Visualizzazione post con etichetta CULTURA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta CULTURA. Mostra tutti i post

domenica 20 marzo 2016

MASSIMO RECALCATI E "LE MANI DELLA MADRE". VIAGGIO AFFASCINANTE NEL MATERNO E DINTORNI

Risultati immagini per le mani della madre recalcati

Venerdì sono stato ad una interessante conferenza studio organizzata dall'Istituto di Psichiatria della Sapienza di Roma, con attore principale il professore Massimo Recalcati.
Prendendo spunto dal suo ultimo libro, "Le mani della madre ", l'incontro s'incentrava sul delicato ruolo genitoriale nelle prime fasi della nascita e crescita di un figlio (gravidanza, nascita e primi anni), con riflessioni anche sul padre e sulla stretta e scottante attualità di unioni gay e relativi figli.
La psicanalisi è una materia che mi intriga, che, trattata bene, da gente competente, ha un grande fascino - come tutte le cose che restano un po' misteriose, al di là delle pretese scientifiche - e che, a mio parere, può veramente essere di aiuto ad affrontare (qualche volta anche a risolvere) le malattie dell'anima, volendo dare un nome più romantico a nevrosi e psicosi.
Lustri di Tribunale alle prese soprattutto con psicologi (gli psichiatri altra pasta, se non altro perché hanno studiato medicina e hanno altro approccio clinico, oltre alla risorsa fondamentale delle somministrazione dei farmaci, giustamente interdetta ai primi ). la nefasta conoscenza dei consulenti di parte e d'ufficio, hanno fatto calare, di molto, la considerazione per i pretesi protagonisti di questa materia e non è un caso che, parlando con primari e grandi nomi della psichiatria, si avverte un biasimo diffuso - quando addirittura, in specifici casi, disprezzo - per i prezzolati che battono i marciapiedi dei palazzi di giustizia.
Sostengo da tempo che la psicanalisi ha perso una grandissima occasione per dare prova della sua validità oggettiva, confinante con la scientificità, che le era stata offerta dal suo ingresso come supporto (fin troppo sopravvalutato, alla prova dei fatti) nel campo delle perizie in campo giudiziario. Le cose che ho visto e che ho letto di CTU e CT di parte sono da brividi, e sono spiegabili solo con incompetenza crassa o, alternative peggiori, superficialità,  predisposizione alla marchetta.  Mediando dal campo delle autenticazioni delle opere d'arte, si potrebbe riprendere il noto adagio : "per certificare un Giorgione mi accontento di un milione, per un Leonardo, ci vuole un bel miliardo...".
Naturalmente posso credere di essere stato particolarmente sfortunato, e la dozzina e passa di soggetti che mi hanno indotto queste amare parole sono l'eccezione. Può essere, e in fondo anche io qualche psicologo stimabile l'ho incrociato.
Però ammappa che sfiga a incontrarne così tanti degli altri !!



Torniamo al nostro invece bravo Recalcati, che non mi risulta avere bisogno delle consulenze per sbarcare il lunario, e anzi nel suo campo è diventato una piccola star.
Perché è bravo e, credo, anche perché figo di aspetto (ricorda un po' il primo Sgarbi) e di eloquio.
Il convegno era per il 70% presenziato da un pubblico femminile, assolutamente attento, è durato tre ore che sono passate leggere soprattutto grazie alla capacità affabulatoria del "nostro".

Proviamo a raccontarlo un po' questo convegno.

Siccome il libro è centrato sull'amore materno, Recalcati parte dal padre..., citando Lacan ( lui è un dichiarato lacaniano) : "il padre è colui che incarna la LEGGE nel DESIDERIO". Tradotto, è il padre che porta il segno del LIMITE, che insegna al figlio che NON TUTTO è possibile. Nel tempo, questo senso del limite, di ciò che non è possibile, ha cercato di plasmarsi in modo non ostativo al Desiderio, come probabilmente invece era ai tempi dei padri autoritari.
E qui subito una chiosa tinta di attualità : la trasmissione del senso del LIMITE tra padri e figli delle famiglie Foffo e Prato (i due giovani assassini di Luca Varani) non deve aver funzionato un granché bene.
Se il Padre è portatore della LEGGE, del segno del LIMITE, la madre lo è di un altro segno fondamentale : il valore della VITA.
Uno dei mali tipici dell'essere umano, specie quello moderno, vale a dire la DEPRESSIONE, è legato proprio alla cattiva trasmissione di questo valore.
Perché questa avvenga correttamente. è essenziale il DESIDERIO del FIGLIO, e che questo sia comune alla COPPIA.
Il DESIDERIO non va confuso con l'ESIGENZA, quel clic che scatta ad un certo punto dell'esistenza, per cui un uomo, più spesso la donna (che ha dei tempi biologici da rispettare, oggi più superabili attraverso artifici generativi non sempre apprezzabili) decidono che DEVONO AVERE un figlio, e se l'altro/a non è consenziente, o lo si obbliga o lo si lascia.
Quando il figlio invece nasce dall'amore della coppia, che desidera creare oltre sé e come frutto di sé , è più probabile - ancorché mai certo - la corretta trasmissione del valore della vita, col figlio che si possa avvertire come soggetto d'amore, unico e insostituibile.
Tornando alla madre, Recalcati ripropone la demitizzazione del momento magico della gravidanza, dove invece la donna può essere tranquillamente attraversata da sensazioni estreme ed opposte come da un lato un senso di onnipotenza (io do la vita !) , dall'altro di angoscia (sarà sano ? nascerà vivo ? ).
L'assenza o carenza  della trasmissione del valore della vita favorisce un'esistenza priva o carente di ORIENTAMENTO.
Ci lamentiamo di giovani sovente apatici, privi di vere passioni o quantomeno forti curiosità, che cercano di fuggire al malessere da ciò derivante tramite quella che Recalcati chiama "apatia frivola", e la ragione prima - magari mai unica - di questi stati è proprio la cattiva partenza.
In alcuni la "punizione" scatta ed è terribile.  Gli anoressici - quasi sempre soggetti femminili - si sentono deprivati di sensazioni essenziali quali unicità, insostituibilità, e decidono di "sparire" per segnare in eterno il responsabile di questa mancata trasmissione del senso della vita.
Le cure materne non sono fungibili, perché nelle mani della madre c'è il segno dell'UNICITA' del figlio. L'accudimento essenziale, che per esempio viene dato in ospedale ai neonati, particolarmente a quelli che si trattengono di più, per problemi dopo la nascita , garantisce la sopravvivenza, ma resta ANONIMO.
Il primo dono della Madre è proprio la sua presenza fisica, e il suo strumento primo, oltre al seno ovviamente, è rappresentato dalle mani, che ti prendono, che ti accarezzano, che ti soccorrono.
Fu Freud il primo a definire la Madre come "il primo soccorritore".
Oltre alle mani, la parola. E qui interviene un curioso quanto terribile aneddoto storico. Federico II si era posto il problema di stabilire quale fosse la lingua primordiale, quella che un essere umano impiegherebbe se non fosse condizionato dall'ambiente, dall'educazione.  Affidò quindi un plotone di neonati a delle balie cui fu vietato nel modo più assoluto e severo di rivolgere MAI la parola ai bambini. Morirono TUTTI.
Se la presenza fisica è il primo dono della MADRE (in realtà, precedente a questo, e FONDAMENTALE, lo sottolineo tanto quanto fatto da Recalcati, è il VERO DESIDERIO del figlio ) , il secondo sarà quello dell'ASSENZA.
E qui le cose si complicano, e parecchio. Anche giudicando dalle domande - pericolosamente involute...speriamo che le ragazze crescano nel proseguio...- delle specializzande in psichiatria, per le donne 'sta cosa che ad un certo punto devono staccarsi dal figlio proprio non gli suona !
Recalcati parte dallo svezzamento, e non esita a definire egoistico il ritardo della madre a ritardare questo momento. Mai conosciuto donne orgogliosissime nel dire di aver tenuto attaccato al seno il figlio per x mesi ? Io si, ahimè.
Vogliamo parlare del famigerato lettone ??
Recalcati ha avuto addirittura in cura un padre che era entrato in crisi per la sua estromissione dal letto coniugale dove imperavano madre e figlio. Lo convinse ad estromettere l'"intruso" riappropriandosi del suo ruolo.
Naturalmente il momento dello svezzamento, così come anche il non dormire attaccato alla madre, sono momenti di "lutto" per il bambino, assolutamente necessari.
La madre incapace di donare la sua "assenza" non è una buona madre tanto quanto quella avara di "presenza".
In medio stat virtus, si sa. Non è facile trovarlo, e Recalcati non esita a dire che i genitori sono condannati a sbagliare per definizione. Si procede a vista, nella defatigante ricerca di equilibrio tra Si e No, tra frustrazione e gratificazione. 

