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venerdì 12 febbraio 2016

I PERFETTI SCONOSCIUTI DI GENOVESE. UN FILM ALTAMENTE "PERICOLOSO"

Locandina Perfetti sconosciuti
 
 
E' uscito nelle sale Perfetti Sconosciuti, di Genovese, con vari bravi attori, tra cui Mastrandrea, Battiston, Giallini, Alba Rohrwacher, Kasia Smutniak... Penso di andare a vederlo. Dai trials però già si sa la trama di fondo.
Una sera a cena tre coppie di amici, più un single su infausto input di un membro femminile ( e di chi se no simile malefica idea ??) , decidono di fare uno strano gioco  :  condividere con tutti gli altri sms, whatsapp e telefonate dei propri cellulari.
Ovviamente accade il dramma.
 Il regista Paolo Genovese ha dichiarato a proposito della trama: "Siamo tutti frangibili, il cellulare diventa la nostra vita segreta. Dentro non ci sono solo amanti e tradimenti, ma tutto ciò che non vogliamo far sapere".
In attesa di vedere il film, mi sono venuti in mente i dementi del "intercettateci tutti", quelli che "non hanno nulla da nascondere".
Facile da dire...
Intanto, suggerisco ad amici e conoscenti, ché magari, per istinto emulativo, e anche autodistruttivo (esiste, eccome) , potrebbero trovarsi coinvolti in una cena similare, di attrezzarsi prima, che dopo, a tavola, sarebbe troppo tardi : ripulire quindi smartphone e colleghi meno nobili, e già che ci siete, controllatina a tablet e pc...
Il film ingenererà sospetti e desideri di verifiche, meglio premunirsi.
Anzi, quasi quasi, in fondo non è mica così necessario andarlo a vedé 'sto film...
 
 
Di seguito, la recensione su My Movies
 
Logo MYmovies
 
 
Foto 1
 
Quante coppie si sfascerebbero se uno dei due guardasse nel cellulare dell'altro? È questa la premessa narrativa dietro la storia di un gruppo di amici di lunga data che si incontrano per una cena destinata a trasformarsi in un gioco al massacro. E la parola gioco è forse la più importante di tutte, perché è proprio l'utilizzo "ludico" dei nuovi "facilitatori di comunicazione" - chat, whatsapp, mail, sms, selfie, app, t9, skype, social - a svelarne la natura più pericolosa: la superficialità con cui (quasi) tutti affidano i propri segreti a quella scatola nera che è il proprio smartphone (o tablet, o pc) credendosi moderni e pensando di non andare incontro a conseguenze, o peggio ancora, flirtando con quelle conseguenze per rendere tutto più eccitante. I "perfetti sconosciuti" di Genovese in realtà si conoscono da una vita, si reggono il gioco a vicenda e fanno fin da piccoli il gioco della verità, ben sapendo che di divertente in certi esperimenti c'è ben poco. E si ostinano a non capire che è la protezione dell'altro, anche da tutto questo, a riempire la vita di senso.
Paolo Genovese affronta di petto il modo in cui l'allargarsi dei cerchi nell'acqua di questi "giochi" finisca per rivelare la "frangibilità" di tutti: e la scelta stessa di questo vocabolo al limite del neologismo, assai legato alla delicatezza strutturale di strumenti così poco affidabili e per loro stessa natura caduchi come i nuovi media, indica la serietà con cui il team degli sceneggiatori ha lavorato su un argomento che definire spinoso è poco, visto che oggi riguarda (quasi) tutti. Per una volta il numero degli sceneggiatori (cinque in questo caso, fra cui lo stesso Genovese, senza contare l'intervento importante degli attori che si sono cuciti addosso i rispettivi dialoghi) non denota caos e debolezza strutturale, ma sforzo corale per raccontare una storia che è intrinsecamente fatta di frammenti (verrebbe da dire di bit, byte e pixel), corsa ad aggiungere esempi sempre più calzanti tratti dal reale.
Il copione lavora bene sugli incastri e sugli snodi narrativi che rimangono fondamentalmente credibili, instilla verità nei dialoghi (che certamente verranno riecheggiati sui social e nelle conversazioni da salotto, perché questo fanno certe "conversazioni": l'eco), descrive tipi umani riconoscibili. Il cast, anch'esso corale, fa onore al testo, e ognuno aggiunge al proprio ruolo una parte di sé, un proprio timore reale. Perché questa società così liquida da tracimare di continuo, sommergendo ogni nostra certezza, fa paura a tutti, e tutti ne portiamo già le cicatrici, abbiamo già assunto la posizione del pugile che incassa e cerca di restare in piedi (o sopravvivere, come canta il motivo di apertura sopra i titoli di testa).
Il tono è adeguato alla narrazione: non melodrammatico (alla L'ultimo bacio), non romanticamente nostalgico (alla Il nome del figlio), non farsesco, non cinico, ma comico al punto giusto, con sfumature sarcastiche e iniezioni di dolore. Questa "cena delle beffe" attinge a molto cinema francese e americano, ma la declinazione dei rapporti fra i commensali è italiana, con continui riferimenti a un presente in cui il lavoro è precario, i legami fragili e i sogni impossibili. La scrittura è crudele, precisa, disincantata, e ha il coraggio di lasciare appese alcune linee narrative, senza la compulsione televisiva a chiudere ogni scena. C'è anche una coda alla Sliding Doors che mostra come il "gioco" (prima che diventi al massacro) sia gestibile solo con l'ipocrisia e l'accettazione di certe regole non scritte: ed è questa la strada che più spesso scelgono gli esseri "frangibili".
Quello che ancora manca, a ben guardare, è quella profondità abissale, quella vertigine di consapevolezza regalata agli spettatori senza preavviso dal miglior cinema italiano, su tutti quello di
Ettore Scola (non a caso anche qui c'è una terrazza). Ma questa non è colpa degli sceneggiatori o del regista, è segno dei tempi, giacchè la "frangibilità" delle identità e dei rapporti consente al massimo la rivelazione di qualche doppiofondo, non quella sospensione sull'orlo dell'abisso che, come canta il bardo della nostra epoca inconsistente, "non è paura di cadere ma voglia di volare".
 
