martedì 24 febbraio 2015

"I GIUDICI NON RISPETTANO LE VITTIME". PERCHE' ROMANA BLASOTTI PAVESI SBAGLIA.

 
A volte, sempre meno, provo a spiegare ai miei clienti che procedere per logica per capire le cose di e del diritto può essere fuorviante. La Legge non obbedisce necessariamente alla logica, e tanto meno al buon senso.
Serve per stabilire delle REGOLE di condotta, e le sanzioni per chi non le osserva. Senza quelle regole non sarebbe possibile la vita in una comunità (adesso lasciamo perdere che nella nostra società le regole sono diventate una miriade e spesso scritte male).
Per estrema semplificazione, faccio l'esempio del semaforo stradale. Che logica c'è nello stabilire che col verde si passa e col rosso ci si ferma ? Non potrebbe essere l'inverso ?  Ma l'importante è che si stabilisca che ci sia un colore che dica quando andare e uno per quando fermarsi, ed è stato deciso scegliendo come tutti sappiamo.
Di più. A volte le leggi stabiliscono che un diritto, sicuramente riconosciuto come tale, possa cedere il passo ad un altro, ritenuto preminente. Quindi non un "giusto" contro l'"ingiusto", ma un derby tra due cose entrambe giuste, non nella stessa misura. Anche qui, non è per lo più la logica a determinare chi prevale, quanto piuttosto   la politica, la società, il tempo. Per secoli abbiamo assistito a leggi che decretavano la preminenza della figura maschile nella famiglia, poi c'è stata la parità, adesso abbiamo la supremazia (speriamo che passi anche questa) del "dio minore". 
L'importante, nelle aule di Tribunale, è che i Giudici si attengano alle Leggi, applicandole correttamente. Se sono sbagliate, se sono invecchiate, sarà compito del legislatore farne di nuove. 
Tutto questo per dire come la signora Romana Blasotti Pavesi, ancora presidente dell'Associazione Famigliari Vittime Amianto (è dimissionaria), persona che merita tutto il mio rispetto e umana comprensione, sbagli, e di molto, quando cerca le ragioni di una sentenza nel "buon senso", e giudica il valore dell'azione dei pubblici ministeri dal loro impegno. E' il loro dovere impegnarsi, e ancora di più lo è conoscere la legge. Improntare un processo morto dall'inizio non risponde a tale dovere. 
Le aspettative e quindi le delusioni, le frustrazioni, il rinnovato dolore delle famiglie delle vittime di Eternit, sono il prodotto dell'errore di quei pubblici ministeri, che ora cercano di ricominciare, provando una strada che a suo tempo apparse loro più impervia ma che forse era l'unica giusta. 
Sbaglia quando sta "dalla loro parte", e quando accusa i giudici della Cassazione di "mancanza di rispetto per le vittime".
Il rispetto dei giudici deve essere per la Legge. Solo così possiamo sperare (non infrequentemente invano) che non ci siano forzature, regole piegate alle personali convinzioni, la tentazione che, alterando le regole, si possa fare "giustizia". 
Come ha ben scritto - trovate un più ampio resoconto nel post http://ultimocamerlengo.blogspot.com/2014/11/pensieri-sul-processo-eternit-la.html - un ex magistrato, Gianrico Carofiglio, nel suo ultimo libro  (per il resto anche perdibile) :
"Le regole di procedura e il loro rispetto sono l'unico modo per fare giustizia. Non esiste una giustizia sostanziale al di fuori del rispetto delle regole processuali"
 .....

esiste uno spazio delle regole, delle garanzie e dei diritti.  Diritti degli indagati e degli imputati, certo, ma anche delle persone offese dai reati. E' in questo spazio, lo spazio dei giuristi, il nostro spazio, che è possibile e lecito - con fatica, ma al riparo dell'arbitrio e della prevaricazione - cercare di ricostruire verità, accertare responsabilità e infine dispensare punizioni. Con senso del limite e accettando l'idea che in molti casi un colpevole verrà assolto e che questo è il prezzo da pagare per un sistema in cui sarà difficile (anche se mai impossibile) che un innocente venga condannato.
Ognuno sarà libero di chiamare come meglio crede i risultati di questo sforzo.
Anche giustizia, naturalmente.

 

 

“I giudici romani si sono dimenticati dei diritti delle vittime”

Romana Blasotti Pavesi, presidente dell’Associazione Famigliari e Vittime Amianto: mi dispiace che venga contestato il lavoro fatto dai pubblici ministeri
ANSA

CASALE MONFERRATO

“Mi dispiace che venga contestato il lavoro fatto dai pubblici ministeri del processo Eternit”. Il primo pensiero di Romana Blasotti Pavesi, presidente dell’Associazione Famigliari e Vittime Amianto, all’indomani delle motivazioni della sentenza di Cassazione, va a Raffaele Guariniello, Sara Panelli e Gianfranco Colace, i tre pm torinesi che hanno costruito l’impianto accusatorio contro il belga Louis de Cartier e l’industriale svizzero Stephan Schmidheiny, accolto, se pur con interpretazioni diversificate, tanto dal gup (che firmò il rinvio a giudizio), tanto dai giudici di primo grado, tanto da quelli della Corte d’Appello, che condannarono il solo Shmidheiny (nel frattempo, il barone belga era deceduto) a diciotto anni di reclusione per disastro doloso ambientale. Condanna che la Corte di Cassazione ha annullato perché ritenuta prescritta.  
Insiste Romana Blasotti Pavesi: “Ho sentito che vengono mosse accuse ai pm che avrebbero sbagliato. Non sono certo in grado di giudicare le questioni di diritto, ma so che Guariniello, Panelli e Colace quel che hanno fatto, l’hanno fatto con convinzione e con intelligenza. E anche con passione e grande umanità. Eravamo là, li abbiamo visti e abbiamo visto qual era il loro impegno. Io non posso che difenderli e stare dalla loro parte”. 
Per la Romana la sentenza di Cassazione, che ha estinto il reato contestato a Schmidheiny per intervenuta prescrizione, era già stato uno choc nella tarda sera del 19 novembre scorso, quando fu pronunciato il verdetto. Uno sconcerto che non l’ha piegata, ma sicuramente molto provata tanto che ha preso la decisione di dimettersi da presidente dell’Afeva (lo rimane, ora, fino a che non ci sarà la nuova nomina; e potrebbe, comunque, conservare il ruolo di presidente d’onore).  
Ieri, dopo l’uscita delle motivazioni della Suprema Corte, il dolore si è rinfocolato. Non è una donna con competenze giuridiche, ma è donna di grande buon senso. È da lì che scaturisce il suo dire: “La sensazione che provo è questa: i giudici romani hanno tenuto conto dei diritti dell’imputato (che per me, per tutto quello che ho ascoltato sul suo modo d’agire, è e resta un criminale), ma non di quelli delle vittime. Ecco, le vittime che ci sono state, e quelle che ci sono ancora, sono state dimenticate. Mi sembra che per i nostri morti non ci sia stato abbastanza rispetto”.

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