Risultati immagini per donna o madre

A questo punto Recalcati torna a puntare il faro sulla figura femminile, toccando  un tasto delicatissimo e importante.
Che fine fa la donna quando diventa madre ?
L'annullamento dell'essere femminile a favore della maternità è semplicemente PATOLOGICO.
"TUTTA MADRE" è SBAGLIATO.
Non provare desideri VERI oltre e al di fuori dei figli è esistenzialmente fallimentare.
Che ci sia un tempo fisiologico in cui si possa creare un'osmosi quasi simbiotica tra madre e figlio ci sta, con la conseguente estromissione del padre. Accade anche che il ruolo materno prevalga nell'immaginario del compagno, con l'attribuzione di una sorta di sacralità alla donna divenuta madre, e la conseguente "inviolabilità" della stessa.  Ma sono fenomeni che, per non sconfinare nella patologia, devono durare poco, qualche mese. Oltre, si è nei guai.
La fusione Madre - Figlio va evitata, per salvaguardare la Donna - e la relazione - ed è importante la persistenza di altri desideri, come l'affermazione nel lavoro, l'amore per un uomo (meglio se è il compagno...).

A questo punto il buon Recalcati guarda l'orologio, incrocia lo sguardo con uno dei coordinatori il convegno e conclude in modo del tutto originale : "Come stiamo messi ? Male eh ? Finisco qui".
Risate e applausi scroscianti.

Prima del dibattito,  prende la parola un collega di Recalcati, il professor Correale, che fa alcune osservazioni interessanti sulla relazione del primo, per poi passare alle domande del pubblico.
Rispondendo a queste, Recalcati ribadisce con forza i concetti espressi. Troppi bambini nascono per sbaglio o per rabbia, non dall'amore della coppia e dal desiderio condiviso del figlio.
E' un vulnus grave, la cui riparazione passa da un successivo incontro fortunato che riarrotola il nastro e cura quel principio disgraziato, che può condurre anche ad epiloghi tragici (a volte bisogna aspettare quello con l'analista giusto...).
Nel riproporre e spiegare il concetto più difficile per le astanti (a me, immodestamente, è sembrato chiarissimo da subito, forse perché di mio sono un sostenitore del valore dell'assenza, nella ricerca preziosa della giusta distanza) , cioè il dono della MANCANZA, Recalcati cerca di introdurre un concetto prezioso : AMARE E' DONARE QUELLO CHE NON SI HA.
Detto così, sembra una frase ad effetto, ma ecco degli esempi semplici che chiariscono. La madre africana che si toglie il cibo di bocca per darlo al figlio, dona quello che NON HA.
La signora Recalcati, alle prese con un marito brillante e di successo, preso tra pazienti, lezioni, libri e conferenze, chiede come segno d'amore quello che l'uomo NON HA : il tempo.
Rifletteteci bene. Nel mondo la maggioranza delle persone NON danno un granché, anche se sono tanti quelli che non se ne accorgono, convinti che il semplice esercizio di un ruolo (genitore, professionista, amante) comporti comunque un "dare".
Poi ce ne sono molte che danno, anche con generosità, MA QUELLO CHE HANNO.
E mi spiego. Se io sono una persona prodiga, da 1 a 10 quanto mi costa regalare ?  Abbastanza poco. Certo, è bello incontrare un prodigo, assolutamente. E s'innesca, in questo caso, un cerchio perfetto dove uno è gratificato nel dare e l'altro ben contento di ricevere. Benissimo. Ma è amore ? Recalcati dice di no.
E veniamo alla terza ipotesi. Io sono una persona che la parola pazienza non la sa nemmeno scrivere.  Mi domando sempre quante zeta ci vogliano... Però a volte, nei confronti di determinate persone, in particolari situazioni, io mi sforzo di essere paziente.
Magari non ci riesco ma in quel momento io ho un gesto d'amore per l'altro.
In fondo è semplice no ? Da capire, NON da fare...