 

mercoledì 6 gennaio 2016

E QUO VADO DI ZALONE BATTE STAR WARS, CON BUONA PACE DELL'INTELLIGHENZIA ITALICA

 Risultati immagini per quo vado


Mi piace Checco Zalone. E' simpatico, divertente, rilassante. E poi sta antipatico ai radical chic superstiti - buona cosa il loro lento spegnimento -  il che è un valore aggiunto.
Il successo di Quo Vado, che in tre giorni ha raggiunto gli incassi di Star Wars, nelle sale da quasi tre settimane , è una conferma della bravura e del seguito del comico pugliese che occupa con due suoi film la prima e la seconda posizione nella classifica di incassi del cinema italiano di sempre. Al primo c'è Sole a Catinelle, del 2013, con 43 milioni e mezzo di euro, e al secondo Che Bella Giornata, del 2011, con 34 milioni e mezzo. Quo Vado occupa già la nona posizione e nessuno si stupirà se scalerà la vetta. A quel punto avremo l'intero podio occupato da questo comico "qualunquista", che prende le distanze da chiunque cerchi di tirarlo per la giacchetta con interpretazioni pseudo sociologiche, per non parlare dei soliti arruolamenti nelle file dei tardo (perché tardi, oltre che ormai fuori tempo) anti berlusconiani.
Il suo prendere le distanze, rivendicando il piacere esclusivo di voler far ridere, regalare buonumore e nient'altro, lo rende per me migliore di colleghi meno bravi e per questo meno fortunati, che hanno invece cercato di cavalcare tigri non di loro competenza, con penosi risultati. Se vi vengono in mente la Guzzanti o, più in piccolo, Brignano, avete in mente esempi giusti, cui si potrebbero aggiungere altri colleghi.



Il Corriere della Sera - Digital Edition

Zalone: voglio far ridere, 
non sono un sociologo dell’Italia

 

MILANO Più di 7 milioni di euro al giorno: in 72 ore Quo vado? di Checco Zalone arriva alla stratosferica cifra di oltre 22 milioni (22.248.121) con oltre 3 milioni di presenze (3.060.698). Lo stesso risultato ottenuto in 18 giorni di programmazione (22.347.677) da Star Wars: Il risveglio della Forza — mica uno qualunque visto che stando alle proiezioni si avvia a diventare il film più visto di sempre nel mondo.
Intervistato da Rtl 102.5, lo stesso Zalone non sa darsi una spiegazione — men che meno sociologica — di un plebiscito così ampio: «In realtà chi fa questo mestiere non pensa ai beni o ai mali di questo Paese, ma solo a far ridere. Il comico per una battuta si venderebbe l’anima. Poi se la battuta è azzeccata, nel senso che muove da una realtà tangibile e familiare a tutti, è più efficace.

 Io però non voglio fare analisi sociologiche sul nostro Paese, sul posto fisso, sul degrado, sul berlusconismo, su tutto quello che hanno scritto in questi giorni. Io e Gennaro Nunziante (regista e coautore di Quo vado? ) vogliamo solo far passare un’ora e mezza a ridere».
Quindi sparge riconoscenza a tutto lo spettro degli spettatori, dagli osannanti agli irritati: «Voglio ringraziare quelli che mi dicono “grazie” ma anche gli indignati, perché siamo un popolo di indignati, anzi, soprattutto loro, perché fanno scaturire curiosità e quindi la gente va al cinema. Grazie indignati. Non puoi essere simpatico a tutti, anzi quando c’è questo consenso quasi plebiscitario, paradossalmente, senti l’esigenza di ritornare a terra e di trovare qualcuno a cui stai sulle balle, altrimenti potrei avere manie di onnipotenza. Continuate a indignarvi che io sono contento».
Distribuito da Medusa (oltre 1.200 schermi), Quo vado? è prodotto da Pietro Valsecchi (Taodue Film) che analizza: «Questo risultato ci dice che possiamo superare il cinema hollywoodiano e che, come succede da anni in Francia, possiamo trovare una strada originale e di successo, senza complessi di inferiorità».
Festeggiano anche a Roccaraso (L’Aquila), comune di 1.630 abitanti che ora è conosciuto da almeno 3 milioni di italiani, grazie a una battuta del film, quando l’impiegato Zalone — che non ne vuole sapere di lasciare il posto fisso — è in trasferta al Polo: «Qui fa freddissimo, più che a Roccaraso». Il sindaco mostra orgoglioso la fascia: «Lo ringraziamo ufficialmente e lo aspettiamo. Roccaraso è casa sua».

mercoledì 1 ottobre 2014

VIRNA LISI : "LA GRANDE BELLEZZA ? ORRENDO"



Personalmente mi sono espresso sul film La Grande Bellezza di Sorrentino, vincitore dell'Oscar, che tante laudi ha raccolto ma anche tante polemiche, perché folta è stata pure la schiera dei critici e pure dei detrattori. Non lo ritengo un capolavoro, non gli avrei dato l'Oscar (però mi fa piacere che un film italiano l'abbia avuto), ma nemmeno l'ho trovato orrendo come altri ( qui c'è il post in cui citavo Giudo Vitiello e Filippo Facci : http://ultimocamerlengo.blogspot.com/2014/03/facci-sorrentino-ha-scritto-il-film.html ), tra cui oggi apprendo (in realtà l'intervista è di qualche giorno fa) c'è anche la splendida e brava Virna Lisi .
Di seguito stralci delle sue parole al Fatto Quotidiano, certo non diplomatiche.
Ma l'attrice ribadisce un concetto già ascoltato e che condivido : uno dei pochi vantaggi di invecchiare è quello di poter finalmente dire la - propria ovviamente - verità ( ammesso che uno se la ricordi ancora...). 
Ho amici di 60 anni che ancora non lo fanno, ma forse, a quell'età, si è ancora giovani...





