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giovedì 20 novembre 2014

PENSIERI SUL PROCESSO ETERNIT : LA RICERCA DELLA GIUSTIZIA, NELL'ULTIMO LIBRO DI UN (EX) MAGISTRATO, GIANRICO CAROFIGLIO



Nel leggere la richiesta del Procuratore Generale nel processo cd. Eternit, la pronuncia di intervenuta prescrizione del reato, mi sono venute in mente le parole che uno scrittore, ex magistrato, più specificatamente ex pm, Gianrico Carofiglio, fa dire ad uno dei personaggi del suo ultimo libro, La regola dell'equilibrio.
La scena è un seminario della scuola forense, tenuto nel palazzo di giustizia di Bari, sul tema "Etica e ruoli nel processo penale" (già il titolo...), e il relatore che prende la parola è il Presidente del Tribunale del riesame.
Leggiamolo insieme



"...il lavoro dell'avvocato penalista consiste, perlopiù, nel difendere imputati colpevoli e nel cercare, con tutti i mezzi leciti, di farli assolvere...
Se le cose stanno così, e stanno così, è necessario capire dove si collocano il punto di compatibilità etica delle professione di avvocato e quello del lavoro del giudice. Anche il lavoro del giudice infatti presenta aspetti di grande quanto trascurata sensibilità etica. Basti ricordare che i giudici dispongono della libertà delle persone e, per questa ragione, dispongono delle loro vite. Una cosa che dovrebbe lasciarci sgomenti e che invece diamo per scontata. 
Il nostro problema, dunque, è duplice : come ammettere la liceità etica della difesa di un colpevole di reati orribili; come ammettere la liceità etica della privazione della libertà personale di una persona da parte di un'altra persona.
Su quale terreno si colloca l' unica idea di giustizia che possiamo condividere senza essere influenzati dalla diversità dei nostri punti di vista morali ? Il terreno è quello delle regole di procedura.
Le regole di procedura e il loro rispetto sono l'unico modo per fare giustizia. Non esiste una giustizia sostanziale al di fuori del rispetto delle regole processuali
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Gli avvocati non vogliono giustizia. Non vogliono cioè che i colpevoli siano condannati e che le vittime siano risarcite. Gli avvocati vogliono vincere i processi. E io aggiungo : è giusto che sia così, perché quello è il loro compito nel meccanismo, nel quadro d'insieme. Se gli avvocati non volessero vincere i processi, gli imputati sarebbero sprovvisti di vera tutela e in particolare gli imputati innocenti - per pochi che siano - rischierebbero molto di più le condanne ingiuste. 
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Gli imputati non vogliono giustizia, vogliono essere assolti. Gli avvocati degli imputati non vogliono giustizia, vogliono che i loro clienti siano assolti. E adesso dirò una cosa un po' forte. Nemmeno i pubblici ministeri vogliono giustizia. Salvo alcuni rari casi di palese malafede, però, non lo sanno. Loro credono di perseguire la giustizia, ma spesso confondono la condanna dell'imputato che considerano colpevole con l'idea della giustizia. E siccome per loro - per molti di loro - la condanna di chi considerano colpevole è giustizia, sono disposti ad accettare, a ignorare o addirittura ad occultare la violazione delle regole di procedura che potrebbero portare all'assoluzione di un imputato che considerano colpevole, soprattutto se di un grave reato. 
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Voi potreste obiettare : almeno i giudici sono interessati a fare giustizia. Non hanno - non dovrebbero avere - nessun interesse a un risultato piuttosto che all'altro. Le cose purtroppo non sono così facili.
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Un giudice che ricopia per intero il provvedimento del pm, lasciandoci dentro anche gli errori di grammatica che a volte ci sono, vuole giustizia ? O forse sta solo cercando di lavorare il meno possibile. O forse si sente dalla stessa parte del pubblico ministero e della polizia giudiziaria. Forse è convinto che il suo lavoro sia togliere di mezzo i criminali - o presunti tali - piuttosto che fare il garante del rispetto delle regole.
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Per fare giustizia bisogna liberarsi dei falsi miti sulla giustizia. 
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è certo che le garanzie del processo sono altrettanti limiti ad una libera (indiscriminata?) ricerca della verità. Se per esempio potessimo disporre intercettazioni telefoniche sulla base del semplice sospetto, delle congetture degli investigatori, sarebbe più facile captare conversazioni criminali e scoprire gli autori di gravi reati. Se fosse possibile interrogare gli indagati senza le garanzie della difesa sarebbe più facile ottenere confessioni. Ciò significa che regole e garanzie sono incompatibili con un'azione efficare di ricerca della verità? Io non credo. 
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Certo però è che, fra lo scetticismo radicale di chi considera utopistica e ipocrita la stessa aspirazione alla giustizia e i fanatismi più o meno mascherati in cui si celano nuove versioni della legge del taglione, esiste uno spazio delle regole, delle garanzie e dei diritti.  Diritti degli indagati e degli imputati, certo, ma anche delle persone offese dai reati. E' in questo spazio, lo spazio dei giuristi, il nostro spazio, che è possibile e lecito - con fatica, ma al riparo dell'arbitrio e della prevaricazione - cercare di ricostruire verità, accertare responsabilità e infine dispensare punizioni. Con senso del limite e accettando l'idea che in molti casi un colpevole verrà assolto e che questo è il prezzo da pagare per un sistema in cui sarà difficile (anche se mai impossibile) che un innocente venga condannato.
Ognuno sarà libero di chiamare come meglio crede i risultati di questo sforzo.
Anche giustizia, naturalmente.


