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sabato 10 febbraio 2018

DRACONTE, UN MODELLO ANCORA ATTUALE PER MOLTI

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Sto leggendo un libro dedicato al secolo d'oro dell'antica Grecia, il V avanti Cristo (ancora si può scrivere così, e quando non si potrà più, perché non politicamente corretto, noi continueremo a farlo) , quello nel quale gli Dei del tempo o quelli successivi, ancora non conosciuti, decisero che in un piccolo spicchio di mondo si concentrassero dei geni assoluti della politica, della filosofia, dell'arte , nelle sue varie manifestazioni (architettura, scultura, teatro, letteratura...).
Prima di arrivare all'età di Pericle, Socrate, Platone, Aristotele, Sofocle, Eschilo, Euripide, Fidia,  in Grecia già c'erano stati grandi uomini di Stato, come Licurgo a Sparta ( leggo che non c'è certezza sulla effettiva esistenza storica di quello che pure è considerato il creatore della Grande Rhetra, la costituzione spartana ) e Solone ad Atene. 
Ad Atene c'era stato anche Draconte, un legislatore che sarebbe piaciuto ai grillini nostrani e agli altri giustizialisti inferociti similari. Le sue leggi erano così severe, che il termine "draconiano" è diventato sinonimo di duro, intransigente, addirittura crudele. 
Solone, famoso tra i classici come modello di saggezza, tra le prime cose che fece come Arconte, fu l'abolizione della maggioranza delle leggi draconiane. Mantenne solo le pene sull'omicidio, che prevedevano la morte.
Draconte in realtà aveva fatto una qual certa semplificazione, e per moltissimi reati la pena prevista era sempre una , quella capitale.  Per il furto per esempio. 
Non a caso, tra i posteri c'è chi scrisse che Draconte aveva scritto le leggi non con l'inchiostro ma col sangue.
Peraltro, pare che Draconte una spiegazione all'apparente disequilibrio realizzato dalle sue leggi che non distinguevano tra reati gravi e meno, visto che la pena alla fine era la stessa, quella estrema, la diede : per lui i reati considerati minori meritavano comunque la pena di morte, e per i reati maggiori, non era colpa sua se non aveva una pena maggiore da infliggere...
Perfetto. 

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lunedì 13 novembre 2017

NO SOCRATE, NON HO NULLA DA DIRE

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"Socrate sono giunte notizie da Capo Sunio. La nave di Delo si avvicina ad Atene"
Critone guardò la porta della cella a abbassò il tono "So che non hai paura della morte, ma tutti i tuoi amici sì. Ti abbiamo preparato tutto il necessario perché tu possa evadere".
L'espressione sul volto del filosofo lo preoccupò, ma continua a sussurrare con veemenza. "Le guardie di stanotte ti lasceranno uscire travestito da mendicante. Non devi temere che qualcuno ci possa tradire : gli offriremo il doppio di quanto guadagnerebbero se ci denunciassero".
Socrate annuì piano prima di rispondere "non voglio certo che corriate rischi. Ma non è l'unica cosa che mi preoccupa di quanto mi dici "
"Abbiamo pensato a tutto. Ti porteremo al Pireo nascosto su un carro...E non preoccuparti per Santippe e i bambini. Te li manderemo quando ti sarai stabilito in Tessaglia. O, se preferisci che restino ad Atene, faremo in modo che non gli manchi nulla".
Socrate sorrise all'amico "So benissimo Critone che i miei figli riceveranno le vostre cure anche se morissi. Per cui non è questo che mi preoccupa in merito alla proposta di fuga. Tuttavia, se scappassi di prigione e li facessi andare in fuga in un'altra città, li trasformerei in stranieri. E se invece li lasciassi ad Atene, subirebbero l'onta di un padre che ha agito contro la giustizia. Allo stesso modo, in qualsiasi città trovi rifugio, sarei visto come un uomo che ha violato le leggi".
"Ma..."
Il filosofo alzò una mano per interromperlo "Sei d'accordo con me Critone , come hai sempre fatto nelle nostre conversazioni, che solo la giustizia deve guidare le nostre azioni ?".
"Così è Socrate"
"Pertanto dobbiamo esaminare la proposta che mi hai fatto con lo stesso criterio. Sai già che cedo solo davanti alle ragioni che considero giuste . Credo che se al momento della fuga mi si presentassero le leggi in persona, mi direbbero < Dove sono finiti i tuoi discorsi sulla giustizia e sulla virtù? In giudizio avresti potuto richiedere l'esilio e andartene in un'altra città sotto l'egida della giustizia, eppure ti sei rifiutato. E adesso accetti di andartene, agendo contro di noi, le leggi? No Critone, che senso avrebbe accettare in modo ingiusto ciò che avrei potuto ottenere rispettando la giustizia ? Le leggi mi direbbero di continuare ad ascoltare ed obbedire , perché mi hanno governato e protetto dalla nascita, favorendo il matrimonio dei miei genitori e il mio, l'educazione che ho ricevuto da bambino e quella dei miei figli. Disobbedire alle leggi sarebbe aggrapparmi in modo ridicolo a una vita che in ogni caso è prossimo alla fine. Al contrario, rispettandole anche in questa occasione, una volta morto potrò affrontare i miei veri giudici e usare in mia difesa lo stesso discorso del mio giudizio precedente, assicurando che ho sempre agito guidato dalla giustizia".
Critone chinò il capo "Hai ragione, Socrate".
"Ora sai quali argomenti mi risuonano nell'anima. Credo che non si possano confutare in alcun modo. Ma parla, se penti di potermi convincere".
L'amico lo guardò, poi abbassò gli occhi "No Socrate, non ho nulla da dire". 

