mercoledì 26 marzo 2014

PARLA IL PROCURATORE GENERALE CIANI : "GLI ITALIANI TROPPO LITIGIOSI. I TRIBUNALI SCOPPIANO PER QUESTO"


Non precisamente una novità quella espressa dal Dr. Gianfranco Ciani, Procuratore Generale presso la Cassazione che pure ci ha scritto una lettera al Direttore del Corriere della Sera : in Italia il problema della Giustizia è reso praticamente irrisolvibile dal numero dei procedimenti che ogni anno si abbattono sui Tribunali. In campo penale si cercherà di risolvere con la depenalizzazione di una serie di illeciti, e sicuramente l'eliminazione sia della Fini -Giovanardi (che eliminava la distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti) che della Bossi-Fini (reato d'immigrazione clandestina) saranno d'aiuto. In campo civile ? Si spera che col tempo gli italiani diventino anglosassoni e si risolvano le beghe da sé, "mediando". Per favorire questo progresso si è ribadita l'obbligatorietà del ricorso alla mediazione, dopo aver risolto il problema sollevato dalla Corte Costituzionale di un eccesso di delega rilevato sul primo testo, ma probabilmente ci vorranno molti anni prima di vedere dei risultati concreti. Avoglia a cambiare il codice di Procedura civile - in 27 anni di professione avrò assistito non so a quante modifiche, tra grandi, medie e piccole - che se l'imbuto resta largo in entrata, l'uscita non guadagnerà mai sufficiente velocità. 
Sicuramente il numero pletorico di noi avvocati non aiuta, ma perché noi italiani siamo diventati così litigiosi ?
Non c'è una sola causa. Sicuramente la società si è complicata, e l'intreccio di leggi, regolamenti e circolari, le interpretazioni contraddittorie delle stesse (basti vedere l'imbarazzante conflitto tra Stato e Comuni in ua materia banale come le contravvenzioni se si sfora il limite della sosta oraria...) induce alla convinzione di subire un torto al quale ci si ribella, aumenta la probabilità di sbattere involontariamente in un divieto, in una non conosciuta fattispecie di illecito civile. L'ignoranza della Legge non scusa, si sa. Ma non c'è essere umano al mondo, fine giurista compreso, che potrà mai dire di conoscere tutte le norme dell'ordinamento nazionale (ora "arricchite" dai regolamenti europei...). 
L'inefficienza poi, se scoraggia i "buoni", incoraggia moltissimo i "cattivi", che, confidando nella lentezza dei Tribunali, hanno comunque interesse a farsi fare causa piuttosto che mediare e pagare immediatamente il proprio torto, ancorché in misura magari ridotta. Per chi paga il denaro in Banca il 5, 6, 7 o non so quanto per cento, preferirà differire il pagamento del proprio debito pagando interessi legali che oggi sono all' 1% !! Certo, è stata introdotta per i crediti commerciali la norma ( L. 231/2002 ) che prevede l'applicazione - se richiesta (che magari noi legali ce lo scordiamo) - degli interessi convenzionali, decisamente superiori. Ma tutta la materia del risarcimento danni è esclusa da questa normativa, e quindi, solo per fare un esempio, le compagnie assicurative traggono vantaggio da pagamenti posticipati. Certo , ci sono le spese legali, ma alla fine dei conti spesso il vantaggio del tempo "guadagnato" grazie alla durata del  giudizio è superiore, o almeno considerato tale.
Che poi, non è che uno ha una sentenza vittoriosa e quindi vede soddisfatto il suo diritto. Spesso la controparte comunque NON adempie spontaneamente all'ordine del Giudice, e quindi si deve avviare la procedura esecutiva forzata. Altro girone dantesco infernale ! Insomma, chi ha "torto" da noi ha molti vantaggi dal giudizio, e quindi non lo teme, anzi. 
Concludendo : tante cause = giustizia lenta = vantaggio per i "cattivi" = tante cause. Il cerchio diabolico è chiuso. 
Il Consigliere Marco Rossetti, come del resto molti magistrati, pensa che la soluzione passi per più aule, più cancellieri e più giudici. A parte che i soldi non ce li abbiamo, io non penso che questa sia una soluzione né giusta né alla fine efficace. E' la cifra "civile" della Nazione che deve crescere, non il numero delle "guardie". 
Al primo anno di diritto te lo spiegano molto bene : perché la forza  di una norma spieghi il suo effetto, anche deterrente,  presupposto fondamentale è che la grande maggioranza della società aderisca SPONTANEAMENTE a quella norma. Allora il sistema può affrontare la "Patologia" residua, quelli che la legge la violano, che deve restare eccezione alla regola.
Se i rapporti numerici si avviano all'inversione, per cui l'infrazione diviene consueta, non c'è Stato di Diritto che regga. Resterebbe come soluzione a quel punto la repressione, lo stato di polizia, la dittatura.  Insomma, gli italiani devono tornare a obbedire alle regole perché le condividono e perché tali, non solo perché è obbligatorio. Allora, forse, litigheremo di meno.

