mercoledì 20 novembre 2013

LA FRANCIA DI HOLLANDE E LE LEZIONI INDIGESTE SULLO STATO SOCIALE



Nel giorno in cui s'incontrano a Roma in nostro Primo Ministro Letta con il Presidente Francese Hollande, posto un'interessante articolo di Massimo Nava, che segue per il Corriere della Sera le cose di Francia.
Penso che le vicende dei cugini di Oltralpe possano fornire materiale di utili riflessioni.
Sono un Paese più vasto del nostro, non hanno avuto la storia travagliata della nostra Unità, non hanno la questione Meridionale (non nei nostri drammatici termini, criminalità organizzata inclusa), non sono del tutto privi di materie prime, grazie al nucleare hanno molti meno problemi energetici. Il loro nazionalismo è famoso, e si sposa col civismo e senso dello stato. Last but not least, non hanno mai avuto Berlusconi.
Dovrebbero essere un'isola felice, e invece non è così, anzi, da quando c'è Hollande sono presi da una prolungata crisi di nervi. Prima potevano pensare che le cose non andavano bene perché c'era Sarkozy, che si ostinava a non togliere abbastanza ai ricchi, ad andare a braccetto con la Merkel (che aveva anche espresso l' auspicio per una  sua conferma all'Eliseo, delusa) non contrastando la sua politica di austerità e di "lezione" ai paesi discoli del Sud Europa. Ma ora ? Come si legge frequentemente, e viene bene spiegato nell'articolo che segue, la delusione verso il nuovo presidente è ai massimi storici. Mai prima così. La supertassa ai ricchi non risolve, figuriamoci le nozze ai gay.  E' vero che mancano 4 anni alle nuove elezioni (hanno accorciato il mandato : prima erano 7, se venivi rieletto altri 7, "regnavi" per 14 anni !) però intanto il  Partito Socialista Francese pare avviato con le vele al vento ad una sonora sconfitta alle prossime elezioni in calendario. 
Cosa accade ? Forse, e sarebbe questa la lezione interessante, nemmeno il civismo, nemmeno il nazionalismo, l'Ecole d'Etat, la Marsigliese, essere quelli della Bastiglia, possono rendere sostenibile lo STATO SOCIALE che i francesi difendono come nemmeno la madre gli italiani del sud.
La settimana lavorativa di 35 ore, il mercoledì senza scuola, la pensione a 60 anni (prima 58), l'assegno di disoccupazione, gli asili nido a perdita d'occhio, gli incentivi alle nascite (anche dalle parti nostre c'è stato un periodo...non mi ricordo adesso esattamente quale...) ma si potrebbe continuare a lungo...
L'economia francese non sostiene più tutto questo, da molto tempo, e il loro debito pubblico sta avvicinandosi alla soglia grave, non solo psicologicamente, del 100% (adesso sono attorno al 90, ma cresce !) , senza dimenticare che anche loro, come i tedeschi, i conti pubblici li migliorano un po' grazie a Istituti parapubblici simili alla nostra Cassa Depositi e Prestiti (e infatti anche da noi c'è chi suggerisce di ricorrere allo stesso trucco, trasferendo partite passive alla Cassa, e togliendole così dal bilancio nazionale...).
Leggendo le cose descritte da Nava, ne troviamo TANTE di uguali a quelle italiane, ancorché le premesse, abbiamo visto, siano del tutto diverse.
La conclusione temo sia quella ripetuta ormai da molti e ottimamente sintetizzata da un'economista americano : lo Stato Sociale, come lo abbiamo conosciuto in questi 30-40 anni, nel solo occidente (è importante ricordarlo, che gli altri 5 miliardi di esseri umani non sanno nemmeno cos'è) , è stata una breve (un soffio, nella storia) e felicissima parentesi, che sta finendo e non si ripeterà più. 
Moriremo per questo ? No, ci abitueremo ed organizzeremo diversamente. Prima lo faremo, e meglio sarà. 