Si conclude con parole rassicuranti sulle imperfezioni materne, sui sentimenti di inadeguatezza e di insofferenza, a volte anche rabbiosa, nei confronti di quell'anguilla inafferrabile che spesso è il figlio : è NORMALE provare certi sentimenti.
E' normale anche, rispetto al vizio ineludibile dell'idealizzazione, pensare "mio figlio è un bidone", lontanissimo da ciò che avevamo immaginato (e sognato), accorgendosi però che, nonostante questo, lo continuiamo ad amare, così, per quello che è (se ci pensate, vale assolutamente anche nella coppia).

Le ultime battute sono regalate all'attualità e Recalcati dona  in pillole il suo pensiero :
1) L'amore è sempre eterosessuale, MA l'eterosessualità non c'entra con l'anatomia (se volete precisazione, scrivetegli. Ormai andava volando)
2) Maternità e Paternità non sono elementi che hanno a che fare con la biologia ma con la cura.
3) Quando il figlio viene dalla volontà dell'UNO, e non dal NOI, si prospettano guai grossi, a volte tragici.
4) Utero in affitto : non gli piace.  E' qualcosa che vuole approfondire, ma che non vede bene, cogliendo una anomala, innaturale discontinuità.
5) Preservazione delle funzioni di Padre e Madre. Genitore 1 e genitore 2 poteva essere concepito solo dalla mente bacata dei modernisti alla matriciana, coadiuvata da burocrati pilateschi.  Dopodiché Recalcati è testimone di coppie gay dove i due sapevano essere perfettamente portatori dei segni distintivi propri delle due funzioni : il padre Legge e la madre Vita.

Ah, statisticamente, per quello che vale, e per chi vuole sentire : le coppie omosessuali durano di meno, sono più volatili.

Finisce qui, che sono stato anche troppo lungo.
Andrò in libreria, a cercare i libri di Recalcati, anche se mi hanno avvertito : parla meglio di come scrive.

Risultati immagini per donare quello che non si ha a qualcuno che non lo vuole

mercoledì 16 marzo 2016

LA CONFUSIONE, PERICOLOSA, TRA DESIDERI E DIRITTI

Risultati immagini per DESIDERI E DIRITTI

La mia posizione in tema di stepchild adoption, che definirei "moderata", o "terzista" rispetto alle legioni contrapposte di famiglie arcobaleno e cattoliche integraliste, temo mi abbia alienato il favore di una cara e storica amica, etero fino ai 40 anni e poi innamoratosi di una persona del suo stesso sesso, con la quale ha costituito una famiglia con tanto di bimba ( partorita dalla mia ) e alla quale auguro ogni bene (la parola felicità non la uso, sufficientemente abusata dagli altri ).
Ovviamente la cosa mi dispiace, e accetto con serenità un periodo di malumore e decantazione. Se invece la mia diversa opinione avesse addirittura comportato il venire meno dell'affetto costruito in un decennio a volte anche faticoso, bè allora le valutazioni sarebbero diverse, perché il rispetto delle altrui convinzioni, ancorché si pensino convintamente sbagliate (a me con lei è accaduto parecchie volte, e più spesso i fatti mi hanno dato ragione, specie in campo sentimentale), è un must.
Oggi sono incappato nella riflessione di un uomo di sinistra, che peraltro prende spunto da quella di Giuseppe Vacca,  presidente dell'Istituto Gramsci, che propongo e che condivido.
Non è una lettura agevole, ma con attenzione e impegno la si può portare a termine, magari con il positivo esito di porsi qualche dubbio, sempre utile tra troppe granitiche certezze, tipiche dei manichei e fondamentalisti.
Buona Lettura



Non è giusto trasformare ogni desiderio in diritto

di Claudio Magris

 Risultati immagini per DESIDERI E DIRITTI

Può ogni desiderio (escludendo beninteso quelli criminosi) costituire un diritto? Una delle pochissime persone che hanno affrontato questa domanda con rigore, chiarezza e umanità è stato Giuseppe Vacca, presidente dell’Istituto Gramsci. Come Vacca, pure Mario Tronti, senatore del Pd e, cosa ben più importante, leader e forte testa pensante dell’operaismo italiano degli anni Settanta, riconoscendo tutti i diritti alle coppie omosessuali (assistenza, eredità, convertibilità delle pensioni e così via), ha espresso forti riserve sulle adozioni gay, tanto da sottoscrivere il documento contrario a quest’ultime. Non è un caso che tali chiare e sofferte prese di posizione vengano da figure di rilievo della cultura marxista, formate da un pensiero forte capace di affrontare la drammaticità del reale e la difficoltà e necessità delle scelte.

L’odierna e dominante «società liquida» (come l’ha chiamata Bauman) miscela invece ogni problema e ogni presa di posizione in una melassa sdolcinata e tirannica, in un conformismo che ammette tutto e il contrario di tutto.
Tranne ciò che contesta il suo nichilismo giulivo e totalitario.

Il diritto — ricordava di recente sul Piccolo un autorevole costituzionalista, Sergio Bartole — tutela l’individuo ma anche la società e non può disinteressarsi delle ricadute di una legge sull’antropologia civile ossia sui fondamenti che tengono insieme una comunità e una società.
Uno dei primissimi a capire la trasformazione delle autentiche e umane visioni del mondo in un indistinto titillamento pulsionale è stato Pasolini, quando scriveva sull’aborto o quando diceva che il voto per il divorzio era un voto giusto — anche lui aveva votato a favore del divorzio — che tuttavia molti avevano dato per ragioni sbagliate. La maggioranza aveva votato come lui, ma egli non poteva riconoscersi in essa, perché lui aveva votato per il divorzio quale rimedio a situazioni dolorose e bloccate, quale possibilità di ricomporre esistenze inceppate.

Rimedio ovvero eccezione che non negava i valori e sentimenti della famiglia né la funzione formatrice della sua unità.
Quella maggioranza che aveva votato come lui gli riusciva odiosa, espressione di un relativismo nichilista che riduce tutto, anche sentimenti e valori, a merce di scambio e tende sempre più a dissolvere ogni unità forte di vita e di pensiero. Lo si constata sempre più in ogni settore, dalla politica alla cultura alla vita privata. È il trionfo del consumo, denunciato da Pasolini; del consumo che esorbita dal suo ambito — il consumo e la possibilità di accedervi sono ovviamente una fondamentale condizione di vita dignitosa e godibile — per inglobare ogni aspetto della realtà e dell’esistenza.

