venerdì 20 luglio 2018

RICOLFI : L'INSICUREZZA NON L'HA CREATA SALVINI



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Non solo Salvini. Le origini dell’insicurezza

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Fra le convinzioni più granitiche del mondo progressista vi è quella che la domanda di sicurezza, e la connessa paura dello straniero, siano l’amaro frutto della propaganda di destra, e in particolare della spregiudicatezza comunicativa di Matteo Salvini, sempre pronto ad amplificare qualsiasi episodio di violenza che veda come vittima un italiano e come autore uno straniero, specie se migrante, richiedente asilo o rifugiato.
A sostegno di questa tesi vengono citati, quasi sempre, i dati sull’andamento dei delitti, un po’ vecchiotti (fermi al 2016) ma piuttosto univoci: in era renziana i delitti totali, compresi quelli di maggiore allarme sociale come omicidi, furti, violenze sessuali, mostrano una netta tendenza alla diminuzione. Se i delitti calano, come spiegare il crescente senso di insicurezza degli italiani, nonché la conseguente impetuosa crescita della domanda di sicurezza, se non come il risultato di una manipolazione dell’opinione pubblica, scientemente aizzata ad avere paura?
Questa lettura di quel che è successo non è insensata, o puramente autoconsolatoria. Penso anch’io che, senza l’azione combinata della politica e dei media, il senso di insicurezza degli italiani non sarebbe aumentato tanto quanto è aumentato in questi ultimi anni. E tuttavia credo che, da sola, quella spiegazione non funzioni. Quando si parla di insicurezza, e si imputa la sua crescita essenzialmente agli “imprenditori della paura”, a mio parere si dimenticano due importantissimi fattori che, in questi anni, hanno contribuito non poco ad alimentare insicurezza e domanda di protezione.
Per illustrare il primo fattore riporto qualche passaggio di una mail, alquanto cruda, che ho ricevuto qualche tempo fa da un giovane studioso italiano che ha avuto la ventura di entrare per la prima volta negli Stati Uniti per un convegno. Parlando degli “sbarchi via aereo”, comincia con il farmi notare la ingombrante burocrazia dei visti d’ingresso, le domande cui tutti – bianchi e non bianchi – devono rispondere (tipo: cosa vieni a fare? quando te ne vai? a che indirizzo pernotti? quanti soldi hai?). Per poi concludere: “la mera esistenza di questa procedura di selezione degli ingressi (che fa anche un po’ paura, ci sono stemmi della polizia intimidatori ecc.) dà l’impressione che per lo meno gli USA cercano di proteggere i loro cittadini, mentre in Italia questo è l’ultimo dei problemi. C’è anche questo modo di vederla: se gli accessi fossero regolati e avessero un aspetto meno selvaggio di un barcone pieno di africani, i cittadini italiani avrebbero forse più l’impressione che allo Stato importa qualcosa di loro, cosa di cui l’americano medio non dubita”.
Naturalmente so bene che le situazioni dell’Italia e degli Stati Uniti sono molto diverse, anzi speculari (là il problema è la frontiera con il Messico, qui è il Mediterraneo), però la domanda fondamentale resta la stessa: in questi anni i nostri governi hanno dato l’impressione che allo Stato interessasse proteggere i propri cittadini filtrando rigorosamente gli ingressi?
La risposta è: assolutamente no. 
Per anni il messaggio è stato esattamente quello contrario: non dovete preoccuparvi, e se lo fate è perché siete preda di paure irrazionali; la nostra missione, e quindi la nostra priorità, è salvare vite umane. C’è voluto l’approssimarsi delle elezioni, e l’avvento di Minniti, per cambiare registro, ma era troppo tardi, e comunque non poteva bastare. Perché la gente non si basa sulle statistiche, ma su quel che vede: 100 mila ingressi regolari e controllati creano meno inquietudine di un solo barcone con 100 migranti che non si potranno mai respingere, anche quando risultasse che non hanno diritto ad alcuna forma di protezione. E dire che, anche a sinistra, qualcuno aveva provato a dirlo, che non c’è dialogo senza sicurezza: “la sensazione di sicurezza da entrambi i lati della barricata è una condizione essenziale per il dialogo fra le culture” scriveva Zygmunt Bauman nel 2011, giusto prima dell’inizio delle primavere arabe (Per tutti i gusti, Laterza 2011).