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venerdì 3 novembre 2017

"OGGI E' UN GIORNO NEFASTO : LA CITTA' SI E' COMPORTATO CONTRO LA LEGGE"

Mappa Guerra del Peloponneso 431 AC It.svg

Atene, 430 A.C.  (ancora si può scrivere A.C., e scriviamolo va !) .
La città è in guerra con Sparta - per fare una cosa nuova - , ha subito un duro assedio, è stata devastata dalla peste. Insomma gli ateniesi, che dopo le guerre persiane avevano visto crescere il loro potere sul mare e di conseguenza la loro già gonfia autostima, erano furiosi di subire, da parte dei rozzi spartani, così tante disgrazie.
Così, quando gli capitarono tra le mani degli inviati di Sparta a forze ostili o anche neutrali ad Atene, per convincerle ad allearsi con la Lega del Peloponneso creata per sconfiggere la città di Pericle, non erano precisamente ben disposti a comportarsi da quei maestri di civiltà superiore che propagavano di essere. 
Va bene, ironia a parte, non vi è dubbio che la Grecia Classica ( 499 a. C. - 323 a.C.) abbia rappresentato uno dei periodi più straordinari dell'umanità. 
In un secolo e mezzo circa, veramente i greci sembrarono toccati dagli dei e posero buona parte delle fondamenta della civiltà occidentale.  Ippocrate nella medicina, Fidia nella scultura, Eschilo Euripide e Sofocle nella tragedia, Tucidide nella storia, Socrate, Platone, Aristotele nella filosofia...
Scorrendo questi nomi, si rammenta subito come il cuore della Grecia Classica fu Atene. 
Ed è qui che ci s'inventò anche la Democrazia.
Queste cose sono talmente vere che servirono a suscitare la clemenza di Cesare.  Dopo la vittoria su Pompeo, Cesare si accingeva a punire la città di Atene, che si era schierata con il rivale. I notabili della città chiesero grazia al condottiero vincitore e Cesare la concesse ricordando però loro che non per sempre i greci avrebbero potuto godere del debito che il resto degli uomini avevano nei loro confronti.  Anzi , più precisamente, dei loro antenati (chissà se la Merkel ha letto Cesare ?) .
Quindi la grandezza di Atene fu autentica, al di là delle enfatizzazioni, del tempo e successive.