Virna Lisi: "La Grande Bellezza? L'ho trovato orrendo, una brutta copia de La dolce vita" (FOTO)

 
 
VIRNA LISI GRANDE BELLEZZA

"Devo dire quello che penso? Il film di Sorrentino, La Grande Bellezza l'ho trovato orrendo. Una brutta copia de La dolce vita, senza un solo spunto che fosse originale. Lo so che mi odieranno, ma non me ne frega niente. Dopo essermi sentita dire per una vita 'conta fino a dieci prima di parlare', non ho più recinti né obblighi". Virna Lisi, in una lunga intervista sul Fatto Quotidiano, "stronca" il film premio Oscar di Paolo Sorrentino. "Il peggio che mi può capitare è che qualcuno non mi parli più. Non mi pare grave e forse è persino un contrappasso meritato".
"A 77 anni finalmente dico un po' quel che mi pare e piace", dice ancora la Lisi. L'attrice confessa di aver "cercato di imbruttirmi tutta la vita perché della bellezza non me ne è mai fregato niente. Che meriti hai per il tuo aspetto?".
"Non mi piaccio, non sono stata una di quelle attrici che appena dato lo stop corrono al monitori a controllare il risultato. Però ero brava, imparavo la parte senza incertezze e quando le amichette dei produttori, certe belvette che non non avete idea, non si accaparravano la parte in anticipo, venivo anche assoldata. Ero concreta, senza fronzoli". 
Delle tante star con cui ha lavorato, Virna Lisi ricorda Jack Lemmon (adorabile), Tony Curtis (bambolina deliziosa), David Niven (uno straordinario signore) e Frank Sinatra. Sinatra la corteggio? "Neanche un po', stava con Mia Farrow, era gentile, e aveva la voce più bella del mondo. Ma come tipo, insomma, non è che trasmettesse sogni di evasione. Pero' era simpatico e in un mondo in cui gli insopportabili non mancavano, rappresentava comunque un'eccezione".

martedì 4 marzo 2014

FACCI : SORRENTINO HA SCRITTO IL FILM PENSANDO AGLI AMERICANI, E HA VINTO

Nello scorrere la pagina di FB di Guido Vitiello mi sono imbattuto nell'articolo di Filippo Facci su Sorrentino e il suo premio Oscar per La Grande Bellezza. 
 Vitiello è uno dei tanti a cui il film non è piaciuto, e lo ha detto : Ha vinto un film molto brutto, tutto qui. Aggiungo: pesantemente brutto, iperbolicamente brutto. Che riassume, dandogli un qualche lustro, tutte le pecche e le tare del cinema italiano inteso come arte, come industria, come espressione dell'ideologia italiana ecc.
Facci si è spiegato più lungamente.
Così :


 
 

Facci sull'Oscar a Sorrentino: "Il grande pregiudizio"


