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venerdì 10 novembre 2017

L'ITALIA DIETRO NELLE CLASSIFICHE INTERNAZIONALI ? COLPA DEL PESSIMISMO DI NOI ITALICI !

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Interessante il confronto televisivo tra due personaggi seri e preparati, Daniele Manca e Roger Abramavel :  http://video.corriere.it/italia-stiamo-meglio-quanto-diciamo/3d04ed34-c539-11e7-8460-ef8ba8b0b1d6  sul tema della percezione che noi italici abbiamo dello stato della nostra nazione e di come questa influenza la formazione delle famose classifiche internazionali che si divertono a collocare i vari paesi in una graduatoria relativa ai molteplici campi del vivere sociale. 
I nostri partono da una constatazione : secondo queste classifiche l'Italia è dietro in molti indici, quali corruzione,  giustizia, informazione, efficienza della macchina pubblica. Esempi : siamo dietro la Russia e il CONGO !, nell'efficienza pubblica dietro l'Azeirbaigian, nella giustizia dietro al Gabon ...
Ora, con tutta la giusta severità nei confronti della nostra italietta, è credibile sta cosa ? Per Grillo e i suoi sì, si sa. Ma questo non significa che sia vero. 
Abramavel è andato ad approfondire i criteri con cui vengono formate queste classifiche e ha scoperto che esse non sono il frutto di indagini tecnico - scientifiche, ma di INTERVISTE, sondaggi.
Sicuramente ci sono anche studi più seri, e penso realisticamente che dagli stessi emergerà come Burocrazia, Giustizia, Malaffare, siano problemi seri, eccome ! , dell'Italia, ma da qui ad essere dietro ai paesi citati !!
In campo economico l'Italia ha ripreso a camminare, ma perché il passo sia solido e anche più celere c'è bisogno di maggiori investimenti, e questo abbisogna di molti passi avanti nei settori descritti.
Insomma, la verità è nel mezzo, come più spesso accade, e il bianco e nero tipico dei ribellisti di mestiere non è utile a comprenderla. 

Aprite il link, tratto dal sito on line del Corriere della Sera,  e buona visione  

FUGNOLI DA IL CONTRORDINE : RISPARMIATORI STATE PREOCCUPATI (UN PO' ALMENO)

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Contrordine compagni ! si diceva una volta, e l'indimenticabile Guareschi , l'inventore di Don Camillo e Peppone, ironizzava molto, con le sue spassose vignette, su questa grottesca usanza dei rossi del tempo, usi obbedir tacendo alle parole d'ordine del Partito (cambiati i tempi eh ?! ) e in difficoltà ogni qualvolta da Botteghe Scure arrivava un'inversione di rotta, dettata dall' opportunismo del momento.   Mi è venuta in mente quell'espressione leggendo l'articolo di Alessandro Fugnoli di questa settimana, decisamente diverso da quello di appena sette giorni fa ( https://ultimocamerlengo.blogspot.com/2017/11/fugnoli-torna-ottimista-e-per-il-2018.html ).
Allora il "nostro" levava quasi un inno alla gioia di vivere, con scenari economici decisamente rosei, le cui ragioni venivano puntualmente spiegate.
A distanza di una sola settimana, il quadro è assai diverso, e anche stavolta non senza motivi ben comprensibili.
Resta che i due quadri sono se non opposti, assolutamente dissimili. 
Mi piacerebbe che Fugnoli leggesse il Camerlengo e rispondesse alla perplessità rappresentata, ma non sono così presuntuoso.
Però magari qualche amico/collega glielo farà notare, ché sono certo non essere stato l'unico ad aver registrato questa inversione di almeno 90 gradi. 
Nel quadro descritto, lo scenario che più mi preoccupa è quello americano. Trump si sta confermando un azzardo non utile, anzi. Per fortuna durerà poco (un anno è già passato, tre passano in fretta, e poi si tratta di un presidente depotenziato, con il partito repubblicano niente affatto propenso ad appoggiare a prescindere i progetti presidenziali, e con la prospettiva, tra un anno, di un cambio di maggioranza al Congresso).  Ma chi verrà al suo posto ? Da questo punto di vista leggo cose che, come detto, non mi tranquillizzano affatto.  Un tempo negli USA i candidati di colore "socialista", comunque sbilanciati a sinistra, non vincevano mai. Storico il piallamento di Mcgovern da parte di Nixon .  Questo peraltro faceva sì che i democratici, pur spostandosi a sinistra, nel loro modo "liberal", non esageravano mai, e infatti , alla fine, anche Sanders ha perso le primarie con la Clinton. 
Però vi sono sondaggi che rivelerebbero come le giovani generazioni USA siano sempre più attratte dalla "strana" cosa socialista. Sarà ribellismo, sarà una crescita di insicurezza, con la trasformazione del mondo del lavoro, più precario e meno remunerato anche oltre oceano. Insomma, i giovani americani sembrano credere sempre meno ai miti tipici del capitalismo liberista : il self made man, la mano invisibile di Smith che muove gli egoismi individuali verso un finale benessere comune, le opportunità continue, per cui se cadi, sicuramente ti rialzi (oddio, questo lo canta anche la Mannoia... ).
Miti suggestivi, per alcuni, ma che sicuramente alla base necessitano di fiducia nelle proprie capacità, per la quale non si sente bisogno di uno Stato Paternalistico onnipresente. Oggi invece questo padre è desiderato, e pazienza se poi è anche un po' padrone. 
Brutta roba....