Tra i valori fondanti della grande città, c'era il rispetto delle leggi, e Socrate fu il campione più fulgido, accettando la morte ( la fuga era bella e pronta, e non sarebbe stato difficile, ché probabilmente anche i governanti avrebbero volentieri fatto a meno di un simile martire), ingiusta ma sancita per legge, pur di non venire meno a quello che per lui era un principio non trattabile. 
Ebbene, quel giorno del novembre del 430 A.C. ad Atena la Legge non trovò posto. 
Nell'Assemblea gremita, Cleone, che si dava un gran da fare per impedire qualsiasi pace tra Atene e Sparta, aizzava la folla piena di rabbia contro gli ambasciatori spartani.
Dopo aver descritto le colpe dei negoziatori di Sparta (aver contattato i Persiani e il re di Tracia, perché, come sopra accennato, si unissero nella guerra contro la lega attica guidata da Atene) Cleone si rivolge al popolo e chiede "che cosa dobbiamo fare di questi uomini ateniesi ?" 
Poche voci si alzarono per dire "processateli", tutti gli altri urlarono imbelviti : Uccideteli ! 
Immaginabile come andò a finire. I prigionieri vennero trascinati, tra pugni e calci, alle mura e scaraventati nel vuoto.
"Eurimaco si girò verso Socrate. Avevano parlato spesso di giustizia e l'amico gli aveva fatto comprendere l'importanza che aveva  per una società anteporre a tutto il rispetto delle leggi. Se quegli uomini dovevano morire, toccava ad un tribunale deciderlo, non ad una massa aizzata da un agitatore.
...
Oggi è un giorno nefasto, disse Socrate, la città si è comportata in modo contrario alle leggi e agli dei. Preghiamo che non ci siano conseguenze." ( da "L'assassinio di Socrate" di Marcos Chicot ). 
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Ci furono. Atene perse la guerra contro Sparta. 


mercoledì 27 settembre 2017

LA STORIA DECONTESTUALIZZATA NON E' PIU' STORIA

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Alla fine l'articolo del sempre bravissimo Fugnoli lo riporto per intero, perché è sempre interessante leggerlo, per me, forse meno ai lettori che non hanno in simpatia le cose di economia e finanza, ma la parte che maggiormente mi ha colpito, come al solito direi, stavolta un po' di più, è la premessa.
E' sempre nel cappello che Fugnoli cela il coniglio, ed è abilissimo in questo, catturando subito la curiosità del lettore, che poi, quasi per inerzia, finisce per leggere tutto l'articolo.
In questo caso non potevo non rimanere impressionato nel ritrovare così chiaramente ed esemplarmente riprodotto quanto personalmente meditato, nelle settimane scorse, nel leggere le polemiche sull'abbattimento, fatto o richiesto, di statue di personaggi storici del passato   Americano (Jefferson, Washington e anche il nostro Cristoforo Colombo ).
Per un appassionato di Storia, vedere la riscrittura della stessa su basi retoriche e pretestuosamente etiche, del tutto decontestualizzate, fa venire il voltastomaco.
Lui lo scrive meglio.
Buona Lettura 