martedì 9 aprile 2013

PROPOSTA INDECENTE : LE OLGETTINE A 2,20 EURO


Divertente e interessante , ancorché lunghetto, il pezzo che lo scrittore Sandro Veronesi scrive sul supplemento culturale del Corriere della Sera. La Lettura, in uscita la domenica.
La cosa curiosa, è che partendo dalla sua corretta e direi baale rilevazione, e cioè che le tasche delle persone possono essere MOLTO diverse, per cui quello che per la gente normale è tanto, per uno ricco è poco, io e lo scrittore arriviamo a conclusioni disgiunte.
Facendo un calcolo sui propri guadagni e quelli di Berlusconi, Veronesi conclude che premiare una olgettina per la partecipazione ad una delle feste di Arcore con 2.500 euro (la cifra che sarebbe emersa), al Cavaliere costa tanto quanto costerebbe a lui se  destinasse, allo stesso scopo, 2,20 euro.
Ecco, questo dato, che a lasciato basiti alcuni miei amici che non hanno in favore il Berlusca (eufemismo...)  ma che per 2,20 forse forse un giro all'Olgiata lo farebbero, , dovrebbe essere chiarito bene ai PM del processo Ruby, che ritengono inverosimile che queste regalie - in denaro, gioielli, aiuti - fossero, visto la loro entità, atti di generosità anziché mercimonio.
Lo sarà pure stato - e comunque da noi non sarebbe reato (Ruby a parte, perché per sei mesi minorenne...ma del rapporto sessuale tra i due non c'è prova....) - ma NON perché 2.500 euro non possono essere un mero atto di liberalità. Non lo sono per me, per Veronesi, e per la stragrande maggior parte delle persone. Non per uno che per anni è stato l'uomo più ricco d'Italia e inserito da Forbes tra i paperoni del mondo. Veronesi invece si concentra sull'aspetto "etico" e quindi sul potere corruttivo, in senso letterale e morale, non giuridico, di una ricchezza siffatta. Che è incontestabile, ma che non c'entra coi Tribunali.
Le considerazioni "altre" che Veronesi fa, hanno premesse logiche e conclusioni discutibili.
In buona sostanza, mi pare di capire, per eliminare la corruzione c'è un solo sistema : eliminare i ricchi, perché noi uomini siamo troppo deboli per non essere corrotti.
Può essere vero (e lo è....anzi è UNO dei motivi per cui i liberali e i liberisti vogliono che lo stato e la politica non gestiscano l'economia...) ma non vedo che nobiltà etica ci sia in un mondo raddrizzato per decreto anziché per volontà (e moralità) degli individui.
Comunque il pezzo, come detto, è scritto benissimo e ricco di spunti riflessivi.
Buona Lettura

