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mercoledì 15 novembre 2017

SPORTIVI, IL CAFFE' FA BENE !! ECCO PERCHE'

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Da quando, tre anni orsono, decisi che non potevo più dilatarmi oltre (ero arrivato a 105 chili, che su 1,77 cm non sono affatto pochi !!) , ho iniziato , insieme alla dieta assegnatami da una brava e severa nutrizionista, a informarmi sulle caratteristiche nutrizionali di alimenti e bevande, nonchè sull'aiuto effettivo che l'attività fisica mi poteva dare per raggiungere l'obiettivo del ritorno ad una forma decente (oggi navigo tra una forbice di 82/80 chili, e daje no !!).
Non dico una cosa rivoluzionaria, almeno per le persone di mezza età come me, affermando che muoversi fa bene, e aiuta anche a dimagrire, ma in percentuale assai inferiore rispetto al tenere a bada la forchetta a tavola ! Diciamo che l'incidenza di un'attività media è di un 25/30%. Non di più, perché purtroppo il metabolismo rallenta, e la cosa principale è tenere d'occhio la quantità di calorie che vengono ingurgitate !
Certo, il discorso cambia se da un'attività leggera ( camminata veloce ogni giorno)- media (aggiungere due-tre ore di sport, meglio se aerobico), si passa ad una seria, con corsa e/o nuoto, per un totale di almeno un'ora al giorno, meglio se di più. A quel punto in effetti a tavola ci si può concedere qualche leccornia. 
Però attenzione : studi recenti avrebbero constatato che valicata la soglia delle 7/8 ore settimanali di attività sportiva seria, ci possono essere controindicazioni cardiache !!
Non è una certezza, bensì la constatazione, che ha sorpreso, e molto, gli stessi ricercatori, che, superata quella quantità, molti dei soggetti esaminati presentavano anomalie (placche al cuore !) che gli altri, più "tranquilli", non avevano.
Si tratta di uno studio serio, americano, su un campione vasto, comparso su Repubblica poco tempo fa. 
Ecco uno stralcio dell'articolo : 
A dimostrare l'associazione fra sport eccessivo e calcificazioni alle coronarie è uno studio Usa,chiamato Cardia (Coronary Artery Risk Development in Young Adult Study), condotto su migliaia di persone, che ha analizzato su un periodo di oltre 25 anni gli effetti a lungo termine di un esercizio sportivo molto frequente. Il rischio emerso dall'indagine – che per ora rimane una semplice associazione statistica e non dimostra un rapporto di causa-effetto fra troppo sport e placche di calcio nelle arterie – riguarda principalmente gli individui di sesso maschile e di etnia bianca. Tutti i dettagli della ricerca sono pubblicati su Mayo Clinic Proceedings.
Proprio perché seri, i ricercatori hanno precisato che, constatato questo dato, ripeto sorprendente, hanno deciso di approfondirlo e verificarlo, allargando la base dei soggetti su cui constatare gli effetti di una intensa attività sportiva.
Vedremo, ma intanto, magari meglio per il momento rallentare, che comunque 6 ore a settimana di sport sono ottima cosa.
Venendo agli alimenti, più precisamente alle bevande in questo caso, ottime notizie invece sul fronte del caffè.
Si sa che l'abuso di caffeina fa male. Viceversa, un consumo moderato, quantificato in tre tazzine al giorno, ha molti effetti benefici, anche per gli sportivi.
Il post che propongo è tratto dal sito Runtastic, che si occupa di corsa, e mi sembra fatto bene. Peraltro, le notizie riportate, in modo chiaro (è per questo che l'ho scelto), propongono conclusioni in modo diverso constatate in altre letture.
Però attenzione a non perdere di vista il dato quantitativo : tre caffè fanno bene, poi le cose cambiano, ancorché, come sempre, conti molto anche la predisposizione individuale.
Buona Lettura 


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JULIA DENNER

I superpoteri del caffè: come agisce e come influenza le performance

Espresso, macchiato, americano o cappuccino: il caffè è di sicuro la bevanda preferita dagli italiani. In media in Italia si bevono dai 3 ai 4 caffè al giorno. Molte persone lo bevono anche prima di fare esercizio fisico perché funziona come un energizzante naturale. È la verità? Scopriamo come funziona la caffeina.
caffè bevanda

Come agisce la caffeina

La caffeina è l’ingrediente segreto che dà al caffè questo potere energizzante: questa sostanza stimola il sistema nervoso e fa aumentare la produzione di noradrenalina nel cervello dando una spinta alle performance. È quello che ci può servire dopo una notte in bianco o per combattere l’abbiocco pomeridiano. Il caffè raggiunge i suoi effetti massimi 30 minuti dopo averlo bevuto.

Gli effetti del caffè sul nostro corpo:

  • È ricco di antiossidanti e per questo rinforza il sistema immunitario.  
  • Dopo aver bevuto un caffè, la temperatura corporea sale perché la caffeine favorisce la termogenesi, che a sua volta fa bruciare più calorie.
  • Aumenta temporaneamente la pressione sanguigna, e quindi non è indicato per le persone che soffrono di pressione alta perché la caffeina accelera il battito cardiaco e dilata i vasi sanguigni. Se il caffè è troppo forte, alcune persone possono avere anche le palpitazioni. Ma se la pressione del sangue è normale, questa bevanda non fa male al cuore.
  • Dilata i bronchi e ci fa respirare meglio, grazie alla caffeina.
  • Agisce anche come diuretico perché incrementa il flusso sanguigno nei reni (ecco perché si va più spesso in bagno dopo il caffè).
  • La caffeina, gli acidi, i tannini e l’amaro del caffè stimolano anche la peristalsi (contrazioni dei muscoli intestinali che causano evacuazione). Se consumato a stomaco vuoto, può risvegliare gli intestini pigri.
  • Secondo alcuni studi, la caffeina ha anche un effetto antinfiammatorio ed è usato in alcuni medicinali (come quelli per curare l’emicrania).
Donna che beve caffè

Il caffè migliora anche la resistenza?