LA STORIA DEL FUTURO


Estrapolare è umano, ma può anche diventare diabolico

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Benedetto Croce non è più di moda da un pezzo (oggi lo è molto di più Gentile) ma la sua idea che la storia è sempre storia contemporanea è viva e feconda.
La passione iconoclasta con cui in America vengono distrutte le statue di Cristoforo Colombo e imbrattate quelle di Jefferson e perfino di Washington (Jackson era già caduto in disgrazia da mezzo secolo) è l’ennesima dimostrazione che l’hegeliano tribunale della storia giudica sempre sulla base del diritto presente e mai su quella del diritto vigente all’epoca in cui si svolsero i fatti. E in questa trappola cade perfino il politicamente corretto, che nasce relativista e contestualizzatore e finisce oggi con l’essere l’applicatore più zelante del giudizio di valore assoluto sovraimposto a un passato totalmente decontestualizzato.
La tesi di Croce è talmente penetrante da valere non solo per la storia del passato, che viene continuamente riscritta, ma anche per la storia del futuro. La fantascienza, anche quella che tenta di spingersi nel futuro profondo, è sempre, in filigrana, narrazione dei sogni e degli incubi del presente in cui è concepita. La fantascienza degli anni Cinquanta è cupa e paranoica, ma nel decennio successivo la prima serie di Star Trek è libertaria e scanzonata e applica lo spirito della Summer of Love anche agli alieni. La seconda e la terza serie diventano più composte ma conservano l’ottimismo reaganiano e clintoniano dei loro anni. L’ultima, la più noiosa, diventa finalmente politicamente corretta e rispettosissima della diversity di tutte le forme di vita della galassia, ma per le troppe prediche fa crollare l’audience e chiude ingloriosamente.
I poveri signori del Fomc si infliggono ogni tre mesi l’esercizio di raccontare nei dettagli la storia del futuro, anche se i dettagli sono limitati ai tre anni successivi. Non si accontentano, come fanno tutte le altre banche centrali, di prevedere inflazione e crescita, ma si spingono a immaginare il percorso puntuale dei tassi d’interesse nel triennio considerato. Sarebbe già molto, ma,  
osando l’inosabile, fanno anche di più e indicano il tasso terminale di equilibrio, il tasso che la fine dei tempi lascerà in eredità all’eterno.
Questo tasso verrebbe da immaginarlo scolpito nella pietra e riportato eternamente uguale a se stesso in libri sapienziali fin dall’alba dei tempi e invece cambia ogni sei mesi o quasi. Era del 4.25 nel 2012, scese al 4 nel 2013, al 3.75 nel 2014 e poi, sempre più velocemente, al 3.25 nel marzo 2016, al 3 in dicembre e al 2.75 di oggi. È chiara la natura estrapolativa e non realmente previsiva di queste stime. Se negli ultimi sei mesi l’inflazione e la crescita sono state più basse di quello che mi attendevo, allora saranno più basse per sempre e richiederanno un tasso finale più basso.
Per carità, ci mancherebbe, non è che umanamente si possa fare di più. Già Popper dimostrò che, non essendo lo sviluppo della scienza prevedibile, nemmeno può esserlo quello della storia, di cui la storia della scienza è una componente. E figuriamoci quello dei tassi.
Il problema non è la fallibilità delle stime (solo chi non fa non sbaglia). Il mercato, consapevole o inconsapevole, fa stime sul futuro continuamente e quindi continuamente sbaglia e si corregge. Il problema è che non sempre è chiara la differenza tra l’estrapolazione (la stima del futuro esclusivamente sulla base di ciò che è noto oggi) e la previsione (la stima del futuro sulla base  
di ciò che è noto, ma anche delle incognite note e di quelle ancora ignote).
Il discorso può sembrare astratto, ma ha implicazioni terribilmente concrete. Oggi i mercati vedono un mondo in apparente equilibrio e praticamente perfetto. L’inflazione è bassa e stabile (per la Bce fra due anni sarà esattamente come oggi e per la Fed sarà fra tre anni solo di 0.4 punti più alta), la crescita è regolare e il tasso di disoccupazione, almeno in America ha smesso di avvicinarsi troppo al livello che fa partire l’inflazione salariale e si è posizionato di recente in un punto tranquillo e non pericoloso. In questo contesto le banche centrali, pensa il mercato, avranno solo da fare ogni tanto modesti ritocchi all’insù dei tassi, ma non così ampi come la Fed continua a indicarci.
In un mondo bello e stabile, è sufficiente la forza d’inerzia per fare salire le borse attraverso un rigonfiamento dei multipli. E la forza d’inerzia, finché   in tanti, non ha senso vendere adesso solo perché i prezzi sono astrattamente cari. Se arriveranno ostacoli ci ripenseremo, ma perché rinunciare a mesi, trimestri o anni di ulteriore possibile rialzo?
Il problema è che fin da oggi sappiamo che il 2018 porterà un ostacolo quasi certo e due interferenze poss ibi l i , non necessariamente negative ma probabilmente destabilizzanti.
Il primo ostacolo quasi certo è che la liquidità globale cesserà di crescere per la prima volta dal 2009 e si preparerà a scendere a partire dal 2019.
Quanto alle due interferenze, parliamo della riforma fiscale americana, che forse ci sarà e forse no, e della nuova Fed trumpiana, che forse sarà uguale a quella di oggi e forse avrà invece un orientamento completamente diverso.
Se ci sarà la riforma ma la nuova Fed sarà simile a quella che conosciamo allora la borsa salirà, ma i tassi e il dollaro saranno più alti di quello che pensiamo oggi. E prima o poi, tassi e dollaro da una parte e borsa dall’altra entreranno in rotta di collisione.
Se poi ci sarà la riforma e la Fed cambierà registro e diventerà (o ridiventerà) ultraespansiva, allora avremo borsa inizialmente forte ma bond lunghi in serio affanno, perché le attese di inflazione riprenderanno a orientarsi al rialzo.