«Il riconoscimento per legge del desiderio individuale quale fonte della libertà e del diritto» — ha detto Giuseppe Vacca — crea inevitabilmente frammentazione e atomizzazione in ogni campo. Non a caso nascono molte nuove e spesso effimere formazioni politiche sorte dall’impulso a scindersi, alla prima divergenza, da una precedente aggregazione con la cui linea prevalente non si concorda. Molti anni fa, in uno dei suoi geniali saggi, Lealtà, defezione e protesta , Albert Hirschman analizzava le diverse possibilità, reazioni e soluzioni che possono verificarsi quando all’interno di una compagine (collettiva o personale, partito politico, chiesa, matrimonio o unione di fatto) sorgono delle controversie.

Se i contrasti, anche chiariti duramente e mai del tutto superati, risultano compatibili, l’unione persiste: i coniugi non divorziano, i compagni non si lasciano, i dissidenti non escono dal partito o dalla chiesa. Se i contrasti si rivelano — per ragioni oggettive o per la psicologia dei contendenti — inconciliabili, l’unità viene intaccata: secessione dal partito, microscisma della chiesa quello di Lefebvre, separazione dei partener. Il distacco può avvenire nel rispetto e nella persistenza di un legame affettivo oppure nello scontro violento, in cui l’originario legame si trasforma in feroce avversione.

Se quel legame, di qualsiasi genere, era stato autentico, la sua rottura non dovrebbe avvenire senza responsabili tentativi di sanare le ferite. Si assiste invece a una continua accelerazione dei processi dissolutivi, uscite, rientri e nuove uscite da gruppi politici e proliferazione di questi ultimi, tempi sempre più abbreviati per lo scioglimento delle unità famigliari e affettive, eterno amore che finisce alla prima lite per la scelta delle vacanze. Se acquisto uno shampoo e non ne sono soddisfatto, posso sostituirlo immediatamente, ma dovrebbe essere diverso se il distacco avviene da una persona un tempo cara, da un partito o da una chiesa in cui ci si era riconosciuti. Invece la velocità delle conversioni o delle apostasie è invece sempre più alta, non si riesce più a seguire chi ha fondato un nuovo partito o una nuova corrente perché questi sono già riconfluiti in un altro alveo, così come non si riesce a star dietro a chi si separa da chi per mettersi con chi nelle riviste illustrate che si leggono dal parrucchiere.

Diritti e desideri. Ogni desiderio, se è forte, chiede, esige di essere appagato, e in questa tensione, qualsiasi sia il desiderio, c’è uno struggimento, una nostalgia dolorosa che sono parte essenziale della nostra persona. Possono tutti essere riconosciuti per legge? Anche l’incesto può essere brutale violenza ma anche passione umana, come ci hanno raccontato tante umanissime storie di vita vissuta e tanta grande letteratura. In Svezia, anni fa, un fratello e una sorella avevano chiesto di sposarsi, cosa che non fu loro concessa e non credo solo per timori eugenetici, che potrebbero comunque venire in vari modi aggirati. Freud (per tali ragioni pure duramente attaccato) ci ha insegnato che con la sublimazione di certi desideri, a esempio ma non solo quelli edipici, con la loro trasformazione in un’altra forma di amore, ha inizio la civiltà. È una sciagura sublimare troppo, ma lo è anche non sublimare nulla. Si è visto nella famiglia tradizionale un nucleo dell’antropologia civile. La famiglia tradizionale può essere e molte volte è stata anche violenta, soffocante e nemica del libero sviluppo della persona. È ovvio che persone capaci di intelligente e attento amore possano far crescere un bambino meglio di genitori carnali incoscienti e snaturati o anche solo ottusamente incapaci di intelligente amore.

L’amore omosessuale può essere elevato o turpe al pari di quello eterosessuale. Basta aver letto Il Grande Sertão di João Guimarães Rosa per sapere e capire che ci si innamora non di un sesso, ma di una persona. Ma gli antichi Greci celebravano l’amore omosessuale per il suo rapporto anche spiritualmente diverso con la generazione, con la radice duale dell’umanità. Ho conosciuto e conosco omosessuali bravi genitori del loro figlio — avuto da una donna, non da un utero affittato. In ogni caso, il protagonista non è il desiderio della coppia né omo né eterosessuale, bensì il bambino, che comunque nasce da un uomo e da una donna e la cui maturazione è verosimilmente arricchita dalla crescita non necessariamente con i genitori naturali ma con un uomo e una donna, espressione per eccellenza di quella diversità (culturale, nazionale, sessuale, etnica, religiosa e così via) che è di per sé più creativa e formativa di ogni identità a senso unico. Il bambino, ha scritto su Facebook Vannino Chiti, «è soggetto di diritti, non un mero oggetto di desideri».

lunedì 15 febbraio 2016

ALDO CANOVARI, ANARCOLIBERTARIO, E UN LIBRO SULLA LIBERTA' DA LEGGERE



Eppure ci sono.  In un paese dove da 20 anni la parola "liberale" ha ritrovato nobiltà, ma nel quale il DNA statalista è assolutamente radicato e prevalente ( sono in campo sessuale-familiare la rivendicazione anarcoide ha un qual certo, crescente successo ), vedere che non solo qualcuno accende la fiaccola del libertarismo , ma persevera per 30 anni e trova anche una minoranza non insignificante di "fedeli", è un'autentica, piacevole sorpresa.
Parliamo di Aldo Canovari, coraggioso fondatore di LiberiLibri, e del volume, edito dall'Istituto Bruno Leoni,  che a lui si ispira, curato da Serena Sileoni, e nel quale intervengono tanti autori di assoluto pregio : tra cui Guido Vitiello, Giovanni Orsina, Giuliano Ferrara, Pierluigi Battista.
Il Carattere della Libertà, s'intitola, e promette di essere un'oasi rigenerante rispetto al main stream dominante.
Con anche qualche provocazione niente male, come l'abolizione delle elezioni e l'attribuzione delle cariche per sorteggio.
In fondo, a pensarci bene, da quel che si vede ciò che sono diventate le elezioni, tra nominati, primarie nei gazebo e parlamentarie in rete, potrebbe anche andare meglio.