Comunque, ecco il "contrordine" , e buona lettura. 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  

L’INNESCO


Quello che potrebbe fermare il rialzo. Un aggiornamento

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di ALESSANDRO FUGNOLI 

L’economia globale attraversa una fase di crescita forte e sincronizzata. Le banche centrali si mantengono espansive. L’inflazione non è preoccupante. Gli utili crescono. Molti cominciano a pensare che siamo entrati davvero in una nuova era di crescita senza inflazione e non riescono a trovare una ragione per cui il rialzo delle borse si debba fermare.
È davvero così? Proviamo a passare in rassegna i fattori di rischio. Alcuni sono nuovi di fiamma.
Arabia Saudita. La caduta del petrolio e l’idea che i combustibili fossili siano in declino strategico hanno iniziato a corrodere alle fondamenta un paese che appariva solido solo perché era immobile. L’indebolimento strutturale arriva poi nel momento peggiore, in una fase in cui l’Iran stringe l’assedio a sud con lo Yemen, a est con il Qatar e a nord con un Iraq filo-iraniano e un Kurdistan indebolito, con una Siria alauita che si sta rimettendo in piedi e con un Libano che ogni giorno scivola sempre più nelle mani degli sciiti di Hezbollah.
L’elite saudita si aggrappa agli Stati Uniti e a Israele, ma in questo processo si divide perché trova un’America divisa. Il giovane principe Mohammad bin Salman è salito al potere con l’appoggio di Trump con un colpo di mano che ha emarginato il cugino obamiano e ora sta attaccando il ricchissimo e antitrumpiano Al-Waleed. George Friedman, uno stratega geopolitico dotato di grande profondità di pensiero, non esclude la possibilità di una guerra civile o di un nuovo colpo di stato. Il tutto con l’Iran alle porte che, per farsi sentire meglio, manda un missile sulla capitale Riyadh. L’Iran conta grandi amici in Russia, in Europa e tra i democratici americani ed è in buona forma economica grazie all’accordo sul nucleare che ha posto termine alle sanzioni.  