Quella della Fed sarà per Trump una scelta difficile tra establishment e consenso elettorale. Sarà difficile anche trovare, Yellen a parte, un candidato repubblicano che non si sia bruciato, durante la campagna elettorale dell’anno scorso, invocando una normalizzazione rapida della politica monetaria, ovvero tassi molto più alti. 

martedì 21 giugno 2016

STANISLAV PETROV. QUALCUNO LO CONOSCE ? EPPURE HA SALVATO IL MONDO

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Non conoscevo la storia di Stanislav Petrov,  l'uomo che, il lontano 26 settembre 1983, seppe mantenere il sangue freddo in una circostanza drammatica, probabilmente salvando il mondo da un conflitto nucleare.
Un'esagerazione ? Chi legge il blog sa che non mi piace farlo (esagerare), e poi basta leggere il racconto pubblicato sul Corriere della Sera per farsi un' idea propria.
Mentre leggevo, ho pensato come ci sia andata di lusso, ché se al posto di questo uomo coraggioso e pensante ci fosse stato uno di quei militari ottusi che "obbediscono agli ordini" ( e trucidano donne e bambini senza rifiutarsi), o anche quei burocrati che si appanicano al solo pensiero di non seguire l'iter prefissato, molti di noi oggi non sarebbero qui a giocare su FB...
Quell'uomo rischiò la vita riuscendo in pochi minuti drammatici a far prevalere una analisi ragionata - i missili erano troppo pochi per un attacco nucleare che, nei piani di entrambe le superpotenze, doveva invece essere devastante per ridurre al minimo il colpo di rappresaglia  - con la conseguente, verosimile persuasione che ci dovesse essere un errore nel sistema di allarme, come in effetti fu.
Ebbe ragione, ma non fu per questo premiato, ché  comunque il moloch statale sovietico non poteva tollerare la libera iniziativa individuale, ancorché, nel caso, rilevatasi assolutamente provvidenziale.
Anzi, a questo punto, che non lo punirono !








 Il Corriere della Sera - Digital Edition

L’eroe dimenticato che salvò il mondo dall’apocalisse nucleare

«Missili atomici Usa in arrivo», avvertì il sistema. Petrov non si fidò e decise di non rispondere

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Fryasino (Russia) È una persona schiva l’uomo che ha salvato il mondo. Ed è anche di poche parole. Quando lo incontriamo davanti all’ingresso del palazzone di cemento in stile kruscioviano dove vive, sta andando a pagare la bolletta del gas. «Noo!, che ho fatto? Niente di speciale, solamente il mio lavoro». Poi ripete quello che disse all’inizio degli anni Novanta, quando la sua storia fu resa pubblica per la prima volta. «Ero l’uomo giusto al posto giusto al momento giusto».

In realtà è stata una fortuna per questo pianeta il fatto che il tenente colonnello Stanislav Petrov non fosse un militare qualunque, uno dei tanti addetti alla sorveglianza. Lui era un analista che quella notte si trovò quasi casualmente a fare un turno di guardia ai calcolatori, sostituendo uno dei militari professionisti. Un altro avrebbe semplicemente controllato i segnali in arrivo (cosa che lui fece) e si sarebbe limitato ad applicare il protocollo, informando i suoi superiori: «Missili termonucleari americani in arrivo. Colpiranno il territorio dell’Unione Sovietica fra 25/30 minuti».

