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mercoledì 10 maggio 2017

IL ME NE INFISCO DI GRAMELLINI : SUGGERIMENTO APPREZZABILE

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Ho registrato con un qual certo stupore la nota odierna del diario quotidiano che Massimo Gramellini tiene sul Corriere della Sera.
Da uno come lui una posizione neutra sul Fisco nei giorni dell'anno in cui si ripropone la periodica querelle sulle dichiarazioni fiscali, con conseguenti polemiche sui dipendenti che diventano più ricchi dei "padroni", gli evasori ladri, le tasse che sono alte perché non le pagano tutti ( un luogo comune falso come una banconota da 1 euro), cose così.
Invece che ti trovo ? Una giusta, ancorché vana, esortazione a smetterla con queste pubblicazioni, che servono solo ad alimentare la guerra tra i due fronti, lavoro dipendente e quello autonomo, con i primi appunto a lamentare che loro le tasse le pagano tutte ( non possono fare diversamente...) mentre gli altri evadono a man bassa, e i secondi che accusano i primi, se dipendenti pubblici, di vivere spesso a sbafo, lavorando poco, con mille benefit, e che le tasse servono per lo più a pagare i loro stipendi, ché di servizi decenti non se ne vedono.
Forzature su entrambi i fronti, cui non c'è modo, pare, di trovare rimedio.
Tempo fa l'eccellente Ricolfi suggerì in un suo libretto - La Sfida Risultati immagini per la sfida di ricolfi - una soluzione : destinare il recupero delle tasse evase alla riduzione delle stesse (non succede MAI, eppure ogni anno i governi di turno si vantano di recuperare una decina e passa di miliardi ) e quello degli sprechi ( quelli che sparano cifre random parlano in genere di 60 miliardi !) a rinforzare il welfare (asili nido, borse di studio...).
A me pareva una buona idea, ma nessuno l'ha raccolta.
E allora meglio seguire il suggerimento di Gramellini : non rompeteci più con questi dati, servono solo ad alimentare il rancore sociale.


Me ne inFisco

Mercoledì 10 maggio 2017
Apprendiamo con viva e vibrante preoccupazione che, tra le categorie soggette ai famigerati studi di settore, i commercianti si sono conquistati la palma della più disgraziata. Nei mesi scorsi avevamo appreso con altrettanto sgomento che gli impiegati guadagnano più dei loro capi e praticamente non passa stagione senza la sua bella relazione, da cui si evince che l’Italia è un Paese di tassatori avidi e di tassati aridi, ai limiti dell’indigenza. Ogni statistica fiscale ha il potere di mettere tutti di cattivo umore.
I contribuenti sotto esame, che si sentono esposti alla gogna come evasori quando invece si considerano vittime di uno Stato che pretende molto, paga poco e restituisce ancora meno in termini di servizi. E i contribuenti a reddito fisso, che non avendo neanche la possibilità di evadere, guardano gli altri con diffidenza e cupa ostilità.
Da qualunque parte lo si osservi, questo genere di studi contribuisce non poco ad alimentare quel clima di rancore indistinto e rabbia repressa che avvelena il discorso pubblico, al bar come sul web.
Perciò, signori delle tasse, avrei un favore da chiedervi: evitate di dirmi quanto guadagnano e quanto versano, o non versano, le varie tribù di italiani. Prendete gli evasori veri, quando li trovate. Per il resto preferirei non sapere più niente. Con una certa dose di umorismo vi siete definiti «Fisco amico». Allora ricordatevi di quel film in cui, a chi gli raccontava di avere visto la sua ex con un altro, Massimo Troisi replicava: «Ma se sei mio amico, me lo dovevi proprio dire?».

domenica 16 ottobre 2016

EQUITALIA ROTTAMATA. NON CI MANCHERA'