LE OLGETTINE A 2,20 EURO 

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L’avvocato A. è un uomo molto ricco: il suo patrimonio personale ammonta a 70 milioni di euro e comprende ville, in città, in campagna e al mare, barche, macchine d’epoca e svariate altre proprietà — al netto dei gioielli e delle opere d’arte che, come si sa, non sono tracciabili. Ora, si dà il caso che un paio di volte al mese l’avvocato A. organizzi delle feste nella sua villa. Per amor di giovinezza e buonumore invita ogni volta un drappello di ragazze giovani e belle — laureate o studentesse universitarie, attrici, nipoti di capi di Stato stranieri — affinché, con la loro presenza, allietino lui e la brigata dei suoi ospiti. Le manda a prendere e, terminata la festa — durante la quale si è cenato, cantato, ballato e raccontato barzellette —, le fa riaccompagnare a casa: ma per mostrar loro la propria riconoscenza, per ricompensarle del gran dono che con la loro bellezza e freschezza esse apportano a quei convivi, non manca di consegnare a ognuna di loro una busta contenente del denaro. Le ragazze accettano le buste, ma per ritegno non le aprono in sua presenza, bensì in taxi, durante il viaggio di ritorno, o direttamente a casa; e quando le aprono vi trovano dentro due banconote, una da 20 e una da 50 euro.
Ecco, è questa — esattamente questa — la proporzione da considerare. Secondo la rivista «Forbes» il patrimonio personale di Silvio Berlusconi nel 2010 (anno ruggente del bunga-bunga) era stimato in 9 miliardi di dollari, che equivalgono a circa 7 miliardi di euro: 100 volte quello del nostro avvocato. Dunque i 7.000 euro che rappresentavano il forfait standard per la partecipazione alle cene eleganti di Arcore corrispondono, come incidenza sul patrimonio, ai 70 euro dell’avvocato A. E stiamo ancora parlando di un milionario: applicare questa conversione ai non-milionari produce risultati ancor più interessanti. Prendiamo me. Oggi come oggi il mio patrimonio personale è all’incirca 3.200 volte inferiore a quello di Berlusconi — nel frattempo sceso a 6,2 miliardi di dollari, cioè 4,8 miliardi di euro. Ciò significa che in ognuna di quelle buste, se organizzassi cene eleganti, invitassi le stesse ragazze e intendessi regolarmi esattamente come si regola lui, io potrei limitarmi a mettere (fate pure il conto) 2 euro e 20 centesimi. Significa che se avessi voluto ingraziarmi il senatore De Gregorio finanziando il suo movimento in cambio del suo appoggio al Senato (mi riferisco solo alla donazione «in chiaro» di un milione di euro, dato che al momento gli altri due milioni in nero di cui parla il senatore stesso non sono provati), avrei dovuto stanziare 312,50 euro.
Anzi, a calcolare bene, poiché il fatto risale al 2006, quando i miei genitori erano ancora vivi, e dunque il mio patrimonio personale non comprendeva la parte più consistente, ereditata dopo la loro morte, mentre il patrimonio personale di Berlusconi, sempre secondo «Forbes», ammontava a 11 miliardi di dollari, la scala da applicare non è quella di oggi, ma quella di allora, approssimativamente di 1 a 20.000 — quindi me la sarei cavata con 50 euro. Sempre applicando la proporzione a me stesso, i 36 milioni all’anno di