Quest’ometto minuto reagì invece diversamente. Lui non credeva che gli Stati Uniti potessero veramente attaccare. «E se pure l’avessero fatto, non avrebbero lanciato solo un grappolo di missili». Si convinse che fosse «un’avaria del sistema». Così non disse nulla. E salvò il pianeta. La notte in questione era quella del 26 settembre 1983, «per la precisione le 00.15». Venticinque giorni prima, il 1° settembre, un caccia sovietico aveva abbattuto un jumbo jet coreano con 269 persone a bordo che era entrato nello spazio aereo dell’Urss. Erano gli anni della gerontocrazia al comando, della paranoia e della profondissima crisi. Il gensek (segretario generale del partito) Jurij Andropov era permanentemente in ospedale. In quell’occasione a controllare i radar non c’era un «Petrov», ma un militare disciplinato e ottuso che riferì ai suoi superiori: un apparecchio, probabilmente un aereo spia degli Stati Uniti, aveva violato il territorio della madrepatria. I generali e i politici applicarono le regole. In pochi minuti il maggiore Gennadij Osipovich che aveva affiancato il jet civile con il suo Sukhoi, ricevette l’ordine di abbattere l’intruso. «Non dissi alla base che era un Boeing, perché nessuno me lo aveva chiesto», si è giustificato in seguito.

Petrov no. Petrov non era ottuso. I missili impiegano meno di mezz’ora per raggiungere la Russia dagli Usa. Alcuni minuti servono per controllare che tutti i parametri siano giusti. Poi la comunicazione telefonica a Mosca. L’informazione arriva ai vertici. Si sveglia il gensek e a quel punto bisogna decidere subito. Militari ed ex agenti del Kgb non sono abituati a mettere in discussione le procedure. La tensione era altissima, con Reagan che aveva bollato l’Urss come «impero del male» appena sei mesi prima e Andropov che si diceva convinto della volontà di aggressione americana. A un attacco si sarebbe risposto quasi certamente con una massiccia rappresaglia: decine di missili sovietici lanciati verso gli Stati Uniti. E Washington avrebbe certamente replicato con il lancio (questa volta vero) delle sue testate nucleari. Per il pianeta sarebbe stata la fine.

Ma Petrov non era ottuso. Al suo posto di controllo a Serpukhov-15, vicino Mosca, arrivò il segnale sempre atteso e tanto temuto: «Si accese una luce rossa, segno che un missile era partito. Tutti si girarono verso di me, aspettando un ordine. Io ero come paralizzato, dapprincipio. Ci mettemmo subito a controllare l’operatività del sistema, ventinove livelli in tutto». Pochissimi minuti e si accese un’altra luce, poi un’altra. «Nessun dubbio, il sistema diceva che erano in corso lanci multipli dalla stessa base», racconta. «Una nostra comunicazione avrebbe dato ai vertici del Paese al massimo 12 minuti. Poi sarebbe stato troppo tardi». Petrov era sicuro che la segnalazione fosse sbagliata, nonostante tutto. «Ero un analista, ero certo che si trattasse di un errore, me lo diceva la mia intuizione». Così comunicò che c’era stato un malfunzionamento del sistema. «I quindici minuti di attesa furono lunghissimi. E se eravamo noi a sbagliare? Ma nessun missile colpì l’Unione Sovietica». In seguito si chiarì che il sistema era stato ingannato da riflessi di luce sulle nuvole.

Pensava di venir premiato, e invece gli arrivò un richiamo: se lui aveva ragione, qualcun altro aveva sbagliato a progettare il sistema. E tutto venne insabbiato. «Quando mi congedai, non mi concessero nemmeno la solita promozione a colonnello», racconta ancora. Petrov ha ricevuto vari riconoscimenti all’estero, ma nulla in patria. E ancora oggi, a 76 anni, fa la vita di sempre nel palazzo di Fryasino. Nessuno ricorda più l’uomo che ha salvato il mondo.

Fabrizio Dragosei

domenica 29 novembre 2015

D'AZEGLIO : MA I NAPOLETANI CI VOGLIONO SI O NO ??