Paolo Sorrentino con la statuetta dell'Oscar
I ringraziamenti di Sorrentino alla cerimonia dell’Oscar sono stati i più bruttarelli di sempre, ma anche i più coerenti con quello stereotipo italiano che gli yankees premiano da 65 anni. Dopodiché, se per vincere un Oscar bastasse riproporre uno stereotipo, come dire, provateci voi. Parliamo di una pellicola che in Italia è stata anche aspramente criticata (secondo criteri e risvolti che all’estero non capirebbero) ma è anche vero che condividere queste critiche è perfettamente compatibile con un profondo apprezzamento del film: è il caso di chi scrive. La grande bellezza è un film visto e rivisto, discusso e ridiscusso, e i film servono a questo. Anche a questo.
Ma ricominciamo dalla premiazione. Sorrentino è andato in bambola: è l’unica umana spiegazione per un tizio che vince un Oscar e poi si mette a ringraziare Maradona, che peraltro è argentino e gli italiani mediamente odiano: il che era una nota autobiografica perché Sorrentino è napoletano, certo, ma per l’americano medio sarà suonato come quando la Loren gridò «Robbberto» a Benigni: un cordiale rinforzino del cliché che ci vuole tutti un po’ Fellini e tutti un po’ terroni, ma beninteso, eleganti.
Dunque italiani, Sicilia, mafia, ladri di biciclette, poveri, straccioni, ma anche Napoli, pizza, spaghetti, sciuscià, Dopoguerra, mediterraneo, pelle e occhi scuri, tarantelle e mandolini, ma anche Roma, Colosseo, la ciociara, la mamma, la Madonna, e santi, monumenti, pittori, musicisti, artisti, teatranti, casanova, saltimbanchi, pagliacci, stilisti, buffoni, clown, e la bellezza, come no, la grande e immortale bellezza. Bene, nel film di Sorrentino questa roba c’è tutta. Ed è la ragione per cui il regista italiano anche più bravo del mondo, se fosse di Pordenone, non vincerebbe mai un Oscar.
Il nostro ingenuo errore è stato guardare La grande bellezza come se fosse un film italiano pensato per un pubblico italiano: quando, invece, è una pellicola che fin da bambina è stata pensata e programmata per vincere l’Oscar. Provate e riguardare il film in quest’ottica - oppure guardatelo e basta, se non l’avete visto: lo fanno questa sera su Canale 5 - e l’operazione vi parrà più chiara. Meglio ancora, provate a riguardare il film immaginando di essere americano: che cosa volete che gliene freghi a un americano se certe feste a Roma esistano effettivamente o meno? Se certi chirurghi plastici esistano o meno? Se le performance stile Marina Abramovich siano credibili? Che gli importa se il film manchi o meno della contaminazione politico-editoriale-letteraria classica romana, impastata di cinismo millenario e imbucata da personaggi spesso impagabili? Che ne sa, un americano, della Rai? Come può sapere se il personaggio della miliardaria comunista, cornuta e con piscina, sia credibile?
Questi sono problemi da spaccacapelli italiani, da cinefili o critici nostrani: un americano non sa - e non gl’importa - che nel film mancava sua maestà l’indifferenza, la vacuità, il forzato disincanto dei romani anche di fronte ai pochi incanti che restano e che non sanno riconoscere, non sa che nel film mancava l’ipocrisia esibita, la grande commedia della piaggeria capitolina: non lo sa e non gl’importa, perché è americano. A un americano è sufficiente che le proiezioni di Sorrentino, perlomeno quelle della bruttezza, coincidano con le sue: dunque il dominio della coca, le stronze, i parassiti, le attricette, gli scrittorucoli, «le ricche», gli industrialotti, i cardinali da talkshow, il perverso paese dei balocchi coi suoi maghi e le giraffe e i lanciatori di coltelli, tutta una bruttezza molto occidentale e internazionale e scolastica, perché di cocainomani e puttane e mafiosi non possediamo certo l’esclusiva. Sorrentino fa vedere l’immagine della Costa Concordia perché l’hanno vista in tutto il mondo: a noi italiani non ce ne frega niente.
Sorrentino, pure, non si sofferma sulla Roma finanziariamente fallita, sulla cattiva amministrazione, sulla spazzatura, la maleducazione, la stretta attualità: non gli serviva, erano minuterie da italiani. Roma è tra le città più antiche della Storia (la battono Atene e Gerusalemme) e al pubblico di Hollywood sai che gliene frega di Ignazio Marino: meglio la bellezza eterna, e scusate se è poco: le silenziose albe romane con la loro luce radente e fotografica, i dipinti e le statue della Roma segreta, gli scorci mozzafiato, le passeggiate, i giardini degli aranci, ciò che fa di Roma una delle città più belle del mondo e forse la più immortale.
Non è che servisse un documentario, per saperlo. Serviva una vaga, evocativa, suggestiva visione da addensare di libere e personali interpretazioni. Il film di Sorrentino non vuol dire granché: il trucco è lasciare il cerino in mano a noi.
E a un americano, nel contemplare La grande bellezza, fa gioco anche lo stile registico rococò che tanto ha inorridito i puristi, ma che - confessiamo - è piaciuto tanto anche a noi provinciali, patiti di Sergio Leone: il manierismo compiaciuto, i movimenti di macchina, l’abuso dei numeri di regia, la fotografia contrastata, le luci stile occhio di bue, e le carrellate, i dolly plananti, gli zoom e i rallentatori.
Che volete: a noi piace. La grande bellezza mica poteva girarla Werner Herzog. L’ha girata un napoletano che ha dedicato l’Oscar a Maradona, com’era lecito attendersi da un Paese geniale e cialtrone.

lunedì 3 marzo 2014

LA NOTTE DEGLI OSCAR E LA VITTORIA DI SORRENTINO. SCUSATE SE NON BRINDO

Tutti criticano gli Oscar, contestando il loro primato tra i premi cinematografici, ma alla fine questo è e questo resta. Cannes, Berlino, Venezia sono tutti festival prestigiosi, ma almeno un gradino sotto. Basta vedere le grandi manovre, le attese, le ansie , le delusioni e le gioie grandi che si animano dietro a questa notte e alle statuette dorate.
Mi piace andare al cinema, ci vado spesso, ma non sono certo un esperto. Solo un assiduo spettatore. Alla fine mi sembra  che Hollywood sia più spesso in linea con l'idea di cinema "universale", rispetto a quella più "colta " e "autoriale".  Infatti, scorrendo i premi, anche quest'anno condivido molte scelte e anche laddove sono dispiaciuto, che sarei stato contento che Di Caprio avesse vinto la statuetta che gli sfugge per la quarta volta, non trovo scandalosa l'alternativa prescelta. Il film The Wolf of Wall Street a me è piaciuto ma non lo trovo un capolavoro. Viceversa ho trovato grandissimo De Caprio, che secondo me è cresciuto tantissimo come attore dai tempi dell'esordio dove sembrava un bell'efebo. che faceva impazzire le ragazzine, ma non molto di più. 
Peraltro non sono in grado di dire se Matthew McConaughey meritasse di più la vittoria, che «Dallas Buyers Club» non l'ho visto anche se mi incuriosiva. 
Quasi scontato invece l'oscar come migliore attrice protagonista per Blu Jasmine di Woody Allen, anche se la Farrow aveva scatenato i suoi figli per evitarlo. Veramente grandissima, e ne sono vieppiù convinto in considerazione che il film di Allen NON mi è piaciuto.  Un mio amico, che sicuramente di cinema s'intende molto più di me, vivendolo come passione anche personale, trova paradossale questa affermazione, ma è esattamente quello che io ho provato. Il personaggio di Jasmine è odioso, comunque molto discutibile, e reso alla perfezione dalla Blanchette.  Gravity, il film che ha fatto incetta di statuette, però le meno importanti per gli spettatori "semplici" come appunto mi definisco, non l'ho visto e non mi è venuta la curiosità di vederlo. 
Mi è piaciuto 12 anni da schiavo, e trovo anche meritato il premio come attrice non protagonista a Lupita Nyong’o, che non conoscevo, e sicuramente molto brava. 
Non mi dilungherò sulla vittoria pure prestigiosa  di Sorrentino con il suo "La grande bellezza", scelto come miglior film straniero. Confesso le mie debolezze, e quindi la non simpatia per il regista e per Toni Servillo, che non ho problemi a riconoscere come bravi, fa sì che non mi venga da brindare (come in passato ho fatto per Nuovo Cinema Paradiso, Mediterraneo e La Vita è bella ). Non mi piace nemmeno questo genere di film, come non mi piaceva Federico Fellini, che pure è stato un regista celebratissimo ad Hollywood, con ben quattro statuette. Ecco, diciamo che io sono più un " De Sichiano", che anche il grande Vittorio De Sica vinse quattro oscar per il miglior film straniero. A me i film del secondo piacciono mentre quelli del primo no. Senza per questo discutere il genio felliniano. E' che proprio con i geni che ho difficoltà : non li capisco.
Anche il film di Sorrentino suscitò molte perplessità quando uscì, dividendo il pubblico in amatori e critici. 
Servillo, rispondendo con impazienza ad una cronista che glielo ricordava, in una domanda dopo la vittoria del Golden Globe, confermò di essere più bravo che simpatico. 
Ecco tutte le statuette assegnate, nell'articolo del Corriere.



