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lunedì 16 ottobre 2017

A VIENNA VENTI DI DESTRA. I GIORNALONI ITALIANI A LUTTO

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In Austria non va affatto bene, o almeno questo è lo sconforto della gente " a modo", che scrive sui giornali principali.
E già, a Vienna vince la destra. Non i liberali "liberal", alla Macron, ma proprio la destra conservatrice e nazionalista. Perché questo è il partito popolare guidato dal giovane Kurtz, il probabile cancelliere più giovane della storia europea. 
Motivo principale del successo : Kurtz ha fatto proprie le parole d'ordine della destra estrema, quella che ieri faceva capo al denigratissimo Heider, e quindi meno europa e niente immigrati, almeno in Austria. E la gente lo ha votato.
Un lustro di invasione migratoria ha portato a questo irrigidimento, e al saldo dell'elettorato moderato con quello più intransigente verso i migranti, a dispetto di qualsiasi accusa di razzismo o di disumanità nei confronti dei reietti della terra. 
Non piace, come abbiamo detto, alla gente che piace.
In Austria, più di sei elettori su dieci rispondono " e sti ca...!!".
Leggo che da noi Gentiloni ha in mente di porre la fiducia sullo Ius Soli subito dopo l'approvazione della legge di stabilità (la vecchia finanziaria). Dicembre o gennaio. Fa bene, che tanto, anche se cade, il botto non si sente, visto che nel 2018 il voto ce lo devono dare comunque, quelli del Quirinale e palazzi limitrofi.
Sono curioso peraltro di vedere cosa faranno gli alfaniani, che da una parte hanno commerciato i loro pochi ma utili voti per ottenere il 3% nel rosatellum ( era meglio il 2 Angelì, che forse il 3 è ancora troppo..) e qualche seggio sicuro nei collegi uninominali, dall'altra nello schierarsi definitivamente col centro sinistra potrebbero perdere anche quel pugno di voti che ancora, non so come, riescono ad ottenere (per quale ragione un moderato, non dico un liberale, dovrebbe mai votare quella formazione ?? tanto vale votare il PD e amen). 
Ah, anche in Austria, come in Germania, in Svezia, In Inghilterra, le elezioni non hanno designato un unico vincitore, e chi è arrivato primo dovrà trovare alleati per formare il governo. 
Anche A Vienna ci sono tre poli principali.
Nessuno invoca rivoluzioni del proprio sistema elettorale, accettando che il consenso popolare si frammenti. 
Mi piacerebbe che il professor Panebianco un giorno scrivesse un'editoriale su questa miopia che attraversa trasversalmente l'Europa. 

DI seguito, ho selezionato due articoli tratti dal Corriere della Sera  relativi appunto alle elezioni austriache.
Nel primo c'è una breve ma mi sembra chiara rappresentazione della situazione politica generale a Vienna, nel secondo la descrizione  della figura del giovane vincitore. 

Il Corriere della Sera - Digital Edition


 Conservatori ed estremisti sempre più vicini

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Nel cuore dell’Europa c’è un Paese ricco, piccolo ma significativo per storia, cultura e tradizione, dove 6 cittadini su 10 si sono lasciati sedurre da una proposta politica concentrata esclusivamente sul no all’immigrazione, la lotta alla minaccia islamica, la tolleranza zero verso i rifugiati. È un segnale piuttosto robusto di come in Europa le linee divisorie tra forze conservatrici e forze di estrema destra si stiano assottigliando, con i partiti moderati pronti a sposare la linea dura su migranti, Islam e sicurezza interna. Dopo quella drammatica subita in Germania dalla Spd, la sconfitta della socialdemocrazia austriaca, non devastante nei numeri ma storica ponendo fine a 41 anni di potere su 50, è l’altra faccia di una mutazione che sta già cambiando radicalmente il paesaggio politico europeo. Ovunque in crisi, le forze di centro-sinistra appaiono sempre più bisognose d’autore, se vogliono fermare un declino lento ma in apparenza inarrestabile. Giovane, aitante, elegante, un po’ cyborg nella sua perfezione, Sebastian Kurz è il fatto nuovo, il tratto originale del laboratorio asburgico. È stato paragonato a Emmanuel Macron, ma non ha creato una «cosa» ab ovo come il presidente francese, scegliendo invece di conquistare un partito tradizionale e farne lo strumento della propria ascesa. Per non parlare del fatto che, ancorché vago come spesso accade ai leader carismatici, Macron la bandiera europea l’ha presa e l’ha difesa durante e dopo la campagna elettorale. Nulla di tutto questo nel caso di Kurz. Il fatto che il partito navetta sia la Övp può suonare rassicurante. Ma a parte l’operazione di riverniciatura dal nero al turchese e la personalizzazione, le cose dette da Kurz in campagna elettorale lo accostano piuttosto a Viktor Orbán che non ad Angela Merkel. Anzi, è proprio contro la signora di Berlino che Kurz ha costruito la propria reputazione, prima battendosi per chiudere ai migranti la rotta balcanica, poi spingendo per la fine dei negoziati d’adesione con la Turchia. Certo al giovane leader e cancelliere in pectore bisogna concedere il beneficio del dubbio e chiedersi se non abbia fatto bene a occupare lo spazio politico alla sua destra, rubando di fatto l’agenda di Strache, che ancora a gennaio era in testa a tutti i sondaggi. L’opposto di quanto ha fatto la Cdu in Germania.
L’obiezione in questo caso è che la Fpö non è stata ridimensionata, ma è cresciuta. Di più, come ha osservato lo stesso Strache, è stata del tutto sdoganata: «Siamo arrivati nel centro della società austriaca». Un grande balzo per il partito che fu di Jörg Haider, spauracchio dell’Europa all’inizio del Millennio, e per un leader che in gioventù ha avuto frequentazioni con ambienti neonazisti. Ora, per i liberal-nazionali di Vienna la strada del governo è possibile. Riuscirà Sebastian Kurz a farne alleati presentabili ?