L'amicizia, grande, vera, con Antonio Visconti, uno degli ultimi principi ( non per titolo ma per grande signorilità) di Napoli , mi ha spinto ad approfondire un momento della storia del nostro paese : l'annessione del regno delle due Sicilie da parte di quello sabaudo, prodromo dell'unità italiana.   Nel 2011, in occasione del 150° anniversario, insieme a eventi e saggi celebrativi, mi era capitato di leggere diversi contro canti, e del resto che il famoso brigantaggio andasse visto con occhi più obiettivi, anche "revisionisti", molti storici lo stavano facendo da un po'.
L'anti nordismo di Antonio, il suo forte meridionalismo, la volontà di perpetuare una memoria diversa dell' Italia borbonica, hanno fatto il resto. Così, dopo un saggio (Gianni Oliva, "Un Regno che è stato grande") breve ma utile sui vari sovrani della dinastia borbonica a Napoli, e uno, "I Vinti del Risorgimento" , di Gigi Di Fiore, esponente noto, in questa materia, del revisionismo anti savoiardo, ecco che sono giunto alla metà di un terzo libro, "L'Anello di Zinco", di Mauro Mercuri, un giovane storico romano, quindi si potrebbe dire "neutrale" per posizione geografica, che pure sposa la tesi dell'occupazione piuttosto che quella della liberazione Risultati immagini per l'anello di zinco libro.
Ovviamente la discussione è serrata, e ci sono vari elementi che mi lasciano perplesso nel leggere le lodi di Ferdinando II, la descrizione di un regno ricco e felice.
Però, una pagina mi è rimasta impressa, provenendo da Massimo D'Azeglio, quello della famosa frase "L'Italia è fatta, bisogna fare gli italiani", quindi un patriota risorgimentale, che a proposito del brigantaggio scrisse :
La questione del tenere Napoli o non tenere mi pare che dovrebbe dipendere più di tutti dai napoletani, salvo che vogliamo, per comodo di circostanze, cambiare quei principi che abbiamo sin qui proclamati. A Napoli abbiamo cacciato un Sovrano (la S maiuscola è testuale NdC) per stabilire un governo sul consenso universale. Ma ci vogliono 60 battaglioni per tenere il Regno, ed è notorio che, briganti o non briganti, non tutti ne vogliono sapere. Mi diranno : e il suffragio universale ? Io non so niente di suffragio, ma so che di qua del Tronto non ci vogliono 60 battaglioni , e di la sì. Dunque dev'esser corso qualche errore. Dunque, o cambiar principio o cambiare atti, e trovar modo di sapere dai napoletani una buona volta se ci vogliono sì o no. Perché a chi volesse chiamar tedeschi in Italia, credo che gli italiani che non li vogliono hanno il diritto di fare la guerra.
Ma a italiani che, rimanendo italiani, non volessero unirsi a noi, non abbiamo il diritto di dare archibusate.

Una prosa antica, certo, ma a sembra perfetta anche così.


martedì 14 luglio 2015

QUANDO FU SPARTA AD UMILIARE ATENE

 

A me piace la Storia, un po' per carattere, e quindi fin dai primi studi, e molto perché mi aiuta a essere meno retorico e fantasioso sul presente. Oltretutto, le cose cambiano enormemente nel tempo, però la natura umana fa meno progressi...
E il legno storto, di cui parlava Kant, non si è raddrizzato.
In questi giorni di dramma Greco, dove si leggono pareri curiosi in base ai quali i greci moderni dovrebbero avere aiuti come ringraziamento per il contributo dato alla civiltà umana migliaia di anni fa ( dovrebbe valere per molti altri popoli, e tra questi pure noi romani, che quella civiltà abbiamo contribuito grandemente a diffonderla), ogni tanto compaiono pagine tratte da storici, pure ellenici, che ricordano come la patria della democrazia non sempre ebbe a comportarsi bene (vedi l'eccidio degli abitanti di Milo, con Il famoso dialogo tra gli abitanti di Milo e gli Ateniesi , narrato in un libro della guerra del Peloponneso di Tucidide ), e che certe situazioni storiche in qualche modo si ripropongono a distanza di secoli, come la resa di Atene a Sparta che Luciano Canfora sul Corsera ricorda, riportando i passi tratti dalla testimonianza dello storico del tempo, Senofonte.
Io l'ho trovato un ripasso molto istruttivo.