HOLLYWOOD

Cate Blanchett migliore attrice
e McConaughey beffa DiCaprio

Sette statuette a «Gravity» compresa la miglior regia per Cuaron . Miglior film è «12 anni schiavo» di McQueen

 
la presentatrice Ellen DeGeneres (Ap)la presentatrice Ellen DeGeneres (Ap)
È una serata speciale per l’Italia l’86esima edizione degli Academy Awards, che vede la vittoria de «La Grande Bellezza» come miglior film straniero. La notte degli Oscar è stata presentata da Ellen DeGeneres, in smoking blu notte, che ha sdrammatizzato la tensione presentando con ironia i candidati presenti in sala al Dolby Theatre. E ha scherzato sul ruolo dei social network con selfie e hashtag.

Oscar, tutti i premiati
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MIGLIOR FILM -L’atmosfera si è fatta più seria quando Steve McQueen ha ritirato la statuetta per «12 anni schiavo», dedicato alla storia di Solomon Northup, talentuoso violinista di colore che, ingannato da due falsi agenti di spettacolo, viene rapito, privato dei documenti e portato in Louisiana, dove rimarrà in schiavitù fino al 1853, cambiando per tre volte padrone e lavorando principalmente nella piantagione di cotone del perfido schiavista Edwin Epps. Il tema, insomma, è di quelli che fanno discutere e riflettere. Il film, ispirato ad una storia vera, ha battuto «American Hustle» e «The Wolf of Wall Street» di Martin Scorsese che erano dati tra i favoriti.
MIGLIOR ATTRICE - Al di là di tutto questa è un’edizione degli Oscar che forse non riserva molte sorprese. Almeno sul fronte femminile. «Sedetevi perché siete troppo anziani per stare in piedi». E poi i complimenti alle avversarie. Cate Blanchett, graffiante, ritira l’Oscar come migliore attrice per «Blue Jasmine» di Woody Allen avvolta in un abito Armani che non convince proprio tutti.
MIGLIOR ATTORE - Lo stupore è più sul fronte maschile, con un bravissimo Matthew McConaughey che strappa l’Oscar a Leonardo DiCaprio per la sua interpretazione in «Dallas Buyers Club», discusso film che affronta il tema dell’Aids. E se si tratta di una statuetta secondo i critici meritata, stupisce che ancora una volta (la quarta) l’Academy abbia deciso di negare il riconoscimento a Leonardo DiCaprio che era in corsa con «The Wolf of Wall Street».
MIGLIORE REGIA - A sbancare tutto ci pensa «Gravity» il film che si aggiudica più statuette. Compresa quella di miglior regista che va a Alfonso Cuaron che ritira la statuetta non senza dimenticarsi di ringraziare la sua protagonista Sandra B ullock .
MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA - E colpisceanche Jared Letoche dopo il capello lungo e il selfie sul red carpet si aggiudica la statuetta come attore non protagonista in «Dallas Buyer Club». Un Oscar dedicato alla mamma e con un pensiero speciale all’Ucraina .
MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA - Come miglior attrice non protagonista svetta invece la bellissima Lupita Nyong’o in «12 anni schiavo» (12 Years a Slave) che dopo aver svettato sul red carpet si esibisce in piroette di felicità.
MIGLIOR SCENEGGIATURA - Anche la migliore sceneggiatura non originale va a «12 anni schiavo». Il regista e sceneggiatore Spike Jonze vince invece l’Oscar alla migliore sceneggiatura originale per «Her».
Eleganza monocolor e con pochi fronzoli sul red carpet: le meglio vestite
  • Eleganza monocolor e con pochi fronzoli sul red carpet: le meglio vestite    
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  • Eleganza monocolor e con pochi fronzoli sul red carpet: le meglio vestite    
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  • Eleganza monocolor e con pochi fronzoli sul red carpet: le meglio vestite
MIGLIOR SCENOGRAFIA - Catherine Martin e Beverley Dunn hanno vinto l’Oscar per le migliori scenografie del film «Il Grande Gatsby».
COSTUMI E ACCONCIATURA - E «il Grande Gatsby» strappa una statuetta anche per i migliori costumi. Le migliori acconciature sono invece del film «Dallas Buyers Club».
EFFETTI SPECIALI E MONTAGGIO - A trionfare è anche il film «Gravity» che si aggiudica l’Oscar anche per i migliori effetti speciali, così come quello per il miglior montaggio.
ANIMAZIONE - E festeggia pure «Frozen» di Chris Buck, Jennifer Lee e Peter Del Vecho, produzione Walt Disney,che vince l’Oscar al miglior lungometraggio d’animazione. E «Mr. Hublot» di Laurent Witz e Alexandre Espigares ha strappato l’Oscar per il miglior cortometraggio d’animazione.
COLONNA SONORA - Frozen porta a casa anche la statuetta per la miglior colonna sonora soffiandola agli U2 dati per favoriti.
Aspettando gli #Oscar sui social network
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MIGLIOR DOCUMENTARIO - «20 Feet from Stardom» di Morgan Neville, Gil Friesen e Caitrin Rogers vince l’Oscar al miglior documentario. Dal palco del Dolby Theatre lo annuncia Bradley Cooper. L’Oscar per miglior documentario breve è invece andato a «The Lady in Number 6» che racconta la storia di Alice Herz-Sommer, deceduta a Londra lo scorso 23 febbraio a 110 anni, considerata la più anziana sopravvissuta all’Olocausto. «Helium»di Anders Walter e Kim Magnusson ha vinto l’Oscar come miglior cortometraggio
Oscar 2014, abiti da sogno sul red carpet
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IL MAGO DI OZ - Durante la serata non sono mancati momenti davvero esilaranti e gag. Uno su tutti quando l’attrice Whoopi Goldberg, con un paio di scarpette rosse dal tacco a spillo nascoste sotto l’abito bianco e nero, ha annunciato la celebrazione dei 75 anni de `Il mago di Oz´ diretto nel 1939 da Victor Fleming con protagonista Judy Garland.
IN MEMORIAM - Ma non solo. Commuovente anche il momento in cui l’Academy ha ricordato il compositore italiano Riz Ortolani nella consueta rassegna degli artisti scomparsi che costituisce il momento In memoriam. Il video celebrativo si è aperto con un omaggio a James Gandolfini, passando per Paul Walker, Petere O’Toole, Shirley Temple, Harold Ramis e, per ultimo, Philip Seymour Hoffman.