Il caffè nero è considerato dagli appassionati di fitness un eccitante naturale e uno studio pubblicato nel Journal of Sport Nutrition and Exercise Metabolism ha rivelato gli effetti del consumo di caffè prima di un allenamento di resistenza (corsa o ciclismo): in 5 casi su 9 sono stati identificati dei miglioramenti notevoli. La caffeina inoltre, pare riduca la percezione della fatica e favorisca la respirazione. Il caffè nero con 3-8.1 mg di caffeina per kg di peso può quindi davvero migliorare le performance. Non c’è però nessuna prova che abbia un effetto positivo sulla forza muscolare.
Buono a sapersi:
Il caffè è uno stimolante e non conta nell’apporto di liquidi giornaliero consigliato.

Prima dell’allenamento: è la quantità che conta

Quante tazze di caffè bisognerebbe bere quindi prima dell’allenamento? Una è sufficiente e al giorno non si dovrebbero bere più di 3 caffè perché, bevuto in maggiori quantità, potrebbe causare problemi all’organismo.
Devi anche scoprire se il caffè fa per te perché alcune persone con problemi di stomaco non possono esagerare.

giovedì 6 aprile 2017

LA GIUSTIZIA NORMALE FUNZIONA MALE. QUELLA SPORTIVA PEGGIO. LE INTERCETTAZIONI FANTASMA DI AGNELLI LA PROVA

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Io credo poco alla giustizia ordinaria, e, come me, ci credono poco gli italiani : due su tre costatano desolatamente che NON funziona (  http://ultimocamerlengo.blogspot.com/2017/03/un-italiano-su-due-non-si-fida-dei.html ) .
In compenso quella sportiva E' peggio, perché ce l'ha proprio per statuto la sommarietà, che poi significa pressapochezza, pregiudizio, teoremi apodittici. Tutti i difetti della giustizia generale, aggravati dall'alibi della "velocità".  Come se veloce dovesse significare trascurato o peggio.
A questo difetto congenito, si aggiunge l'aggravante della poca affidabilità degli uomini.
Anche qui, gli italiani hanno capito, e da un bel po' , che anche dei giudici fidarsi non è poi così facile.
Uno su due anzi non si fida, tendenzialmente.
Questo dato è costante da almeno un paio di lustri, e grosso contribuito è venuto dal duello rusticano tra magistrati e Berlusconi, dove il pregiudizio politico e personale dei primi contro il secondo apparve evidente ad almeno metà dei cittadini spettatori, con qualche segreto e lodevole dubbio insinuatosi anche tra gli "habentes" che sì, detestavano il Cavaliere, ma erano perplessi dalle decine e decine di indagini e processi nei confronti di un uomo che, fino al suo ingresso in politica, e quindi, fin quasi ai 60 anni, era stato pressoché ignorato dai tribunali della Repubblica (eppure era stato fino ad allora un imprenditore non poco rilevante, occupandosi tra l'altro di TV).
Adriano Sofri commentava la frase ipocrita e stantia che spesso si sente "mi fido dei magistrati", chiosando : "dipende, decido di volta in volta".  Un amico, intelligente, molto, nelle cose vicine a lui (lavoro, famiglia, amici), meno, apparentemente, per quelle della società, dove più spesso gli sento ripetere luoghi comuni e parole d'ordine stucchevoli di una nota parte politica, oggi di moda,  commentò l'osservazione del noto scrittore e giornalista dicendo "troppo comodo così", probabilmente pensando che quel dipende si riferisse al fatto che il magistrato sia "amico" o no, prenda decisioni gradite o meno.
Solo chi non conosce Sofri, la sua storia, passata (anche tragica, e con errori gravi, da lui ammessi) e presente (con un impegno umano, etico e civile che pochissime persone che conosco possono vantare), poteva dare un'interpretazione così misera di quelle parole.
Semplicemente, Sofri non ha il "mito" del magistrato, né un ossequio e una conseguente fiducia "a prescindere" per l'istituzione magistratura e chi la rappresenta.
Sono uomini, e come tali vanno individualmente valutati.
Capaci e non, onesti e non, alieni da pregiudizi politici e non.
Per quelli sportivi valgono le stesse considerazioni, con l'aggravante che quelli diventano tali per nomina, non per concorso (che pure è garanzia assai scarsa, ormai, visto che certi valori di discrezione, di neutralità, di consapevolezza del ruolo del magistrato, voce della legge e non coautore e/o supplente della stessa, sono smarriti) , e più facilmente sono sedotti dalle luci della ribalta mediatica che lo sport, e segnatamente il calcio, offrono.
Tutto questo per dire come non mi sorprendo (semmai m'incaz...) nel leggere che il procuratore federale della federazione calcio, il dott. Pecoraro, già non rimpianto prefetto di Roma (quindi, in buona sostanza, un poliziotto, sia pure di livello extra large) , dopo aver fatto intendere per settimane su tutti i media di avere intercettazioni certe e schiaccianti di Andrea Agnelli che parla con tale Rocco Dominello, pare boss della criminalità organizzata, consapevole del "mestiere" di quest'ultimo, poi, davanti alla commissione anti mafia, soavemente precisa che queste intercettazioni non esistono, che quella conversazione era stata un'ipotesi, probabilmente dedotta dalla Procura (e Spataro, procuratore interessato, ha subito smentito, e infatti a Torino Agnelli e quelli della Juventus sono testimoni, NON indagati).
Questo accadeva ieri.
E sempre ieri, un amico e cliente, nonché tifoso della Maggica..., mi diceva "certo uno schifo...tutte quelle intercettazioni di Agnelli con un boss mafioso, ma cose si fa !"
Così va il mondo.