La rinuncia di chi ha il dovere di proteggere a prendere sul serio il proprio ruolo non è però l’unico fattore che ha fatto lievitare il senso di insicurezza. Ce n’ è anche un altro, molto più subdolo e sottile. Anche in questo caso preferisco spiegarmi con un esempio: qualche giorno fa, guardando un telegiornale, apprendo che, in vista di qualche giornata un po’ calda, le autorità stanno predisponendo una gigantesca campagna di sorveglianza e protezione denominata “estate sicura”, come se un gravissimo pericolo incombesse sulle nostre vite. Lungi da me criticare una simile lodevole iniziativa, ma non posso non notare che una campagna simile era inconcepibile anche solo un paio di decenni fa, e che sono ormai centinaia le iniziative, le pubblicità, gli eventi nei quali siamo implacabilmente avvertiti dei pericoli che corriamo, nonché dei rimedi che, per lo più a pagamento, sono a nostra disposizione purché prendiamo atto della nostra vulnerabilità. Non so se lo avete notato, ma è da anni e anni che sia la pubblicità commerciale, sia la pubblicità progresso, ci terrorizzano con quello che ci potrebbe succedere se non stiamo attenti alla placca dentaria, se non stipuliamo un’assicurazione, se non installiamo impianti di allarme nella nostra casa, se non disinfettiamo la stanza in cui gioca il bambino, se non ci sottoponiamo a controlli medici periodici, se non ci vacciniamo contro l’influenza, se non portiamo il cane e il gatto dal veterinario, se non mettiamo la mascherina anti-smog, se non scegliamo un’auto con 9 airbag (salvo aggiungere: “ma gli airbag non bastano più”, e giù dispositivi elettronici che ci avvertono di tutto e ci proteggono in ogni situazione). E questo martellamento, come stanno documentando molti studi di psicologia (specie negli Stati Uniti), non sta solo impaurendo le generazioni più anziane, ma sta forgiando una generazione di ragazzi sempre più insicura, intimorita, iperprotetta, e proprio per questo non attrezzata ad affrontare le difficoltà della vita adulta. Già una quindicina di anni fa, parlando dell’evoluzione della società americana, Hara Estroff Marano ebbe a coniare l’espressione Nation of Wimps (una “nazione di schiappe”), mentre un’altra psicologa, Jean Twenge, da poco ha pubblicato un libro (iGen, in italiano Iperconnessi, Einaudi 2018) nel cui sottotitolo i ragazzi della generazione internet sono descritti come “del tutto impreparati a diventare adulti”, proprio per l’eccesso di attenzioni protettive da parte di genitori e docenti.
E’ il progresso, ovviamente. Come si fa a non compiacersi degli standard sempre più elevati di sicurezza? Tuttavia forse sfugge l’altra faccia della medaglia: una società bombardata dall’imperativo della sicurezza, ossessivamente invitata a proteggersi da ogni sorta di minaccia, non diventa soggettivamente sempre più sicura, bensì sempre più vigile, e inevitabilmente sempre più sensibile ai problemi della sicurezza. Avete notato quanto è aumentato l’uso, soprattutto nei media, di espressioni come “sicuro”, “sicurezza”? e l’uso ossessivo, nelle situazioni più disparate, dell’espressione “mettere in sicurezza”?
Il paradosso delle campagne per la sicurezza è che il loro effetto collaterale è di aumentare il sentimento di insicurezza. Ma tutto questo non può non avere effetti anche sul modo in cui viene percepito il problema dei migranti. Più una società è impegnata in una ricerca ossessiva della sicurezza, più è destinata a mal digerire qualsiasi evento che appaia fuori controllo.
E’ la dialettica della protezione. Nella società italiana la paura dello straniero è stata certamente alimentata dalle campagne politiche anti-sbarchi e anti-Ong, ma non possiamo dimenticare che il terreno della paura era stato scrupolosamente concimato da due meccanismi, per certi versi opposti, che con Salvini nulla hanno a che fare. Il primo si ha quando chi deve proteggerti (governo) cerca di convincerti che le tue preoccupazioni sono infondate. Il secondo si ha quando chi vuole offrirti un prodotto o un servizio (pubblicità) cerca di convincerti che ti devi preoccupare. Il cocktail fra questi due grandi meccanismi della psicologia sociale, entrambi assai rigogliosi negli anni della crisi, ha reso altamente infiammabili le anime dei cittadini: è forse per questo che è bastato Salvini a farle prendere fuoco.