alimenti che Berlusconi deve versare alla ex-moglie per decisione del tribunale datata 2012 (patrimonio stimato da «Forbes» 5,9 miliardi di dollari, cioè 4,6 miliardi di euro), per me, nell’anno della mia separazione, cioè il 2001, quando il mio patrimonio era ancor più esiguo dato che non avevo ancora scritto Caos calmo, con una scala che era circa di 1 a 25.000, sarebbero diventati 1.450 euro, cioè 120 al mese. Il prestito di 500.000 euro a Gianpi Tarantini in difficoltà economiche (2011, patrimonio 7,8 miliardi di dollari, cioè 6 miliardi di euro) a me avrebbe pesato per 125 euro. Il collier d’oro con pendente di diamantini regalato a Noemi Letizia nel 2009 per il suo diciottesimo compleanno (valore circa 6.000 euro, patrimonio del Cavaliere stimato da «Forbes» in 6,5 miliardi di dollari), ha avuto un impatto sulle sue finanze equivalente a quello che per me avrebbe una colazione con brioche e cappuccino. E così via.
Più sconvolgenti ancora sono i risultati se si applica la proporzione a un patrimonio ipotetico di 70.000 euro complessivi — casa e risparmi compresi e al netto di mutui e prestiti: senatori a 8,25 euro, olgettine a cena per 10 centesimi, ex-mogli sistemate con 45 euro almese, amici in difficoltà aiutati con tre monete da due euro: badate, non è un gioco, si tratta dell’unica vera lente compensativa attraverso la quale vanno considerate le cose — tutte le cose — quando si parla di Berlusconi.
È solo con l’aiuto di questa lente che possiamo capire quanto poco gli costi conquistarsi la riconoscenza e la fedeltà della gente. Certo, non solo a lui: tutti i possessori di grandi patrimoni sono accomunati dal privilegio di non sentire le spese che per la stragrande maggioranza di noi sono semplicemente impensabili. Ma tra essi (in Italia Ferrero, Del Vecchio, Armani, Miuccia Prada, Bertelli, Benetton, Pessina, Renzo Rosso e compagnia bella), Berlusconi è il solo che faccia attivamente politica — e la politica, molto più che l’industria, è basata sul consenso e sulla riconoscenza personale. E dunque l’impatto della sua ricchezza sugli affari per cui la gente normale tende a sentirsi riconoscente, combinato con la fama di «uomo generoso» che lo accompagna, va a costituire un potenziale corruttivo pressoché inarginabile.
Ho detto potenziale corruttivo, e per spiegare questa affermazione devo soffermarmi sul significato pieno e completo della parola «corruzione». Il verbo corrompere proviene dal latino corrumpere, e letteralmente significa «rompere in tante parti». L’estensione di questo significato conduce ai numerosi sinonimi riportati dai dizionari quali distruggere, alterare, contaminare, rovinare, guastare: in pratica significa pregiudicare, mediante opera di frammentazione, l’integrità di cose e persone. Non stiamo parlando di reati, dunque, ma di qualcosa di molto più profondo e strutturale — di etico.
Un bell’esempio si trova nel film di Steven Spielberg Prova a prendermi, del 2002, con Leonardo DiCaprio, che ricostruisce la vita del prodigioso truffatore minorenne Frank Abagnale jr. Il protagonista, infatti, ha per padre una simpatica canaglia, che nel film è interpretata da Christopher Walken: un bell’uomo, ricco di charme e di ottimismo, ma sfortunato e frenato nella corsa alla prosperità da un inestinguibile contenzioso col fisco, che lo condurrà alla rovina.