Il petrolio ha reagito nel passato recente a crisi di produzione in Libia e Nigeria con qualche dollaro di rialzo. Una crisi in Arabia provocherebbe rialzi ben maggiori e occorrerebbero comunque settimane ai produttori americani per cercare di compensare l’eventuale minore produzione saudita.
Corea. È il momento della diplomazia, ma non c’è da farsi troppe illusioni. C’è diplomazia da due decenni, sul nucleare coreano, e nel frattempo le atomiche diventano sempre più pericolose.
America. La vittoria democratica in Virginia e New Jersey cambia completamente il quadro politico e apre la strada a una riconquista del Congresso fra dodici mesi e della Casa Bianca nel 2020. Tra i democratici si profilano Joe Biden, il più capace di parlare agli stati industriali passati a Trump, e, a sinistra, Sanders e la Warren. I clintoniani, che hanno controllato il partito anche negli anni di Obama moderandone la deriva a sinistra, sono in rotta. I radicali, emarginati con imbrogli dalla Clinton l’anno scorso, questa volta staranno attentissimi al controllo della macchina elettorale. Sanders e Warren significano reregulation aggressiva, tasse pesanti, smembramento delle banche, lotta al settore farmaceutico e al petrolio e politiche antibusiness di ogni genere.
Riforma fiscale. Dopo il fallimento della riforma sanitaria, è per i repubblicani l’ultima possibilità di evitare il ritorno all’opposizione, ma questo non ne rende necessariamente più facile il cammino. Da una parte c’è infatti l’istinto di sopravvivenza di gruppo che imporrebbe di trovare un accordo, dall’altra c’è quello individuale che chiede di uniformarsi agli umori del proprio elettorato, diversi in ogni collegio. C’è poi una parte del partito che odia Trump al punto da preferire una sconfitta storica a una riconferma di Trump.
In ogni caso la sconfitta in Virginia e New Jersey serve a ricordare che non votano le imprese ma le persone e che questa riforma è tutta sbilanciata a favore delle imprese e fa molto poco per le persone. È possibile quindi che l’alleggerimento della corporate tax, già incorporato dai mercati in molti calcoli sugli utili 2018, sia minore del previsto o sia introdotto solo gradualmente nel corso dei prossimi anni, oppure che sia temporaneo e limitato ai prossimi dieci anni.
Cina. Come sempre, tutto è stato perfetto e scintillante fino al Congresso, ma già dal giorno dopo la sua conclusione abbiamo visto in rapida sequenza il  rialzo dei tassi, un rallentamento della crescita e moniti sull’elevato livello della borsa. Per fortuna, finora, niente di particolarmente serio, ma comunque una perdita di momentum.
Positioning. All’apparenza non è un problema, perché la percentuale di azionario nei portafogli non è particolarmente alta. Guardando meglio, però, si vede che la parte obbligazionaria, in questi anni, ha visto crescere la componente corporate, spesso di qualità non eccelsa. Una discesa della borsa farebbe bene ai governativi a basso rischio, ma nuocerebbe ai corporate. I portafogli, a quel punto, sarebbero esposti su quasi tutta la linea. Si consideri anche l’esplosione degli Etf, comprati spesso da un pubblico avverso al rischio e meno disposto a sopportare la volatilità. L’insieme di questi fattori potrebbe generare in qualsiasi momento il desiderio di alleggerire e accentuerebbe la volatilità.
Disruption. Bob Lutz, che ha passato una vita nell’auto, ha scritto che le auto fra vent’anni saranno come i cavalli, che una volta erano dappertutto e oggi sono solo nelle tenute dei ricchi che amano cavalcare nel verde. È un tema strutturale, si dirà, ma che il settore si prepari a spendere un sacco di soldi per un elettrico che sarà meno profittevole lo si comincerà già a vedere nelle prossime trimestrali. E l’auto non è certo il solo settore che sta per entrare nella bufera. Pensiamo solo a energia, farmaceutica, distribuzione e finanza.
Ci fermiamo qui, ricordando che a volte non c’è bisogno di un innesco per avviare una correzione. Ogni tanto succede infatti che il mercato vada in autocombustione e trovi poi strada facendo le giustificazioni per la discesa.