L'ITALIA NON E' E NON SARA' MAI UN PAESE LIBERALE. AMEN

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Da quando è nato il blog, nell'ormai abbastanza lontano maggio del 2011, non era mai accaduto che per un intero mese non venisse postato alcunché. A dire il vero non era mai passata nemmeno una settimana.
Segnali di stanchezza ce ce sono stati molti, ultimamente, e ho provato anche a darmi e dare una spiegazione.
Ma un silenzio così fitto, assoluto, mai.
C'è qualche amico che mi sprona, e tra questi uno che mi ha dato anche un suggerimento che  proverò a seguire.
Negli ultimi anni, il Camerlengo ha preso la dimensione di una sorta di piccola rassegna stampa, di fatto suggerendo la lettura di editoriali ed opinioni di giornalisti ed esperti noti, introdotti da un più o meno articolata sintesi/commento.
Una formula che pare sia piaciuta, e che ha fatto sì che alcuni conoscessero opinionisti non presenti sui quotidiani in genere prescelti. Chi compra Repubblica, non sempre legge Panebianco e Della Loggia, figuriamoci Giacalone o Facci.
Ricolfi, attualmente il mio preferito, non ha mai scritto finora sui giornaloni di testa (lo seguo nel suo peregrinare, da La Stampa al Sole ora al Messaggero ), mentre Fugnoli è l'esperto di finanza che scrive sulla rubrica Rosso e Nero di Kaos, una pagina per "esperti"  gestita da gruppi di promozione finanziaria. 
Ecco, a molti questa cosa piaceva, per cui Andrea, l'amico di cui sopra, mi ha proposto di limitarmi, in questo perdurante periodo di stanchezza personale, a continuare a selezionare i contributi che comunque ritenevo più interessanti, senza introdurli.
Un modo per tenere in vita il Blog, in attesa di tempi migliori.
Proviamo.

Prima di lasciarvi al buon Ricolfi (non potevo non ricominciare da lui) , vorrei però dare conto di un ulteriore disagio che si è andato ad aggiungere all'inedia in passato descritta, e che era principalmente determinata da un senso di inanità. 
Questo disagio è dato dalla mia difficoltà ad interpretare il "nuovo" sopraggiunto in Italia.
Nato negli anni 60 del secolo scorso, sono figlio del dualismo sinistra-destra, liberalismo contrapposto al comunismo (prima) e socialismo poi (post disintegrazione dell'Unione Sovietica e crollo del muro di Berlino).  Queste contrapposizioni col tempo erano sempre più forzate, con grossi annacquamenti reciproci, e sopraggiungeva la crescente consapevolezza che se gli italiani non erano (per la maggioranza) di sinistra ( se ne doleva, con anche una certa fine ironia, un compianto e bravo giornalista-scrittore, Edmondo Berselli ) ancor meno potevano essere liberali.
Per gli italiani il libero mercato, la meritocrazia, la responsabilità individuale e personale, l'uomo che si fa da solo...., sono tutte scemenze. Certo, vogliono essere liberi di fare come gli pare, e mal sopportano uno stato etico (che piace invece ai sinistri) che li vorrebbe educare e dire loro cosa si deve fare e cosa no, però gli piace assai uno stato assistenziale,che fornisca tutto il possibile (e quindi non solo sanità, scuola, strade, infrastrutture varie, ma anche casa e lavoro ) e gratis.
Nei paesi dove questo avviene, o quasi (la solita Svezia, e i vicini paesi del nord Europa), tutti pagano fior di tasse, mentre da noi ovviamente no.
Oddio la tassazione è altissima, e c'è chi non può sfuggire, almeno non del tutto, ma le esenzioni e l'evasione sono altissime.
Ad ogni modo, sono convinto e rassegnato : l'Italia non è tante cose (da un po' va di moda dire che non è un paese per  giovani, e temo sia vero) e tra queste non è e non può essere un paese liberale.
Amen.
Ma siccome non può essere nemmeno un paese socialista, non del tutto, per lo spirito anarcoide (termine eufemista e nobilitante) dei suoi abitanti, ecco la terza via, sorta sulle ceneri del sogno europeista e del mondo senza confini.
Gli avversari indicano gli uomini nuovi come "barbari", e usano per individuarli termini dall'accezione dispregiativa : populisti, o sovranisti.
Io, ben vaccinato dal disprezzo pseudo intellettuale dei sinistri per la "destra", non farò lo stesso errore loro, e non riuscendo a comprendere chiaramente il loro disegno di società, mi fermo e osservo.
Certo, il vago sospetto che una strategia chiara, e soprattutto efficace, non ci sia proprio, in Di Maio e soci, ce l'ho.
Ma per il bene del ramo su cui siedo, spero di sbagliarmi.
AL momento non sembrerebbe, ma aspettiamo, è presto...