Quest’uomo insegna al figlio un trucco per ingraziarsi commesse, segretarie e impiegate di banca, che, combinato col suo bell’aspetto, gli permette di ottenere certi piccoli privilegi: prima ancora di esser stato notato tira fuori di tasca un braccialetto d’oro e poi avvicina la donna facendo finta di raccoglierlo da terra e sostenendo che le è caduto dal braccio. Se la donna, come spesso accade, si riprende il braccialetto, l’atto corruttivo si compie, producendo un duplice risultato: egli, l’impostore, passa per un uomo onesto e generoso che restituisce un oggetto di valore trovato per terra, mentre ella conosce la pochezza della propria rettitudine morale, dato che si scopre disposta ad accettare la restituzione di un gioiello non suo.
Se devi approfittarti degli altri, sembra dire questo insegnamento, è meglio che tu li faccia sentire in debito, o in colpa, o tutt’e due le cose, piuttosto che vittime. Nel film questo trucco non è di grande aiuto a Christopher Walken, segnato dal destino di perdente, ma l’uso che imparerà a farne il figlio, molto più dotato di lui, produrrà risultati assai interessanti. Manipolazione, condizionamento, trucchi da avanspettacolo, trasformismo, buone maniere: all’impatto con Frank Abagnale jr. l’integrità delle persone comuni — così sguarnite, sprovvedute, deboli, ingenue — se ne va in briciole senza che esse nemmeno se ne accorgano.
È fuor di dubbio, tornando a noi, che i soldi siano lo strumento più sicuro per mandare in pezzi la resistenza della gente, soprattutto se si è capaci di mettere in atto pratiche corruttive che possano essere spacciate per atti di generosità: nel momento in cui si compromette l’integrità dell’altro gli si offre anche, con un sorriso, la possibilità di illudersi di non averla affatto perduta, di averla al contrario donata — e nel frattempo il problema del mutuo sparisce, i debiti si ripianano, i provini vengono superati, i desideri si realizzano. A costui o costei non conviene far mente locale su quanto poco tutto questo costi al suo benefattore, su che razza di inezia sia per lui il gesto con cui si è guadagnato la sua riconoscenza: se la scala economica di riferimento rimane la sua, intorno al suo vendersi tutto risulta grande. Utilizzando il metodo della conversione collaudato in questo articolo ci si può fare un’idea di quanto invece, per le persone che dispongono di un patrimonio a nove zeri, sia insignificante. È la scoperta dell’acqua calda, me ne rendo conto, ma per come stanno andando le cose nel nostro Paese viene il dubbio che la cosa più appariscente di Berlusconi, la più ostentata e indiscussa e incontrovertibile, cioè la sua ricchezza, venga misteriosamente trascurata — e sia sottovalutato l’impatto corruttivo che essa è in grado di produrre sulla nostra vacillante integrità di popolo.
Ah, dimenticavo Balotelli: 6.250 euro al Manchester City per il cartellino (in cinque rate annuali di 1.250 l’una) più altri 937,50 di bonus, e un ingaggio lordo di 2.500 euro all’anno, posso permettermeli anch’io: la Yaris di seconda mano che ho comprato a mio figlio mi costa di più.