Il Corriere della Sera - Digital Edition

Pecoraro: Agnelli non accostato a ’ndrangheta

Il procuratore Figc si corregge su un’intercettazione. Ma la Bindi: «Le mafie arrivate al club bianconero»

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ROMA L’intercettazione dello scandalo non c’è più: non esiste la prova che Andrea Agnelli, quando parlava con Rocco Dominello, a processo a Torino per associazione di stampo mafioso, fosse a conoscenza dei suoi legami con la ‘ndrangheta.
E Giuseppe Pecoraro, ex prefetto di Roma, procuratore della Figc, finisce nella bufera: Rosy Bindi, presidente dell’Antimafia, lo stoppa almeno due volte; Armando Spataro, procuratore di Torino, in serata puntualizza con una nota, cui Pecoraro risponde; alcuni membri della Commissione a fine audizione allargano le braccia di fronte a chi sussurra la parola dimissioni.

Ma, nello stesso tempo, è la stessa Bindi a dare un senso al lavoro che l’Antimafia sta svolgendo attorno al calcio, con una chiosa inquietante: «A noi basta sapere che in Italia le mafie sono arrivate perfino alla Juventus». Perciò andrà ancora più a fondo: saranno ascoltati presidenti e dirigenti di Inter, Milan, Napoli, Roma, Lazio, Genoa, Crotone, oltre allo stesso Agnelli, atteso a inizio maggio.

«Hanno arrestato due fratelli di Rocco, ma lui è incensurato: noi parliamo con lui». L’intercettazione, rivelata da Pecoraro all’Antimafia nell’audizione del 7 marzo, non è di Agnelli.
È lo stesso procuratore a riconoscerlo: «Hanno detto di tutto, anche che mi sono inventato un’intercettazione. Non è così, in realtà si tratta di un’interpretazione che è stata data. Noi abbiamo fornito una certa interpretazione, perché sembrava che ci fosse una certa confidenza (tra Agnelli e Dominello, ndr ). Ma da una lettura migliore la attribuisco al pm...».
Precisa Spataro: «L’ufficio si è limitato alla trasmissione degli atti, senza esprimere alcuna interpretazione».
Contro precisazione di Pecoraro: «Non ho attribuito alla procura di Torino alcuna interpretazione».

È su questa spinosa questione che arriva il primo intervento di Rosy Bindi: «Il prefetto Pecoraro in riferimento a quella intercettazione ammette che non si sta parlando di Agnelli». Il secondo riguarda la collocazione temporale dell’incontro tra Agnelli e Dominello: è avvenuto prima o dopo che i fratelli di Rocco fossero arrestati? Dopo, sostiene Pecoraro, e cita le intercettazioni di colloqui tra il presidente della Juve e i suoi avvocati. La presidente lo ferma: «Sostenere che il presunto incontro sia stato anticipato per convenienza è una forzatura». Pecoraro sbotta: «Non ho mai affiancato il nome di Agnelli alla ‘ndrangheta, avrei usurpato ruoli della giustizia ordinaria».

In ambito sportivo, comunque, non cambia nulla: il deferimento nei confronti della Juve è indipendente da tutto questo. «Non devono esserci contatti di quel tipo con la tifoseria, si tratta di bagarinaggio. E la prima responsabilità è del presidente, perché se ne occupava, oppure non ha vigilato. A me interessa che questi biglietti siano stati venduti da soggetti malavitosi, che usavano i proventi anche per sostenere le famiglie dei detenuti».

Stefano Agresti

lunedì 30 gennaio 2017

IL RE NON E' MORTO, VIVA IL RE (ROGER) !