Parole di nebbia

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Sul piano dei contenuti, questo governo non somiglia granché a nessun governo del passato. I governi del passato, infatti, o guardavano a sinistra, o guardavano a destra, o si barcamenavano fra destra e sinistra, alla ricerca di un compromesso, di un punto di equilibrio. Ora no: a giudicare dai programmi e dai primi atti questo governo cerca di essere, al tempo stesso, molto di destra e molto di sinistra, a settimane alterne. Ora un colpo inferto ai migranti (blocco dei porti alle Ong), ora un colpo inferto alle imprese (decreto dignità). In attesa del colpo definitivo, quello ai conti dello Stato (flat tax e reddito di cittadinanza).
Se sul piano dei contenuti tutto è cambiato, sul piano del metodo, dello stile di governo, dei modi di comunicazione, la continuità con il passato è perfetta. Come i governi che l’hanno preceduto, anche l’esecutivo Conte non esita ad abusare dello strumento del decreto legge, contando sul fatto che la prassi ormai è quella, e nessuno può impedire a un governo di fare ciò che è sempre stato concesso ai governi precedenti. Il cosiddetto “decreto dignità”, ad esempio, viola due principi fondamentali, l’uno stabilito dalla Costituzione, l’altro dalla legge 400 del 1988. Secondo il primo lo strumento del decreto può essere utilizzato solo “in casi straordinari di necessità e urgenza”. Quanto al secondo, la legge stabilisce che “i decreti devono contenere misure di immediata applicazione e il loro contenuto deve essere specifico, omogeneo e corrispondente al titolo”. Basta dare una scorsa all’accozzaglia di materie di cui si occupano i 15 articoli del cosiddetto decreto dignità per rendersi conto che il loro contenuto non è omogeneo, e che per nessuna di esse sussistono condizioni di necessità e urgenza, tantomeno di “straordinaria” necessità e urgenza (a meno di considerare straordinariamente necessaria e urgente l’esigenza di Di Maio di recuperare consenso e togliere spazio a Salvini).
Quel che più mi colpisce, però, non è la somiglianza con il passato nell’abuso dei decreti legge; quel che mi colpisce è l’abuso manipolatorio delle parole, accuratamente scelte per indorare la pillola che viene somministrata ai cittadini, nascondendo la sostanza di cui è fatta. Faccio tre esempi.

Pensioni d’oro. Nell’immaginario collettivo una pensione d’oro è una pensione di importo altissimo, non giustificata dal lavoro e dai meriti del beneficiario, tipicamente percepita da un membro della “casta”. Nelle dichiarazioni dei Cinque Stelle, e nel discorso di insediamento del presidente Conte, il concetto è stato esteso a chiunque percepisca una pensione alta con una componente retributiva. Ma alta quanto? Ancora a giugno Di Maio e Conte assicuravano che il taglio dei compensi avrebbe riguardato solo le pensioni sopra i 5000 euro netti. Poi, qualche settimana fa si è cominciato a parlare di 4-5000 euro, senza specificare se netti o lordi. Negli ultimi giorni la soglia è scesa a 4000 euro. Così un provvedimento, più o meno condivisibile, che colpisce (retroattivamente) i ceti medio-alti, viene presentato come sacrosanto intervento contro gli ingiustificati e intollerabili privilegi della “casta”.

Decreto dignità. Se si vara un decreto “a tutela della dignità dei lavoratori e delle imprese” ci si aspetta che esso intervenga con urgenza per impedire violazioni della dignità di questi due soggetti. Ma se mi si parla di “dignità”, e per di più si aggiunge che l’intervento ha carattere di “straordinaria necessità e urgenza”, a me vengono in mente fenomeni come la richiesta del pizzo (che offende la dignità delle imprese), e il caporalato nelle campagne (che offende la dignità dei lavoratori). In questo secondo caso, data la stagione estiva, sussisterebbe anche il requisito di urgenza. Pensate che bello: dopo anni in cui tutti i governi hanno preferito chiudere un occhio, il governo giallo-verde decide di stroncare il caporalato, ispezionare i campi e le baraccopoli, garantire ai lavoratori (spesso immigrati dall’Africa, quasi sempre privi di contratto) condizioni di lavoro e di salario umane. E invece no: se andate a leggere il decreto dignità, in mezzo a un guazzabuglio di norme che con il lavoro nulla hanno a che fare, quel che trovate sono soprattutto norme che rendono un po’ più difficile e costoso per le imprese attivare alcuni tipi di contratto perfettamente regolari, e che certo non offendono la dignità del lavoratore.