La marcia di Sebastian K
  Paolo Valentino

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Inseparabile dalla sua Susanne, studi in Legge abbandonati,
una carriera lampo. E sui migranti, ha fatto il lavoro sporco per Angela.
 Aveva fretta, ha fatto la scommessa della vita e ha sbancato il tavolo. Sebastian Kurz ha vinto le elezioni politiche e quasi sicuramente sarà il prossimo cancelliere dell’Austria. A 31 anni, il leader dei popolari sarebbe il più giovane capo di governo del pianeta.
Il Wunderwuzzi , il «bambino prodigio», è nato il 2 agosto 1986. Suo padre era ingegnere, la madre insegnante. Ha studiato Legge, ma ha abbandonato l’università attratto dalla politica.
Eppure, di sé ama dire che non voleva fare il politico di professione, che la politica gli è passata vicino e se l’è preso. A Vienna se lo ricordano nel 2009, quando si candidò al Consiglio comunale e girava per la città in una Geil-o-Mobil, l’auto-figa, dove il secondo termine sta sia per cool che per un’altra cosa. Infatti, a bordo del Suv si accompagnava a diverse signore succintamente vestite. Lui, Kurz, distribuiva profilattici neri, il colore del partito, per sottolineare l’aspetto eccitante di un voto alla noiosa Övp.
Ma questo è il passato, di cui il futuro cancelliere non parla volentieri. Anche perché sul piano privato, Kurz è in verità molto Biedermeier , romantico: da quando ancora studiava ha una compagna, la bionda Susanne Thier, cinque anni più giovane di lui, che non lo ha mollato un minuto durante la campagna e si prepara ad assumere il ruolo di first lady dell’Austria.
La marcia di Radetzky verso il potere di Sebastian Kurz lascia senza fiato: sottosegretario all’Integrazione a soli 24 anni, deputato a 26, ministro degli Esteri un anno dopo, subito a suo agio sulla platea del mondo.
I suoi viaggi a New York per l’Assemblea Generale dell’Onu si raccontano: solo incontri di alto livello, interventi molto ascoltati sulla minaccia dell’Islam radicale, dibattiti con Henry Kissinger. I modi garbati, la figura elegante, il volto fanciullesco reso luminoso dai lunghi capelli tirati indietro all’Umberta ne fanno una star della diplomazia internazionale.
Nel 2016 Kurz è decisivo nella chiusura della rotta balcanica, fa un po’ il lavoro «sporco» per Angela Merkel, dopo averla pubblicamente criticata per la sua Willkommenkultur , la cultura dell’accoglienza. «Ha avuto i ringraziamenti della cancelliera?», gli chiede ironicamente Wolfgang Schäuble. Non li aveva avuti. Ma la domanda è per Kurz come una medaglia.
È però fra le mura di casa che si gioca la partita vera. Occorrono disciplina, determinazione, Wille zur Macht , volontà di potere, tutte qualità che Sebastian Kurz dimostra di possedere.
Seguendo un piano segreto curato in ogni dettaglio, l’ Operation Ballhaus , nel maggio di quest’anno fa un’Opa ostile sulla Övp, la conquista e la svuota, cambiandone perfino il nome, oltre che il lugubre colore nero: la Lista Sebastian Kurz si veste di turchese.
Il copione lo prende all’estrema destra di Heinz-Christian Strache: no all’immigrazione, lotta all’islamismo radicale, espulsioni facili per i profughi che non rispettano le regole, chiusura delle frontiere esterne della Ue.
Per il resto formule vaghe, suggestioni, promesse di cambiamento e tante bombe sulla Grosse Koalition , di cui pure ha fatto parte.

In soli tre mesi Kurz ha sedotto gli austriaci. Ora dovrà dimostrare anche di saperli governare.

venerdì 13 ottobre 2017

TANTO RUMORE PER NULLA ? I TOPOLINI DI FUGNOLI

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Nel suo appuntamento settimanale, che seguo grazie al puntuale invio dell'amico Gianluca, Alessandro Fugnoli esamina, a volo d'aquila, alcuni scenari internazionali, considerato che nell'era dell'economia globale, sono questi che alla fine contano di più anche e soprattutto nel nevralgico settore economico .
E così si passa dalla questione Catalana all'apparente tregua sul fronte coreano, poi alla Cina presto in pieno congresso del Partito per finire all'America e alla attesa riforma fiscale promessa dal presidente Trump.

La parte che più mi ha interessato è la prima. Stimo grandemente Fugnoli e lo considero un uomo dalla cultura ampia e rara, e quindi ero grandemente interessato alla sua opinione sull'indipendentismo rivendicato da Barcellona, anzi ero in attesa, sicuro che prima o poi qualcosa avrebbe scritto. 
Infatti.

La ricostruzione storica è comune a quella per lo più letta in queste settimane : la Catalogna ha sempre goduto di grande autonomia, e l'elemento di una lingua propria, distinta da quella spagnola (il castigliano ) non ha piccolo peso (è quella che manca ai vagheggiati "stati uniti d'Europa", e che invece c'era, e pesò, nella nascita degli stati uniti d'America) nella formazione del sentimento di appartenenza e quindi nell'istanza indipendentista. 
Peraltro i regni di Aragona (di cui la Catalogna faceva parte) e di Castiglia si fusero nel 1469, con il matrimonio tra Filippo e Isabella, senza conflitti. 
Il problema sorge quando in Spagna scoppiò la guerra di successione, con i Catalani schierati con il filone filo asburgico, i castigliani dalla parte del candidato borbone.
Nella spartizione finale, perché il conflitto non vide in realtà un vero, unico vincitore, e l'antico impero fu diviso tra le varie potenze, la Spagna peninsulare toccò a Filippo di Borbone che non dimenticò la scelta di campo di Barcellona e ridusse la storica autonomia catalana. Nessuna occupazione dunque, come pure vuole la mitologia indipendentista.  Recuperato spazio con la Repubblica, la Catalogna si schierò contro il golpe franchista, e, anche stavolta, perse.
Nuovo, ampio respiro con l'avvento, lento ma progressivo, della democrazia alla morte di Franco (1975) e nuova costituzione nel 1979. Secondo Fugnoli, e di lui mi fido, i governi conservatori spagnoli, quindi Aznar prima e Rojoi poi, hanno cercato non solo di contrastare le incessanti richieste di Barcellona di accrescere sempre di più un'autonomia già obiettivamente ampia, secondo i normali standard internazionali, ma anzi di ridimensionarla, con conseguente inasprimento del confronto-conflitto tra i due fronti. 
Come sempre, il "nostro" ci fornisce una chiave di lettura originale ed interessante secondo la quale la causa catalana mancherebbe di un elemento fondamentale : il consenso convinto della sua classe imprenditoriale. In effetti, anche a me ha colpito leggere, alla vigilia del referendum e nei giorni immediatamente successivi, che tutte le principali banche ed imprese catalane organizzavano l'immediato spostamento delle loro sedi in previsione di una dichiarazione unilaterale d'indipendenza
E la ragione non sta certo per la fedeltà alla Spagna, quanto per la volontà di restare agganciati all'Europa, che da questo punto di vista, secondo Fugnoli, sarebbe cinica e conservatrice con i catalani.
Vabbè, non sono d'accordo su tutto (per esempio mi domando quale fosse la classe borghese imprenditoriale italiana nel risorgimento...), però, come sempre, Fugnoli scrive in modo chiaro e ricco.
Buona Lettura dunque. 