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Gaia Piccardi, giornalista del Corsera che si occupa della pagina sportiva dedicata al tennis, è una delle milioni di persone, donne e uomini, letteralmente innamorata di Roger Federer.
L'articolo che segue, scritto all'indomani della incredibile vittoria nello slam australiano, credo 4 se non 5 anni dopo l'ultima vittoria a Wimbledon, è la testimonianza palpitante di questo amore inossidabile. Dopo il 2012, Nadal prima, Djiokovic poi, gli avevano sbarrato il passo. Ma pur perdendo il trono del ranking, per tutti gli appassionati di tennis dubbi non ce n'erano e non ce ne sono : il più grande restava lui. Di tutti i tempi dicono in tantissimi. 
Ieri, nel vedere la conclusione del match, ho visto l'impianto di Merlbourne esplodere di gioia per un doppio fallo di Nadal, manco fossimo in uno stadio di calcio, tanto grande era il desiderio che Federer tornasse a vincere. E Nadal è uno che ha tantissimi tifosi, e non è un "nemico" di Re Roger ( anzi, è l'unico con il quale accetta di perdere, parole del sovrano ! ) . Figuriamoci se ci fossero stati dall'altra parte Djiokovic o, peggio Murray...
Ho letto una cosa interessante su un altro articolo : lo splendido rovescio di Federer sarebbe merito proprio di Nadal. E' stato il mancino diabolico dello spagnolo a costringere lo svizzero a migliorare tantissimo un colpo che ad inizio carriera non era così incisivo, in quanto non indispensabile, essendo dritto e servizio  più che sufficienti a dominare il ranking. Con l'avvento di Nadal no, e ieri si è visto, con tanti momenti in cui proprio dal lato sinistro Federer ha fatto partire dei vincenti scoraggianti.
Alla fine il Re non è morto, e mai come stavolta il popolo del tennis osanna "viva il re", purché sia Roger.



Il Corriere della Sera - Digital Edition


Il ritorno  del   Re

Federer batte Nadal in un match leggendario
È lui il più grande tennista di tutti i tempi

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La vera verità, in conclusione di quest’esperienza mistica a stento contenuta dal perimetro del campo centrale di Melbourne, è che non abbiamo bisogno del replay per sapere che Roger Federer è il più grande tennista di ogni tempo. «I record, il quinto Australian Open a sette anni di distanza dall’ultimo, il 18esimo Slam, le statistiche, l’epica di questa partita me li sarò dimenticati entro domattina…». Eppure dopo cinque set di un videogioco durato tre ore e 37 minuti siamo tutti lì appesi alla parabola lentissima di quel dritto liquido e perfetto che tutti sanno — lo sappiamo noi, lo sa Roger e pure Rafa Nadal, che chiama il challenge con la forza cupa della disperazione: glielo leggi in faccia — essere destinato al bianco bianchissimo della riga. L’antitesi che non regge alla logicità stringente della tesi. No, in fondo non c’è molto altro da dire.

«Irreale», aveva definito Federer la finale dell’Australian Open pensando a Nadal e alla simmetria delle vite parallele dei due carissimi nemici. È stata qualcosa di più. Irreale e bellissima e, soprattutto, congrua: alle aspettative, al palcoscenico, alla leggendaria densità dei precedenti (23-12 per lo spagnolo, arrotondati a oggi), alla reazione che s’innesca ogni volta che queste due categorie del pensiero si incrociano, Roger l’estetica e Rafa la critica della ragion pura, a partire da quel gancio mancino che è argomento di raffinatissima e assurda bruttezza.

Cinquantotto mesi di differenza, da sempre, servono a Nadal, 30 anni, per compensare con agonismo brutale (e un fisico da toro, più che da torero) l’abbondanza di tennis nel braccio destro di Federer, 35 anni, una dote di natura come l’orecchio assoluto o il ritmo nel sangue che sostiene la certezza che lo svizzero sia il capitale umano più rispondente alla nostra idea di divinità e per questo, ogni giorno di più, idolatrato. Per il resto, Rogi e Rafa potrebbero essere le due facce della personalità di un genio bipolare. L’euforia di un dritto tirato con i piedi dentro il campo (26 vincenti di Federer) verso un rovescio-baluardo e incline a momenti di depressione (11 errori di Nadal, incluso quello che regala il break del primo set sul 3-3); la lucida follia di un rovescio mai giocato in back, mai , per non dare tempo al rivale contro quella chela da granchio di terra capace di profondità abissali, un moltiplicatore di punti (19). È sulla diagonale, come sempre, che si decidono i destini di Melbourne. E quando, a tratti, Federer smarrisce il drive, quando la stanchezza (13h40’ in campo per arrivare in finale) lo offusca, ecco il servizio, ricco di nuove sfumature. Sul 6-4, 3-6, due rasoiate da sinistra cancellano le palle break prima che un dritto in controbalzo a velocità siderale gli dia il vantaggio (2-0) che Rafa non colmerà (6-1). Con Rod Laver in tribuna, dinosauro mai estinto dell’era geologica precedente, e il mostro a due teste in azione, lo spettacolo non può essere banale. Il break del quarto set sul 2-1 spedisce Nadal nella zona di confort da cui estrarre la pepita al quinto game che vale il quarto set (6-3): un dritto adunco e strettissimo, che persino Roger applaude. «Nel tennis non c’è pareggio ma stasera l’avrei voluto — dirà senza ombra di piaggeria —. Rafa è l’unico avversario con cui perdere mi può star bene».

Il trekking necessario per inoltrarsi nel quinto, è roba da alta montagna. Roger esce per farsi massaggiare dal fisioterapista, come con Wawrinka in semifinale. Rafa a quel punto ha nelle gambe quasi 22 ore di tennis. Strappa subito il servizio a Federer, annulla tre palle break poi, sul 2-1, vomita. Mentre il raccattapalle corre a pulire il campo, il volto di Rafa perde colore. Giallognolo come il formaggio che detesta, comincia a vedere i fantasmi. Calano le percentuali al servizio, montano gli errori (9 gratuiti). Sul 3-2 lo svizzero lo mortifica con un rovescio foderato di velluto bordeaux e lui, per il dispiacere, regala il break. Sul 4-3 (game tenuto a zero), Federer passa a condurre per la prima volta nel set. È il segnale che l’equilibrio è rotto, l’inerzia indirizzata. Una magia in allungo di dritto, pescata nel burrone di uno scambio lungo 26 colpi, manda Roger in orbita (5-3), fino a quell’ultimo drive di cui il replay esalta le virtù, semmai ce ne fosse bisogno.