venerdì 28 febbraio 2014

LUNEDì TORNA IL GRANDE FRATELLO. VI ERA MANCATO ?



Lunedì torna il Grande Fratello, dopo un doppio anno sabbatico - l'ultima edizione andata in onda, la dodicesima, è del 2011 - che il format era in decisa crisi di ascolti e di audience : 3.847.000 spettatori lo zenith, e il 17% di share.
La prima edizione, che è stata comunque la più seguita e la più apprezzata, aveva visto una vetta di quasi 10 milioni di spettatori nella puntata più vista, e uno share del 37%.
Bene le  edizioni successive, sempre con 8 e più milioni di ascolto, fino alla quinta, che scende a 7. Dpo di che una costante discesa fino alla crisi dell'ultima.
Dopo due anni di pausa, ci si domanda quali potranno essere le novità per rilanciare una trasmissione che, sicuramente, per un certo tempo, ha fatto epoca, ma che aveva perso gradualmente e costantemente pubblico, fino ai pessimi risultati del 2011.
La presentatrice è sempre la stessa : Alessia Marcuzzi. Evidentemente non è attribuito a lei la discesa, mentre   la D'Urso invece pagò subito la flessione subita alla sua terza presentazione, 7 milioni di spettatori a fronte degli 8 e passa delle due precedenti. 7 milioni l'Alessia non li ha manco mai sfiorati fino appunto al tracollo dei meno di 4. Eppure, sarà ancora al timone.
Va via, meno male, Alfonso Signorini, che magari nel suo campo è anche bravo, ma di rara antipatia. Al suo posto arriva la Mercuri, che va sì inquadrata ma NON ascoltata. Con lei, Cesare Cunaccia che confesso non so chi sia.
Naturalmente sugli "ospiti" della casa non si sa nulla di ufficiale ma molte indiscrezioni trapelano. E quindi forse una bella ragazza senza un braccio, quasi a voler raccogliere l'appello della Littizzetto, poi un marò, che è stato impegnato, con più fortuna, in operazioni simili a quelle di Latorre e Girone, e anche una coppia gay.
Nulla di sicuro, che niente deve essere certo prima di lunedì.
Personalmente, seguii con grandissima curiosità la prima puntata, che secondo me fu abbastanza "autentica", se non altro perché, senza avere riferimenti precedenti, i ragazzi si muovevano con un impaccio spontaneo (scusate l'ossimoro). Già nella seconda puntata c'era una mappa, e si capì che Taricone, pur non vincendo, aveva fatto scuola.  Andando avanti, sempre più personaggi strani, improbabili, e molto spazio naturalmente al gioco delle coppie (con una sessualità fortemente "insinuata") e agli intrighi delle "alleanze".
Naturalmente il format subiva anche la concorrenza, in particolare l'Isola dei Famosi. Ma alla fine sono tramontati entrambi.
Chissà se la pausa, magari anche di riflessione degli autori, riporterà energia.
Magari lunedì un po' di zapping lo faccio...
Ecco la presentazione de La Stampa




“Grande Fratello” mai
così politically correct

Nel reality di Canale 5 al via lunedì
un marò e una ragazza con handicap

ANSA
Alessia Marcuzzi la conduttrice
milano
Da lunedì 3 marzo, e dopo due anni di stop decisi dai vertici Mediaset, torna in prima serata su Canale 5 il Grande Fratello. Un’edizione rivoluzionaria piena di concorrenti e spunti che non mancheranno di scaldare il dibattito.

Un GF politically correct
Tra i 18 inquilini della casa, molti dei quali ancora in via di definizione, vedrete Valentina Acciardi. Una trentaduenne torinese molto carina che dieci anni fa si è vista amputare un braccio per colpa di un incidente. Da allora la ragazza vive con questa menomazione e non si è fatta problemi nel proporsi come concorrente del GF13. Già si immaginano le polemiche, soprattutto perché l’ingresso di una concorrente con handicap fa tornare alla memoria il monologo sanremese di Luciana Littizzetto. Lucianina aveva parlato della Bellezza che dovremmo vedere anche in chi solitamente viene considerato handicappato. La Litti aveva preso ad esempio proprio il Grande Fratello dicendo: «Perché quando una ragazza con delle tette enormi, una deformata volontaria, entra nella casa del Grande Fratello nessuno dice nulla? Cosa succederebbe se dentro lì ci mandassero una ragazza con un braccio solo»? Da Mediaset fanno sapere che la decisione di scegliere Valentina è nata settimane prima del Festival: «Nessuno poteva conoscere il contenuto del monologo. Cosa avremmo dovuto fare? Scartare Valentina perché sceglierla significa cavalcare l’onda del monologo della Littizzetto? Sarebbe stato ipocrita».