 

Trent’anni da marziano libertario, l’avventura di Aldo Canovari



In Italia l’anarcocapitalismo libertario è roba da marziani. Pensateci un po’. Da noi il culto dello Stato è radicato, sia pure con accentuazioni diverse, a destra (postfascisti) come a sinistra (postcomunisti). E alligna pure tra i liberali, che in fondo nell’Ottocento il nostro Stato unitario lo hanno costruito. La religione predominante è un cattolicesimo propenso al paternalismo, tanto nelle correnti conservatrici quanto in quelle progressiste. Gli anarchici italiani, da parte loro, con personaggi di spicco quali Errico Malatesta e Armando Borghi, hanno sempre combattuto il capitalismo. Anche la Lega, per quanto ostile al Fisco esoso, predica il protezionismo in economia e il rispetto della tradizione nel campo del costume. Perfino Marco Pannella, forse il nostro leader politico più libertario, ha sempre perseguito l’intesa laico-socialista.
Ci voleva quindi tutto l’anticonformismo di Aldo Canovari, piccolo e combattivo editore di Macerata, per cominciare a proporre nel 1986, con il marchio Liberilibri e una veste grafica di rara eleganza, testi che coniugano massima fiducia nel mercato e nell’impresa, garantismo coerente in campo giudiziario, minima intromissione delle autorità nelle scelte di vita dell’individuo. Anche dell’individuo egoista e vizioso, riabilitato da Walter Block nei due volumi della sua opera Difendere l’indifendibile , editi da Liberilibri nel 1995 e nel 2015. Un testo in cui l’economista americano prende le parti di speculatori, ruffiani e crumiri. Roba da marziani, appunto.
Ciò nonostante, a trent’anni dall’avvio dell’avventura, quanto meno quelle idee hanno conquistato un diritto di cittadinanza che prima non avevano. Per esempio un testo fondamentale come La libertà e la legge del giurista Bruno Leoni, uscito nel 1961 in inglese, è stato finalmente tradotto nel 1994 (meglio tardi che mai) grazie a Liberilibri, a cura di Raimondo Cubeddu, nella lingua madre dell’autore. E non stupisce quindi che proprio l’Istituto intitolato a Leoni abbia deciso di celebrare Canovari e i suoi tre decenni di assidua attività con un volume, Il carattere della libertà (Ibl Libri, pagine 182, e 16), che contiene contributi di molti nomi noti: Pierluigi Battista, Giuliano Ferrara, Antonio Martino, Alberto Mingardi, Giovanni Orsina, Quirino Principe, Florindo Rubbettino, Guido Vitiello e altri.
Introduce il tutto un racconto di Albert J. Nock (1870-1945), saggista americano che dipingeva il potere politico di ogni genere alla stregua di un’organizzazione criminale: non a caso il suo saggio più famoso, pubblicato da Liberilibri nel 1995, s’intitola Il nostro Nemico, lo Stato .
La provocazione più forte si trova tuttavia nell’intervento di Serena Sileoni, che ha curato il volume in onore di Canovari. La vicedirettrice dell’Istituto Bruno Leoni non esita infatti a mettere in dubbio la «leggenda collettiva» della sovranità popolare e persino il «dogma democratico», fondato sulla designazione dei governanti per via elettorale, ipotizzando che il ricorso al sorteggio, almeno per alcune cariche, potrebbe rivelarsi utile. Ancora una volta, roba da marziani.
@A_Carioti

venerdì 6 marzo 2015

MOSAICO DI DONNA. UN'OPERA AL FEMMINILE CHE PIACE ANCHE AGLI UOMINI

Mosaico di Donna: il capolavoro di Cecilia Bernabei

Domenica è la festa della donna. In odore - piuttosto intenso - di misoginia, non è una festa che mi scalda il cuore, forse in questo condizionato dagli eccessi del femminismo più radicale visti all'opera negli anni della giovinezza ( i '70, per intenderci).
Però all'emancipazione femminile, alla parità dei diritti, e anche un po' dei doveri, della donna di essere messa in grado di esprimere ed affermare la propria personalità, e quindi di rendersi autonoma ed indipendente, senza "omocentrismi" piuttosto penosi, ecco a queste cose ci credo.
E quindi plaudo convinto quando mi trovo di fronte ad un'opera tutta al femminile però ben fatta, come quella che ho visto lunedì scorso al Caffe Letterario di via Ostiense che ha ospitato la prima di "Mosaico di Donna", lavoro teatrale di Cecilia Bernabei, protagoniste quattro giovani attrici che si alternano nel rappresentare più o meno celebri personaggi della storia in "quota rosa" : Penelope, Messalina, Roswitha di Gandersheim, Costanza d'Altavilla e Christine de Pizan.
Confesso che della terza (Roswitha) e dell'ultima ( Christine) non sapevo nulla e, incuriosito, sono andato un po' a leggere (il teatro serve anche a questo), apprendendo così che la prima fu una poetessa e autrice di drammi, mentre la seconda fu la prima scrittrice professionista della storia, con l'evidente missione di combattere la misoginia e il pregiudizio maschile. Insomma, un' antenata del femminismo ( i suoi scritti sono del 1400...). 
Il tema non è originale : l'enunciazione e il biasimo degli stereotipi maschili contro le donne, e il dilemma per queste ultime se sottostarvi, per non allarmare l'uomo dominante, o ribellarsi. Ma il testo elaborato dalla bravissima autrice, Cecilia Bernabei lo è, e si fa seguire con attenzione ed interesse per l'ora ed un quarto circa che dura l'opera.
Brave, ripeto, le attrici, non solo nel rappresentare le protagoniste ma anche nel "coro" che fa ad esse da contorno. 
In particolare, delle quattro, personalmente mi hanno colpito Chiara Leone Chiara Leone, che ha interpretato Penelope riuscendo, qua e là, a strappare anche un sorriso per qualche passaggio sottilmente ironico, e Francesca de Magistris.
Quest'ultima ha interpretato Costanza d'Altavilla, e la regalità si addice a quella più giovane del gruppo di attrici in scena : bella, altera, appassionata senza esagerare. 
Francesca de Magistris l'ho vista altre volte a teatro negli ultimi due anni e devo dire che la trovo in costante crescita professionale. 
Naturalmente deve progredire, ma sono convinto che la stoffa ci sia, accompagnata da impegno e volontà. E' anche bella, il che non dovrebbe guastare.
VALENTINA CAIMMI, FRANCESCA de MAGISTRIS, AZZURRA SOTTOSTANTI
Sicuramente brava anche Valentina Caimmi, che ha dato voce e volto ai due personaggi letterari - Roswhita di Gandersheim e Christine de Pizan - mentre un gradino appena al di sotto del comunque valente gruppo Azzurra Sottostanti, ma è una personalissima impressione, e comunque si tratta di un "sette" a fronte degli otto delle altre. 
In conclusione, un'opera da andare a vedere, e, suggerita da un maschilista, c'è da fidarsi direi...
L'8 marzo non sono in scena ma il 12 e 13 sì, all' Antigone di Roma. 