Non vogliamo chiamare un bear market. Ci limitiamo a pensare che per una correzione, quando sarà il momento, basterà la derivata seconda, ovvero un indebolimento del flusso di sorprese positive, senza che siano necessarie sorprese negative. Senza arrivare al livello della Bundeswehr, che si prepara a scenari di dissoluzione dell’Europa e dell’alleanza atlantica, gli investitori faranno bene a sottoporre il loro portafogli a qualche forma di stress test, superato il quale potranno continuare a godere di quello che il bull market vorrà ancora concedere.   

mercoledì 4 ottobre 2017

REFLATION TRADE..CHE VOR DI' ? FUGNOLI PROVA A SPIEGARLO

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Sono cresciuto in un'epoca dove l'inflazione era il male, dove tanto valeva spendere subito perché il risparmio non valeva nulla, divorato dalla velocissima perdita di valore della moneta (salvo proteggerla, ma solo per andare grossomodo pari, consegnandola allo Stato che elargiva generosissimi BOT e BTP). Erano gli anni 70 del secolo scorso,  l'inflazione costantemente a due cifre, e i titoli di stato che arrivarono a sfiorare il rendimento del 20% !! 
L'economia era vessata dall'aumento irrefrenabile del prezzo del petrolio, con l'occidente sottoposto alla dittatura dei cartelli degli stati produttori, guidati dall'Arabia Saudita.
Bene, 50 anni dopo, tutto rovesciato : il mondo soffre di inflazione troppo bassa, e il fatto che il prezzo della benzina sia tornato a salire, anche se non piace ai comuni mortali che fanno il pieno (se lo fanno..., io ad esempio solo con lo scooter, con l'auto mai !, vabbè che in città non la uso) , è, in ottica macro economica, un segnale non negativo. 
Dopodiché ci sono le cicatrici storiche e questo relativismo economico trova resistenze forti in paesi come la Germania che proprio non ce la fa a dimenticare il tempo in cui per andare a comprare il pane ti dovevi portare una carriola di marchi ( gli anni della repubblica di Weimar, prodromi all'avvento nazista). 
Il fatto che l'inflazione debba crescere e stabilizzarsi attorno ad un 2% ce lo spiega da qualche anno Draghi, che giustifica la continuazione del QE europeo ( l'iniezione massiccia di moneta per sostenere l'economia europea, specie dei paesi più indebitati) proprio con l'inflazione debole. Quest'ultima è infatti il segnale che i consumi stentato a ripartire, con riflessi negativi su produzione ed occupazione. 
Oddio, a dire il vero sembra un circolo vizioso quello creatosi, perché le persone, dalla gente comune fino agli imprenditori, continua comunque a non spendere (parliamo ovviamente di chi potrebbe farlo) probabilmente volendo vedere PRIMA l'aumento delle proprie entrate per poi semmai riprendere, in parte se non del tutto, i costumi del periodo del benessere diffuso. 
Insomma, il cavallo, nonostante l'acqua che gli viene messa davanti, non si fida, e non beve...
Arriva Trump, e i suoi programmi economici, con tanto di riforma fiscale e tagli delle tasse, dovrebbero favorire quella che hanno battezzato "reflation trade". Sono andato a vedere cosa significasse e se non ho capito male potrebbe tradursi appunto come un recupero dell'inflazione.
Che al momento però resta debole.
Alessandro Fugnoli si affaccia sulla geopolitica mondiale e prova a spiegare gli scenari frenanti, ipotizzando quanto essi potranno incidere nel prossimo futuro.
Particolarmente interessanti, e condivisibili, le brevi considerazioni fatte sul voto tedesco e il prevedibile peggioramento della cacofonia europea, dove ognuno suona il suo spartito, con risultati non solo sgradevoli al suono (e alla vista), ma del tutto inefficaci. 
Fugnoli, che resta un ottimista, ha fiducia che alla fine la Merkel, costante immarcescibile del contesto europeo, troverà una quadra accettabile. Come sempre auguriamoci che abbia ragione. 
Buona Lettura 




IL SEQUEL


Reflation trade : ha gambe per camminare?

