domenica 7 settembre 2014

L'OCCIDENTE STOLTO CHE HA RINUNCIATO ALLA SUA IDENTITA' IN NOME DEL BUONISMO MULTICULTURALE


Uno dei primi concetti assimilati all'Università, facoltà di Giurisprudenza, è che uno Stato non può reggersi solo sul rispetto coattivo delle leggi, è indispensabile che le norme, le regole, siano condivise dalla gran parte della popolazione. A quel punto la forza dissuasiva e, nel caso, repressiva dello Stato si può concentrare sulla minoranza trasgressiva e disobbediente. Questo è valido addirittura nei sistemi autocratici, figuriamoci nelle democrazie. Ecco, in Occidente ci sono troppe anime belle che pensano che ci siano dei principi  dell'essere umano, come il rispetto per le scelte religiose, sessuali addirittura prima che politiche, che sono un patrimonio universalmente diffuso, e quindi non ci siano difficoltà nell'integrazione e convivenza tra popoli di tradizioni e culture diverse. Sono i primi illusi. Poi ci sono gli altri, che pensano che basta avere tanti tribunali, tanti giudici, tanti poliziotti, per far rispettare le regole a tutti. Altri illusi.
Perché una comunità resti insieme, c'è bisogno di "identità" fondamentali condivise dai più. Il resto viene dopo.
Ernesto Galli della Loggia ricorda e approfondisce, nell'editoriale di oggi, proprio questo tema, mettendo (inutilmente) in guardia dall'illusione multiculturale.
Buona Lettura

LA DEBOLEZZA DELLE REGOLE 

 
Con la presenza nelle proprie file di un numero rilevante di persone provenienti da Europa e Usa la sfida che il cosiddetto Stato Islamico e il terrorismo jihadista lanciano all’Occidente non è più solo, e tanto, una sfida di carattere militare. È una sfida diretta a quello che forse è stato negli ultimi decenni il principale luogo comune culturale che ha dominato le élite e quindi le opinioni pubbliche di questa parte del mondo.
È una sfida al multiculturalismo. All’idea cioè che debbano (e quindi possano) esistere società con una molteplicità di culture anche diversissime: basta che vi siano regole capaci di assicurarne la pacifica convivenza. Dando così per scontati due assunti che invece non lo sono per nulla: a) che le regole (per esempio la parità dei sessi o l’habeas corpus ) siano in qualche modo neutrali, universalmente accettate e accettabili, e non siano invece, come sono, il prodotto di valori storici propri di certe culture ma non di altre; e b) che le società siano tenute insieme principalmente dalle regole, dai codici e dalle Costituzioni, piuttosto che da legami identitari profondi, dalla condivisone innanzi tutto psicologica ed emotiva dei valori storici di cui sopra.  

Per capirci: se ogni cittadino di questa parte del mondo ha un soprassalto di repulsa nel vedere un crocifisso fatto a pezzi o una sinagoga data alle fiamme, non è perché ci sia una legge che vieti queste cose, ma per ragioni che con ciò non hanno nulla a che fare, e che semmai sono la premessa necessaria di una tale legge. Le regole, le leggi, funzionano, per l’appunto, solamente se premesse del genere esistono.
Le società occidentali attuali, viceversa, sembrano essersi fatte un punto d’onore nel progressivo indebolimento dei loro valori identitari, del legame con la tradizione culturale, dunque con la storia, sostituiti da una vera e propria fissazione, all’opposto, sulle regole e su chi e come le amministra (dai giudici ai tribunali). Da tempo, in tal modo, esse appaiono sempre più avviate sulla strada dell’astrattezza e del formalismo, in una parola dell’irrealtà. Non a caso: per ambire a qualche consistenza, infatti, il sogno multiculturale ha bisogno di una società senza valori e senza storia, bensì costituita e retta solo da regole universali assurte esse, in quanto tali, al rango di valori supremi. Con le conseguenze sulla dimensione stessa del «politico», nonché sulla consistenza della cultura politica e la capacità di decidere delle loro leadership , che sono sotto gli occhi di tutti.
L’intera politica dell’immigrazione e dell’accoglienza praticate dai Paesi dell’Europa occidentale — un’immigrazione proveniente in prevalenza dalla grande area della cultura islamica — si è ispirata al sogno multiculturale di cui sto dicendo. Un sogno che comporta come primo risultato la convinzione che nulla bisogna fare affinché chi giunge nei nostri Paesi sia indotto a integrarsi assimilandone i tratti culturali, cioè gli unici che possono produrre anche il rispetto delle loro regole (sì da ottenere in tal modo — ma solo in tal modo — anche la piena cittadinanza in un tempo ragionevole).

