Potrebbe essere interessante chiedere agli studenti e ai giovani che oggi sfilano per le piazze di Roma (il Prefetto promette denunce per chi sfila con il casco. Vedremo se lo farà) cosa sanno e cosa ne pensano dell'Europa. Se si sentono "europei", se credono nel progetto dell'Unione come hanno scritto (o gli hanno fatto scrivere...a me capitò....in primo liceo classico....) nei temi dedicati alla giornata europea. Se l'Erasmus è un utile esperienza per conoscere i paesi della comunità, per avvicinarsi e scoprire le comunanze oltre alle diversità, o solo un bel periodo sabbatico dove per lo più ci si diverte. Se quello che vedono accadere da quattro anni a questa parte, specie negli ultimi due, gli hanno fatto cambiare idea o meno.
Giovanni Sartori, che essendo un radical chic (lui lo negherebbe, ma lo è, eccome ) ha tra i suoi dogmi l'europeismo convinto, ultimamente ha postato qualche "ma"...Uno tra questi lo vado dicendo da qualche lustro : come fa una comunità a formarsi se la gente che la compone parla lingue DIVERSE ?? Come comunicano le persone quando il discorso diventa più complicato dell'acquisto di qualche cosa o la disponibilità a concludere felicemente la serata ? Se non riusciamo a conservare, causa crisi e comportamenti negativi delle parti coinvolte (egoismo crescente a fronte di passività permanente) , atteggiamenti solidali all'interno delle singole nazioni, per cui il Nord Italia si dice stufo di mantenere il Sud, come pensiamo che questo possa avvenire nella Babilonia europea ? E così, sempre di più, le differenze tra paesi a economia più sana, e comunque più propensi al rigore dei conti, e quelli invece bisognosi di maggiore elasticità si acuisce, continuando a non trovare compromessi utili. I mercati e lo spread come reagiranno ? Per il momento sono silenti, e, a parte Draghi, non capisco le ragioni di questa calma apparente. La quiete prima della tempesta ?
In attesa di capirlo, ecco lo sconsolato resoconto di Gianni Riotta al fallimento del primo round per l'approvazione del bilancio europeo per il settennato 2014-2020
Buona Lettura
CIECHI E SORDI A BRUXELLES
Sarebbe bello convincere il Museo di Capodimonte, a Napoli,
a prestare per qualche tempo la tela di Bruegel, «La parabola dei ciechi», 1568, a una galleria di Bruxelles,
così che i leader europei possano ammirarne la tragica dinamica, gli sfortunati
in fila a reggersi a vicenda, tutti prossimi a precipitare in un crepaccio
secondo i versetti del Vangelo di Matteo (XV, 14) «Se un cieco guida un altro
cieco, ambedue cadranno nella fossa».
Dopo l’esito infelice del summit europeo sul bilancio
dell’Unione, la confederazione dei paesi del Nord guidati dalla cancelliera
Merkel con Olanda, Finlandia e Londra in panchina, potrà sostenere che il cieco
capofila siano i paesi latini, Spagna, Francia e Italia.
Il presidente francese Hollande potrebbe – davanti ai poveri
ciechi fiamminghi che insieme vagolano senza direzione – accusare invece i
«rigoristi» di non saper trovare la strada giusta: alla fine poco importa.
Quel che davvero conta è che l’Europa, con la disoccupazione
giovanile crescente e una generazione intera ormai «senza-lavoro», con
l’innovazione che langue, la crisi del debito contenuta dalla Bce di Draghi ma
latente e le sfide del mondo ribollente, dalla nuova Cina al vecchio Medio
Oriente, rinvia le scelte, tira a campare, guadagna tempo.
Ha ragione il presidente del Consiglio italiano Mario Monti,
che ha tenuto duro contro la rigidità fiscale tedesca spacciata per «rigore» ma
in realtà solo blandizie agli elettori teutonici, a dire «Non aver raggiunto un
accordo non pregiudica nulla… Il risultato non c’è stato, non è la prima volta
e non sarà l’ultima. È successo altre volte che l’accordo sul bilancio
settennale non sia stato chiuso al primo tentativo, non bisogna stupirsi»
perché «Si tratta di un lavoro fondamentale, di grande complessità e dovremmo
essere in grado di colmare le distanze esistenti».