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Prima di parlare seriamente di reflation trade va sgombrato il campo da possibili interferenze geopolitiche. È possibile?
Sì, è possibile, quanto meno nel breve termine. Il punto di crisi più sensibile è ovviamente la Corea, ma a guardare le cose con distacco bisogna riconoscere che non siamo ancora in una situazione di allarme rosso. Il romantico e feroce Fidel Castro, come si è poi saputo, era disposto, nel 1962, a rischiare la distruzione completa di Cuba pur di non rinunciare ai suoi missili puntati su Miami e i russi dovettero faticare per farlo ragionare. Kim pensa di non correre questo rischio e probabilmente ha ragione. La differenza è che Kim tiene in ostaggio la Corea del Sud, che ha già i sintomi della sindrome di Stoccolma, ha eletto un presidente pacifista e ha bloccato nelle settimane scorse l’idea trumpiana di dare una prima risposta militare. Kim punta alla vittoria grossa, che non è semplicemente la sopravvivenza del suo regime, ma il distacco della Corea del Sud dagli Stati Uniti.
Al di là delle parole di fuoco, la vicenda nucleare coreana è una partita a scacchi che dura da vent’anni e può ancora durare a lungo. Kim è stato bene attento a non violare lo spazio territoriale giapponese (i suoi missili hanno sorvolato il Giappone sopra i cento chilometri di altitudine che sono il limite della sovranità) o quello americano. Trump, dal canto suo, ha accettato di non violare mai, con i suoi caccia, lo spazio territoriale nordcoreano e non ha mai provato ad abbattere i missili di Kim, consapevole che solo due missili su tre vengono effettivamente intercettati dalla sua contraerea.
Se il piano di Kim avrà successo, ogni regime in giro per il mondo che voglia tentare di avere lunga vita cercherà di dotarsi di un’atomica. Questo fattore di instabilità ne avrà sullo sfondo uno ancora più grande, ovvero la crescente rivalità tra America, Russia e Cina. I buoni rapporti personali tra Trump, Xi Jinping e Putin sono un fatto positivo, perché permettono di tenere sempre aperti canali di comunicazione, ma le grandi aree geopolitiche 
sono oggettivamente e strutturalmente in rotta di collisione commerciale, economica e militare.
Che significa questo per i mercati?
Istintivamente viene da pensare all’oro, che è però più utile per coprirsi dai rischi acuti che da quelli strutturali. Per questi ultimi la risposta non può che essere il sovrappeso significativo di titoli legati alla difesa in senso lato (aerospazio, cybersecurity, elettronica, robotica militare).
Non c’è un’area del mondo, inclusa la pacifista Europa, in cui le spese militari non siano destinate a crescere nei prossimi anni. 
I titoli americani del settore hanno avuto performance stellari nell’ultimo anno ma i loro multipli, intorno a 20, sono ancora largamente inferiori a quelli dei Faang e della tecnologia in generale, mentre i loro utili, assicurati da commesse governative pluridecennali, sono molto più certi.
Le elezioni tedesche possono attenuare in modo rilevante l’effetto Macron sui mercati?
Il 2016 è stato l’anno in cui si è detto che l’Occidente virava verso il populismo. Il 2017, per qualche mese, ha visto prevalere l’idea che il populismo era già finito e che la restaurazione dell’Ancien Régime sarebbe stata veloce e aggressiva. La realtà è più sfumata. Il populismo resterà endemico e tenderà a riemergere ogni volta che il ciclo economico si indebolirà e quando i flussi migratori torneranno a crescere.
Nello specifico, le elezioni tedesche significano un ritorno a posizioni più dure in caso di crisi dei grandi debitori come Grecia e Italia, ma non necessariamente una ripetizione dei gravi errori commessi nel 2011- 12. 

Significano anche una maggiore cacofonia nel coro filoeuropeo. 
La Commissione pensa ai 27 paesi, Macron solo all’eurozona e all’asse franco-tedesco. La Fdp pensa a un’eurozona che possa espellere i suoi membri indisciplinati, i Verdi farebbero entrare nell’euro anche gli alieni. La Fdp vuole un Esm impegnato esclusivamente a sorvegliare e punire, Macron lo vorrebbe invece votato a indebitarsi e spendere.