Arrivano i militari
Non è ancora certo se Paolo, il fuciliere di Marina che ha fatto domanda per entrare nella casa ed è stato scelto dagli autori, sarà della partita. Si sa solo che è stato più volte in missione dove sono stati arrestati i nostri Marò per operazioni delicate e di grande responsabilità. La sua è una storia di vita vissuta, di realtà che potrebbero portare un esempio di abnegazione e serietà che il GF raramente ha messo in luce.

Gay Pride
Anche nel caso della coppia gay che in questi giorni è, come gli altri concorrenti o riserve, in attesa di un ok dentro la stanza di un albergo romano, non si sa se il capoprogetto del GF13 Andrea Palazzo deciderà in positivo. I due sono professionisti, laureati, stanno insieme da tempo e vivono la loro omosessualità come tante coppie etero. «Se faremo entrare la coppia gay dentro la casa del GF – dicono da Mediaset – si potrebbe aprire una finestra sui diritti omosessuali. Ci stiamo ragionando».



Mai successo prima
Per la prima volta ai ragazzi del GF verranno forniti dei libri; gli inquilini faranno i disc-jockey e nella casa ci sarà uno studio da cui faranno un programma trasmesso da un network nazionale (in ballo ci sono Radio Italia SMI e R101); c’è un App dedicata al GF grazie alla quale il pubblico potrà interagire con la Marcuzzi postando domande o commenti utilizzando tutti i maggiori social network; sui siti www.grandefratello.mediaset.it e www.mediasetconnect.it si potrà spiare ciò che accade dentro la casa gratuitamente e 24 ore su 24; durante il daytime Canale 5 e Italia 1 trasmetteranno delle “strisce” per mostrare la vita degli inquilini del GF13.

«Il programma – ha detto la presentatrice Alessia Marcuzzi alle Invasioni Barbariche - parte in ritardo per colpa di un incendio che ha completamente distrutto la casa. Questo ha aumentato la nostra voglia di dimostrare che il GF è un must della tv italiana». Che lo sia o meno lo diranno gli ascolti ma intanto il sito DavideMaggio.it ha annunciato in anteprima «che la versione numero 13 potrebbe trasformarsi in un’edizione Vip qualora la prima puntata dovesse registrare ascolti deludenti. Il GF13 ha un piano B e pare che sia sta già stata allertata la sorella di Belen, Cecilia Rodriguez, pronta ad animare la quotidianità della casa».

lunedì 4 novembre 2013

IL TRIONFO DI CHECCO ZALONE E LA BILE DEI CRITICI RADICAL CHIC


Ieri visto al cinema Captain Philips con il solito bravissimo Tom Hanks (molto bravo anche l'attore nero, interprete del ruolo del capo dei pirati somali). Bel film, con pochi spettatori, che il we, come risaputo, è stato testimone del trionfo di Checco Zalone e del suo Sole a Catinelle. La disperazione dei critici cinematografici italiani è comica . Alcuni, per trovare a tutti i costi le ragioni declassanti di un successo per loro inaccettabile, spiegano che fattore decisivo sia stata  la diffusione in oltre mille sale della pellicola. Un modo per invertire l'ordine dei fattori, senza che il risultato, lo strafavore popolare per il simpatico e bravo attore pugliese, cambi.  Se il produttore, il distributore e i propietari della sale scommettono così tanto sul successo di una pellicola, tanto da dedicargli uno spazio del genere, ebbé una ragione ci sarà. Magari la stessa per la quale Baricco, parlando di cultura, dice che ci dovrebbe sempre essere un manager capace a dire le parole decisive in materia di gestione delle risorse destinate a quel settore, piuttosto che un intellettuale e/o un artista. 
Certo, Zalone non dà l'idea di essere un attore grande come lo è stato Alberto Sordi , né è una maschera ai livelli inarrivabili di Totò. Però è bravo, è semplice, non strafà . Magari seguira le sorti di un Pieraccioni, molto bravo agli esordi (anche se lì funzionava la "squadra", mentre Zalone fa strike da solo, il resto è mero contorno, più o meno efficace)  e poi scivolato in una simpatica mediocrità. Vedremo. Intanto, è il terzo successo di fila che c'entra e   lo spettacolo del travaso di bile dei critici radical chic è un valore aggiunto al buonumore che la pellicola di Checco, leggera e divertente,  mi ha procurato.
Di seguito, la notizia del boom ai botteghini riportata su La Stampa on line


 

Zalone, record storico di incassi:
18,6 milioni di euro in un week end


ANSA
Checco Zalone è nato nel 1977 a Bari
Con “Sole a catinelle” l’attore supera se stesso. Il produttore Valsecchi: «Ogni più rosea aspettativa»



Sole a catinelle, il nuovo film di Checco Zalone, ha sbancato il botteghino, guadagnando 18,6 milioni di euro nel weekend di uscita e facendo segnare il record storico di incassi. Zalone ha superato se stesso: il precedente record, infatti, era del gennaio 2011 con Che bella Giornata. Ottima anche la media per schermo di Sole a catinelle: 16.598. Il film ha trainato gli incassi, facendo segnare +209% rispetto a una settimana fa. In classifica, seguono a enorme distanza Cattivissimo me e Captain Phillips. Il totale incassi dal 31 ottobre al 3 novembre secondo i dati Cinetel è di quasi 25 milioni di euro (24.919.818 euro). «Ringrazio prima di tutto Piersilvio Berlusconi che mi ha dato fiducia fin da quando gli ho proposto di realizzare il primo film di Checco» dice il produttore Pietro Valsecchi.  
«È un risultato incredibile, che va oltre le mie più rosee aspettative; in soli quattro giorni abbiamo già vinto il Biglietto d’oro e abbiamo scalato la vetta degli incassi stagionali. Devo ringraziare oltre naturalmente a Checco Zalone e Gennaro Nunziante, tutto il cast artistico e tecnico, la struttura produttiva Taodue, la distribuzione operata da Medusa che ci hanno aiutato a conseguire questo risultato storico e sono felice per gli esercenti che possono prendere fiato in questo momento di grave crisi. Grazie a tutti e continuiamo a credere nel cinema italiano che - conclude Valsecchi - mai come ora ha bisogno di entusiasmo ed energia».