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Renzi vuole vincere il referendum a tutti i costi, e ogni mossa per risalire in popolarità (attualmente due italiani su tre gli sono contro, Pagnoncelli dixit) è lecita. Così, dopo averne parlato varie volte in questi tre anni circa di governo, alla vigilia del voto partorisce l'annuncio della liquidazione di Equitalia.
In effetti, una notizia che sarà salutata con gioia, anche irrazionalmente.
Eliminati questi esattori, lo Stato non può certo non crearne altri, figuriamoci. Però intanto questi, esaltati da Monti e dal suo fido scudiero Befera ( per anni il vero incubo degli italiani) , vengono "rottamati", almeno nominalmente.
Vedremo se, nella sostanza, ci saranno cambiamenti VERI. Il premier li annuncia, parlando di Multe e Tasse senza sanzioni (magari anche interessi cristiani ?).
Però, al di là della propaganda e delle marchette elettorali, di una cosa a renzino devo dare atto : da quando c'è lui, questa retorica fiscale della sinistra storica è stata zittita. L'unico modo che Bersani e predecessori concepivano per cercare di risanare i conti dello Stato era il recupero dell'evasione fiscale, i famosi 120 (perché non 200 ? come si contano ??) miliardi "rubati" alla collettività.
Monti poi, insieme a Befera, predicava il "sano, pizzico di paura" che gli italiani dovevano nutrire per il fisco, utile a farli pagare.
Nel periodo buio dell'unto del Colle - altro che salvatore della Patria ! - la crisi economica esplose virulenta (la colpa ovviamente non era del premier, che mica contava così tanto, ma certo le sue ricette non furono un granché, e a salvarci ci pensò soprattutto Draghi) e gli esattori, sguinzagliati da Befera, non aiutarono certo gli operatori economici in crisi. CI furono molti fallimenti, gente licenziata, persone che si suicidarono per la disperazione. Ci furono anche gesti di ribellione, talora violenti.
Befera rimbalzava dalle tv alle prime pagine dei giornali, in una sovraesposizione mediatica che ancora mi chiedo da chi possa essere stata concepita e/o avallata.
Per fortuna tutto questo pare finito, e un po' di merito forse anche il putto toscano ce l'ha.
E allora gli va riconosciuto.
Quanto ad Equitalia, non ci mancherà, ancorché non ci facciamo illusioni su un fisco finalmente quo e razionale.

LaStampa.it

Addio al vampiro dell’Erario, il mostro burocratico più odiato

Esultano gli onesti vessati, ma anche i disonesti
 
 
ANSA
Le manifestazioni contro Equitalia si sono moltiplicate con la crisi
    
roma
Buonanotte a tutti: da oggi si ricomincia a dormire fra i due guanciali, ricominciano gli onesti e forse anche i disonesti.  
 
Equitalia non c’è più, e nemmeno una luce perpetua a risplendere in memoria. La Transilvania della nostra burocrazia perde il suo vampiro più assetato, come da racconti serali e anche un pochino mitologici di amici vessati. Circolavano storie surreali, raccontate sul divano del dopocena, di cartelle da due centesimi, di debiti inaspriti con tassi usurari del 45 per cento (caso di un tizio che doveva duemila euro spalmati su un rateo la cui somma, alla fine, faceva quasi tremila), di pendenze da estinguere in 3 mila e 84 comode rate, per un totale di duecentocinquantasette anni. Gli amici dettagliavano e dettagliano sugli agi e altre diavolerie, strumento di Equitalia per spillare ogni quattrino, goccia a goccia.  
 
E poi le cartelle pazze, il lugubre jingle delle nostre esistenze di contribuenti, su cui alla fine l’agenzia ha dovuto ammettere: una su cinque è tale, e cioè una cartella senza significato, fondamento, logica. Gente cui toccava pagare il bollo di un’auto venduta lustri prima, tasse sui rifiuti di un’abitazione mai posseduta, solleciti per il canone Rai proprio a chi – i pochissimi – versavano il dovuto anno dopo anno.  
 
Altro che referendum, Irpef, Irpeg, Iva, Matteo Renzi, Romano Prodi, Silvio Berlusconi: il mostro di quest’Italia moderna è stato Equitalia, con quel bel nome edulcorante anzi ossimorico. E che, diciamocela tutta, ha offerto l’alibi anche ai mascalzoni per i quali il 740 era una scocciatura da lasciare ai babbei, molto meglio filarsela in Bmw verso la Costa Azzurra.
E però la cronaca di questi tempi è una cronaca di disperazione, di imprenditori morti suicidi con le mani statali al collo, di reazioni nei dintorni della follia fatte di bombe molotov all’uscio della riscossione, colpi di fucile, bombe a mano, buste esplosive, pacchi con polveri letali. Di messi aggrediti con la spranga. Di manifestazioni come quella milanese di due anni fa, per attribuire a Equitalia la responsabilità dei centoquarantanove italiani che nel 2013 si sono ammazzati per motivi economici.
Di inchieste giornalistiche, come una celeberrima di Report, per dimostrare che l’inflessibile e disumana macchina della cartella esattoriale era un po’ più flessibile con i partiti, le grandi aziende e gli imprenditori da rotocalco; e le inchieste giudiziarie che hanno spinto un gip a dichiarare «favoritismi e discriminazioni a tutti i livelli» nella gestione degli accertamenti e delle esecuzioni.  
 
