domenica 17 gennaio 2016

PANEBIANCO DENUCIA LE STRANE ALLEANZE CONTRO LA RIFORMA COSTITUZIONALE

 

Sarà lungo arrivare ad ottobre, il mese designato per la celebrazione del referendum approvativo - o meno - della riforma costituzionale partorita dal governo (e già questa è un'anomalia) e approvata a fatica dal Parlamento. Le forze in campo partono, inizialmente, con un chiaro vantaggio dei riformisti, un 60% circa, ed è per questo che Renzi ha deciso di dare, a dispetto delle critiche arrivate anche dai suoi sostenitori, una valenza estremamente personale alla partita. Un po' come fece De Gaulle al momento del varo della Quinta Repubblica francese : o approvate o me ne vado. 
Ovvio che messa in questi termini il rischio che alla fine uno si lasci guidare dall'antipatia anziché dal merito della riforma c'è.
A parte questo, il problema è che in molti dovremo (sicuramente chi scrive tra questi) decidere il male minore, ché non c'è dubbio che il disegno partorito dal duo renzi boschi non sia magnifico.
LO ammette anche un valente e autorevole fautore del cambiamento, parlo del professore Angelo Panebianco, osservando i molti difetti denunciati, per esempio, da Michele Ainis, che pure scrive sul Corriere della Sera. 
Però Panebianco è convinto che modificare l'assetto costituzionale in modo da rendere più forte l'esecutivo, grandemente depotenziato nella repubblica voluta dal compromesso democristiani comunisti, condizionato dalla sindrome post ventennio fascista, sia un aspetto positivo che fa pregio sui difetti osservati da altri e in parte ammessi anche dal bravo politologo.
Panebianco, tra l'altro, biasima l'incoerenza dei berlusconiani, ricordando come, a suo tempo, fossero loro, leader in testa, a lamentare come, di fatto, l'esecutivo fosse, dei tre poteri istituzionali, quello più debole. Vero. Però, lasciando perdere gli schieramenti politici, mossi da calcoli di corto respiro, e pensando alle perplessità di noi cittadini, stavolta chiamati in prima persona ad esprimerci, Panebianco dovrebbe concedere che , per altri, il rapporto costi benefici, il male minore non coincida col suo.
Personalmente sono uno assolutamente favorevole al potenziamento dell'esecutivo (anzi, propendo per il presidenzialismo all'americana ), però accetto il rischio di una temporanea "dittatura della maggioranza"  (Tocquveille) VERA, non di una minoranza meno debole delle altre. Quindi, quello che non mi piace, è il combinato disposto della riforma, con i vari limiti denunciati da Ainis (ma anche Ricolfi e Giacalone, per menzionare altri due valenti commentatori) con la legge elettorale. 
Pensate se in questa legislatura ci fosse stato un senato blindato, come la camera dei deputati,  dall'incostituzionale Porcellum ! 
Avremmo avuto un Bersani, con il 25% scarso dei voti espressi, quindi un 20 circa dell'intero elettorato, padrone del Parlamento....
Ecco, questa cosa, professor Panebianco, non si può accettare.
Governo forte sì, ma il suo progetto deve avere l'approvazione, il consenso, della maggioranza dei cittadini.
Sto leggendo dei libri sulla guerra civile americana. Quando Lincoln fu eletto, prese pochi voti in più non solo del secondo, ma anche di altri due candidati. Praticamente nessun voto nel sud.
Con un consenso così esiguo, s'impegnò nella giusta battaglia di arginare lo schiavismo (l'abolizione fu scelta venuta dopo, utile per vincere il conflitto) , avviando riforme penalizzanti il sistema economico sociale sudista. Idea buona ma di difficilissima attuazione senza un consenso vasto, che Lincoln non aveva.
La conseguenza fu una sanguinosa  e lacerante guerra civile, una divisione forse nemmeno oggi del tutto superata a 150 anni dalla fine.
E' un'epoca , la nostra, dove sono diverse le scelte difficili che i governanti sono chiamati a prendere, che sicuramente non troveranno condivisione universale. Ma nemmeno si può pensare che vengano adottate con il solo placet di una stretta minoranza !
A parte la palese antidemocraticità, ci sono i rischi di uno scontro sociale e di una ribellione all'autorità che la storia ha più volte conosciuto e mostrato.
In molti libri di diritto, spesso nell'introduzione, viene spiegato come sia fondamentale, per una buona tenuta di un sistema normativo e della società che esso vuole ordinare, che il complesso generale delle regole sia approvato e condiviso dalla maggioranza dei cittadini. Al limite, può andar bene anche una quieta indifferenza. Ma non è buona cosa andare oltre. Gli apparati di sicurezza, gli organi chiamati a tutelare l'osservanza delle norma, quindi polizia e tribunali, funzionano se le trasgressioni sono episodi numericamente limitati. 
In caso contrario, NO.
Mi pare che un po' già si veda...