giovedì 28 marzo 2013

E STAVOLTA BENIGNI FA FLOP


Ci sono quelle persone fortunate che piacciono a tutti ( o quasi). Benigni è tra queste. Ovviamente per lui sono pronti a immolarsi quelli di sinistra, ma anche i moderati, specie se un po' colti, intellettualoidi (scriveva giustamente Gallo della Loggia che questo tipo di persone non votano partiti post comunisti per storica avversione alle loro origini, però amano farsi apprezzare da quelle parti, mentre disdegnano gli "incolti" e anche per questo "impresentabili" della destra ) lo apprezzano molto. Bisogna essere berlusconiani, e di quelli più viscerali, per avere in uggia il toscanaccio, che la sua vis satirica la estrinseca efficacemente ormai solo contro l'amico Silvio . Ma Roberto lo fa sempre sorridendo, tirando il sasso e nascondendo la mano, aggiungendo sempre "ohi, noi qui si scherza..." e con quella faccia da eterno gianburrasca discolo ma buono, è facile perdonarlo.
A me Benigni, l'ho scritto più volte, sta simpatico. Mi piacciono diversi suoi film, come "Il piccolo diavolo" e "Johnny Stecchino", ma soprattutto "Non ci resta che piangere", in coppia con Massimo Troisi e "La vita è bella" che in diversi criticano, ma che io trovo tenero e commovente (e con il quale vinse l'Oscar ).
Da qualche anno si è messo a fare il lettore di Dante, ottenendo grande successo nelle serate a Firenze, riempiendo la piazza di Santa Croce. Però quella si colma  con 70.000 persone, che sicuramente sono una folla per uno spettacolo dal vivo. In TV per definire un programma un successo si ragiona in milioni.
E così, il Dante di Benigni, trasportato dalla piazza al cavo, da Firenze a Rai Due, fa flop.
I dati sono impietosi, come riporta nel suo articolo sul Corriere Renato Franco.
E' vero che il Roberto nazionale si impegna nel nobile proposito di popolarizzare il padre della lingua italiana, e la sua è cultura e non intrattenimento. Però è anche vero che il costo è salatissimo, e di questi tempi tutto quello che fa perdita viene guardato con occhio molto più critico di una volta.
Perché con 500.000 euro a serata pare ci si possano fare anche altre belle cose, culturalmente pure meritevoli, purché con protagonisti meno "stellari", il che consente che con quello che spendi per farne una, ne fai magari cinque...Ragionamenti validi sempre, ma che cadono di fronte all'Auditel, al trionfo di ascolti.
Quando questo però C'E'.
Buona Lettura

AUDITEL

Benigni, flop milionario su Rai 2

Ascolti in discesa. Partito dall’8,5 per cento Benigni si è inabissato fino al 4,5 per cento

Roberto Benigni (Ansa)Roberto Benigni (Ansa)
Una lenta discesa nei gironi infernali dell’Auditel, trascinato da Dante, che ingrato, proprio lui che da anni si spende per portarne il buon nome tra studenti svogliati e telespettatori assonnati con la semplicità, la passione e l’ironia del maestro che tutti gli studenti svogliati e i telespettatori assonnati vorrebbero avere. Lui, in grado di accendere sempre l’attenzione. Questa volta Benigni fa la fine delle Caterine Balivo e dei Franceschi Facchinetti (solo per rimanere a Rai2, niente di personale). Il suo TuttoDante è un TuttoFlop. Ascolti in discesa. Partito dall’8,5 per cento Benigni si è inabissato fino al 4,5 per cento. Brutto segnale per altro, perché così si dà ragione a chi pensa che la cultura in tv non funziona e funzionano meglio i programmi del pomeriggio con le urla da portinaia (niente di personale, che poi tocca andare a prendere la raccomandata alla posta centrale).
 Operazione costosa e fallimentare per Rai2 che sperava di risollevarsi ma invece si sta spegnendo sempre più. La rete si aspettava altri numeri, almeno il 15 per cento di share. Invece niente. Facile dire, ma anche con il senno di prima, che un prodotto registrato, rispetto a uno live desta meno interesse. Perché le serate che stanno andando in onda sono le registrazioni di TuttoDante 2012, realizzate a Firenze in piazza Santa Croce la scorsa estate. Un successo da settantamila spettatori. In piazza, non in tv. Tanto che il direttore di Rai2 Teodoli non ha escluso che il programma possa essere spostato in seconda serata.
Operazione costosa per le casse della Rai. Si sussurra di un contratto da 5,8 milioni di euro per le 12 serate. Cinquecentomila euro a puntata. Con la promessa di una sosta all’ultimo Sanremo di Fazio, poi sfumata. E pensare che un telefilm qualunque come Ncis riesce ad arrivare al 9 per cento di share e costa un po’ meno di 500 mila euro a episodio… Dunque, alla fine dei conti, uno sproposito nel saldo costi-benefici. Non per Benigni, però. Che così ha goduto di un doppio incasso. Quello delle serate live di Firenze, quello delle serate dead su Rai2. Certo Benigni è sempre il salvaRai. Basta invitarlo al Festival di Sanremo per fare di ogni suo apparizione un successo, milioni di spettatori, recensioni unanimi: è sempre un cavallo vincente su cui puntare (all’Ariston si presentò pure in groppa a un ronzino), ma questa volta il premio al valor civile del comico è solo una medaglia con un buco d’argento.