Equitalia non era solo un problema, ma un passaggio a porta vuota per ogni opposizione, che prometteva fiamme e spargimento di sale, non appena vinte le elezioni. Stavolta è successo davvero, evviva evviva. Perché non è servita a niente una sconclusionata operazione simpatia, attraverso surreali comunicati di discolpa, quando c’erano un pignoramento o una cartella decuplicata per una cacca di cane multata dieci anni prima, né computer omaggio alle scuole delle zone terremotate, né mirabolanti (e magari vere) storie di funzionari di Equitalia che impietositi pagavano il carrello della spesa all’operaio da 1200 euro mensili che aveva appena ottenuto una nuova rata sul debito. Il mostro è morto, abbasso il mostro.  

lunedì 16 maggio 2016

SE ANCHE PER SUSANNA TAMARO IL FISCO E' BRUTTO

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Francamente citare Susanna Tamara come possibile bandiera del partito anti tasse mi suona strano, però, dopo aver letto la sua lunga riflessione sul Corsera di oggi, ritengo utile darle spazio sul blog.
Non leggo i suoi libri ( un titolo come "va dove ti porta il cuore" ha un effetto assolutamente refrattario su di me) , però so che è scrittrice di successo e si esprime con facilità e chiarezza.
Qualità che ritrovo nel suo sfogo contro la fiscalità italiana, pubblicato nel giorno in cui appare anche la notizia della querela per diffamazione che l'agenzia delle entrate ha presentato contro  quelli delle Iene, rei di aver riportato le denunce dei contribuenti italiani contro atteggiamenti vessatori quando non persecutori e demenziali del nostro fisco.
La cosa particolare di questo articolo, di fondo, è che non è scritto da una persona idealmente anti stato e anti tassazione, come per esempio gli amici del coraggioso Tea Party italiano (coraggioso perché battersi contro l'invadenza statale e predicare una ideologia spintamente liberista in un paese infarcito di catto comunismo come il nostro non è affatto facile) , ma da una persona comune, ancorché nota.
Ed è significativo, a mio parere, la scoperta della voracità fiscale quando la vita prende una svolta e la Tamaro, da persona costretta a barcamenarsi nella precarietà economica, diventa un'autrice di successo con lauti quanto meritati guadagni.
Ecco, a questo punto si accorge, cosa che prima magari non avveniva, che pagare le tasse mica è tanto bello se ti tolgono oltre il 50% di quanto ti sei faticosamente guadagnato, oltre ai costi che devi sostenere per cercare di essere in regola - spese del commercialista, le decine e decine di adempimenti richiesti nel corso dell'anno e così via.
E infine la chiosa finale assimilabile ad un luogo comune, inteso come verità ripetuta fino alla nausea, ma non per questo non vera, e che si concretizza in una domanda : dove vanno a finire tutti questi soldi ?
Dove i servizi da Europa del Nord, visto che la pressione fiscale ha raggiunto, quando non superato, quei livelli ?
Inevitabile il rimpianto di tutti i propri soldi finiti nel ventre avido e insaziabile di uno Stato che "tutto divora e davvero poco è capace di offrire" 
Buona Lettura


Il Corriere della Sera - Digital Edition

 Pagare le tasse è civile, non bello

di Susanna Tamaro

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Diciamo subito: pagare le tasse è civile. Ma non è bello. Soprattutto perché non si capisce dove va a finire questo denaro: ci sono 700 scadenze l’anno. È possibile?