MONTAGNE E TOPOLINI


Speranze e paure destinate a sgonfiarsi

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Catalogna. Non ci possono essere dubbi sul fatto che abbia 
un ’identità nazionale . Era etnicamente diversa dal resto della penisola iberica fin dai tempi preromani. Fu marca autonoma sotto influenza francese per quattro secoli e poi divenne parte semi-indipendente del regno di Aragona, la regione che sta alle sue spalle. Aragonesi e catalani si crearono un piccolo e prospero impero che comprendeva a un certo punto la Sardegna, l’Italia meridionale e perfino Atene. Arrivarono ad avere un papa loro, Alessandro VI Borgia, molto migliore di come la tradizione lo ha dipinto.
Nel 1469 Fernando di Aragona sposò Isabella di Castiglia per completare la cacciata degli arabi dal sud e per proiettare i due regni verso l’Africa e le Americhe. Per quanto unificati, i due regni mantennero totale parità di peso e autonomia linguistica e giuridica fino all’inizio del Settecento, quando i catalani si schierarono dalla parte perdente nella lunga Guerra di successione spagnola e si ritrovarono un Borbone francese, Filippo V, come nuovo re. Filippo, nipote diretto di Re Sole, applicò immediatamente i principi centralisti e assolutisti assorbiti a Versailles e tolse ai catalani sconfitti la loro autonomia.
Con l’inizio del Novecento e il passaggio alla repubblica la Catalogna riacquistò immediatamente larga autonomia politica e linguistica e ai tempi della Guerra Civile divenne, insieme al Paese Basco e alle Asturie, il centro dell’opposizione a Franco. Come Filippo V, Franco vincitore represse in ogni modo i catalani, che riuscirono comunque a rimettersi in piedi e a fare da motore del miracolo spagnolo degli anni Cinquanta. Caduto il franchismo, Barcellona riottenne immediatamente una larga autonomia, erosa però progressivamente sotto i governi controllati dal Partido Popular e soprattutto con Rajoy. Da qui, da un decennio, la spinta crescente a risolvere una volta per tutte la questione attraverso l’indipendenza.

All’indipendentismo catalano manca però lo stesso elemento che è mancato all’indipendentismo del Québec e a quello scozzese, tutti capaci di sfiorare il 50 per cento dei consensi popolari senza mai andare oltre. Manca la compattezza della classe imprenditoriale, quella che nell’Ottocento e nel Novecento si chiamava borghesia e che fu decisiva nelle guerre di indipendenza che si conclusero con successo (Stati Uniti, America Latina, Italia, India). 
E così, mentre le imprese coreane se ne restano tranquillamente a pochi chilometri dalle atomiche di Kim, la finanza e le utilities catalane, soggette ai regolatori di Madrid, Bruxelles e Francoforte, non hanno esitato un minuto a scappare. A questo punto, la montagna sollevata dal referendum sembra destinata a partorire il topolino di una guerra politica di logoramento destinata a durare anni o decenni. L’Europa, che ha perso memoria di molti suoi valori e che tratta la Catalogna da provincia ribelle, non rischierà nulla, se non di apparire ancora più lontana, imperiale e autoreferenziale.
Terza guerra mondiale. Come mai i mercati accolgono con uno sbadiglio le dichiarazioni quotidiane di Trump sulla necessità di prepararsi a una guerra con la Corea del Nord e quelle del senatore Corker, che fu a un passo dal diventare segretario di stato, che sostiene che la politica di Trump ci sta portando verso la terza guerra mondiale? È molto diffusa la convinzione che la montagna di retorica serva solo a spaventare Kim, che in effetti da qualche tempo sembra essersi preso una pausa. Si sa che sono aperti canali di comunicazione tra Washington e Pyongyang e che la retorica aggressiva potrebbe essere davvero un semplice fuoco di copertura delle trattative. Resta, come dato di fatto, cha la montagna di dichiarazioni bellicose sta producendo un’accelerazione nel rialzo forte e sicuro dei titoli della difesa. Che ci sia guerra o pace armata, il bull market del settore è secolare.
Cina. A cinque giorni dall’apertura del XIX congresso del partito, tutto è come deve essere, ovvero perfettamente in ordine. Il Pil, al 6.7 per cento, supera di due decimali, cioè del giusto, l’obiettivo di piano del 6.5. Il renminbi è tornato in buona salute, i capitali non fuggono più e le riserve valutarie hanno ripreso a crescere (tutto senza esagerare, per non danneggiare le fiorenti esportazioni). La borsa di Shanghai, dopo le tempeste del 2015, è tornata composta e in costante moderato rialzo. Xi Jinping controlla con mano ferma il partito e il paese e non si vede nessuna fronda in grado di preoccuparlo.
E tuttavia la montagna di attese degli anni scorsi su un nuovo corso riformatore nell’economia deve lasciare il campo a una realtà ormai consolidata che appare più contrastata. Da una parte è vero che la Cina intende seriamente, sia pure con i suoi tempi, riorientarsi verso i consumi  interni, limitare la sovrapproduzione nell’industria pesante e orientarsi aggressivamente verso le nuove tecnologie, nelle quali vuole essere davanti all’America entro il 2030. Ed è anche vero che il mercato è una voce ascoltata nella determinazione del cambio e dei tassi.
È però altrettanto vero che di privatizzazioni non si parla più. La politica non vuole assolutamente perdere il suo posto di comando. Accetta che le imprese pubbliche si confrontino con il mercato, ma intende mantenerne il controllo. Quanto alle grandi imprese private, la loro fedeltà politica deve essere totale, tanto da essere proclamata nella statuto aziendale. Una volta fedeli, possono fare tutti i soldi che vogliono. Per quanto poi riguarda il grande problema del debito, la Cina continua a dimostrare una grande capacità tecnica nel gestirlo, ma non ha intenzione di ridurlo, semmai di moderarne la crescita limitando le attività di shadow banking.
Dove la Cina sta conseguendo grandi successi è nella sua penetrazione capillare nel tessuto economico dell’Asia, dell’Africa e ora anche dell’Europa. Il grandioso progetto One Belt, One Road, con il quale la Cina si lega a tre continenti, è il frutto di un pensiero strategico potente. A ogni paese la Cina porta in dono una centrale nucleare, un porto, una linea ferroviaria, un parco industriale e ne ha in cambio uno sbocco per i suoi prodotti e, spesso, una base militare.
Dopo il congresso la crescita cinese rallenterà leggermente e il renminbi smetterà di rafforzarsi, ma nei prossimi 6-12 mesi la Cina, e con lei tutta l’Asia, continueranno a godere di ottimi livelli di crescita nella stabilità.
Riforma fiscale americana. Studiata nei dettagli negli otto anni di opposizione repubblicana, doveva essere la più grande rivoluzione economica dal New Deal. Mese dopo mese ha però perso i pezzi e ora il rischio è che davvero ne esca un topolino.
Ha cominciato la lobby degli importatori a impedire l’introduzione della border tax sulla produzione estera. Poi la lobby degli indebitati ha bloccato (almeno per ora) l’abolizione della detraibilità degli interessi passivi. Si pensava di abbassare l’aliquota per le società al 15, ma senza border tax e interessi passivi non ci sono i soldi e ora è rimasto solo Trump a parlare del 20 mentre tutti gli altri parlano del 23-25. Sul fronte delle imposte sulle persone, la lobby dei repubblicani di New York e California sta lavorando per il ritiro  della proposta di abolire la detraibilità delle imposte locali, attraverso la quale gli stati virtuosi finanziano gli stati spendaccioni. I soldi per abbassare le aliquote scendono quindi ogni giorno che passa.
Insomma, l’impianto della riforma è bombardato da tutti i lati e la maggioranza al Senato è di soli due membri, con McCain e Rand Paul già defilati e Corker che giura che non autorizzerà un solo centesimo di deficit in più.
Il consenso di mercato sconta 8 dollari per azione di maggiori utili dalla riforma fiscale, ovvero il 6 per cento in più. Nei suoi calcoli, tuttavia, il mercato parte dalla proposta dei Sei Saggi (Trump e i leader di Camera e Senato) alla quale mancano però i voti decisivi dei senatori citati. Abbiamo visto gli stravolgimenti radicali cui è stata sottoposta la riforma sanitaria in corso d’opera (la riforma è fallita comunque) e annacquamenti profondi ci saranno anche per quella fiscale, a partire dal differimento del suo inizio nel corso dei prossimi dieci anni.
Le borse festeggeranno qualsiasi testo di riforma che uscirà dal Congresso, ma nel corso del 2018 si accorgeranno che l’impatto sugli utili sarà molto più modesto di quello che si stanno aspettando. Per non correggere (e per tentare di salire ancora) dovranno appoggiarsi su altri fattori. Come la crescita globale, che l’anno prossimo potrebbe essere buona come quella di quest’anno.