Quattri attrici calcano la scena presentando agli spettatori cinque profili femminili passati alla storia: Penelope, Messalina, Rosvita di Gandersheim, Costanza D’Altavilla e Christine De Pizan. - See more at: http://www.tribunaitalia.it/2015/03/05/mosaico-di-donna-il-capolavoro-di-cecilia-bernabei/#sthash.1HplOo5f.dpuf
Quattri attrici calcano la scena presentando agli spettatori cinque profili femminili passati alla storia: Penelope, Messalina, Rosvita di Gandersheim, Costanza D’Altavilla e Christine De Pizan. - See more at: http://www.tribunaitalia.it/2015/03/05/mosaico-di-donna-il-capolavoro-di-cecilia-bernabei/#sthash.1HplOo5f.dpuf


Quando la donna antica è emersa dai polverosi resoconti degli storici o è comparsa tra i versi di qualche poeta, poche volte è stata riconosciuta per i suoi meriti, molto più spesso per la parentela con qualche uomo famoso. La tipologia femminile più comunemente apprezzata è quella della donna “dalle bianche braccia“, moglie fedele e affettuosa, incarnata da Penelope, la celebre moglie dell’eroe Ulisse, come dimostra non solo la letteratura, ma anche gli epitaffi di molte donne dell’antichità, tutte “brave mogli” e “brave madri“. A vestire i suoi panni è la brillante Chiara Leone. - See more at: http://www.tribunaitalia.it/2015/03/05/mosaico-di-donna-il-capolavoro-di-cecilia-bernabei/#sthash.1HplOo5f.dpuf

lunedì 9 febbraio 2015

HEIDEGGER SPIEGA LA "SUA " SHOA : GLI EBREI SI AUTOANNIENTARONO.

 

Un Heidegger agghiaccante quello che emergerebbe dall' ultimo dei suoi "Quaderni neri", presto pubblicato da Bompiani anche in Italia, in cui il discusso filosofo tedesco spiegherebbe nel dettaglio il suo antisemitismo "metafisico". Gli ebrei sono i campioni della degenerazione moderna dell' Essere, propagandando nell'Occidente il dominio della tecnica e così fiaccandone lo Spirito. 
"l’Ebreo è la fine che deve semplicemente finire; solo così può emergere l’«altro inizio» e intravedersi il nuovo mattino europeo" scrive Donatella Di Cesare, riportando il pensiero aberrante del noto filosofo.
Da leggere, sia pure con difficoltà. 




Heidegger: «Gli ebrei si sono autoannientati»
Nei nuovi «Quaderni neri» del filosofo 
l’interpretazione choc della Shoah 
Donatella Di Cesare
 
 



La Shoah è «l’autoannientamento degli ebrei». Questa tesi di Heidegger affiora nel nuovo volume dei Quaderni neri , curato da Peter Trawny, che sta per essere pubblicato in Germania dall’editore Klostermann ( Gesamtausgabe 97 , Anmerkungen I-V ). Si tratta delle Note risalenti al periodo cruciale che va dal 1942 al 1948. Fa parte del volume, di 560 pagine, anche il quaderno del 1945/46, che sembrava fosse andato perduto e che è stato recuperato la scorsa primavera.
Gli ultimi anni del conflitto planetario, la sconfitta della Germania, la presenza delle forze alleate sul suolo tedesco sono gli eventi che fanno da sfondo a quella che, anche altrove, Heidegger chiama «storia dell’Essere», il cammino della filosofia in grado di aprire un varco per la salvezza dell’Occidente. Dopo il 1945 il cammino non si interrompe, ma si ripiega su di sé, fra tornanti e vie traverse. Heidegger non smette di cercare l’«altro inizio», l’alba dell’Europa, sebbene orientarsi sia divenuto quasi impossibile. Le macerie della Germania attestano, senza equivoci, il fallimento della missione affidata al popolo tedesco. Insieme a questo naufragio epocale Heidegger vive anche il proprio tracollo accademico: l’ex rettore di Friburgo nel 1946 viene interdetto dall’insegnamento.
Il volume 97 dei Quaderni neri offre, dunque, una prospettiva inedita sul pensiero di Heidegger. Tanto più che, come quelli già pubblicati, coniuga riflessione filosofica e analisi puntuale degli avvenimenti storici.
Ma questo volume è destinato a lasciare il segno soprattutto perché cancella un luogo comune della filosofia del Novecento: il «silenzio di Heidegger» dopo Auschwitz. Se gli ebrei hanno un ruolo di primo piano nei precedenti Quaderni neri , che vanno dal 1931 al 1941, se la «questione ebraica» è strettamente connessa alla questione dell’Essere — come ho cercato di mostrare nel mio libro recente — non può sorprendere che Heidegger parli della Shoah e la consideri sia sotto l’aspetto filosofico sia sotto quello politico.
Selbstvernichtung , autoannientamento, è la parola chiave: gli ebrei si sarebbero autoannientati. Nessuno potrebbe allora essere chiamato in causa, se non gli ebrei stessi. Già nei quaderni del 1940 e del 1941, quando viene avanzata l’esigenza di una «purificazione dell’Essere», fa la sua inquietante comparsa il termine «autoannientamento».
Rigoroso e coerente, Heidegger non fa che trarre la conclusione da tutto quel che ha detto in precedenza. Gli ebrei sono gli agenti della modernità; ne hanno diffuso i mali. Hanno deturpato lo «spirito» dell’Occidente, minandolo dall’interno. Complici della metafisica, hanno portato ovunque l’accelerazione della tecnica. L’accusa non potrebbe essere più grave.
Solo la Germania, grazie alla ferrea coesione del suo popolo, avrebbe potuto arginare gli effetti devastanti della tecnica. Ecco perché il conflitto planetario è stato anzitutto la guerra dei tedeschi contro gli ebrei. Se questi ultimi sono stati annientati nei lager, è per via di quel dispositivo, di quell’ingranaggio che, complottando per il dominio del mondo, hanno ovunque promosso e favorito. Il nesso fra tecnica e Shoah non deve sfuggire. Ed è proprio Heidegger ad avervi fatto allusione altrove. Che cos’è infatti Auschwitz se non l’industrializzazione della morte, la «fabbricazione dei cadaveri»?