«Pagare le tasse è bello!» ha affermato tempo fa il nostro ministro dell’Economia. È davvero bello pagare le tasse? E se lo è, in che cosa si manifesta questa bellezza? Ho quarant’anni di contributi alle spalle e in questi quattro decenni ho avuto la straordinaria — e rara — fortuna di passare da una condizione di precaria nullatenenza ad un’altra di grande abbondanza. Forse proprio per questo sono in grado di fare alcune riflessioni su questo lato della nostra vita civile. Il mondo in cui sono cresciuta e l’inclinazione etica del mio animo mi portano ad essere una persona profondamente devota alla legalità. Non ho mai preso una multa guidando la macchina, non ho mai scansato una tassa, neppure la più piccola, la più assurda. Chi era adulto negli anni 80 si ricorderà che, ad un certo punto, ci venne chiesta la tassa sul medico di famiglia. All’epoca, sopravvivevo con lavori di totale precarietà e dunque quella cifra — centomila lire! — era per me spaventosa, ma purtroppo, per questo terribile istinto pavloviano di onestà, corsi a pagarla. Dico purtroppo perché, poco dopo, la tassa venne cancellata — quasi nessuno infatti onorò l’ingiunzione — senza peraltro venir restituita ai pochi ingenui onesti che avevano obbedito. Cambio di anni e cambio di scenario. Metà anni 90, guadagno cifre ingenti con «Va’ dove ti porta il cuore», pago — giustamente — ingentissime tasse, rifiutando di prendere le scorciatoie consentite allora dalla contraddittorietà e dalla compiacenza delle leggi, quali castelletti, scatole cinesi, fittizie residenze in paradisi fiscali. Comunque, il governo di quegli anni — un governo di sinistra — ha pensato che non fosse abbastanza. Era una vera vergogna poter guadagnare così tanto con la cultura e così venne fatta una legge ad hoc sui best seller — potevano chiamarla tranquillamente legge Tamaro — che mi costrinse ad un ulteriore gravosissimo esborso. Credo di essere stata l’unica persona a pagarla, anche perché dopo solo sei mesi, per l’imbarazzo e la vergogna, la legge venne cancellata. Inutile dire che i soldi non mi sono stati restituiti.

Pagare le tasse è bello? Continuiamo nel nostro percorso. Arriva l’euro, che dimezza a tradimento la capacità di acquisto degli italiani. E, otto anni dopo, inizia anche la crisi che, in poco tempo, taglia le gambe alla maggior parte dei cittadini onesti, quelli che dichiarano i loro guadagni, che esistono fiscalmente, non quelli che galleggiano nel felice limbo dell’illegalità e continuano imperterriti a farlo. Sono gli anni in cui chi ha avuto l’infausta idea di intraprendere un’attività si trova improvvisamente con le spalle al muro, stretto tra il cambiamento economico e un moloch di leggi fiscali che manifesta il suo esistere attraverso una sola via — quella della persecuzione.

Quello che ho capito in questi anni, vedendo tante persone perbene andare in rovina, è che in questo Paese puoi aprire un’attività soltanto se hai le spalle coperte da beni di famiglia o da altre — e magari più ambigue — coperture. Se ti affidi alle tue sole forze, se sei convinto che questo sia un Paese libero in cui agli onesti e volonterosi sia data la possibilità di cambiare condizione, sei un povero illuso.
Basta un inciampo anche minimo e cadi a terra. E da quel suolo nessuno più verrà a risollevarti, anzi. Una mia amica che aveva una rosticceria, si è trovata le fognature della strada davanti al negozio spalancate per molti mesi, per interminabili lavori comunali. Grazie a questi effluvi, la clientela si è volatilizzata. Ma non lo hanno fatto le banche, non gli studi di settore che esigevano ovviamente un guadagno molto più alto e non accettavano il dato di fatto.

Il mondo dei fallimenti e delle gestioni fallimentari è un universo sinistro di cui forse si parla troppo poco e su cui sarebbe importante fare un po’ di luce. Dopo la vendita dei beni, degli arredi, della merce, del computer, ecco che arriva Equitalia e, con il suo ingresso, la vicenda entra nel mondo del surreale. Di mese in mese, di anno in anno, le more si moltiplicano in modo esponenziale trasformando rapidamente la cifra iniziale in quella dei fantastiliardi di Paperon de’ Paperoni. Fantastiliardi che, come quelli del mitico deposito, resteranno sempre nel mondo dell’immaginario. A questo punto, dato che gli esausti debitori non saranno mai in grado di onorarli, iniziano i pignoramenti, roba davvero da leccarsi i baffi: un vecchio televisore, la Panda sfondata, le mura della camera da letto in cui si vive, il libretto con sopra nove euro del vecchio padre invalido. Queste operazioni di recupero vengono fatte con zelo ammirevole, zelo che sarebbe bello vedere in azione in altri settori dello Stato. Questi fantastiliardi, purtroppo, non si volatilizzeranno alla morte dei debitori ma, come le maledizioni bibliche, ricadranno sulle spalle dei figli i quali già sanno che è inutile studiare, darsi da fare, cercare di migliorare la loro condizione perché una spada — anzi, una ghigliottina! — di Damocle penderà per sempre sulle loro teste. Continuando di questo passo, rischiamo di trovarci in una situazione non diversa da quella dell’India dove i bambini vengono venduti alle fabbriche di mattoni per pagare i debiti contratti dai nonni.