domenica 6 novembre 2011

IL SINDACATO CHE SPEDISCE LA CLASSE OPERAIA ALL'INFERNO

EDMONDO BERSELLI 
" Il disprezzo per i soldi merita probabilmente un modesto approfondimento, perché è rappresentativo di una concezione largamente diffusa , anzi, dominante nel pensiero sindacale, secondo cui l'antagonismo universalistico, di classe, è preferibile al conflitto regolamentato sugli interessi, su temi negoziali circoscritti"
Il perché è chiaro. In ambito squisitamente mono aziendale, "la richiesta di più salario riceverebbe come risposta la richiesta di una contropartita da trattare su altri aspetti del lavoro: più produttività, maggiore flessibilità, migliore utilizzo degli impianti". Insomma invece che il tavolo tanto caro ai grandi sindacati, con Confindustria e il governo, "una contrattazione impegnata a discutere specificamente sugli aspetti CONCRETI del lavoro ".
"Via dunque le gabbie salariali, simbolo di un'intollerabile diseguaglianza su base geografica , avanti col punto unico di contingenza ..ogni contratto si rivela un'occasione per introdurre nell'industria una serie di vincoli che con il miraggio di garantire in realtà mortificano"
"attraverso la cassa integrazione - lo spiegava Giuliano Amato, non esattamente un liberista - si instaura una mutua alleanza impropria fra i presunti sfruttati e i conclamati sfruttatori, scaricando sullo Stato il costo..."
"La legge Prodi e la Cassa integrazione straordinaria insegnarono a imprenditori e sindacati che era inutile farsi la guerra ed era meglio mettersi d'accordo sulla dichiarazione di crisi aziendale. A quel punto operai e fornitori li pagava lo Stato". 
"La rinuncia alle differenziazioni salariali in nome dell'estensione della tutela, comincia  a prendere i tratti di una straordinaria miopia...Il prezzo di questo scambio non può non essere elevatissimo, perché implica la rinuncia unilaterale a più adeguati e moderni standard di reddito e di benessere. ...quando viene lanciato da Bruno Trentin (Cigl e Fiom)  l'infelice slogan "salario variabile indipendente", la classe operaia comincia a entrare in agonia "
" Qualcuno provi a spiegare perché le imprese dovrebbero investire in aree e regioni dove la produttività è rilevabilmente più bassa della media nazionale e il costo del denaro praticamente identico".
La tutela di tipo sindacale nazionale finisce per essere in congelatore dove nulla si muove, specie dal lato della crescita (l'azienda può fallire..).
"La scelta di proteggere la classe operaia anziché di promuovere la qualificazione anche selettiva manifesta a posteriori un oscuro vizio paternalistico , un ossessivo timore verso le differenziazioni e ogni genere di individualità ...era questo il promesso "allargamento della democrazia"? Balle. Era il socialismo di tipo sovietico, tradotto nello stile italiano".
"E' tutto da dimostrare che possa ritenersi socialmente soddisfatto chi trova nella fabbrica un grande ospedale dove si deve permanere per decenni nella condizione dell'ammalato...nel cronicario di classe tutto resta immobile. La tutela contro la perdita dell'impiego al prezzo dell'azzeramento della possibilità di crescita".
"Sotto l'etichetta populistico-moralistica della solidarietà si sono consumati autentici misfatti redistributivi,  Come ricordava Sergio Ricossa (economista e accademico dei lincei), l'altruismo è spontaneo ed efficace in piccolo, verso chi conosciamo e incontriamo e i cui bisogni percepiamo chiaramente...la grande società non ha sconfitto la miseria coi San Martino, che donavano metà dei loro mantelli ai poveri di passaggio, ma fabbricando milioni di mantelli interi a costi accessibili a tutti ". 
Operai e impiegati pubblici, l'assurda alleanza.
"Com'è noto, oggi una lira di aumento salariale pagata agli operai, alle aziende ne costa quasi tre, a causa degli oneri fiscali e contributivi...forse è meno noto che dall'autunno caldo a oggi nell'industria privata le retribuzioni sono cresciute in maniera assai contenuta e di molto inferiore rispetto a quelle del settore PUBBLICO"
"La corporativizzazione del settore pubblico presenta ormai aspetti patologici e la sfida dei vari Cobas alla finanza pubblica si è tramutata in un vero e proprio ricatto ai cittadini".
Lo sciopero di solidarietà..."si dovrebbe spiegare che genere di solidarietà può esistere fra categorie di due mondi in opposizione : le une, quelle che fanno del lavoro dipendente privato, vincolate al calcolo di compatibilità economica, le altre, quelle dei dipendenti del settore pubblico, sciolte da questo vincolo di economicità e di responsabilità hanno potuto esprimere negli ultimi anni le punte più inquietanti di particolarismo e di egoismo corporativo "
"la scelta dello sciopero generale ha rappresentato una specie di ritorno al passato: il partito del lavoro contro il resto del mondo e di conseguenza alla confusione degli interessi. I motivi della strategia di CGIL CISL e UIL si possono anche comprendere, se non condividere: estendendo e radicalizzando lo scontro magari si ottiene un recupero di rappresentatività, in forte calo". Ma il ritorno all'"uniti si vince" non risolve il problema dell'esistenza, all'interno delle sigle, di mondi economici diversi e in conflitto e dove la classe operaia è quella da tempo più penalizzata. 
"Ancora una volta le confederazioni hanno scelto la strada non della coincidenza degli interessi , bensì dell'alleanza di tutti con tutti, compresi i maggiori beneficiari della spensieratezza clientelare-corporativa dell'amministrazione pubblica. ..ci sarebbe da dedicare qualche triste pensiero a un paese che tratta male proprio chi dà consistenza e pesantezza di realtà al benessere generale".