Reddito di cittadinanza. Non sappiamo ancora che forma prenderà il reddito di cittadinanza, se e quando verrà varato. Ma già sappiamo, perché esistono progetti e disegni di legge, che non sarà un reddito di cittadinanza, ma una normalissima misura di reddito minimo per le famiglie povere. Per reddito di cittadinanza si intende un reddito dato a ogni individuo (anche ai ricchi) senza alcuna condizione. Per reddito minimo si intende un reddito dato esclusivamente alle famiglie povere, sotto condizioni stringenti: ricerca attiva di un lavoro, corsi di formazione, prestazioni di lavoro gratuite, disponibilità ad accettare offerte di lavoro. 
Le proposte dei Cinque stelle sono proposte di reddito minimo, camuffate da reddito di cittadinanza. 
La loro filosofia è molto simile a quella del reddito di inclusione varato dal Pd, con due sole differenze: tante nuove assunzioni nei centri per l’impiego, molti più soldi (se troveranno le coperture) ai beneficiari. Ed è curioso che il Pd continui a dire che reddito di cittadinanza significa “dare i soldi alla gente perché non lavori”, anziché andare a vedere che cosa effettivamente c’è scritto nei progetti del Movimento Cinque Stelle.
A che serve chiamare reddito di cittadinanza quello che ovunque, in Europa e nella letteratura scientifica, si chiama reddito minimo?
Dal punto di vista del Pd serve a differenziare il Pd stesso dai Cinque Stelle (noi vogliamo creare posti di lavoro, voi volete tenere la gente a casa). Dal punto di vista dei Cinque stelle serve a nascondere la sostanza economica della loro proposta, che peraltro è la medesima del reddito di inclusione del Pd: sussidiare il Mezzogiorno. Chiamandolo “reddito di cittadinanza” se ne sottolinea il carattere universalistico, di provvedimento equo in quanto rivolto a tutti i cittadini. Eppure i dati dicono chiaramente che, a parità di condizione economica, la possibilità di beneficiare di misure come il reddito di inclusione o il cosiddetto reddito di cittadinanza, sarà sensibilmente maggiore per un cittadino del Sud che per uno del Nord e, a parità di zona geografica, per un abitante di un piccolo comune che per uno di una grande città.
La ragione è assai semplice: nonostante il livello dei prezzi sia diversissimo da Nord a Sud, nonché fra grandi e piccoli centri, la soglia di accesso è definita in termini nominali anziché in termini reali. Così può accadere che, a parità di potere di acquisto, due famiglie siano l’una inclusa e l’altra esclusa solo a causa del luogo in cui risiedono (zona del paese, ma anche comune grande o piccolo). E infatti, secondo gli ultimi dati disponibili, il Nord ha il 37% dei poveri assoluti ma solo il 18% dei beneficiari (in gran parte immigrati). Il Centro ha il 15% dei poveri, ma solo il 12% dei beneficiari. Il Sud ha il 48% dei poveri ma il 70% dei beneficiari. Questo tipo di iniquità territoriale è il difetto comune di tutte le misure di sostegno delle famiglie povere, dalla social card di Tremonti al Sia di Letta, dal Rei di Renzi al cosiddetto reddito di cittadinanza di Di Maio (l’unica proposta che non ha questo difetto è il minimo vitale dell’Istituto Bruno Leoni, ovviamente ignorato dalla politica). Ed è anche uno dei più grandi errori delle politiche di sostegno alle zone svantaggiate del passato, che troppo spesso hanno preferito elargire sussidi impropri e dunque iniqui (qualcuno ricorda le false pensioni di invalidità?) piuttosto che fare investimenti e creare posti di lavoro.
Dunque: si parla di pensioni d’oro per non riconoscere che si tagliano le pensioni alte, si parla di dignità per non dire che si irrigidisce (un pochino) il mercato del lavoro, si parla di cittadinanza per nascondere i clamorosi squilibri nell’accesso al sussidio. Non è una novità: già nel 1981, parlando della comunicazione pubblica, Natalia Ginzburg denunciava con sgomento: “il fine è dare della nebbia, e ottenere, con la nebbia, rispetto e venerazione”. Sono passati quasi 40 anni, ma siamo sempre lì: le parole della politica sono solo nebbia che circonda le cose, le indora, o semplicemente le traveste, le maschera, le camuffa. Parole che, in ogni caso, non dicono la verità.


mercoledì 30 maggio 2018

A SERGE', MA CHE TE SEI OFFESO ??...