Pagare le tasse è bello? Perché sia bello ancora non ci è chiaro, mentre è abbastanza chiaro che per molte persone è ormai impossibile. Ed è anche chiaro che molte, moltissime altre non hanno neppure mai preso in considerazione di farlo. Siamo il quinto Paese al mondo per pressione fiscale, con un’evasione che raggiunge il 38 % delle imposte. Dunque il peso delle persone disoneste ricade sulle spalle di quelle oneste, e il sistema persecutorio ci mette del suo, accanendosi sulle medesime inermi spalle.

Funziona questo sistema? I dati non sono confortanti: dei settecento miliardi di debiti che l’Agenzia delle Entrate ha dato compito di recuperare ad Equitalia ne sono stati incassati finora dieci. Mancano all’appello seicentonovanta miliardi. Continuando con questo sistema — pignorando cioè vecchie auto, televisori e libretti di risparmio dei poveri — per riuscire a pareggiare i conti dovremmo aspettare un’altra era geologica, quando la terra probabilmente sarà dominata dagli alieni o da dei ratti giganti che avranno preso il nostro posto.

Lo stato debitorio di gran parte della popolazione ci trasforma in un Paese inerte, depresso, vittima di una passività di sopravvivenza che certo non giova alla tanto vagheggiata ripresa. «Stiamo qui, attenti a non respirare troppo, perché se respiri troppo, Equitalia ci porta via anche il respiro» mi ha confessato un giorno una madre di famiglia a cui da poco era stata sequestrata — pistola in mano come fosse una camorrista — una vecchia utilitaria sfondata, ultimo bene posseduto.

Pagare le tasse è bello? Abbiamo settecento scadenze all’anno, tre per ogni giorno lavorativo. «Saltare» uno di questi appuntamenti può voler dire scivolare rapidamente nel mondo dei reietti e, anche se si riesce miracolosamente a restare a galla, noi onesti avremo sempre il fiato dello Stato sul collo perché non riesce a credere alla nostra rettitudine e, pur di trovare il dolo nascosto, è pronto ad usare ogni mezzo. Dopo sei mesi di implacabili controlli una mia amica impiegata è stata raggiunta da una sanzione di trentacinque euro. La colpa? Tra gli scontrini del rimborso dei farmaci le era sfuggito un dentifricio! Ecco la prova che anche la persona più integerrima nasconde, sotto la facciata rassicurante, un pericoloso evasore. Ma quanto è costato allo Stato — cioè a noi — il recupero di quei trentacinque euro? È il caso di dire che la montagna ha partorito il topolino.

Dato che denunciare senza proporre soluzioni non fa altro che aumentare il livello di populismo, vorrei allora fare tre proposte concrete. Per tentare di liberare il nostro Paese dall’incantesimo dell’immobilità, la prima cosa sarebbe quella di concedere un’amnistia per le more esponenziali, rendendo così più realistica la restituzione del debito. La seconda sarebbe quella di trattare i contribuenti onesti con il rispetto che si deve alle persone adulte e civili, abbandonando modelli di coercizione poliziesca che troppe volte ricordano i grigi regimi dell’Est. La terza cosa — che probabilmente dovrebbe essere la prima — dovrebbe essere quella di fare un’opera di severissima pulizia su tutte le opacità all’interno degli apparati statali, quelle opacità che ci relegano al sessantanovesimo posto nelle classifiche internazionali sulla corruzione, e ultimi in Europa. Perché la corruzione, oltre ad essere il nostro macigno fiscale — il suo costo è valutato intorno ai sessanta miliardi di euro — è anche la causa dell’ormai totale sfiducia dei cittadini nei confronti dello Stato.

È bello pagare le tasse? Dopo quarant’anni di fedeltà integerrima al tributo posso rispondere serenamente: no! Sarebbe bello se le strade fossero dignitosamente asfaltate, se gli edifici scolastici dessero un’idea di decoro anziché di degrado, se i bambini giocassero in vere aree a loro dedicate invece che su altalene circondate da rifiuti, se non vedessi i pensionati rovistare nei cassonetti della spazzatura. Un giorno magari sarà bello pagarle, ma per il momento si tratta solo di un obbligo a cui è illegale e incivile sottrarsi.
Resta il mio personale rammarico di aver gettato enormi somme guadagnate onestamente nel ventre ingordo di uno Stato che tutto divora e davvero poco è capace di offrire.