Il caso limite che indica dove possa portare una prassi del genere è quello della Gran Bretagna, dove alle comunità islamiche è stata riconosciuta senza troppi problemi la cittadinanza, ma insieme, paradossalmente, anche la facoltà di auto amministrarsi dando loro la possibilità di applicare al proprio interno addirittura le regole della sharia . Con la conseguenza, per esempio, di cui si è saputo di recente, di autorità di polizia spinte a chiudere gli occhi su una catena di crimini gravissimi (pedofilia, stupri, avviamento alla prostituzione, traffico di esseri umani), verificatisi all’interno di una di queste comunità, per il timore che perseguirli avrebbe significato tirarsi addosso l’accusa di etnocentrismo, di pregiudizio culturale, magari di islamofobia o chissà cos’altro. Come meravigliarsi allora se proprio dalla Gran Bretagna proviene il maggior numero di persone con passaporto europeo — non necessariamente di origine islamica, ci sono anche dei convertiti — accorse ad arruolarsi nelle schiere del Califfato di Al Baghdadi? Ma la Gran Bretagna è solo la parte di un tutto. La Gran Bretagna siamo noi con le nostre società. Società che ormai credono illegittimo in qualunque ambito non dico imporre, ma neppure suggerire, criteri di comportamento sulla base di ciò che è bene e ciò che è male, e al massimo affidano questo compito solo al codice penale (seppure…); che svalutano sistematicamente qualunque cosa sia considerata parte di una tradizione (dalla fede religiosa all’eredità culturale); che sembrano sempre più convinte che neppure più la natura costituisca un limite per checchessia. Ebbene, i combattenti europei sotto le bandiere dello Stato Islamico, in specie quelli che arrivano dalle nostre società, ci mandano a dire che, declinati a questo modo, i valori di libertà e di tolleranza che noi ci ostiniamo a credere così attraenti e desiderabili da tutti — anche da chi approda tra noi provenendo dai più lontani altrove — a una parte del mondo e alle sue culture, invece, non piacciono per nulla. Anzi, non pochi di coloro che ne fanno parte li considerano quanto di più ostile possa esistere al loro più intimo modo di essere, quanto di più contrario al modo in cui essi concepiscono una collettività umana: fino al punto di impugnare un coltello per sgozzare chi in qualche modo rappresenta quei valori che sono i nostri.
Non è allora venuto il momento di chiederci in quanti altri casi la nostra libertà produca in realtà solo odio e disprezzo? Di domandarci una buona volta perché ciò accade, se per avventura non ci sia qualcosa nel progetto multiculturale che non funziona? Non è per nulla detto, infatti, che le culture siano nate per intendersi. Forse, anzi, è tragicamente vero il contrario; così come sicuramente è vero che a cambiare le cose non bastano né i sogni né tanto meno i buoni sentimenti. 

3 commenti:

  1. LORIS ECCHELI

    Sottoscrivo parola per parola quanto scritto nell'articolo, ed aggiungouna riflessione: come mai tutti i governi sono insensibili alle angoscie della popolazione locale? Tutti i sondaggi sono concordi nel rilevare una trasversale contrarietà all' islamizzazione, eppure questa procede inarrestabile...

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  2. ROSALBA DIANA

    Grande Stefano Turchetti !

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  3. ROBERTO NATALI

    Considerazioni di grande livello, che fanno il paio con quelle della Fallaci sull'islam in un altro post del sempre valido (validissimo) Turchetti. Da condividere e da diffondere entrambi!

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