abitatrice di un mondo felicemente avviato dalla Provvidenza al ripudio della guerra e alla composizione pacifica d'ogni conflitto. Ma davvero può essere questa l'Europa politica? Potrà mai essa nascere domani su queste basi (anche se finora, chissà perché, non l'ha fatto)?

Certo non è alcun vertice che a questo punto può decidere. A questo punto sono le opinioni pubbliche, sono gli Europei, che devono prendere la parola: dire se vogliono continuare sulla strada attuale degli «interessi», continuando a sperare non si sa in che cosa, o se invece vogliono, come io credo sia necessario, mettere in moto una dinamica nazionale europea.

Un'Europa politica, per essere tale, deve avere un'autorità sovrana capace di adottare decisioni vincolanti per tutti, e proprio perciò, dunque, legittimata democraticamente. Decisioni difficili, che comportano rischi e incognite, con prezzi da pagare per molti, e per giunta distribuiti in misura ineguale tra Stato e Stato. Perché queste due cose siano possibili - la legittimazione di un'autorità unica, e il consenso alle sue decisioni - è necessario però che il sentimento nazionale degli Stati nazionali europei, spesso antico di secoli e vivo specialmente nelle classi popolari, e pronto a far lega con il populismo, trovi un adeguato contrappeso in un autentico sentimento nazionale europeo. Altrimenti esso finirà necessariamente per rivoltarsi contro il nuovo assetto.

L'obiettivo al quale cominciare a lavorare già da oggi, dunque, deve essere la Nazione europea. Cioè un'Europa che sia consapevole di tutto il suo passato, della portata e del significato dei valori e delle potenzialità di questo; che sia decisa a far valere gli uni e le altre nell'arena mondiale. Per costruire la quale serve forse una vera e propria rivoluzione culturale, sì: innanzi tutto contro il vecchio europeismo e i suoi feticci «politicamente corretti». Ma non è proprio dalle rivoluzioni che tanto spesso sono nate per l'appunto le vere sovranità? L'alternativa, mi sembra, è un mostriciattolo politico in sedicesimo, nato per tutelare gli «interessi» ma destinato inevitabilmente, prima o poi, a vedere andare al diavolo anche quelli insieme a tutto il resto.

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