mercoledì 28 ottobre 2015

FISCO FUORILEGGE. CHE BEL SUONO HANNO QUESTE PAROLE

Una statua di Robin Hood a Nottingham

Solo il titolo vale tutto l'articolo : FISCO FUORILEGGE .
Siamo in tanti a pensarlo, paragonando la nostra agenzia delle entrate allo sceriffo di Nottingham, con noialtri a fare la parte dei sudditi di re Giovanni senza terra.  Qualcuno ha il coraggio di dirlo a gran voce - tra questi i giovanotti del Tea Party italiano, guidati dal bravo Giacomo Zucco, che per un certo periodo di tempo era diventato anche un habitué di alcuni talk show.
Certo, fa un certo effetto quando l'affermazione viene da un membro del governo, quale il sottosegretario Enrico Zanetti, fiscalista...
Dà risalto alla cosa il bravo Davide Giacalone che quando sente parlare di fisco reagisce come il toro davanti alla muleta rossa del matador.
Tra le tante cose giuste che troverete scritte, opportuno il richiamo di attenzione alla curiosa vicenda dei funzionari dell'agenzia bocciati per la loro messa in carico SENZA concorso.
Questi signori ora si rivolgono ai giudici per ottenere il risarcimento dei danni dallo Stato...
Hanno fruito per anni di una posizione che legalmente non gli spettava, fruendo delle relative, cospicue retribuzioni, e ora, siccome la Corte Costituzionale ha suonato la campanella e messo fine alla ricreazione, battono i piedi.
Certo, si potrà dire che venivano pagati per l'effettiva mansione esercitata, ma sono convinto che nella mancata effettuazione di quei concorsi la complicità di lor signori sia stata grande...
Senza bando, furono "promossi" tutti, nessuno rischiava di restare fuori.
Più comodo no ?





Fisco fuorilegge

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L’amministrazione fiscale è fuorilegge. Può sembrare l’affermazione di un folle, ed in effetti è pazzesca, ma si tratta del problema con cui fare i conti. Enrico Zanetti, sottosegretario al ministero dell’economia, fiscalista, ha detto che l’Agenzia delle entrate deve agire “nel quadro della legge, non fuori come negli ultimi 15 anni”. Si tenga presente che è nata 15 anni fa, sicché nella legalità non avrebbe ancora fatto ingresso. Polemiche di parte e ricerca di visibilità? Se anche fosse, sarebbe irrilevante, perché la questione è in sé gigantesca e ineludibile.
Però, scusate, comincio dalle preoccupazioni del ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, che a chi dirige l’Agenzia rinnova stima e fiducia, evidentemente timoroso per il gettito fiscale. Senza il quale i conti tornano meno ancora. Ed è proprio qui che si nasconde il vizio culturale d’origine, ovvero nel pensare che l’agenzia sia una specie di cane da riporto: si fissano gli obiettivi, s’impallina il gettito evaso e il cane lo raccoglie, correndo per conto del cacciatore. Non è così. L’Agenzia non è responsabile del gettito, bensì della corretta ed efficiente amministrazione.
Si può sostenere, cosa bella, che correttezza ed efficienza sono armi da usarsi contro gli evasori, ma è proprio qui che casca l’asino.
L’Agenzia ha concepito se stessa come un corpo estraneo alla pubblica amministrazione e da quella indipendente. S’è creduta una specie di magistratura, il che, a parte ogni altra (mesta e terribile) considerazione, serve solo a rendere realistica la definizione di “Stato di polizia”, giacché solo nelle dittature chi amministra la giustizia vanta non il suo legittimo funzionamento, ma le crescenti percentuali di repressione del (presunto) crimine. Più di una volta l’Agenzia s’è pensata direttamente al di sopra del governo, discettando su cosa sia giusto e cosa sbagliato, avviando “campagne” e scrivendo i testi che i ministri, diligenti quanto incapaci d’autonomia, leggevano quali posizioni ufficiali. E senza apprezzabile distinzione di schieramento.
Tale madornale errore culturale, del resto, si ritrova nelle parole del suo creatore, Vincenzo Visco, il quale, ancora ieri, ribadiva che l’Agenzia va messa fuori dalla pubblica amministrazione e deve funzionare come un’azienda. Deve essere sfuggito un dettaglio: la Corte costituzionale ha detto che manco per niente, trattasi di pubblica amministrazione. E di che altro? Accidenti.
Peccato che in questa pubblica amministrazione i dirigenti venivano nominati senza concorso e in violazione della legge, talché s’è dovuto prendere atto che ben 767 posizioni erano e sono illegittime. Ammettiamo per un momento che, al di là dell’illegittimità formale, quei 767 fossero effettivamente i più bravi. Ebbene, più della metà oggi denuncia lo Stato, per non avere provveduto a far rispettare la legge dentro l’Agenzia, quindi per averli esposti all’ingiusta perdita del maggiore stipendio nel frattempo maturato. Vuol dire che se erano i più bravi non fanno che confermare l’illegalità nella quale è vissuta l’Agenzia. E se non erano i più bravi, confermano che oltre all’illegalità c’era anche il clientelismo, il familismo e le cordate. I concorsi, inoltre, sono stati banditi, ma fermati da ricorsi avverso bandi scritti male, quindi incapaci di resistere al giudizio. Il tutto in capo all’amministrazione che inchioda i contribuenti anche per errori formali nelle loro pratiche fiscali. E’ chiaro, adesso, di che stiamo parlando?
C’è di più. Forse qualcuno ricorda lo “statuto del contribuente”, ove si esclude la regolarità di modifiche fiscali con effetti retroattivi e continui cambiamenti delle leggi, che dovrebbero essere chiare e di univoca lettura. Qui siamo arrivati a introdurre l’“abuso di diritto”, che con la chiarezza della norma fa scopa quanto la violenza carnale con i fidanzatini di Peynet. E, del resto, il governo si fa vanto di misure importanti contro l’evasione fiscale, fra le quali inserisce lo split payment, ovvero il fatto che le pubbliche amministrazioni non versano più l’iva ai fornitori, ma direttamente allo Stato. In questo modo realizzando il capolavoro: non solo la pubblica amministrazione non paga i fornitori, dato che i debiti commerciali restano altissimi, sebbene a Montesenario non si fece pellegrinaggio, ma toglie loro anche la cassa dell’iva. Gemello privato è il reverse charge, con l’iva versata da chi acquista e non da chi vende. Ma siccome le grosse aziende hanno preso il vizio dello Stato (che non potrebbe neanche dignitosamente condannarle), anche loro pagano con gran ritardi. L’iva è la sola cosa che si paghi nei tempi stabiliti. Alla faccia della spinta alla ripresa.
Il tema in discussione, pertanto, non è la sorte della dottoressa Rossella Orlandi, direttrice dell’Agenzia, piuttosto la differenza fra cittadini e sudditi. I secondi possono accettare che l’Agenzia continui a funzionare inseguendo un presunto bene e praticando la violazione della legge. I primi no. I cittadini avrebbero diritto a non subire un simile scempio.