I numeri (18 Slam, il primo da Wimbledon 2012), la top 10 riguadagnata, il senso di riconoscenza di noi tutti per la giustizia morale che questo trionfo incarna, non rendono. Al Federer che viaggia nel futuro alla straordinaria media oraria di 35 anni e 176 giorni interessa l’intensità dell’abbraccio a rete con Nadal («È speciale, mi ha reso migliore: non lo battevo in una finale Slam da Wimbledon 2007, è la mia sfida più alta»), il senso di questo ritorno dopo sei mesi di stop. «Se gioco così, cose buone possono ancora accadere». Cose buone e giuste: è di una religione, in fondo, che si parla.

Gaia Piccardi

lunedì 23 novembre 2015

ROGER FEDERER ANCORA BATTUTO MA NON SMETTERA'. BUONA NOTIZIA PER IL TENNIS MONDIALE

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I fan del tennis, dopo il rammarico - delusione forse no, ché ormai sono rassegnati al fatto che Djokovic batta re (ex ?) Roger - della terza sconfitta cocente nelle grandi finali del 2015 (prima era accaduto a Wimbledon e poi agli USA Open) , possono consolarsi alla notizia che l'eroe del loro sport non smetterà per il prossimo anno e forse neppure per quello dopo.
Certo, resta il timore che, a 34 anni, una stagione come questa, dove comunque Federer ha vinto, oltre ad arrivare in finale in due Slam e ai Masters (oggi ATP Finals),  6 tornei, tra cui Dubai e Cincinnati, dove si è tolto la soddisfazione di battere il numero 1 Djokovic, non si ripeterà, e che l'anagrafe prima o poi presenti il suo conto.
Al momento infatti l'orologio biologico di Roger sembra estremamente rallentato, se non fermo, ma si sa che in questi casi il tempo può presentare il conto all'improvviso e tutto insieme.
Ovviamente ci auguriamo di no.
Personalmente, non sono tra coloro che hanno il mito di Federer ma il motivo è prevalentemente televisivo. Roger si afferma nell'epoca della tv a pagamento, e segnatamente di Sky (2003).  E questo è avvenuto quando, a 40 anni, ero piuttosto saturo dello sport in tv (in realtà stavo rallentando molto anche in quello praticato), e quindi non mi abbonai.  Mi sono dunque perso le migliori stagioni di quello che in moltissimi, anche tra coloro che hanno conosciuto campionissimi del passato, e altamente spettacolari, come McEnroe, Edberg, Becker, ovviamente Sampras,, non esitano a indicare come il più grande tennista di tutti i tempi.
Non so se sia vero - sempre difficile fare paragoni col passato, anche perché si deve tenere conto dell'impressionante evoluzione dei materiali - ma due cose sono sicure :
1) il gioco dello  svizzero è di una completezza ( dritto, rovescio, volo, servizio, tocco, potenza) e di una spettacolarità impressionanti. Magico.
2) diretta conseguenza di 1), l'unanimità del consenso a suo favore.
Djokovic si era un po' lamentato per il tifo degli americani a NY, ma non è che ieri a Londra sia stato diverso. In realtà, chiunque gioca contro il re, ha il pubblico contro. E' l'unico giocatore per il quale la gente, pur di vederlo vincere, non tifa per "la partita" ( e quindi per quello che sta sotto, confidando nell'allungamento del match e dello spettacolo).
Lo avevo rilevato già in un'altra occasione. In passato le tifoserie si spaccavano in grandi dualismi, a volte triangoli. Ricordo Borg Connors e McEnroe, poi Edberg e Beker (curioso, oggi sono i due coach di Roger e Nole), da ultimo Sampras e Agassi.
Con Federer no. Per tutti, o quasi, lui era ed è il Re.
Non hanno avuto importanza i trionfi di Nadal (ora molto "normalizzato"...) e da un po' quelli di Djokovic che oggi appare imbattibile. Sicuramente Nole ha una marea di fan, come tutti i numeri 1, ma Federer è un'altra cosa.
Il Tennis ha bisogno che lui continui, nella speranza che sorga all'orizzonte un suo successore. Djokovic, col suo gioco di regolare (stra)potenza, sia  tennistica che fisica e mentale, ma poca fantasia, non fa sognare.
Scherzando, ma un pochino pensandolo davvero, ho immaginato i grandi capi e organizzatori del tennis mondiale che vanno dal serbo e gli dicono : "caro Nole, sei un grandissimo, ma purtroppo non sei toccato dalla grazia. Se tu vinci sempre, per il nostro sport, e i soldi che girano intorno, che pure a te piacciono assai, è un guaio. Per cui, facci e fatti un piacere : ogni tanto PERDI. Decidilo tu quando, ma perdi. Se lo fai con Roger, meglio..."
Io Dubai e Cincinnati li spiego anche così...e scusatemi del pensiero blasfemo.






Federer non molla: «Il tennis mi dà ancora piacere».