Storie parallele Atene disse no a Sparta, 
poi dovette distruggere le mura

Risultati immagini per distruzione delle mura di atene Inverno 405/404 a.C.
«Gli Ateniesi assediati sia da terra sia da mare non erano più in grado di rispondere alla domanda: che fare? Non c’erano più navi, gli alleati avevano defezionato, non c’era più grano. Non c’era più scampo, pensavano: avrebbero subito la stessa sorte che, senza alcuna ragione neanche quella di esercitare una legittima punizione, avevano inflitto ad altri quando per mero spirito di sopraffazione avevano calpestato il buon diritto di piccole comunità colpevoli unicamente di “non” combattere al loro fianco. Di conseguenza per prima cosa annullarono le condanne alla “privazione dei diritti politici” (a suo tempo inflitte a chi si era compromesso con l’oligarchia), e si apprestarono alla resistenza. Intanto tanta gente moriva di fame in città, e però loro non accettavano di trattare un qualche accordo di resa.
«Quando le riserve di grano furono completamente esaurite, mandarono ambasciatori presso il re spartano Agide con questa proposta di accordo: Atene si offriva di essere alleata di Sparta ma chiedeva la garanzia che non si toccassero né le mura né il Pireo. Agide rispose: andate a Sparta. Lui, disse, non aveva il potere di decidere in merito. Gli inviati tornarono ad Atene e riferirono. Furono mandati a Sparta.
«Quando giunsero a Sellasia e gli efori seppero le loro proposte — che erano le stesse che avevano fatto ad Agide — ordinarono loro di andarsene, e di tornare con proposte migliori, se davvero volevano la pace. Quando gli ambasciatori rientrarono in Atene e riferirono, la resistenza psicologica di tutti crollò. Ormai, pensavano, sarebbero stati fatti schiavi! E si rendevano conto che, fino alla prossima ambasceria, molta altra gente sarebbe morta di fame. [...]
«A questo punto, Teramene parlò in assemblea e disse: se mi inviate presso Lisandro, tornerò avendo accertato se gli Spartani intendono ridurre in schiavitù la città, e perciò si ostinano sulla questione delle mura, o invece avanzano quella richiesta perché pretendono una garanzia (in sostanza impedire, in quel modo, che un domani Atene scatenasse altre guerre). Fu inviato. Ma restò presso Lisandro ben tre mesi e più: spiava il momento in cui gli Ateniesi, totalmente privi di grano, avrebbero accettato qualunque proposta. Il quarto mese tornò. [...]
«Teramene e gli altri nove ambasciatori giunsero a Sellasia. Lì furono fermati e fu chiesto loro con quale proposta si fossero presentati. Risposero: con pieni poteri sulla questione della pace. Solo allora gli efori li ricevettero.
Aprile 404 a. C.
«Alla loro presenza si svolse una riunione plenaria degli Spartani con gli alleati. Corinzi e Tebani soprattutto, ma anche molti altri Greci si opponevano ad ogni ipotesi di accordo: non ci si può accordare con gli Ateniesi, vanno estirpati, soppressi! Gli Spartani risposero che non avrebbero ridotto in schiavitù una città che aveva avuto grandi meriti nel momento in cui la Grecia aveva corso il massimo pericolo. Indicarono perciò le seguenti condizioni di pace: distruggere le grandi mura ed il Pireo; consegnare tutte le navi tranne dodici; far rientrare gli esuli; diventare alleati di Sparta e seguire dovunque e comunque gli Spartani in pace e in guerra.
«Teramene e gli altri nove ambasciatori che erano con lui tornarono ad Atene recando con sé questo ultimatum. Mentre entravano in città una folla enorme li attorniava. Temevano che fossero tornati a mani vuote. Alcuni si levarono a parlare per opporsi. Molti di più si dissero, invece, d’accordo. Fu varato un decreto: “le condizioni di pace sono accettate
”».
Così narra Senofonte, testimone oculare di questa tragedia.