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La gente si è infiammata parecchio attorno a questo scontro tra Quirinale e i Legastellati, e i toni del confronto, anche tra amici, è pericolosamente teso. 
Avveniva anche ai tempi del cavaliere, tra berlusconiani e anti, ma allora il confronto era raro : i due mondi erano sostanzialmente divisi, non comunicavano tra loro di persona. Il contatto era virtuale, quasi mai fisico.
Nei salotti di sinistra e dintorni, la gente di destra non entrava e se lo faceva aveva la discrezione di tacere, per evitare casini (a casa d'altri, è buona regola rispettare le regole del bon ton e pazienza se questo scrupolo non se lo pongono i padroni di casa, come purtroppo avveniva non infrequentemente) , e viceversa.
Il risultato è che i due mondi non si capivano, e quando erano quelli di destra a prevalere (in 20 anni in realtà si sono alternati in modo paritario, ancorché le vittorie del Cav fossero più nette, quando si realizzavano, e infatti Prodi, pur vittorioso nel 1996 e nel 2006, ha avuto  legislature brevi )  gli altri si interrogavano, arrabbiati e angosciati, sulla disgrazia che gli era toccata di vivere in un paese siffatto.
Poco male, ripeto, perché i cenacoli erano tra consenzienti : tutti a darsi ragione (un po' scemi ? forse, ma poco dai...). 
Con i grillini è diverso, perché tanti di loro erano di sinistra, gente che ha votato i partiti variamente coniugati a gauche, e quindi il contatto può capitare, anzi capita.
E non è piacevole, perché i toni si scaldano subito (del resto, anche all'interno del pd, tra renziani e non, non è che sia un ballo di gala...). 
Personalmente, guardo alla cosa con uno strano distacco.
Sento che mi importa poco, eppure la situazione e grave, come la burrasca di borsa e spread sta lì a dimostrare. 
Mi interrogo sul perché e, al solito, la risposta non è univoca.
Sicuramente sono rassegnato, da liberale.
Il nostro non è stato, non è e non sarà mai un paese liberale. Non lo possiamo essere per motivi storici e sociali, oserei dire antropologici.
L' idea che lo Stato abbia un ruolo di divinità salvifica, che tutto deve prevedere e provvedere, è troppo radicata in Europa in generale e nei paesi meridionali in particolare.
Senso di responsabilità individuale, scarso, fiducia nel merito, meno ancora.
Di qui la lievitazione del welfare, dello stato assistenziale, del tutto gratis a tutti. Chi paga tutto questo ? ma lo Stato ovvio !! E con quali soldi ? E che ce frega, li trovi : facesse paga le tasse ai ricchi ( e quindi non a noi, e chissene se noi siamo il 90% della popolazione, ancorché la cosa dovrebbe far dubitare che una persona possa farsi carico del costo di altre nove...) , oppure se li fa prestare. E infatti lo Stato questo fa, e così facendo siamo arrivati ad avere un debito superiore di oltre il  30% dell'intero prodotto nazionale : 137%. 
La rivoluzione giallo verde cosa prevede al riguardo ? Ma più debito ovvio !! E con maggiore presenza dello Stato nell'economia e in generale nella vita dei sudditi, pardon, cittadini. 
Quindi, l'Italia non è un paese comunista, e meno male, ma non è e non sarà mai un paese decentemente liberale. Ormai lo so e amen.
Ovviamente la rassegnazione non è di grande stimolo a discutere, partecipare, commentare, e si vede dalla drastica riduzione della produzione del blog. Nessuno si inquieterà per questo, ancorché qualche amico lettore è stato carino dal comunicarmi il suo dispiacere. 

Altro motivo del disincanto è dato dal mio non commettere l'errore degli snob sinistroidi, che guardavano ai berlusconani come a dei minus habens. 
Non la penso come i grillini,  contesto le loro ricette, ma, come bene scrive il professor Panebianco nell'editoriale che segue, non penso siano degli alieni che vengano da Marte.
Io sorrido nel sentire loro rispondere, a chi contesta la dubbia competenza e preparazione dei loro rappresentanti politici, che "almeno sono onesti". Intanto, è da vedere - finché non hai potere, è facile esserlo...- e poi, crocianamente, non pongo l'onestà come requisito primario di una classe governante, bensì la capacità. 
Però il non pensarla come loro non me li fa vedere come dei matti, e non penso che l'Italia andrà in rovina per colpa loro.  Sono passati 8 anni quasi dalla invocata estromissione di Berlusconi da PAlazzo Chigi, il Male per antonomasia. 
In questi 8 anni ha governato prima Monti, coi famosi tecnici che avrebbero finalmente mostrato come si fa, e poi per 5 anni la sinistra targata PD.
Questi 8 anni hanno goduto di un elemento salvifico, vale a dire la presenza di Mario Draghi alla testa della BCE. Attraverso l'adozione del quantitative easing, e quindi di una politica monetaria espansiva quanto mai, l'Europa, e l'Italia in primis, è stata tenuta indenne da ogni speculazione, il denaro è costato pochissimo, i costi del debito ridotti anch'essi al minimo, spread ideale.
Bene, un lustro e mezzo di questo paradiso, il paese guidato "finalmente" da quelli responsabili e il debito pubblico è diminuito ? No, è aumentato ! Dal 120% è passato al 130.
Colpa della crisi, del minor pil, certo. Ma le famose riforme cui ci esortava il nostro benefattore (Draghi, solo lui) sono state fatte ? Qualcosa sì, ancorché contestatissima proprio a sinistra e , of course, dai grillini , come il Jobs Act, ma certo non abbastanza.  
In particolare, a livello di semplificazione burocratica, fiscale, riduzione degli sprechi, quanti progressi sono avvenuti ? 
E quindi, cosa rispondiamo, noi avversari degli ortotteri, alla loro obiezione : " i vostri sistemi non funzionano !! " ? 
Quando il sistema elargiva manciate di benessere, più o meno grande, a tutti, la convivenza era semplice.
Oggi i milioni di persone che vedono il lavoro che continua a languire, le garanzie pure, la convivenza non richiesta con stranieri indesiderati - che certo non vanno ad abitare a monte verde vecchio o al primo municipio, per parlare delle roccaforti isolate del voto perbenista piddino a Roma - , non è disponibile a ragionamenti centrati su progressi fondati su piccoli passi (il pil che cresce dell'1%), sulla promessa che l'Europa cambierà e diventerà più generosa (non è nemmeno probabile , e lo vedremo tra un anno, quando Draghi lascerà la BCE), per non parlare poi delle dissertazioni sui diritti civili : gay, ius soli...cose che vanno bene quando le cosa vanno bene. 