Nonostante le sconfitte brucianti con Djokovic a Wimbledon, New York e al Masters è soddisfatto del 2015 e dopo le vacanze tornerà ad allenarsi in vista degli Australian Open. Non si pone traguardi, ma ha già firmato contratti anche per il 2017
 
LAPRESSE
stefano semeraro
 
Djokovic è l'indiscusso re del tennis e la finale del Masters non ha fatto che confermare una realtà già scolpita da 3 titoli dello Slam su 4 e 11 tornei complessivi. Ma Federer, che prima di arrendersi in finale a Londra era riuscito battere Nole nella fase girone, e che pur incassando dal Joker batoste pesanti nei suoi ex feudi più prestigiosi (Wimbledon e New York) comunque quest'anno l'ha stoppato complessivamente tre volte, non si arrende. Non abbassa le braccia.  
 
«Ho due rimpianti per la finale – spiega – avrei potuto servire e soprattutto rispondere meglio sulla sua seconda palla. Ma a volte ho avuto troppa fretta, altre ho aspettato troppo. Ora però ho la testa più alle vacanze che al tennis. Poi riprenderò gli allenamenti». L'obiettivo è sempre quello – essere competitivo, vincere qualche trofeo che conta - anche se nel 2016 per lui scatterà il 35 esimo compleanno, un'età alla quale non è facile resistere all'assoluto vertice delle classifiche, appena dietro Djokovic e a un soffio dal n.2 Andy Murray. 
 
«Quest'anno sono stato molto soddisfatto del mio gioco a rete e del mio servizio, ma la cosa importante è restare in forma e correre veloci sul campo», ammette il Genio che a Londra nell'ultimo match è sembrato sempre un po' in ritardo rispetto alle giocate supersoniche dell'avversario. «Novak è l'esempio perfetto: il gioco di gambe non è tutto, ma è quello che lo aiuta a uscire dalle situazioni più difficili. Per l'anno prossimo non direi che le Olimpiadi sono il mio obiettivo n.1. L'Australia è alle porte, arriverà in fretta (a gennaio, ndr), dopo vedremo.... Non mi sono posto un obiettivo preciso, tornare n.1 o n.2, restare n.3. Sfortunatamente ho perso tutte le tre finali più importanti, a Wimbledon, a New York e qui, ma il 2015 lo considerò un anno molto buono. E' stato Novak a giocare bene quando gli serviva, bisogna fargli i complimenti, ma sono felice di come ho giocato in quelle occasioni. La qualità del gioco che sono riuscito a produrre però mi ha fatto piacere. E il piacere è molto importante, alla mia età...».  
 
Federer ha firmato fra l'altro un contratto con il torneo di Stoccarda per giocare sia nel 2016 sia nel 2017 sull'erba tedesca, quindi almeno per altri due il piacere – nostro – di vederlo in campo, dovrebbe essere assicurato.  

martedì 10 novembre 2015

LA RUSSIA DOPATA DI PUTIN

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Non sono i soli, sicuramente, e l'agenzia lo denuncia. Però sembrano essere i più sistematici e organizzati a livello di Stato. Parlo dello scandalo del doping che investe violentemente la Russia di Putin. Sembra di tornare ai tempi della DDR, che specialmente in certe discipline (nuoto femminile) eccelleva, e anche sull'URSS i sospetti erano grandi, poi tramandatisi sulla Cina.
L'Italia pare ben piazzata in classifica (sesto posto !?!), però mi pare di capire che da noialtri vige la libera iniziativa : sono gli atleti che si dopano, non è lo stato ad aiutarli e/o coprirli (in passato invece, e sempre nell'atletica leggera, Nebiolo fu accusato di questo).
Paolo Valentino spiega perché si tratti di un pessimo colpo alla "narrazione" putiniana, al di là del bruttissimo colpo allo sport in genere.
Buona Lettura





Un colpo al mito dello zar

di Paolo Valentino

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Con il duro attacco della Wada allo sport russo, accusato di «doping di Stato», Vladimir Putin subisce un grave colpo d’immagine. Lo scandalo, con la vasta rete di complicità e coperture, arriva fin dentro il governo federale e intacca uno dei pilastri del mito, rischiando di danneggiare la narrativa putiniana.