Rimangono però due certezze, ovvero il ruolo centrale della Merkel, tanto maggiore quanto più gli altri sono divisi, e l’orientamento comunque favorevole a qualche forma di maggiore integrazione europea.
  
I mercati hanno dato una risposta razionale al voto tedesco. La pausa nel percorso di rivalutazione dell’euro, già iniziata prima del voto, si è fatta più convinta e profonda, ma non si è trasformata in una correzione seria o in un’inversione di tendenza. La fascia 1.17-1.20 può accompagnarci fino a dicembre o a gennaio, quando avremo finalmente il nuovo governo a Berlino. In ogni caso, per vedere la seconda parte del rialzo dell’euro, dovremo avere alle spalle le elezioni italiane.
Il profilarsi di una pausa per l’euro di una certa durata ha dato giustamente spazio alle borse europee. Il Dax, paradossalmente, è così il maggiore beneficiario del voto tedesco.
L’Italia è un rischio?
Non particolarmente. Fino al voto si cercherà di aiutarla contenendo il rialzo dell’euro e chiudendo un occhio e mezzo sulle mancate manovre correttive. Dopo il voto un governo di coalizione, probabilmente con una facciata tecnica, sarà inevitabile. Il voto tedesco indurrà però i mercati, nei prossimi mesi, a dare più peso alle vicende italiane, che di recente erano state derubricate da sistemiche a regionali. Il recupero della borsa italiana continuerà, ma dovrà essere accompagnato da rassicurazioni sul fronte politico.


giovedì 8 settembre 2016

FONDAZIONE HUME E I VERI MALI DELL'ITALIA : BUROCRAZIA E NON CULTURA D'IMPRESA

Leggere Abravanel (ieri non ce l'ho fatta, mi è bastato il titolo lapidario sulla INDISPENSABILITA' della Riforma renziana per andare avanti... BOOM !!) che si sbatte per il SI, sentire persone anche intelligenti che spacciano 'sta cosa come la chiave di volta dei destini della Nazione...
Ecco, quelli della Fondazione Hume riportano l'attenzione su un aspetto noto, assolutamente, che è il vero cancro della società italiana, la BUROCRAZIA, unito all'altro che è la NON cultura  di impresa che ha sempre caratterizzato un paese troppo cattocomunista nelle sue viscere.
Di seguito due interventi di Luca Ricolfi e Roberto Galullo, tratti dai contributi del rapporto della Fondazione, che può essere letto nella sua interezza sul sito internet del Sole 24 Ore.
Buona Lettura