Il fronte cd. sovranista probabilmente non costituisce la maggioranza del paese (del Parlamento sì, che tra 5 Stelle Lega e anche FdI della Meloni stanno al 55%) , ma i non sovranisti sono belli sparpagliati, e indisponibili a costituire una Santa Alleanza anti "barbari".
La proposta del PD ? Scioglietevi tutti o comunque votate noi, voi elettori di Forza Italia, moderati di centro, liberali sconsolati, ma anche fuoriusciti di sinistra che vi opponete all'euroscetticismo....
Adesso avete capito perché Salvini è così convinto di vincere e di fare il pieno con un accordo di non belligeranza elettorale coi grillini ? 

Vista la capacità veramente magica degli attuali protagonisti di dire tutto e il contrario di tutto in poche ore, senza timore di pagare il minimo dazio ( c'è Mattia Feltri che su LA Stampa si affanna a registrare tutte le contraddizioni delle posizioni assunte dai politici, grillini in testa... fatica inutile di cui il giornalista è assolutamente consapevole) perché gli elettori non si spostano per simili "inezie", magari non si voterà.  Il Presidente Mattarella dimenticherà le reazioni scomposte, fino agli insulti, alla sua posizione sul professore Savona, Di Maio e Salvini dimenticheranno che o Savona o morte, e proporranno un nuovo nome - magari Corttarelli !!!! - che andrà bene e il governo del cambiamento prenderà il largo...
Fino al primo scoglio.
Certo, vorrei essere una mosca e volare al Quirinale : 
A Sergè, ma davvero te sei offeso ?  E nun fa il permaloso, firma qui, che Savona te lo abbiamo tolto...





I politici sovranisti non vengono da Marte

Non muterà presto la fisionomia assunta dalla politica italiana. Le nuove divisioni si incontrano con altre più antiche. Non si tratta di un fuoco di paglia

  di Angelo Panebianco

disegno di Conc

Tutto si svolge secondo copione: i «fautori del cambiamento» cercano di scaricare sul presidente della Repubblica le colpe di un fallimento che è soltanto loro. Una parte ampia del Paese tira un sospiro di sollievo pensando che stava per formarsi un governo il quale, probabilmente — grazie alle sue brillanti idee sulla finanza pubblica e sul che fare in Europa — sarebbe riuscito a distruggere i risparmi degli italiani nel giro di sei mesi. Ma il sollievo può essere solo momentaneo.

Non solo perché ci sarà da affrontare — a breve termine immaginiamo — un cruciale passaggio elettorale. Soprattutto perché, comunque vada a finire, un cambiamento irreversibile si è prodotto in Italia. Sbaglia chi crede, magari pensando alla vicenda del quasi governo Conte, che i partiti antisistema avranno un rapido declino. Poiché la storia non insegna mai niente ai più, è un fatto che in questo errore sono caduti in tanti, tutte le volte che un movimento anti establishment è entrato nell’area del potere: «Lo manovreremo come ci pare e, poi, quando non servirà più, lo getteremo via». In genere, chi ha pensato questo è stato manovrato e poi gettato via.
Non cambierà presto la fisionomia assunta dalla politica italiana. Dureranno le grandi divisioni che ora la attraversano. E dureranno i politici emergenti che le hanno cavalcate con successo.