Lo Zar ha un problema. Proprio mentre ristabilisce le sue credenziali di uomo forte, esce dall’isolamento in cui si era ritrovato dopo la crisi ucraina e si propone al mondo come partner affidabile e deciso nella lotta alla nuova barbarie del Califfato, Vladimir Putin subisce un grave colpo d’immagine, che per lui e solo per lui può avere ricadute politiche spiacevoli.
Va detto subito che nessuno può cantare vittoria, di fronte al rapporto dell’Agenzia Mondiale per l’antidoping, che ha certificato una diffusa e ramificata truffa sportiva, i successi dopati che umiliano discipline antiche e nobili come l’atletica, i pesi, la lotta, il nuoto, il ciclismo e via continuando. Chi più, chi meno, ci siamo tutti nella lista della vergogna: 115 Paesi in 89 sport nel solo 2013. E se la Russia è largamente in testa, non sono da meno la Turchia, la Francia, l’India, il Belgio, seguito a ruota dall’Italia, un sesto posto (83 violazioni) che non ci fa per nulla onore.
Nel caso della Russia e del suo presidente, il doping sistematico cui hanno fatto ricorso gli atleti della Federazione fa tuttavia storia a sé. Non perché possa in alcun modo minacciare la posizione politica di Vladimir Vladimirovich, il quale pur tra qualche incertezza di percorso veleggia verso la sua quarta incoronazione, prevista nella primavera del 2018, proprio alla vigilia di quei Mondiali di calcio che nel disegno dei suoi aedi dovrebbero segnarne l’apoteosi.
In realtà lo scandalo del doping, con l’annesso della vasta rete di complicità e coperture che arriva fin dentro il governo federale, intacca uno dei pilastri del mito e rischia di danneggiare seriamente la narrativa putiniana di un Paese tornato vincente, grazie a un Presidente giovane, volitivo e senza paura. Un vero muzhik , l’uomo forte, come ama definirlo Nikita Michalkov.
Lo sport, per Vladimir Putin, è molto più di uno svago. È il terreno dove si costruiscono le amicizie più profonde e solide tra uomini: occorre ricordare che il suo cerchio magico attinge largamente ai compagni di judo dei tempi di San Pietroburgo? È nelle sue tante incarnazioni sportive — judoka, canoista, giocatore di hockey, cavaliere, sciatore — che Putin ha forgiato il suo racconto. Non c’è nulla che lo appassioni e lo coinvolga di più che inseguire un disco di metallo con una mazza su un rettangolo ghiacciato e mandarlo in rete, magari con la compiacenza dei suoi compagni di partita.
Le Olimpiadi invernali di Sochi sono state Yang e yin della sua affabulazione. Putin le ha volute con determinazione e realizzate contro i venti e le maree delle disfunzioni e della endemica corruzione russa. Ne ha fatto una sfavillante vetrina della nuova Russia, che voleva veder chiudere in testa al medagliere. È andata proprio così, anche se oggi capiamo meglio in che modo. Poi, a rovinargli la festa, proprio sul finire, venne la crisi dell’Ucraina.
Non ha del tutto torto, il ministro dello Sport, Vitaly Mutko, a sostenere che il problema del doping in Russia non è più grave che altrove: «Abbiamo le stesse percentuali di altri Paesi». Ma il «così fan tutte» non è un’autoassoluzione. E che dire del capo dell’Agenzia Medica della Russia, Vladimir Uiba, pronto, invece di dare spiegazioni di fronte all’evidenza, a evocare un complotto, parlando di «campagna politicamente motivata», legata alle sanzioni contro la Russia? Il solo complotto che il rapporto dell’Agenzia antidoping sembra smascherare è quello che vede atleti, medici, allenatori, preparatori, istituzioni sportive russe legati da un unico patto scellerato. Non solo in Russia, ripetiamo. E sarà indispensabile indagare fino in fondo in tutti i Paesi coinvolti.
Ma è a Vladimir Putin che lo scandalo rischia di far più male. Perché porta con se l’odore stantio del socialismo reale, quello che in Urss e nella Germania Est, accanto a veri miti dello sport, produceva tanti eroi in laboratorio, ricacciandolo in una cultura dalla quale in questi anni ha cercato di affrancare se stesso e il suo Paese. E perché rischia di intaccare una delle colonne della sua popolarità, quella dei circenses , in un momento in cui la crisi economica mette per la prima volta in discussione il panem , il benessere che aveva potuto cosi generosamente distribuire nei primi 13 anni del suo potere. Far chiarezza e pulizia, al più presto, invece di chiudersi a riccio, è la sola strada che ha davanti. Le altre potrebbero risultargli impervie.

ANCHE IN SPAGNA AMMETTONO IL BISCOTTO. SONDAGGIO DI AS

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Ci sono quelli che leggono gli albi, e quelli con memoria che ricordano.
I primi sapranno solo leggere : anno 2015, MOTO GP Campione Jorge Lorenzo.
I secondi ricorderanno e passeranno la memoria ai posteri che si è trattato di un titolo taroccato dall'alleanza tra i due spagnoli, Marquez e Lorenzo.
Personalmente, in uno sport come il motociclismo, sarei orientato a pensare che sia giusto che chi si dimostra più veloce e vince più gare alla fine meriti di vincere il mondiale, e quindi Lorenzo sarebbe giustamente campione. Però è anche vero che in un campionato è importante la continuità dei risultati, piazzarsi comunque tra i primi, e questo Valentino quest'anno lo ha fatto benissimo, tanto da essere in testa per TUTTA la stagione.
Ma il punto non è questo, bensì il modo con cui si è conclusa la stagione, con polemiche al curaro che hanno riguardato almeno tre gare decisive, ultima compresa, con Rossi costretto a partire per ultimo, e quindi a sfiancarsi per risalire fino ad un sorprendente quarto posto, per poi assistere all'ennesimo, e decisivo assist di Marquez che non solo non attacca Lorenzo ma addirittura lo difende dal compagno Pedrosa, forse meno sensibile alla mozione nazionalista (il titolo che deve rimanere in Spagna...).
Alessandro Pasini, del Corriere, scrive il suo j'accuse che sottoscrivo in toto.