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I rapporti Fondazione Hume

L’arma per combattere il virus si chiama cultura pro-impresa

Fra i fenomeni sociali, la corruzione è probabilmente uno dei più elusivi e difficili da misurare. Con tutti i loro limiti, però, i vari indici proposti per misurare il fenomeno risultano sostanzialmente concordi.
L’analisi condotta dalla Fondazione David Hume sui tre principali indici impiegati nei confronti internazionali (si veda alle pagine 6 e 7) mostra che, nel periodo 2007-2013, il drappello di testa e quello di coda sono rimasti sempre i medesimi. I “magnifici sette”, costantemente collocati nelle dieci posizioni più virtuose sono (nell'ordine) Danimarca, Nuova Zelanda, Finlandia, Svezia, Svizzera , Olanda e Norvegia.
 Mentre i peggiori sette, costantemente collocati nelle ultime 10 posizioni, includono purtroppo anche l’Italia, insieme a Messico, Grecia, Slovacchia, Turchia, Repubblica Ceca, Ungheria.
Naturalmente è possibile che la cattiva posizione del nostro paese sia anche, in qualche misura, dovuta alla sua cattiva reputazione (che influisce sulla percezione degli osservatori e può esercitare qualche influenza sugli indici statistici, specie se quel che tentano di quantificare non è la corruzione ma la sua “percezione”), e che la nostra posizione effettiva sia un po' meno preoccupante di come appare. Ed è anche possibile che indici più ancorati a dati oggettivi, o basati su anomalie effettivamente rilevate, anziché alle valutazioni soggettive di testimoni più o meno privilegiati, forniscano un quadro meno inquietante (un punto, questo, di recente toccato dal presidente Anac Raffaele Cantone nell'intervista al Sole 24 Ore del 13 luglio).
LE CATEGORIE RITENUTE PIÙ VULNERABILI
Percentuale di persone che ritengono la corruzione diffusa in Italia, per settore (Fonte: elaborazioni Fondazione Hume su dati Commissione Europea (Eurobarometro 79.1))
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E tuttavia non occorreva l’ultima ondata di inchieste e scandali per convincerci che il problema della corruzione sta lì, grande come una casa. Se la corruzione è indubbiamente un problema la cui esistenza (e gravità) nessuno nega, assai più controverso è il tema della sua localizzazione, delle sue cause, dei suoi effetti.
Su alcuni aspetti del fenomeno, ad esempio, circolano convinzioni del tutto o parzialmente infondate. È del tutto campata per aria, ad esempio, la stima di 60 miliardi all’anno dei costi della corruzione in Italia: una cifra citata innumerevoli volte ma del tutto priva di una base scientifica (si veda l’articolo di Caterina Guidoni). Così come è largamente sopravvalutato il radicamento delle attività criminali specificamente mafiose nel Centro-Nord, un punto ampiamente discusso nel dossier della Fondazione Hume sulla base di varie fonti di dati.
Altrettanto controversa è la questione degli effetti della corruzione sull’economia, anche se su alcuni di essi, ad esempio il disincentivo agli investimenti esteri, pare esservi un relativo consenso. Qui il problema è che la corruzione esercita i suoi effetti (sia negativi sia positivi) attraverso molteplici canali di trasmissione, ed è quasi sempre impossibile isolare tali effetti da quelli delle molte variabili che intervengono sui medesimi canali.
Molto più chiari, in compenso, sono i meccanismi che favoriscono o inibiscono la corruzione. Alcuni di essi non sono governabili, perché attengono alla cultura di un paese o alla sua storia: a parità di altre condizioni, ad esempio, essere un paese protestante, o un’ex colonia inglese, sono fattori che riducono il tasso di corruzione.
Altri fattori, invece, sono relativamente governabili, e meritano quindi tutta la nostra attenzione. I due più potenti meccanismi che possono immunizzare un paese dal virus della corruzione sono il suo capitale sociale, ovvero la ricchezza e la qualità delle relazioni fra i suoi abitanti e, soprattutto, quella che potremmo battezzare la sua cultura pro-impresa: un complesso di condizioni fatto di apertura dei mercati, burocrazia leggera, iter amministrativi brevi, giustizia civile funzionante, e così via. Su questo, sulle cause della corruzione, l’evidenza empirica è molto più robusta che sulle sue presunte e molteplici conseguenze: non esistono paesi irrimediabilmente corrotti, ma esistono precise condizioni che possono incentivare o inibire i fenomeni corruttivi.
Questa asimmetria nello stato della letteratura socio-economica, per cui vi è sostanziale accordo sulle cause, ma incertezza di fondo sugli effetti, è tutto sommato un’ottima notizia: sarebbe molto più preoccupante che conoscessimo gli effetti, ma fossimo ignari delle cause.
La corruzione, infatti, è un male in sé, a prescindere dalla natura degli effetti ulteriori, positivi o negativi, che può eventualmente produrre. E questo per l’elementare ragione che una società corrotta non può essere né libera, né giusta, né aperta.
Non abbiamo bisogno di sapere che la corruzione ha anche conseguenze economiche negative per convincerci che dobbiamo combatterla. Ma ci è utilissimo sapere quali sono le condizioni economiche e sociali che la favoriscono, perché è innanzitutto rimuovendole che possiamo sperare di vivere in un paese pienamente civile.