Troppe Liti in Italia intasano i Tribunali 

Caro direttore,
nel numero di sabato 22 marzo 2014 del «Corriere» è apparso un articolo del prof. Michele Ainis dal titolo «La memoria della giustizia». L’ho molto apprezzato per l’acutezza delle analisi sulla scarsa efficienza della giustizia nel nostro Paese. A proposito della crisi della giustizia civile, che ha ripercussioni gravemente negative sull’economia del Paese, soprattutto in questa fase del ciclo economico, desidero sottolineare un ulteriore elemento che non ingenera ottimismo sul futuro, almeno prossimo. Mi riferisco al tasso di litigiosità degli italiani: secondo i dati che risultano dall’ultimo rapporto CEPEJ (Commissione europea per l’efficienza della giustizia), pubblicato nello scorso mese di settembre, ogni anno in Italia vengono iniziati 4.670 nuovi procedimenti civili in primo grado ogni 100.000 abitanti. La classifica sul tasso di litigiosità dei Paesi del Consiglio d’Europa ci vede, purtroppo, tra i primi in classifica: al 5° posto dopo Federazione russa, Lituania, Andorra ed Ucraina. Con tali dati è arduo pensare ad un’agevole soluzione del gravissimo problema. Non è sufficiente l’opera del politico e del giurista, è necessaria anche l’analisi del sociologo. È vero, poi, quanto afferma il prof. Ainis sulla perdita di auctoritas della magistratura, anche se non vanno ignorate talune eccezioni: quando ad essa è stato affidato il contrasto a gravi e pericolose manifestazioni di criminalità; mi riferisco al terrorismo, alla mafia, alla corruzione. Ma mi domando: tale perdita non è anche figlia dell’atavica diffidenza degli italiani per l’autorità? Ancora una volta sarebbe utile l’aiuto del sociologo, coadiuvato, forse, dallo storico. Quanto fin qui detto non vuol significare, almeno da parte mia, una abdicazione di responsabilità: la magistratura può e deve fare di più, anche dal punto di vista dell’organizzazione del lavoro; ma da sola non può risolvere la crisi. Occorrono interventi strutturali, non dettati dalle emergenze del momento, sul versante del diritto sostanziale e processuale, nonché adeguate risorse economiche. Infine, quale contitolare, unitamente al Ministro della Giustizia, dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati, una precisazione: il dato, riportato dal prof. Ainis, di 1.373 procedimenti «disciplinari», il 93% dei quali è stato archiviato, riguarda in realtà quelle che il legislatore definisce «sommarie indagini preliminari». Si tratta, cioè, di procedure originate prevalentemente da esposti di privati che lamentano asserite ingiustizie delle decisioni della magistratura: vicende nelle quali gli interessati hanno di regola la possibilità di proporre impugnazione in giudizio, ma che non integrano alcuna delle ipotesi di illecito disciplinare previste dalla legge. In sostanza, in moltissimi casi vi è, all’origine, il tentativo (a volte in buona fede) di fare uso distorto dello strumento disciplinare, le cui finalità non sono quelle di sovrapporsi alla tutela giudiziaria e di sostituirla. I procedimenti disciplinari in senso tecnico, che iniziano con l’esercizio della relativa azione, sono stati lo scorso anno 161; di questi solo il 34% è stato definito dalla Procura generale della Cassazione con richiesta di proscioglimento (tecnicamente, di non farsi luogo a dibattimento) rivolta alla Sezione disciplinare del Consiglio superiore della Magistratura. Quanto alle misure cautelari disciplinari, va rilevato che la loro incidenza percentuale va calcolata sul totale delle azioni promosse, e che, al pari delle misure cautelari adottabili, nel corso del processo penale, debbono costituire un’extrema ratio e non possono risolversi in un’anticipazione della sanzione che sarà inflitta con la sentenza di condanna. In ogni caso nell’anno in corso le richieste di misure cautelari da parte della Procura generale nei confronti dei magistrati ordinari hanno già superato il totale dell’anno precedente: sono state, infatti, sette.

Gianfranco Ciani
Procuratore generale della Corte di cassazione

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