In linea con il suo antisemitismo metafisico, Heidegger vede dunque nello sterminio un «autoannientamento». La Judenschaft , la «comunità degli ebrei» — scrive nel 1942 — «è nell’epoca dell’Occidente cristiano, cioè della metafisica, il principio di distruzione». Poco più avanti aggiunge: «Solo quando quel che è essenzialmente “ebraico”, in senso metafisico, lotta contro quel che è ebraico, viene raggiunto il culmine dell’autoannientamento nella storia».
La Shoah avrebbe allora un ruolo decisivo nella storia dell’Essere, perché coinciderebbe con il «sommo compimento della tecnica» che, dopo aver usurato ogni cosa, consuma se stessa. In tal senso lo sterminio degli ebrei rappresenterebbe quel momento apocalittico in cui ciò che distrugge finisce per autodistruggersi. Culmine «dell’autoannientamento nella storia», la Shoah rende quindi possibile la «purificazione dell’Essere».
Ma si raggiunge questo culmine? Si autoannienta l’ebraismo mondiale ad Auschwitz? Al termine non dovrebbero esserci vincitori e vinti — categorie ancora metafisiche. Piuttosto l’Ebreo è la fine che deve semplicemente finire; solo così può emergere l’«altro inizio» e intravedersi il nuovo mattino europeo.
Quando Heidegger scrive, nel 1942, le officine hitleriane della morte funzionano a ritmo serrato. Eppure, dopo la guerra, il «culmine dell’autoannientamento» non sembra raggiunto. Gli agenti della macchinazione — malgrado i milioni di morti — potrebbero persino apparire vittoriosi. Allora costituirebbero un pericolo immane per i tedeschi, perché li trascinerebbero nel loro «ingranaggio di morte».

Dopo il 1945 Heidegger osserva: gli «elementi estranei» continuano a deturpare la «nostra defraudata essenza». E si interroga sui tedeschi, sulla «facilità con cui si lasciano sedurre dagli stranieri», sulla loro «incapacità politica», sulla «radicalità con cui compiono anche gli errori più eclatanti».
In fondo la posizione di Heidegger non è dissimile da quella di Carl Schmitt e di molti altri tedeschi che si sentono sconfitti, ma solo militarmente e solo in forma temporanea. Gli ebrei, eliminati dal corpo della nazione, vengono avvertiti come una presenza spettrale e ingombrante.
Nel volume 97 dei Quaderni neri compare, a questo proposito, una lunga annotazione di Heidegger che farà certo discutere. L’occasione è offerta dai volantini distribuiti alla popolazione tedesca dal comando alleato, nei quali, sotto le foto dei lager liberati, è scritto: «Queste azioni infami sono colpa vostra!».
Heidegger replica: «Il mancato riconoscimento di questo destino (il destino del popolo tedesco), l’averci repressi nel nostro volere il mondo, non sarebbe forse, una “colpa”, e una “colpa collettiva” ancor più essenziale, la cui enormità non può essere misurata all’orrore delle “camere a gas”, una colpa più terribile di tutti i “crimini” ufficialmente “stigmatizzabili”, della quale nessuno si scuserà nel futuro? Si intuisce già ora che il popolo e la terra tedeschi non sono che un solo campo di concentramento ( ein einziges Kz ) — quale il mondo non ha ancora visto e che il mondo non vuole vedere — un non-volere ben più volente e consenziente della nostra assenza di volontà verso l’inselvatichirsi del nazionalsocialismo».
Gli alleati non hanno compreso la missione dei tedeschi e li hanno fermati nel loro progetto planetario. Questo crimine sarebbe ben più grave di tutti gli altri crimini, questa colpa non avrebbe termini di paragone, neppure con le «camere a gas» (espressione inserita tra virgolette!). Per la storia dell’Essere il vero incommensurabile misfatto è quello compiuto contro il popolo tedesco che avrebbe dovuto salvare l’Occidente.
Ma Heidegger non crede che sia tutto finito — proprio perché il «culmine dell’autoannientamento» non è stato raggiunto. C’è ancora un futuro per la Germania, e per l’Europa guidata dal popolo tedesco. Si moltiplicano allora gli interrogativi. Heidegger pensava a un Quarto Reich? E perché, a metà degli anni Settanta, ha progettato la pubblicazione dei Quaderni neri ? Che cosa si aspettava dall’Europa in cui noi oggi viviamo?
Certo sarebbe semplice — come sembra suggerire Emanuele Severino — lasciare da parte i Quaderni neri . Ma a vietarlo è lo stesso Heidegger. Qui non si tratta infatti di documenti storici (come nel caso aperto decenni fa da Victor Farías), bensì degli scritti stessi del filosofo, strettamente connessi con il resto della sua opera. Si può capire allora l’esigenza di rileggere ad esempio Essere e tempo — come ha fatto al convegno di Parigi il giovane filosofo israeliano Cédric Cohen-Skalli, paragonando Heidegger a Walter Benjamin. Il che non vuol dire, come pretenderebbero alcuni, proscrivere o bandire Heidegger, ma confrontarsi con la complessità della sua riflessione in modo aperto e critico. Sarebbe questa forse, per la filosofia, l’occasione per pensare nella sua profondità abissale la Shoah.

mercoledì 14 gennaio 2015

ESISTE VERAMENTE UN CORANO "MODERATO" ?



Vittorio Messori è uno scrittore e giornalista italiano specializzato in temi religiosi. Assolutamente interessante il suo intervento pubblicato oggi nella pagina delle opinioni del Corriere, dove spiega perché ci saranno anche i musulmani moderati, ma quelli radicali hanno più probabilità di trovare corrispondenza tra le loro idee e la lettera del loro libro sacro, il Corano. Non sono certamente in grado, per ignoranza assoluta di quel testo - come del resto conosco poco della Bibbia e non molto di più dei Vangeli - , di confermare o smentire  questa tesi. Però è un fatto storico che gli Stati Musulmani, per lo più, qualche problema con i valori di democrazia, libertà individuale, parità di genere, ce l'hanno avuta e ce l'hanno. Sulla tolleranza, nei confronti delle altre fedi per esempio, le fasi si sono alternate, quella di oggi non sembra particolarmente propizia.
Comunque una riflessione da leggere.