Corollario all'ampia premessa di Ricolfi, la nota successiva di Roberto Galullo, che riporto quasi interamente
...
Sono stati, tra l’altro, individuati i Paesi sempre nelle prime 10 posizioni nel 2007, 2010 e 2013 secondo tutti e tre gli indicatori (Paesi puliti) e i 10 sempre nelle ultime (Paesi corrotti). Sono sette sia le nazioni pulite che quelle corrotte. Tra le prime Danimarca, Finlandia, Svezia e Norvegia, oltre a Nuova Zelanda, Svizzera e Olanda. Tra i corrotti figura invece l'Italia, con Grecia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Turchia e Messico.

Mal di burocrazia
Perché tanta differenza nei livelli di corruzione pubblica? La Fondazione Hume lo spiega grazie a tre indici: facilità nel fare impresa e apertura dei mercati; capitale sociale; infine, capitale umano.
Nella classifica della facilità nel fare impresa (secondo grafico a lato), l’Italia si colloca piuttosto indietro, con un valore inferiore alla media e ai principali Paesi di riferimento europei. Davanti a tutti c’è l’Irlanda che, per questo, negli anni passati ha registrato una forte crescita e più recentemente un consistente recupero dalla pesante crisi economica. Seguono ancora una volta i Paesi del nord Europa, il Regno Unito e le ex-colonie inglesi.
Quanto all’indice del capitale sociale (terzo grafico) – che aggrega il livello di fiducia generalizzata, la percentuale di donne che siedono in Parlamento e la diffusione di organizzazioni/associazioni della società civile – l’Italia si trova ancora ad avere un punteggio inferiore alla media dei Paesi Ocse. Quelli che hanno i punteggi più elevati e, dunque, maggiore dotazione di capitale sociale sono ancora quelli del nord Europa, oltre a Nuova Zelanda e Svizzera.
Anche la misura del capitale umano – generato dalla percentuale di studenti delle scuole primarie e secondarie che raggiungono o superano un livello base di abilità matematica e scientifica, accesso e qualità dell’istruzione e, infine, livello di istruzione della popolazione di 25 anni e più – colloca l’Italia nelle retrovie con Grecia, Portogallo, Cile, Messico e Turchia, mentre in testa ci sono Stati Uniti, Canada e Australia.
La percezione regionale
In tutta Italia, anche dove il problema sembra meno diffuso, i valori osservati sono sensibilmente superiori alla media europea rispetto ad altri due indicatori considerati (secondo grafico sopra al titolo): la percentuale di persone che ritiene che la corruzione sia un problema molto diffuso e la percentuale di chi pensa che il livello di corruzione sia aumentato negli ultimi tre anni.
La situazione è percepita più grave nel Mezzogiorno (Sud e Isole), con sette persone su dieci che pensano che la corruzione sia molto diffusa e otto su dieci che sia aumentata negli ultimi tre anni. Oltretutto nel Sud pesano moltissimo le mafie, vale a dire l’altro volto della corruzione in Italia. «La diffusione della corruzione nella società, nell’economia e nella politica - evidenzia a questo proposito la Fondazione Hume - esercita in Italia un effetto di attrazione sul crimine organizzato, che è quindi incoraggiato a partecipare allo scambio corruttivo, generando un circolo vizioso che si autosostiene».
Con valori inferiori a quelli medi italiani si trova invece solo il Nord-Ovest, dove quasi uno su due ritiene che la corruzione sia molto diffusa e due su tre che sia comunque aumentata. Nel Nord-Est e nel Centro i due indicatori considerati mostrano valori intermedi, con una percezione di maggiore diffusione nel primo caso e di maggiore aumento nel secondo
Le cause
Capitale sociale e facilità d’impresa – si legge nel rapporto della Fondazione Hume – tendono a esercitare un effetto congiunto nel ridurre o nell’aumentare la corruzione percepita, ossia tendono a essere entrambi di buono o cattivo livello. Le eccezioni sono Corea, Giappone e Stati Uniti nei quali, mentre la migliore regolazione economica porta a una riduzione della corruzione, la minore dotazione di capitale sociale spinge nella direzione opposta.
Un’altra variabile significativa è il livello di benessere, misurato attraverso il Pil pro capite a parità di potere d'acquisto. Nei Paesi in cui il livello di ricchezza relativa è maggiore sembra essere minore la corruzione percepita.