lunedì 5 ottobre 2015

RENZI CI RIPROVA : CANONE RAI NELLA BOLLETTA DELLA LUCE

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Sul Canone RAI abbiamo da sempre detto tutto il male possibile, appartenendo a quella maggioranza di italiani che, a suo tempo, consultati tramite il solito nobile e inutile referendum radicale (non tutti finirono così, ma gli ultimi, nella maggioranza sì), si erano espressi a favore della privatizzazione della RAI e conseguente abolizione del balzello. 
Non se ne fece nulla. 
Renzino,  a questa tassa pare tenerci, perché anche se non gli piace l'ATTUALE RAI, si sta dando un bel da fare per rifondarla, a favore del suo regime, e quindi non ha per nulla l'idea, al di là dei facili proclami, di sdoganarla dal controllo politico. Semplicemente, come ha spiegato bene il suo consigliere di cose televisive, il "bulgaro" Anzaldi, bisogna cambiare padrone.
Quanto al principio : pagare meno per pagare tutti, e quindi abbassare il canone in modo da incoraggiare la fedeltà degli abbonati, la riduzione da 113 a 100 euro non mi sembra di quelle da suscitare entusiasmi. Già poteva essere più significativo - ancorché sempre di balzello ingiusto si tratterebbe - quello precedentemente annunciato a 65 - 60 euro.
Ma si sa, sul fronte delle entrate e della spesa pubblica, il putto fiorentino non è poi così diverso dagli sceriffi di Nottingham che l'hanno preceduto (chiedere a Cottarelli in merito). 
La genialata di mettere tutto in bolletta elettrica, in modo da essere sicuri che gli utenti paghino, a prescindere dal possesso della tv, è contestato in primis proprio dalle società fornitrici di energia, per una serie di considerazioni anche giuridiche che vengono sintetizzate da Chicco Testa e riportate nell'articolo de La Stampa che segue. 
Anche il meritorio istituto Bruno Leoni parla di "mostro giuridico". 
Servirà a smontare il toscanaccio ? Mmmm.
Quanto ai dati sull'evasione, molto elevati (quasi il 30%), sarei felice se essi rappresentassero una sorta di rivolta fiscale verso una tassa ingiusta. Purtroppo così non è, Gli italiani non pagano il canone semplicemente perché non ci sono conseguenze dal non pagarlo. Nessuna rivolta civica.
Peccato.