La vera radice dell’estremismo 
 
 
Del rabbi Giuseppe Laras — eminente nell’ebraismo italiano non solo per cultura ma anche per sensibilità religiosa — ho sempre apprezzato la schiettezza nell’esporre le sue convinzioni. Così, nell’articolo di ieri su questo giornale, non esita a iniziare affermando che «siamo in guerra, siamo solo agli inizi eppure non vogliamo prenderne coscienza».
Da realista, sarei propenso a dargli ragione: terminata, per collasso e abbandono del campo da parte del nemico, la Terza guerra mondiale (detta «fredda», ma pur sempre guerra), ecco la nuova Pearl Harbor, in un mattino di un 11 settembre a New York. Ecco, diciamolo con la chiarezza di Laras, la Quarta guerra mondiale. L’ipocrisia dell’ideologia oggi egemone, la political correctness , ha tentato e tenta esorcismi, costruendo, per tranquillizzarsi, un ideale di «islamismo moderato», da incoraggiare e accrescere ripetendo il mantra del «dialogo». Ma chi conosce davvero il Corano, chi conosce la storia e la società cui ha dato forma in un millennio e mezzo, sa che non hanno torto quei musulmani che chiamiamo «estremisti» (usando le nostre categorie occidentali) a gridare, kalashnikov alla mano, che un maomettano «moderato» è un cattivo maomettano. O, almeno, è un vile che Allah punirà. Quanti, tra coloro che si scandalizzano per questo, quanti hanno letto per intero, senza censure mentali, il Corano e magari anche le monumentali raccolte di hadith , i detti attribuiti al Profeta?
Un amico francese, religioso cattolico a Gerusalemme e noto biblista, mi raccontava di recente che, nel loro convento, serviva da sempre, come factotum, un ormai anziano musulmano. Onesto, gran lavoratore, di tutta fiducia, faceva ormai parte della famiglia e tutti quei religiosi gli volevano bene, sinceramente ricambiati. Un venerdì, l’uomo tornò dalla moschea con un’aria accasciata. Il superiore della casa, insistendo, riuscì a farlo parlare. Disse: «Oggi l’imam che dirige la preghiera ci ha detto, nella predica, che nel giorno del trionfo di Allah e del suo Profeta, nel giorno che presto verrà e in cui libereremo questa Santa Città da ebrei e cristiani, tutti gli infedeli che non faranno subito professione di fede dovranno essere uccisi. Così vuole il Corano cui noi tutti dobbiamo obbedire». Una pausa, e poi: «Ma non tema, padre, sa che io vi voglio bene, so come fare, se dovrò sopprimervi troverò il modo di non farvi soffrire».
L’aneddoto, purtroppo, è autentico. Come autentiche sono le domande poste, con cortesia e insieme con crudezza, da Giuseppe Laras e che possono, credo, riassumersi così: è possibile, per il mondo islamico, accettare quella tolleranza, quella distinzione tra politica e religione, quella eguaglianza tra persone di diverse fedi, quel rifiuto — senza eccezioni — della violenza, quelle realtà insomma su cui basare un mondo, se possibile meno disumano? Come si sa, nel 1948, gli allora non molti Stati islamici già indipendenti che sedevano alle neonate Nazioni Unite rifiutarono di firmare la «Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo», affermando che non corrispondeva alla loro prospettiva di persona e di società. Una società, tra l’altro, dove la schiavitù non era ufficialmente abrogata, dove vigeva, e vige, una poligamia nella quale la donna è relegata in un ruolo di sottomissione, dove il non musulmano è cittadino inferiore, sottoposto a una pesante tassa e a una serie codificata di pubbliche umiliazioni. Sarà mai possibile giungere almeno a un modus vivendi o lo scontro dovrà continuare e magari aggravarsi, perché tanto diversi resteranno i valori fondamentali?
Tutto è possibile, s’intende, a Dio, a Jahvé, ad Allah, a seconda delle fedi, ma, a viste solo umane, l’obiettivo non sembra raggiungibile. In effetti, l’Islam non solo è diviso a tal punto che sono quotidiani i massacri tra sciiti e sunniti o tra altre comunità in lotta cruenta tra loro. Ma, soprattutto, non esiste una autorità superiore, in grado di prendere decisioni vincolanti per i fedeli, come il Papa per il cattolicesimo. Anzi, non esiste nemmeno un clero né esistono gerarchie religiose all’interno delle comunità. Tutto è lasciato a uomini soli, con in mano solo un libro — immutabile — di millequattrocento anni fa. Il Califfato ottomano, abolito nel 1924 da Kemal, era una finzione a servizio del sultanato e, in ogni caso, la sua evanescente autorità non era riconosciuta al di là dei confini dell’impero turco. Ma anche se tornasse, che potrebbe fare un «Papa della Mecca» che non avrebbe la grande, liberante risorsa di quello di Roma: la risorsa, cioè, di una Scrittura approfondibile secondo i tempi e le situazioni pur senza rinnegarla, flessibile pur senza tradirla, divina ma affidata alla ragione di credenti che con essa devono affrontare i secoli? Il Cristianesimo, prima è ben più che un libro, è un incontro tra vivi, tra gli uomini e il Cristo vivo, con la ricchezza e la duttilità che nasce dalla vita. Ma così non è il Corano, anzi ne è il contrario, con il testo originale custodito in Cielo accanto ad Allah, eterno, immodificabile, dettato parola per parola a Muhammad, con le sue sentenze da osservare sempre e comunque in modo letterale, con la sua rigidità che deve sfidare ogni cultura, costi quel che costi. Possibile trarre, da qui, un «moderatismo» maomettano?
Se questa è la situazione, il rabbino Laras non nasconde una preoccupazione: «C’è una tentazione che può profilarsi sia nel Cristianesimo sia nella politica europea: quella di lasciar soli gli ebrei e lo Stato di Israele per facilitare una pace politica, culturale e religiosa con il mondo musulmano». Per lui, questa sarebbe «una strategia fallimentare» i cui effetti disastrosi per i cristiani si sarebbero già visti. Dice, infatti: «Dopo che quasi tutti i Paesi islamici si sono liberati dei “loro” ebrei, si sono concentrati con violenze e massacri sulle ben nutrite minoranze cristiane». Su questa convinzione del rabbino dovrebbe aprirsi, però, una discussione: la persecuzione in atto dei battezzati ha cause, crediamo, più complesse dello sfogo su di essi di una religione violenta alla ricerca di vittime. Una discussione di grande importanza, e proprio per questo non affrontabile in spazi così ridotti. Per ora, basti prendere sul serio l’avvertimento di Laras: c’è una guerra e non è opportuno mascherarla dietro gentilezze occidentali verso gli antagonisti e con severi rimbrotti alle «cassandre» che si limitano a constatare una realtà drammatica.