Chi scriveva queste cose nel 1990 (sorprendente l'attualità  a distanza di 20 anni)? Un liberista incallito? Un anti sindacalista efferato? Un demo-fascista?
NO.
Edmondo Berselli, compianto ( è morto lo scorso anno) scrittore di saggi, editorialista di Repubblica, amico rimpianto dai suoi amici dell'organo di stampa del PD, quali Ilvo Diamanti che ha curato la prefazione alla raccolta di suoi scritti sul MULINO: "L'Italia nonostante tutto". 
Uomo di sinistra , moderato, onesto e non solo intellettualmente (come va di moda dire oggi).
Fulminante la sua battuta posta a presentazione di un altro suo libro "I Sinistrati" ( ma quanti libri di autori di sinistra legge sto liberale di destra, qualcuno l'ha notato si ?!?!)
"Dio se l'Italia deve essere immutabilmente  di destra perché mi hai fatto nascere di sinistra?"

venerdì 1 luglio 2011

CONSIGLI PER GLI ACQUISTI

Dal wall  di Adriano Sofri :

Desidero dirlo anche a voi: da ieri, 30 giugno, è nelle librerie un libro bellissimo, per le cose che racconta e per i pensieri che le accompagnano. Si intitola "Insegnare al principe di Danimarca", Sellerio ed., 14 euro. L'autrice è Carla Melazzini, è morta nel dicembre 2009. Era nata in Valtellina nel 1944, aveva studiato a Pisa alla fine degli anni '60. Lasciò la Scuola Normale per sua scelta, perché le sembrava che quel modo di intendere la cultura e i rapporti fra le persone non facesse per lei. Andò a Napoli col suo compagno di sempre, Cesare Moreno, e insegnò, prima nelle scuole superiori, poi come maestra di strada nel "Progetto Chance", ai bambini e i ragazzi "dispersi" dei quartieri di Barra Ponticelli e San Giovanni, dove abitava. Di quelli che partecipano di questo scambio, molti l'hanno conosciuta, e sanno quanto affetto e quanto rispetto sapesse guadagnarsi, con la sua leggendaria ritrosia e la sua dedizione senza riserve. Alla fine del suo libro scrive: "Nei decenni che ho trascorso a Napoli ho imparato cose istruttive, a proposito di radici e di napoletanità... Chiunque si prendesse la briga di venire in questi quartieri a verificare la maledizione di certi cognomi, che ricorrono di generazione in generazione, sempre gli stessi, scritti in rosso sui tabelloni dei bocciati, scritti in nero sui manifesti funebri recanti la sigla 'è mancato all'affetto dei suoi cari', riservata ai morti ammazzati, costui si leverebbe il vizio di elogiare il radicamento. Da che mondo è mondo chi ha la fortuna di sviluppare un'identità sufficientemente forte e autonoma cerca di sfuggire ai lacci di ogni ghetto, sociale, culturale 
o etnico che sia. Solo così è possibile conservarne e tramandarne le qualità migliori".