Alessandro Fugnoli

giovedì 12 ottobre 2017

I FALSI MITI DELL'INDIPENDENTISMO CATALANO

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Ho trovato molto interessante l'articolo del Post, quotidiano on line molto ben fatto, che riporta, a sua volta, il servizio dedicato da Il Pais, noto giornale spagnolo, ai "miti", falsi, dell'indipendentismo catalano.
Certo, Il Pais è dichiaratamente contrario però le argomentazioni suonano... Insomma a me hanno convinto. 
Buona Lettura 

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 10 falsi miti sull’indipendentismo catalano



Il País – che è contrario all'indipendenza – ha smontato alcuni dei più diffusi slogan a sostegno del referendum che si dovrebbe tenere domenica

Il País ha elencato e smentito 10 falsi miti sul referendum per l’indipendenza della Catalogna che dovrebbe tenersi domenica 1 ottobre: per esempio che la Spagna rubi i soldi dei catalani, i quali sarebbero più ricchi stando da soli, oppure che la Catalogna indipendente entrerà automaticamente nell’Unione Europea. Il País – che finora ha preso una posizione nettamente contraria al referendum, e vale la pena tenerlo a mente – ha selezionato questi falsi miti dagli slogan e dalla retorica politica usati dai leader indipendentisti catalani negli ultimi anni: alcuni si possono considerare falsi miti non perché c’è la certezza che non si realizzeranno mai, ma perché non c’è certezza che si realizzeranno, come invece sostengono i favorevoli all’indipendenza. Inoltre, questi non sono naturalmente gli unici argomenti dei favorevoli all’indipendenza della Catalogna.

1. La guerra del 1714 fu una guerra di secessione
Gli indipendentisti sostengono che la guerra di successione spagnola che fu combattuta all’inizio del Diciottesimo secolo fu in realtà una guerra di secessione della Catalogna dalla Spagna. Secondo questa interpretazione, la sconfitta dell’esercito catalano segnò la fine delle istituzioni autonome della Catalogna sperimentate durante l’Impero Carolingio e l’inizio di un periodo di sottomissione al potere spagnolo. 

Le cose però non andarono così, ha scritto il País.
Nel 1700, alla morte di Carlo II, che era senza un diretto discendente, iniziò una guerra per la corona di Spagna: si scontrarono Filippo V di Borbone (nipote del re Luigi XIV di Francia) e l’arciduca Carlo VI d’Asburgo.
Fu una guerra europea che divenne anche una guerra civile: il regno di Castiglia appoggiava i Borbone, mentre il principato di Catalogna stava dalla parte degli Asburgo. Vinsero i Borbone e la Coronela, l’esercito catalano, fu sconfitto. 
«Non fu una guerra di una nazione contro l’altra, né d’indipendenza, né di secessione, né patriottica», ha scritto il País, «e le vecchie leggi e antiche Costituzioni catalane furono usate da entrambe le parti come pretesti, slogan, esche e alibi». 
Fu una guerra tra due case regnanti per ottenere il potere, e basta.

2. La Costituzione del 1978 è ostile ai catalani
Gli indipendentisti catalani sostengono che sia necessario superare la Costituzione del 1978, ovvero la Costituzione adottata in Spagna dopo la fine del periodo storico conosciuto come franchismo, perché sarebbe a loro ostile; inoltre vorrebbero cambiarla tramite una decisione appoggiata dal Parlamento catalano, dove i partiti indipendentisti (Junts pel Sí e CUP) hanno la maggioranza dalle elezioni del 2015.
Il País sostiene che ci siano diverse cose sbagliate e false riguardo a questo punto. Anzitutto ci sarebbe un problema di rappresentatività nel modo tramite il quale gli indipendentisti vorrebbero modificare la Costituzione: gli indipendentisti nell’attuale Parlamento catalano sono stati votati da 1,9 milioni di persone, pari al 47,7 per cento del totale dei votanti; 
la Costituzione del 1978 fu appoggiata da 2,7 milioni di catalani, pari al 91,09 per cento dei votanti. La Catalogna fu, insieme all’Andalucía, la comunità autonoma spagnola ad appoggiare con la maggioranza più ampia la Costituzione, alla cui scrittura parteciparono tra l’altro catalani molto importanti. Secondo il País, inoltre, il testo votato non si può considerare in nessun modo quello di uno “stato ostile” ai catalani, ma tipico di uno stato profondamente decentralizzato.

3. La Autonomia ha fallito
Gli indipendentisti sostengono che i quasi 40 anni di autogoverno – ovvero la decentralizzazione del potere disegnata con la Costituzione del 1978 – siano stati un fallimento; dicono che oggigiorno sarebbe in corso un nuovo processo di centralizzazione del potere, e che quindi l’autonomia debba essere trasformata in indipendenza.
Il País sostiene che non sia corretto parlare di fallimento. Nel 1979, un anno dopo l’adozione della Costituzione, fu adottato un nuovo Statuto di Autonomia della Catalogna che tra le altre cose stabilì «un sistema di autogoverno senza precedenti nella storia della Spagna»: fu recuperata la lingua catalana, il cui uso era stato vietato durante il franchismo, si fecero passi avanti sulla corresponsabilità fiscale e si ridistribuirono le competenze tra stato e comunità autonoma. Nel 2006 fu approvato un nuovo Statuto di Autonomia, che dava ulteriori poteri alla Catalogna, anche se poi molte sue parti furono dichiarate incostituzionali dal Tribunale costituzionale spagnolo con una sentenza molto contestata. Il País sostiene che nonostante quella sentenza, e nonostante le diverse leggi centralizzatrici introdotte dal Partito Popolare del primo ministro Mariano Rajoy dal 2012 a oggi, il grande livello di autogoverno delle comunità autonome spagnole sia una cosa ormai consolidata: migliorabile, ma comunque notevole se comparato con altri stati del mondo.