Da evidenziare come anche in Spagna la maggioranza degli sportivi alla fine pare aver ammesso che il mondiale sia stato viziato nel finale. AS, il principale quotidiano sportivo spagnolo, ha infatti pubblicato un sorprendente sondaggio (sapendo il nazionalismo iberico, almeno quando si tratta di sport, perché poi, in casa loro, tanto uniti non sembrano) che Libero riporta così :
" Non ci si riferisce tanto agli impietosi fischi e "buu" raccolti dai due piloti sul podio di Valencia, ma piuttosto a un sondaggio pubblicato da As, il primo quotidiano sportivo spagnolo. Il Dottore ha parlato di "biscottone" e la Spagna concorda: per il 51,2% degli intervistati, infatti, Marquez ha effettivamente aiutato Lorenzo a conquistare il titolo, evitando di sorpassarlo a Valencia e impegnandosi ad ostacolare il passaggio del compagno di squadra, Dani Pedrosa".
 Ormai è andata, e quasi sicuramente, a 36 anni, Rossi ha perso l'occasione per un prestigiosissimo decimo titolo.
Sicuramente, come qualcuno ricorda, ha commesso anche lui degli errori, sia di gara che di temperamento.
Ma li ha pagati veramente troppo cari, laddove agli altri è andata di lusso.
Si vede che i titoli, anche di cartone, vinti in qualunque modo, con l'aiuto magari decisivo della cd. giustizia sportiva, vanno bene comunque.
Finiscono sugli albi, buoni per quelli senza memoria.





 

Valentino, una domenica da leoni contro la truffa dei tre spagnoli

di Alessandro Pasini

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DAL NOSTRO INVIATO VALENCIA La Stangata era venuta perfetta, peccato che Lorenzo abbia sbagliato l’ultima battuta prima dei titoli di coda: «Ho temuto di finire terzo e perdere il Mondiale, però loro (gli hondisti, ndr ) sono spagnoli come me, sapevano quello che mi giocavo e sono stati molto bravi a fare in modo che il titolo rimanesse in Spagna. Magari senza quell’aiuto vinceva Valentino. Questo titolo è mio, nostro, della Spagna...».
Nostro? Della Spagna? Aiuto? Aiuto qui lo diciamo noi, che abbiamo cercato di restare laici fino alla fine. Lo eravamo pure finita la gara, oggettivamente strana, piena di gesti (e soprattutto non-gesti) sospetti e tuttavia inattaccabili, perché poi chi può dimostrare che un pilota «non vuole» sorpassarne un altro? E chi siamo noi per sindacare le tattiche di gente che rischia la vita a 300 all’ora? Possiamo però sindacare sulla frase di Lorenzo a chiusura dei quindici giorni più assurdi della storia del motociclismo. Ammissione di dolo o semplice fesseria? Riconosce che la Spanish Connection esisteva davvero o è annebbiato dalle lacrime di gioia? E se invece avesse voluto stravincere?
Lorenzo, sia chiaro, ha corso una grande gara, da campione quale è. Sicuro, concentrato, incurante della pressione, l’ha vinta bene e così ha conquistato il suo terzo Mondiale MotoGp (quinto in totale) perché Rossi si è fermato al quarto posto dopo un rimontone epico: da 26° a 15° in un giro; poi 12° al secondo, 9° al terzo, 8° al sesto, 7° al settimo, 6° al decimo, 5° al dodicesimo, 4° al tredicesimo. Quando, di fatto, con altre 17 tornate davanti, Gp e campionato sono terminati. Rossi aveva 11” da Pedrosa, terzo, mentre Lorenzo conduceva su Marquez. Voleva dire un saldo finale di più 5 per Lorenzo su Rossi, al quale sarebbe servito un errore di Jorge o un guizzo delle Honda, che non c’è stato mai. Ed è qui che si può parlare di alcune stranezze.
Com’è possibile, per esempio, che Marquez — il rider più aggressivo, coraggioso e incurante dei gap tecnici — non abbia mai attaccato Lorenzo? Lo fa sempre, anche a vanvera: perché ieri no? E com’è possibile che l’unico sorpasso lo abbia effettuato su Pedrosa al penultimo giro dopo che Dani lo aveva superato? E come ha potuto Pedrosa rientrare così facilmente nell’ultimo terzo di gara? Forse perché, mentre Lorenzo era al massimo, Marquez si è adeguato al suo passo senza pressarlo? Domande di cui vergognarsi, da tifosi, blasfeme in assenza di prove. Marquez avrebbe avuto spiegazioni indiscutibili e Pedrosa — unico hombre senza ombre — avrebbe ammesso di avere sbagliato «aprendo la porta al sorpasso di Marc». La Stangata insomma, se davvero c’era, sarebbe stata indimostrabile, dunque perfetta. Poi sono arrivate la parole di Lorenzo. Il quale ha pure aggiunto: «Magari in un altro tipo di gara loro potevano rischiare di più e sorpassarmi». Però non l’hanno fatto. Siamo spagnoli, volemose bene. C’è pure l’ex re Juan Carlos in tribuna...
Rossi, dopo l’impresa più inutile della sua carriera, ha rivisto tutto in tv e ha trovato conferma ai suoi più devastanti incubi: «Gli ultimi giri sono stati penosi. Marquez andava il doppio di Lorenzo, ma non ha mai provato a passarlo. Me invece a Sepang mi ha passato 10 volte...». Marquez dirà che se avesse voluto aiutare Lorenzo sarebbe restato a 5” di distanza, ma Rossi non la beve: «Così ha goduto di più». Lorenzo, abbracciato da Max Biaggi ma fischiato sul podio, ha replicato che «le statistiche dicono che il Mondiale è andato a chi lo meritava». Ecco. Poteva dire solo questo, un parere rispettabile, e qui sopra avremmo scritto la sua storia di grande pentacampeon. Invece, PorFuera di testa come a volte gli capita, ha letto male il copione e ha insinuato il sospetto. E allora come potremo credervi ancora, da oggi in poi, amici cari della Spagna?
Alessandro Pasini