Le nuove divisioni che hanno ridimensionato, o appannato, la tradizionale distinzione sinistra/destra (quella che un tempo, ad esempio, opponeva l’Ulivo prodiano al Polo delle libertà berlusconiano) hanno per oggetto le regole del gioco politico-istituzionale (quale sarà il «tasso di liberalismo» che conserverà la nostra democrazia?), la collocazione internazionale, l’immigrazione. Queste novelle divisioni, oltre a influenzarsi a vicenda, si incontrano con altre divisioni molto più antiche (come quella Nord/Sud) disseminando ovunque cariche esplosive.

Le forze emergenti sono culturalmente ostili alla democrazia rappresentativa (liberale). Oggi come in passato, quando si evoca la «democrazia diretta», si sta in realtà auspicando una qualche forma di Führerprinzip, di «principio della supremazia del capo». La polemica contro i «competenti» (come hanno osservato Alberto Alesina e Francesco Giavazzi su questo giornale), nonché la contrapposizione fra il popolo innocente e le élites criminali, sono aspetti di questa sindrome.

Il diffuso rigetto nei confronti della democrazia rappresentativa, delle sue regole, e delle istituzioni liberali che la sorreggono, è il frutto di una trentennale, martellante, propaganda che ha dipinto la politica rappresentativa come un verminaio, il concentrato di tutte le lordure e le brutture, e i suoi esponenti come gente per la quale vale l’inversione dell’onere della prova: è ciascuno di loro che deve dimostrare di non essere un corrotto. Il lavaggio del cervello a cui il «circo mediatico- giudiziario» ha sottoposto per decenni tanti italiani, ha funzionato. Complice la tradizionale debolezza della cultura liberale, molti si sono convinti che questo è, a causa della politica, il Paese più corrotto del mondo o giù di lì, e che bisogna innalzare (per ora solo metaforicamente; in seguito, si vedrà) la ghigliottina. È l’ostilità alla democrazia liberale che spiega i tentativi di «superare» la rappresentanza moderna (i rapporti fra la Casaleggio Associati e i parlamentari grillini richiederebbero più attenzione). Ed è sempre l’ostilità alla democrazia liberale e alle sue guarentigie a spiegare la furia giustizialista dei vincitori e del loro seguito. Pensate alla proposta di abolire la prescrizione nei reati. Neanche ai fascisti era mai venuto in mente di sottoporre tanti poveri disgraziati alla tortura di provvedimenti giudiziari senza data di scadenza.

La seconda divisione investe la collocazione internazionale dell’Italia. Sul versante dell’Europa come su quello dell’alleanza atlantica. Non è probabile che un governo grillo-leghista (o solo grillino o di centrodestra a dominanza leghista) che eventualmente si formi dopo le prossime elezioni decida formalmente di uscire dall’euro o dalla Nato ma certamente ci sarebbero azioni tese ad allentare il più possibile il legame fra l’Italia e i nostri tradizionali ancoraggi internazionali. Perché è quanto prescrive la visione «sovranista» dell’interesse nazionale. Una volta deciso — e fatto credere a tanti italiani — che i nostri mali siano stati causati dall’Europa non resta infatti che la strada della contrapposizione. E pazienza se la posizione negoziale italiana risulterebbe, al tavolo europeo, debolissima (Sergio Fabbrini, Sole 24 ore). Pazienza anche se in questo modo l’Italia non potrebbe avere voce in capitolo quando si trattasse di correggere tutto ciò che non va (ed è molto) nella costruzione europea.

Anche sul secondo versante, quello atlantico, si preannuncerebbero tempi duri. Forse la Nato ricorrerebbe a una qualche forma di cordone sanitario (Maurizio Molinari, La Stampa) in funzione anti italiana quando dovesse vedersela con l’orientamento filorusso (e antiatlantico nella sostanza anche se non nella forma) di un importante stato membro.

Da ultimo, l’immigrazione. Genera ovunque conflitti ma l’aggravamento di questa divisione è anche il frutto degli errori commessi dai governanti del passato. Soprattutto, da coloro che hanno confuso il messaggio cattolico sul dovere dell’accoglienza con i doveri di chi governa una democrazia, coloro che non hanno capito che la società aperta non si difende senza una seria e rigorosa politica dell’immigrazione. Gli stessi che, di fronte alla sfida islamica, hanno pensato che l’integrazione dei musulmani si favorisca venendo a patti con i fondamentalisti. Mentre richiede l’esatto contrario.

Forse gli uomini nuovi riusciranno a imporre, prima o poi, i cambiamenti che hanno in mente. O forse non ci riusciranno. Forse assisteremo alla riscossa (in forme oggi imprevedibili) di chi si oppone al disegno sovranista. In ogni caso, ci si tolga dalla testa l’idea che si tratti di un fuoco di paglia o di un acquazzone estivo. Non è l’invasione degli Hyksos (gente arrivata nell’antico Egitto da chissà dove). Li abbiamo allevati noi.