4. La Spagna è uno stato autoritario
Gli indipendentisti hanno accusato in diverse occasioni il governo spagnolo di comportarsi in modo autoritario: l’ultima volta è successo meno di una settimana fa, dopo le perquisizioni e gli arresti effettuati dalla Guardia civile spagnola negli edifici del governo catalano a Barcellona, accusato di continuare a organizzare il referendum sull’indipendenza nonostante fosse stato definito illegale dal Tribunale costituzionale spagnolo. L’account Twitter del governo catalano aveva scritto cose tipo: «I cittadini sono convocati per l’1 ottobre per difendere la democrazia da un regime repressivo e intimidatorio»; oppure: «Pensiamo che il governo spagnolo abbia oltrepassato la linea rossa che lo separava dai regimi autoritari e repressivi».


Come scrive il País, non c’è ragione di pensare che la Spagna non sia uno stato democratico. In Spagna esistono lo stato di diritto e la separazione dei poteri; il paese fa parte di tutte le convenzioni internazionali sul rispetto dei diritti umani e le libertà politiche delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea; Freedom House ha dato un punteggio di 95/100 al rispetto dei diritti civili e politici in Spagna, lo stesso dato attribuito alla Germania. Né il governo catalano né uno dei gruppi indipendentisti della regione hanno mai fatto ricorso a tribunali internazionali per denunciare delle violazioni dei diritti, né tantomeno lo stato spagnolo è mai stato condannato per questo tipo di violazioni.

5. La Spagna ci ruba i soldi
L’idea che la Spagna “ruba” i soldi della Catalogna, sostanzialmente ridando indietro molti meno soldi di quelli che riceve, risale al 2012, quando fu diffusa dal governo dell’indipendentista Artur Mas. Allora si disse che la Catalogna contribuiva con 16,4 miliardi di euro al bilancio della Spagna, cioè l’8,4 per cento del PIL catalano: troppo, sostenevano gli indipendentisti.
In realtà i numeri diffusi dal governo catalano, scrive il País, si sono poi dimostrati più bassi, soprattutto dopo la crisi economica: non così lontani dalle percentuali trasferite in media da altri territori prosperi verso i governi centrali a capo dei loro stati federali, e nemmeno così lontano dalle stesse proposte catalane. In alcuni periodi storici il contributo della Catalogna al PIL spagnolo è stato anche più basso di quello di altre regioni della Spagna: per esempio, secondo i dati ufficiali diffusi dal governo spagnolo, nel 2014 la Catalogna è stata la seconda comunità autonoma contribuente netta (con il 5 per cento del suo PIL) dietro a Madrid (9,8 per cento). C’è anche da tenere conto che calcolare con precisione quanto torni indietro indirettamente a una regione che ha versato un contributo allo Stato è molto difficile: questo perché per esempio le tasse catalane finanziano il governo centrale, i ministeri e il Parlamento che legiferano anche per la Catalogna, oltre che l’esercito che protegge l’intero paese. Quantificare questa somma di denaro non è per niente facile.

6. Da soli saremo più ricchi
Gli indipendentisti catalani sostengono che da soli, quindi staccati dalla Spagna, sarebbero più ricchi. 


Già oggi la Catalogna è una delle comunità autonome più ricche del paese, insieme a Madrid, Paesi Baschi e Baleari, e ha un PIL pro-capite simile a quello di alcune tra le regioni più avanzate d’Europa. 
Una Catalogna indipendente aumenterebbe il suo PIL e migliorerebbe i suoi servizi pensionistici e sociali, sostengono gli indipendentisti.
Il problema, scrive il País, è che questa interpretazione minimizza i costi che deriverebbero dall’indipendenza: «la perdita delle sinergie economiche e degli stimoli intellettuali ottenuti dal fatto di appartenere all’ampio spazio economico europeo» sono difficilmente quantificabili, ma dovrebbero essere presi in considerazione. Il ministero dell’Economia spagnolo ha stimato che l’eventuale secessione ridurrebbe il PIL catalano di una cifra compresa tra il 25 e il 30 per cento rispetto a quello attuale; uno studio del ministero degli Esteri, meno catastrofico, parla di un calo del 19 per cento del PIL. Non è comunque possibile dire cose certe su questo tema.

7. Abbiamo diritto a separarci
Nella “Ley del referéndum de autodeterminación vinculante sobre la independencia de Cataluña”, cioè la legge approvata il 6 settembre dal Parlamento catalano che regola il referendum, c’è scritto che la Catalogna ha il «diritto imprescrittibile e inalienabile all’autodeterminazione», in senso «favorevole all’indipendenza». Non è proprio così.
È vero che il diritto internazionale riconosce il principio di autodeterminazione dei popoli, ma non inteso come diritto alla secessione, quanto piuttosto diritto del popolo, o di una parte di esso, a essere cittadino e potersi realizzare politicamente, a partecipare alla vita democratica delle istituzioni del proprio paese. Il diritto alla secessione viene riconosciuto solo in alcuni specifici casi, per esempio dove c’è un dominio coloniale, un’occupazione militare di una forza straniera e dove vengono compiute gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani. Nel resto dei casi il diritto internazionale fa prevalere la “garanzia del confine”, ovvero l’integrità territoriale dello stato, sulle esigenze di autodeterminazione.

La Costituzione spagnola non prevede il diritto alla secessione e un cambiamento dello status quo richiederebbe una riforma costituzionale con procedimento aggravato, quindi con una maggioranza rafforzata, proprio come in Italia. 

Ci sarebbe anche la possibilità di organizzare direttamente un referendum, ma il voto dovrebbe essere organizzato dal governo spagnolo e il risultato non sarebbe comunque vincolante (si parlerebbe di un referendum consultivo).