Presidente Hollande, osservato speciale




Nessun presidente francese è mai caduto così in basso, e così rapidamente, quanto François Hollande, al quale i cittadini rimproverano sia la gravità eccezionale della crisi economica e sociale, sia l’incapacità di governarla e di indicare una via d’uscita coerente. Il sistema presidenziale, con un mandato ridotto a cinque anni e un’eccessiva esposizione sul terreno, fanno del presidente il bersaglio più facile dell’opinione pubblica. Capitò anche a Chirac e a Sarkozy. Ma su Hollande il giudizio è più pesante perché la crisi è più grave e più lunga del previsto e il suo bluff elettorale (la scommessa sul ritorno della crescita in Europa) è manifestamente scoperto. Questo provoca la delusione nel proprio campo e una reazione popolare generalizzata e tendenzialmente pericolosa : non ci sono grandi scioperi che paralizzano il Paese, bensì uno stillicidio quotidiano di rivolte fiscali, proteste, tensioni autonomiste, manifestazioni violente e anarcoidi come la distruzione di autovelox e blocchi stradali, rigurgiti xenofobi e antieuropei.
Da decenni, la cultura e la classe politica riflettono sul declino del Paese e ne attribuiscono la causa all’incapacità di fare i conti con la mondializzazione economica, alla pervicace difesa dello Stato protettore e del settore pubblico, al rifiuto della competitività, alla resistenza a pur blandi tentativi di riforma del mercato del lavoro, del sistema assistenziale e pensionistico. Oggi il declino sembra irreversibile per la concomitanza di fattori esterni ed interni (declassamento delle agenzie di rating, bilancia commerciale in profondo rosso, spesa pubblica fuori controllo, apparati ed enti locali troppo costosi) senza che il potere politico, ovvero il presidente e la sua rissosa maggioranza, riesca a fare digerire ai francesi le misure necessarie a invertire la rotta. L’unica risposta alla crisi, o almeno la più visibile e la più amara, è la pressione fiscale, che fa strillare i ricchi, drena risorse da destinare alla crescita, impoverisce le classi medie e, come ovvio, scontenta tutti.
«Hollande ha adottato il basso profilo e ha finito per trasmettere diffidenza e ansia», come scrive Riccardo Brizzi nell’esauriente saggio La Francia di Hollande (il Mulino, 2013). Ma la debolezza dell’immagine presidenziale non spiega tutto. Hollande è culturalmente refrattario a seguire gli esempi di Schroeder e di Blair e a considerare non contraddittorie l’efficacia economica e la giustizia sociale. Scommette ancora sulla possibilità che la Francia non subisca, bensì riesca a correggere il «contratto» europeo, nonostante le evidenti preoccupazioni in Europa, e soprattutto in Germania, per la malattia francese. Così, un velleitario sogno di rilancio di primati industriali e ideali superiori si diluisce in tentazioni protezionistiche, sovvenzioni pubbliche, fughe di capitali e cervelli.
La Francia di oggi è un paradosso. Il Paese occidentale con la mentalità più statalista e con l’eredità rivoluzionaria dell’egualitarismo è in preda a spinte centrifughe, ripiegamenti individuali, conflitti ed egoismi di caste e categorie, essendo peraltro finito il tempo dei conflitti di classe. È il gioco della protesta contro tutto, contro il governo e contro lo Stato. Protestano camionisti, veterinari, contadini bretoni, insegnanti, artigiani, tabaccai, avvocati, imprenditori, tassisti.
Si argomenta sulle carte che Hollande potrebbe giocare per risalire la china. Carte politiche ed elettorali, più che misure incisive. Ci si aspetta un rimpasto di governo, con classica sostituzione del primo ministro, il «fusibile» che permette di guadagnare tempo. Il candidato naturale è il ministro degli Interni, Manuel Valls, ma essendo l’unica personalità socialista con il favore dell’opinione pubblica, è improbabile che abbia voglia di bruciarsi un futuro politico che in molti gli annunciano prestigioso. In seconda battuta, se le elezioni amministrative di primavera saranno, come probabile, catastrofiche per i socialisti, lo scioglimento anticipato dell’Assemblea. In questo modo, Hollande rifarebbe le mosse di Mitterrand, che indisse le elezioni, subì la coabitazione con la destra, ma si rifece con gli interessi, confermandosi all’Eliseo.
Il poker applicato alla politica fa sì che il giocatore faccia fruttare le poche carte che ha, sperando che il vento giri. Ma i sondaggi dicono che i francesi non si fidano nemmeno delle alternative, essendo queste una destra litigiosa e senza leader e un Fronte nazionale buono per sfogarsi, ma inaffidabile nella gestione del Paese. Così la malattia appare più drammatica: i francesi non accettano né la cura né la diagnosi e non si fidano più dei medici, di qualsiasi colore sia il camice.

Nessun commento:

Posta un commento