Scontro sul canone Rai nella bolletta della luce

Le aziende fornitrici: è assurdo, non è detto che chi ha l’elettricità abbia anche una tv
 
 
 
ANSA
Il canone Rai è una delle tasse più evase ma espedienti come quello di associare il pagamento alle bollette elettriche hanno molte controindicazioni 

Il governo ci riprova. L’anno scorso la proposta di infilare il canone Rai nella bolletta elettrica arrivò fuori tempo massimo, a fine novembre, e nel giro di due giorni venne affondata «per ragioni tecniche». Rispetto ad allora il piano resta lo stesso a parte un dettaglio che però non è secondario: l’importo da pagare. Ieri Renzi ha parlato di 100 euro, anziché di 113,5, l’anno passato l’obiettivo era di dimezzare questa che è una delle tasse più evase per portarla a 60, massimo 65 euro. 

IL «NO» DELLE AZIENDE  

Come un anno fa all’annuncio del governo è subito corrisposto l’altolà delle società elettriche, pubbliche e private. Spiega Chicco Testa, presidente di Assoelettrica: «Mettere il canone Rai in bolletta resta un gran pasticcio, restiamo contrari. In questo modo il consumatore non saprebbe infatti più cosa sta pagando e noi non riusciremo più a fare il nostro mestiere». A suo parere, infatti, «è un errore considerare che chi è titolare di un contratto elettrico possieda anche una tv e viceversa». Poi c’è il problema degli uffici e degli esercizi commerciali: alcuni hanno la tv, altri no. In più, spiega il presidente di Assoelettrica, «non accettiamo che la bolletta, che già ha un 50% di voci non connessi alla fornitura di energia, possa contenere altre cose. Così la bolletta diventa un vagone pieno di cianfrusaglie, che trasporta di tutto e il consumatore non sa più cosa paga». Per non parlare poi dei problemi legati alla privacy e di quelli, forse ancora più grandi, legati ai possibili futuri contribuenti morosi. Se un utente non paga il canone cosa succede? E’ immaginabile arrivare al distacco delle forniture per il mancato pagamento di importi che nulla hanno a che vedere con la fornitura elettrica, col rischio di incorrere nel reato di interruzione di pubblico servizio? Per Assoelettrica «come misura anti-evasione anche questa denota molte criticità legali ed applicative e nulla cambierebbe rispetto al passato, se non l’introduzione di ulteriori costi e rischi aggiuntivi per i venditori di elettricità, che inevitabilmente non potranno non riflettersi nelle bollette».


TUTTI POSSESSORI DI TV?  

L’Istituito Bruno Leoni parla esplicitamente di «mostro giuridico». Perchè non si può nascondere un’imposta dentro una tariffa, che è il corrispettivo di un servizio che con la programmazione della Rai non c’entra nulla. E perchè questo renderebbe più difficile capire quale sia la somma pagata a titolo di canone e quale per il consumo di elettricità. Inoltre si rischia di far diventare definitiva la presunzione di possesso dell’apparecchio tv: tutti quelli che hanno la luce pagheranno il canone. Una platea diversa e più vasta di quanti hanno una tv. Per cui «spetterà al contribuente dimostrare il contrario, sempre che ricordi che nel pagare la corrente finanzia anche la Rai».  

EVASIONE IN AUMENTO  
Ecco spiegato il pasticcio. Certo è che l’evasione del canone tv rappresenta, innanzitutto per la tv pubblica, un grosso problema. La Rai, pur presentando uno dei canoni più bassi d’Europa, patisce infatti l’evasione in assoluto più alta. Il sottosegretario alle comunicazioni Antonello Giacomelli ha quantificato il «buco» in 600 milioni di euro. Un danno enorme, insomma. Ed è un fenomeno in continua crescita: nel 2014 la Rai ha infatti perso altri 89mila abbonati, facendo salire il tasso di evasione addirittura al 30,5% con picchi superiore al 40% al Sud. Con Napoli che sfonda il muro del 60% ed alcune zone del casertano, come a Casal di Principe, dove si arriva oltre il 90%.