8. Non usciremo dall’Unione Europea
Gli indipendentisti sostengono che la Catalogna sicuramente non uscirà dall’Unione Europea, una volta raggiunta l’indipendenza, ma non è una cosa certa o automatica.
Come ha scritto il País, dal 2004 a oggi tutti i presidenti della Commissione europea – Romano Prodi, Jose Manuel Barroso e Jean-Claude Juncker – hanno sostenuto il contrario: se un territorio di uno stato membro smette di esserne parte, perché diventa indipendente, i trattati dell’Unione Europea non potranno continuare ad essere applicati automaticamente a questa parte di territorio. Se vorrà diventare membro dell’Unione Europea, il nuovo stato dovrà fare formale richiesta, secondo quanto prevede l’articolo 49 del Trattato sull’Unione Europea: significa che la sua candidatura dovrà essere accettata da tutti gli attuali stati membri, quindi anche dalla Spagna, che però potrebbe non essere d’accordo in caso di dichiarazione unilaterale di indipendenza della Catalogna.
C’è poi un’altra questione. Per come è fatto oggi il sistema internazionale, uno stato per essere tale deve avere un ampio riconoscimento internazionale (un’entità può definirsi stato in maniera unilaterale, ma se non viene riconosciuto dagli altri non può avviare relazioni diplomatiche, non può entrare a far parte di grandi trattati internazionali, e così via). Come disse lo scorso 25 marzo Artur Mas, ex presidente catalano, «se non ti riconosce nessuno, le indipendenze sono un disastro». Un passaggio fondamentale per ottenere questo riconoscimento è l’ONU. Per ammettere un nuovo stato nell’ONU, questo deve essere raccomandato dal Consiglio di Sicurezza, dove ci sono cinque stati con poteri di veto tra cui la Francia, che non sembra troppo incline a favorire spinte separatiste in un altro paese europeo. La candidatura deve poi essere approvata dai due terzi dell’Assemblea generale, organo che rappresenta tutti gli stati membri dell’ONU. È difficile dire come potrebbe finire tutto questo, visto che ci sono altri stati europei che sono soggetti a spinte indipendentiste e che probabilmente si opporrebbero a un riconoscimento della Catalogna indipendente, per non alimentare gli autonomismi o indipendentismi locali.

9. Il referendum dell’1 ottobre è legale
Il governo catalano sostiene che il referendum dell’1 ottobre sia legale e il vicepresidente catalano Oriol Junqueras ha aggiunto che non è contrario al Codice penale. 

Ma non è vero, dice il País. 
La Costituzione affida la competenza esclusiva di indire un referendum di particolare importanza al Parlamento e al governo spagnoli, mentre il referendum dell’1 ottobre è stato convocato unilateralmente dal governo catalano.
Il País aggiunge anche un’altra cosa: sostiene che le due leggi approvate dal Parlamento catalano per realizzare il referendum – quella del 6 settembre e un’altra dell’8 settembre – siano illegali, anzitutto per questioni procedurali: sono state votate dal Parlamento catalano senza la maggioranza dei due terzi richiesta per la modifica dello Statuto di Autonomia della Catalogna, e senza avere ottenuto il parere preventivo del Consell de Garanties Estatutàries, il tribunale costituzionale della Catalogna, l’organo che controlla la legalità delle leggi approvate dalla comunità autonoma. La Ley del referéndum sarebbe illegale anche per il suo contenuto: una legge ordinaria non può infatti autoproclamare che «prevale gerarchicamente» sullo Statuto di Autonomia e sulla Costituzione, e non può stabilire un’autorità elettorale con la sola maggioranza assoluta.

10. Votare è sempre democratico
Uno degli slogan usati nella campagna degli indipendentisti è: «Referendum è democrazia», ma non esiste alcun automatismo che leghi questi due concetti.

Il referendum è stato ampiamente usato in passato dai regimi autoritari, tra cui quello di Franco in Spagna, che nel dicembre 1966 ne fece ricorso per approvare l’allora nuova Costituzione. Inoltre nel programma elettorale di Junts pel Sí, la coalizione al governo in Catalogna, non si parlava di referendum per l’indipendenza: non ci sarebbe nemmeno un mandato elettorale su cui fare leva. Affinché un referendum sia democratico, scrive il País, deve tenersi in un paese democratico rispettando le norme costituzionali di quello stato: una cosa che non sta avvenendo con il referendum sull’indipendenza catalana.

mercoledì 11 ottobre 2017

"INDIPENDISTI CATALANI ? DEI FASCISTI" JAVIES MARIAS

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Nella vexata questio della Catalogna, ho notato con stupore che gli intellettuali a me più noti, come Vargas Llosa, o scrittori noti, come Arturo Perez Revert, sono fortemente ostili all'istanza indipendentista. 
Però non avevo ancora letto parole nette e recise come quelle pronunciate da Javies Marias, altro importante rappresentante della cultura di quel paese, scrittore vincitore di molti premi letterari e in odore di nobel per la letteratura. 
Naturalmente non posso essere sicuro della fondatezza delle sue affermazioni, però mi suonano, per la maggior parte almeno, con le informazioni radunate in queste settimane.
Sicuramente è impossibile guardare a quelli di Barcellona come a degli "oppressi", come per esempio i Curdi, per fare un esempio di referendum ostacolati di questi giorni. 
E anche l'argomento caro ai catalani per cui si sarebbe arrivati a questo punto per la sordità di Madrid alle istanze di maggiore autonomia non convince : hanno una lingua loro, una polizia propria ( che non ha obbedito al governo centrale) ed un saldo fiscale che quelli della Padania sottoscriverebbero all'istante (Salvini parlava di una differenza negativa di 8 miliardi tra dato e ricevuto per la Catalogna, laddove la Lombardia veleggia sui 70...).
Allo stesso tempo la teoria dell'egoismo, il vero motore indipendentista per gli avversari, ha qualche lacuna , almeno sul piano razionale. Cosa assicura i catalani che, separandosi, conserverebbero il livello produttivo che hanno attualmente ?
Al di là del turismo, che va bene per Barcellona ma non per tutta la Catalogna, poi ci sono le imprese che hanno due importanti mercati per i loro prodotti : la Spagna, appunto, e l'Europa, dove accedono senza frontiere perché appartenenti ad una nazione che è membro dell'Unione.
Bene, se si separano, la Spagna intera, non solo la Castiglia, non comprerebbe più nemmeno un bottone dalla Catalogna, e l'Europa sarebbe un mercato tassato, non più free.
Queste cose i ragazzotti che sfilano magari non le sanno, ma i politici sì e quindi come la mettono ?
Pensano probabilmente che di fronte al fatto compiuto l'Europa cederebbe e col tempo anche col resto della Spagna la situazione si normalizzerebbe. 
La frenata di ieri, con Puigdemont che "sospende" la dichiarazione di indipendenza fa pensare che i segnali avuti negli ultimi giorni non siano stati rassicuranti e che sia meglio trattare.
La soluzione federale in teoria sarebbe buona, ma più facile da enunciare che da praticare, come ben si è visto anche da noi.
Buona Lettura 