 
Quel club anomalo anti riforma

di Angelo Panebianco




La politica può dare luogo alle più imprevedibili e bizzarre convergenze. Se non abbiamo capito male, nella lotta, già iniziata, fra le opposte propagande in vista del referendum costituzionale di ottobre, assisteremo — come ha già notato Il Foglio — all’alleanza di fatto fra due gruppi (i quali useranno più o meno gli stessi argomenti) che, un tempo, mai avremmo potuto immaginare insieme: gli iper-conservatori costituzionali, i fan della «Costituzione più bella del mondo», a braccetto con i berlusconiani. Per vent’anni, i primi hanno accusato i secondi, oltre che di ogni possibile misfatto, anche di tramare disegni autoritari. Sarà curioso vederli spalla a spalla, mano nella mano, a inveire contro «l’autoritarismo» di Matteo Renzi, a mobilitare il Paese contro l’incombente tirannia renziana. Va peraltro ricordato che fra i due gruppi, e futuri alleati, una differenza importante c’è: gli iper-conservatori costituzionali sono per lo meno coerenti con la propria storia, i berlusconiani no.
Anche se i vantaggi dell’abolizione del bicameralismo paritetico (due Camere con uguali poteri) superano di gran lunga, secondo chi scrive, gli svantaggi, non è certo illecito essere contro la riforma del Senato. Per esempio, perché si è perplessi su certe soluzioni tecniche o su aspetti della riforma che richiederebbero un approfondimento ulteriore (e su cui ha richiamato l’attenzione Michele Ainis sul Corriere del 14 gennaio) http://ultimocamerlengo.blogspot.com/2016/01/michele-ainis-e-una-riforma-tutta-da.html.

Oppure si è contrari alla riforma perché si ricordano i tanti casi del passato in cui la seconda Camera rimediò a qualche grave errore commesso dalla prima. O anche, per esempio, perché si sostiene una tesi (tutt’altro che disprezzabile) la quale suona grosso modo così: avete già fatto un grave errore abolendo le Province (che avevano tradizioni e dignità amministrativa) anziché quei carrozzoni burocratici che sono le Regioni, e adesso perseverate nell’errore attribuendo alle medesime Regioni — che di sicuro non sono i Lander tedeschi — un potere decisivo nella formazione del nuovo Senato. Sono critiche legittime anche se non dirimenti: l’alternativa, lasciare le cose come stanno, tenersi il bicameralismo paritetico, è peggiore. Ma che dire, invece, dell’obiezione (la principale obiezione dei nemici della riforma) secondo cui il superamento del bicameralismo paritetico sarebbe parte di un disegno autoritario?
È vietato ridere. Perché dietro una simile convinzione c’è qualcosa di molto serio: ci sono, nientemeno, una tradizione costituzionale e una cultura politica che per decenni sono stati dominanti nel nostro Paese. Tutto si decise ai tempi della Costituente. Fu allora che il «complesso del tiranno» da una parte e i reciproci sospetti fra comunisti e democristiani dall’altra, spinsero a creare un assetto costituzionale fondato sulla debolezza dell’esecutivo, un assetto che non doveva permettere in alcun caso la formazione di governi forti e efficienti ma solo di governi fragili, circondati, e anche eventualmente paralizzati, da forti poteri di veto. Un assetto istituzionale in cui c’erano (ed erano fortissimi) i «contrappesi» ma in cui mancava il «peso» di un forte esecutivo. Il bicameralismo paritetico che ora si tenta di superare fu uno di questi cosiddetti, e mal detti, contrappesi.
Fu così che, da allora, in Italia l’assemblearismo è sempre stato confuso con il parlamentarismo (mentre il primo va piuttosto trattato come una forma degenerata del secondo). Fu così che si affermò la stravagante idea secondo cui un governo istituzionalmente forte (come è, ad esempio, il Cancellierato tedesco) sia del tutto incompatibile con la democrazia. Ciò che, a quanto pare, sentiremo ripetere continuamente prima del referendum d’ottobre a proposito di autoritarismi e progetti autoritari ha dunque un’origine antica, e non si spiega se non ricordando ciò che scrisse Keynes: le idee circolanti in ogni momento si devono invariabilmente alla penna di scribacchini defunti ormai da tempo.
L’incapacità di distinguere, di tracciare una linea in grado di separare assemblearismo e parlamentarismo, si trascina dietro un’altra conseguenza: rende difficile riconoscere la differenza che corre fra la democrazia liberale e la democrazia autoritaria. Se volete sapere che cosa sia una democrazia autoritaria dovete guardare alla Turchia di Erdogan o anche alla Russia di quel Putin che, a quanto pare, gode di così vaste simpatie qui in Europa. In una democrazia autoritaria, i media sono controllati dal governo, i giornalisti scomodi finiscono in galera, gli oppositori considerati più pericolosi muoiono per mano di misteriosi assassini che la polizia non riesce mai a trovare. Per cortesia, se è possibile, non si dica che la volontà di superare il bicameralismo paritetico abbia qualcosa a che spartire con tali esperienze.
Oltre a certe virtù, Renzi ha anche, indubbiamente, molti difetti. Fra questi difetti non pare proprio che ci sia quello di voler emulare Erdogan o Putin.

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