Non è una catastrofe, il bilancio dei sette anni si
raggiungerà, Nord e Sud troveranno l’intesa. Noi speriamo prevalgano le ragioni
di Monti e Hollande, e se qualcuno sospetta che in questo auspicio ci sia
campanilismo da Europa meridionale, farebbe bene a rileggere l’editoriale del
New York Times, foglio poco «latino» si direbbe: «Da almeno un anno la
cancelliera tedesca Merkel spinge in modo distruttivo i partner a una politica
che prolunga la recessione, perché i tetti rigidi ai deficit negano ai paesi
quella flessibilità fiscale che, in certe fasi, è necessaria a rilanciare la
crescita». Semplice teorema di politica economica che il giornale liberal di
New York, il socialista Hollande e il liberale Monti possono condividere,
perché corroborato dalla realtà.
L’accordo verrà, certo: ma il giudizio deprimente sul
naufragio a Bruxelles è nello scarto tra leader europei ed emergenza
dell’Unione, hic et nunc. Le piazze si incendiano a Madrid, Roma ed Atene,
l’opinione populista sobbolle nei siti e nei talk show da Helsinki a Palermo,
le menti migliori dell’ultima generazione ponderano se emigrare e lo Stato
Maggiore dice compunto, Buon Natale cittadini, ci rivediamo a Carnevale. Gli
estremisti accumulano rancore, i populisti cinismo, e come obiettare? La
distanza tra le due fazioni era di 30 miliardi di euro, forte ma davvero
impossibile da superare? Il bonario van Rompuy non si emoziona «Non c’è da
drammatizzare», ed è vero se pensate che il problema sia il bilancio dei 7
anni. E’ sbagliatissimo se i problemi sono, come sono, i disoccupati, i
cinquantenni rimandati a casa, il debito, la crescita disomogenea e flebile.
C’è una flemma da circolo aristocratico incurante della
piazza, un distacco da Bella Epoque che stucca. A riguardare le bozze di
bilancio che van Rompuy computava con la pazienza del buon ragioniere, cascano
le braccia. L’agricoltura, che già oggi assorbe le voci più esorbitanti del
bilancio, avrebbe ricevuto 7,7 miliardi di euro in più (con effetti negativi
per i contadini dei paesi poveri) e modesti effetti sull’occupazione. Il piano
infrastrutture e broadband per internet perdeva 5,5 miliardi di euro, investiamo
sul passato anziché sul futuro che moltiplica il lavoro. Hollande e Monti hanno
difeso gli 11 miliardi di euro per le zone da promuovere, ma erano già caduti
gli otto miliardi per ricerca e piccole e medie imprese, motore di crescita in
Europa. Tanto per mandare un messaggio all’Africa, nostra vicina di
Mediterraneo, al Medio Oriente, e ai paesi in via di sviluppo sono stati
depennati i 5,5 miliardi di aiuti internazionali. L’Europa, fresca di premio
Nobel per la pace, dice al mondo: Non ho spicci, ripassa in primavera.
Infine, non c’è bisogno di essere Beppe Grillo, un ragazzo
del 5 stelle o un’assatanata antikasta per deprecare che nel testo di van
Rompuy non un centesimo fosse tagliato da stipendi e prebende dei funzionari,
malgrado il gran parlare che si fa delle cantine colme di pregiato euro-vino.
L’amarezza del fallimento del vertice non sta solo nei suoi esiti, un accordo
si troverà. Sta nelle premesse, è come se alla maggioranza dei leader
sfuggissero l’emergenza, l’urgenza, la drammaticità del tempo. Che richiede sì
rigore fiscale e però anche investimenti, che impone di preservare la qualità
della vita europea ma senza tagliar fuori i giovani. Nessuno chiede a un summit
panacee impossibili: ma si poteva dimostrare a milioni di cittadini che le loro
ansie sono, almeno, ascoltate. La sordità totale di Bruxelles, invece,
spaventa, sdegna, alimenta rancori. .
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