Il Corriere della Sera - Digital Edition

 EGOISTI E TOTALITARI L’INDIPENDENTISMO SI È NUTRITO DI BUGIE
 Andrea Nicastro

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«L’ indipendentismo catalano è un movimento totalitario per non dire quasi fascista. Si nutre di bugie e nasce da esigenze egoistiche, sia tra i suoi sostenitori sia tra i dirigenti politici. Andiamo incontro a giorni pericolosi. Fisicamente e politicamente. E tutto questo grazie al signor Puigdemont e ai suoi amici».
Anche mentre parla del fuoco che brucia la Spagna, Javier Marías cerca la parola affilata, senza paura. Non ha cellulare, non risponde alle email, per carattere fugge dai riflettori, sceglie con puntiglio anche i premi letterari da accettare. Forse è per questo, solo per questo probabilmente, che non ha ancora vinto il Nobel per la Letteratura. Ama la parola scritta, non quella parlata. Le interviste sono un supplizio per il timore di essere frainteso o forse anche solo di veder imbruttita la sua prosa fatta di frasi lunghissime. Questa volta, però, rischia. Il momento è troppo importante per non far sentire anche la voce di uno dei più importanti scrittori di Spagna.
Marías, lei ha firmato tutti i manifesti degli intellettuali contro la «truffa del referendum» e contro la «dichiarazione d’indipendenza anti democratica». Non ha proprio alcuna simpatia per il secessionismo catalano?
«No, certamente no, perché dovrei? Una parte della popolazione catalana è sempre stata indipendentista, ma è una minoranza. Anche oggi è così».
Come facciamo a saperlo se non c’è stato un referendum legale?
«Lo sappiamo da tutte le votazioni con garanzie democratiche del passato. Persino due anni fa alle elezioni catalane si sono contati. Il blocco separatista aveva presentato il voto come un plebiscito pro o contro l’indipendenza e ha ottenuto il 48%. Nonostante ciò hanno detto di avere una “chiara” maggioranza per andare avanti con i loro propostiti. Se negano l’aritmetica, non si può parlare di nulla».
Perché dovrebbero essere obbligati a rimanere spagnoli?
«Essere indipendentista è una cosa legittima, ma questo blocco politico ha deciso che la gente che non è d’accordo con loro semplicemente non conta. Così si sfocia nella dittatura».
Nega anche il «diritto a decidere» con cui i secessionisti chiedevano un referendum legale?
«Questo è un altro trucco. La società catalana ha votato in 35-37 occasioni in questi decenni di democrazia: elezioni regionali, nazionali, europee in tutta libertà. Non si può accettare che una parte della popolazione decida di votare, poniamo, sulla reintroduzione della schiavitù. Non esiste un diritto assoluto a votare. Ci vuole una maggioranza che desideri esprimersi».
Che cosa deve fare ora lo Stato spagnolo?
«A un certo punto si dovrà far prevalere la legge, il diritto e la democrazia. Tutto ciò che stanno facendo è anti democratico. Lo stesso Parlamento catalano ha annichilito lo Statuto di autonomia pur di mandare avanti la secessione».
Si arriverà alle manette?
«Se il governo decidesse di arrestare Puigdemont in base alle leggi vigenti e se questo scatenasse una sorta di insurrezione popolare, certo sarebbe grave. Protesterebbero le frange più fanatiche, ma comunque centinaia di migliaia di persone. Il mio desiderio è che non ci sia violenza».
Come si spiega l’insofferenza di una regione tanto ricca?
«Sono ridicoli quando parlano di popolo oppresso e umiliato, è un insulto per chi davvero soffre. Per quanto mi consti, non ci sono altre aree del continente che abbiano un grado di autogoverno comparabile. Anche la lingua catalana è protetta, ha avuto tanti problemi con Franco, ma è finito quarant’anni fa».
Nessuna ragione, quindi?
«Il motore principale mi pare il calcolo politico dei dirigenti. C’è stata grande corruzione in Spagna e anche i politici catalani sono finiti sotto accusa. Un modo per evitare la galera è di fare una Repubblica dove la magistratura e la stampa gli saranno favorevoli. È un’ipotesi azzardata, lo so».
Eppure a Barcellona si vive l’entusiasmo di costruire un Paese «più giusto» rispetto a una Spagna autoritaria.
«Non è vero, da sei anni la Spagna ha un governo di destra che a me non piace per nulla, ma non è autoritario. E se anche fosse come dicono, non sarebbe una ragione sufficiente. Per otto anni abbiamo avuto con Aznar un esecutivo uguale o peggiore dell’attuale, ma tra Aznar e Rajoy abbiamo anche avuto otto anni di Zapatero che non era affatto autoritario. È la democrazia, si vota e si cambia» .
Le tasse che chiede Madrid, però, sono tante.
«Lo dice anche la Lega Nord in Italia vero? Sono movimenti non solidali, pensano che Roma o Madrid li derubi. Ma il problema è impostato in malo modo. Il contributo di Barcellona al bilancio del Paese è alto perché è prospera, ma più tasse ancora arrivano da Madrid perché più ricca. Per tutti vale il principio di solidarietà che questa gente non è più disposta a condividere».
Si stanno ripercorrendo i passi della Guerra Civile?

«Spero di no. Per ora insulti e offese sono arrivati solo da parte dei catalani verso gli spagnoli e non viceversa. Nell’ultima settimana, però, sono uscite tantissime bandiere spagnole sui balconi. Un aneddoto, forse, ma brutto. Se il nazionalismo spagnolo si svegliasse sarebbe pericoloso. E bisognerebbe ringraziare il signor Puigdemont ».

GALLI DELLE LOGGIA : SI ROMPONO GLI STATI, FIGURIAMOCI L'EUROPA

Risultati immagini per vuoto che riempie il pieno

E' un concetto noto, alla pari di quello per il quale da una situazione di crisi nasce sempre un'opportunità (ottimista), quello per il quale quando si crea un vuoto, sicuramente qualcuno o qualcosa lo riempirà.
In Italia, da tempo, il vuoto politico legislativo è riempito dai magistrati. I risultati sono pessimi ma tant'è.
Nel mondo, l'Europa è declinante da tempo. Il collettore principale era il benessere diffuso, una ricchezza che non conosceva pari nel mondo, se non negli USA, ma con molti benefit gratuiti in più (il welfare europeo, la settimana corta, so tutte robe che gli yankes si sognano !).
Da un decennio questo benessere si è molto affievolito, ancorché si stia sempre meglio qui che nella maggior parte del globo ( e infatti si vede dai milioni di disperati che affrontano di tutto pur di venire in paesi che, per lo più, non li vogliono).
Al declino del benessere, è seguito quello del sentirsi occidentali.
Non parliamo dell'utopia europeista, gli Stati Uniti d'Europa, quella roba lì, che magari in tanti hanno capito che "nun è cosa".
Ma proprio il sentimento di appartenenza ad una Nazione è in crisi, con il rigurgito di regionalismi vicini al tribalismo tanto vituperato dei vicini paesi arabi ed africani.
La Catalogna è l'esempio del giorno, con una regione che nei decenni ha raggiunti livelli di autonomia impensabili per altre realtà pure federali e che pure non gli basta, rivendicando l'indipendenza, come se i catalani fossero degli oppressi, tipo i curdi.
Ma ce ne sono parecchi di esempi simili in Europa ed Ernesto Galli della Loggia li elenca per concludere preoccupato che un'Euroapa siffatta, debole, imbelle, senza identità, è un vuoto facile da riempire. Russi, cinesi ed arabi sono pronti ed attivi.
E magari scopriamo che il tristo motto italico dei secoli bui, "Franza o Spagna purché se magna", si è propagato strisciante per tutto il vecchio continente.
Altro che Unione Europea...
Senza senso di identità, di appartenenza ad una comunità, la UE resterà solo un affare dove tutti pensano di trarre vantaggi economici superiori ai costi. 
Non sono precisamente il collante migliore o le fondamenta più solide che si possano immaginare.
Buona Lettura 




Il Corriere della Sera - Digital Edition


IL DECLINO DEGLI STATI EUROPEI
di Ernesto Galli della Loggia

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Quelli che sto per citare sono certamente fenomeni di natura nuova e assai diversa tra di loro. Ma le grandi rotture storiche nascono per l’appunto così: da una molteplicità di cause quasi sempre nuove, all’apparenza slegate, che a un tratto per qualche ragione si sommano convergendo verso un solo risultato. Ora, ho l’impressione che qui in Europa — in particolare nella sua parte occidentale — proprio una cosa del genere potrebbe forse oggi essere in incubazione: una rottura storica. Una rottura che va producendosi sotto i nostri occhi ma senza che noi ce ne rendiamo conto.
Si tratta solo di un’impressione, come ho detto, suffragata da null’altro che da indizi, e alla quale concorre di certo in misura notevole l’atmosfera che si respira intorno a noi: un’atmosfera di declino, di sfilacciamento, dove si mischiano assenza di prospettive individuali e pubbliche, vincoli sociali non più accettati né riconosciuti, classi dirigenti incolte e inconsapevoli del proprio ufficio, ceti sociali privi d’identità — il tutto all’insegna di una crescente inquietudine destinata a rafforzarsi se si pone mente, per l’appunto, ai fenomeni di cui dicevo all’inizio.
Innanzi tutto alla diffusa presenza in molti Paesi di combattive minoranze più o meno «nazionali» che ambiscono a staccarsi dallo Stato di cui finora facevano parte per costituirne un altro per conto loro. 
Non si tratta solo della Catalogna, come si sa.
Un po’ dappertutto nell’Europa occidentale — dai Paesi Baschi, alla Bretagna e alla Corsica, al Fronte fiammingo in Belgio, alla Scozia, alle Isole Fær Øer in Danimarca, fino al più casereccio autonomismo leghista di casa nostra — sono sorti e prosperano movimenti del genere, mentre si nota un diffuso appannarsi del senso di appartenenza allo Stato unitario tradizionale. 
Gli antichi cementi ideali di questo si sono un po’ dovunque grandemente indeboliti, e così un po’ dovunque gli effetti della globalizzazione, uniti a quelli della crisi economica e alla liquefazione della Ue, stanno producendo un rilancio in chiave difensiva della dimensione locale subnazionale. 
La quale, rispetto al sentimento difensivo su scala nazionale — facilmente risucchiato a destra verso lidi identitari reazionari — ha il vantaggio di potersi presentare con sembianze comunitario-democratiche, e dunque di apparire molto più accettabile.
Ma su una siffatta statualità europea, già indebolita dall’autonomismo e dal localismo, nonché corrosa da una crescente perdita di legittimità (e che probabilmente lo sarà sempre di più in futuro), si stanno rovesciando gli effetti di due fenomeni nuovi, uno più inquietante dell’altro perché minacciano di inquinare surrettiziamente il meccanismo del consenso elettorale.
Il primo è rappresentato dal lavorio sotterraneo ma non troppo a cui sembra dedicarsi ormai come prassi la Russia di Putin, al fine di orientare secondo i propri interessi la vita politica interna dei Paesi che essa giudica di suo «interesse». Un lavorio che ha avuto una prima clamorosa (e parrebbe ormai accertata) manifestazione nell’hackeraggio dei sistemi informatici messo in opera durante le elezioni americane dello scorso anno. Ma che molti elementi portano a credere che possa più o meno ripetersi o essere permanentemente all’opera in un certo numero di situazioni chiave, avvalendosi anche di altri e, diciamo così, più semplici e convincenti strumenti. La recentissima nomina dell’ex cancelliere tedesco Schröder a presidente di Rosneft (il maggiore produttore russo di petrolio), dopo la sua virtuale messa a libro paga del Cremlino già da anni, dà un’idea dei metodi spregiudicati che Putin è disposto a usare per estendere e consolidare l’influenza russa. E che è difficile pensare usi solo in Germania.
Su una linea analoga, mirante per così dire a «lavorare» dal di dentro gli equilibri della vita pubblica e politica europeo-occidentale, molti indizi indicano che si stia muovendo anche una parte del mondo arabo. Agendo su molti tavoli, avvalendosi anch’essi delle proprie enormi disponibilità finanziarie nonché di apposite «Fondazioni», spesso dall’esibito fine «caritatevole» e «non profit», alcuni Paesi islamici inquadrano e organizzano i fedeli delle comunità emigrate in Europa, incamerano quote massicce di partecipazioni industriali e finanziarie, acquistano immobili , catene di magazzini, grandi alberghi e interi isolati delle città del continente. C’è bisogno di sottolineare come, anche senza pensare a usi esplicitamente corruttori di una tale influenza economica, essa tuttavia rappresenti/possa rappresentare in quanto tale un formidabile strumento di pressione dai mille possibili risvolti?
Infine, in modo analogo specialmente in ambito economico si muove nella misura che sappiamo anche la Cina, la quale «per esempio» ha già messo gli occhi, e in qualche caso anche le mani, su quel delicatissimo ganglio del sistema europeo degli approvvigionamenti di materie prime che sono i porti del continente.
Da tutto quanto ho appena detto è difficile evitare di trarre due conclusioni, perlomeno indiziarie. La prima è che sulle società dell’Europa occidentale, in specie sulla loro vita pubblica, sta cominciando a gravare l’ipoteca di un potenziale, ambiguo condizionamento esterno sempre più vario e penetrante. La seconda concomitante conclusione è che nella stessa area si è messo in moto — in parte consapevolmente voluto, in parte no — un processo di erosione dal di dentro dell’intero sistema della sovranità, e dunque un progressivo indebolimento della statualità. 
Gli Stati di questa parte del continente, insomma — ricchi oltre ogni misura di tutto: di saperi, di agi, di fortune di ogni genere, di una qualità di vita eccezionale, quanto poveri però di un particolare spirito combattivo — danno la crescente impressione di costituire compagini fragilissime con cui gli stessi loro cittadini s’identificano ben poco, e dunque alla fin fine accaparrabili da chiunque disponga di decisione e mezzi nella misura necessaria. 
E magari sappia anche condurre le cose in maniera non traumatica.
Non si tratta di alcuna «guerra di civiltà» sia chiaro, è tutta un’altra faccenda. 
È semplicemente un problema di «pieno» e di «vuoto», di un «pieno» che tende a riempire un «vuoto». Nessuna «guerra di civiltà», dicevo. Ma a proposito di «pieno» e di «vuoto» è impossibile non considerare che mentre dietro il «pieno» si stagliano i profili di due grandi tradizioni teologico-politiche — quella dell’ortodossia russa della Terza Roma da un lato, e quella dell’ Islam dall’altro — dietro il «vuoto», invece, c’è solo la progressiva evanescenza della coscienza cristiana dell’Occidente europeo.